Non si vedeva allora che i trattati di Vienna erano un altro effetto

della rivoluzione francese, come già quello di Vestfalia era stato una

conseguenza della rivoluzione protestante. L'accordo di tutte le

monarchie per resistere al principio rivoluzionario finiva fatalmente a

riconoscerlo più vitale che mai. Un profondo dualismo divideva quindi

l'Europa: lo spirito rivoluzionario rimasto nei codici, nelle carte,

nelle memorie, nelle fantasie e nelle coscienze, proseguiva la propria

opera latente, disonorando negli animi più eletti quel congresso di

sovrani, che per assicurarsi sul trono mentivano alle promesse di

libertà prodigate ai popoli nel mattino delle insurrezioni federali.

D'altronde il concetto politico della nuova santa alleanza, redatto in

stile mistico dallo czar Alessandro, era peggio che inintelligibile ad

un'Europa uscita dalla scientifica empietà del secolo antecedente.

Questi quattro massimi re che si obbligavano diplomaticamente alle virtù

evangeliche, giurando di amarsi di una indissolubile amicizia fraterna,

governando i sudditi da padri, mantenendo sinceramente la religione e la

pace, considerandosi come membri di una medesima nazione soggetta a Gesù

Cristo supremo imperatore, e da lui incaricati di dirigere le varie

parti della stessa famiglia, dovevano necessariamente sembrare

stravaganti al vivido spirito del secolo già affrettantesi a

rivoluzionare tutte le scienze naturali e sociali. L'abdicazione della

personalità politica, imposta al popolo dalla santa alleanza in nome

della beatitudine patriarcale e del dogma cristiano, era una demenza,

alla quale gli stessi diplomatici del congresso dovevano segretamente

concedere ben poco rispetto. Infatti l'Inghilterra, ormai vecchia nelle

proprie libertà legali, vi si ricusò: lo czar, rientrando nel proprio

immenso impero barbaramente ieratico ed esercitato da un continuo moto

di espansione alle frontiere turche ed orientali, dovette invece

riconfermarvisi senza poter insistere efficacemente al di fuori

sull'Europa occidentale: la Prussia se ne giovò all'interno per

disciplinare il nazionalismo dei propri popoli entro la forma monarchica

e sotto la direzione della propria dinastia: l'Austria per posizione

storica e per necessità dialettica rimase sola rappresentante della

santa alleanza contro ogni innovazione rivoluzionaria. La sua politica

fu quindi di reazione e di compressione. Ma siccome le conseguenze dei

principii liberali sollecitate dall'inesauribile fecondità delle forme

rivoluzionarie penetravano per ciascun vano delle leggi avvelenando ogni

differenza del suo impero eterogeneo, la diplomazia austriaca assunse

terribili modi inquisitoriali. Per impedire le manifestazioni del

pensiero si impegnò contro di esso in una guerra universale senza requie

e senza fine. Talleyrand, coll'inventare allora la parola legittimità in

favore dei re, suggerì ai popoli quella di liberalismo: mentre la

rivoluzione, condannata dall'inerzia nei fatti a raddoppiare di vigore

nell'idea, trascinava la monarchia ad una discussione di principii, per

imporle anticipatamente la sconfitta.

La nuova geografia politica d'Europa differì dalla vecchia, ma non

rivelò abbastanza l'immenso mutamento avvenuto nella storia europea. La

Russia si accrebbe della Finlandia, della Moldavia e della Bessarabia;

la Prussia si raddoppiò quasi, divorando gli stati inferiori limitrofi;

nella Germania, sempre unita federalmente, Prussia ed Austria si

equilibrarono, traendola colla fatalità del loro inconciliabile dualismo

a stringersi piuttosto intorno a quella che a questa, per formarsi in

nazione. La supremazia onorifica della dieta restava all'Austria, quella

politica cresceva alla Prussia.

I Paesi Bassi furono ceduti all'Olanda come doppio freno per la Francia

e per il settentrione; l'Italia ricadde sotto il protettorato austriaco.

Condizioni italiane.

Tutte le vaporose speranze suscitatevi dal trambusto rivoluzionario

erano svanite ai primi venti freddi della reazione: le promesse russe

nel 1805 di unirla in una confederazione di tre soli stati, alla quale

sarebbero alternativamente capi il re di Piemonte e quello delle due

Sicilie col papa gran cancelliere; le altre dell'arciduca Giovanni nel

proclama del 1809, quelle del Nugent e del Bentinck nel 1813 e 1814, le

ultime del Murat e del Beauharnais più segrete e credibili, tutte erano

egualmente dimenticate. L'Austria rassicurata nelle sue prime menzogne

all'Italia dal trattato di Praga (1813), libera ora per quello di

Vienna, si disponeva a stendere sulla penisola il sudario gelato della

propria tirannide.

Gli stessi principi avrebbero forse con unanime codardia invocato il suo

appoggio, se con pronto ed insidioso proposito non si fosse ella stessa

affrettata a porgerlo. I popoli, ancora senza vera opinione politica,

rientravano inconsciamente sotto la ristorazione quasi a riparo della

troppo lunga procella rivoluzionaria, mentre i principi, annullati dalla

rivoluzione, ritornavano al potere con un odio esasperato da umiliazioni

ventennali, preceduti da uno sciame di aristocratici ingordi ed

abbietti, intolleranti ed intollerabili. I preti, deliranti di ignobile

entusiasmo per il ripristinamento del potere temporale, si accingevano a

riconquistare sulle coscienze l'antica autorità medioevale; la stessa

borghesia, più implicata nella rivoluzione, per l'impossibilità

d'intravedere salvezza in qualunque sistema politico avvenire, si

lasciava andare ad una rassegnazione suaditrice ai nuovi despoti di ogni

assolutismo.

L'imperatore Francesco, gelida natura di tiranno, si era affrettato a

dichiarare coi delegati lombardi e col marchese di San Marzano legato

sardo a Vienna, che i lombardi dovevano dimenticare di essere italiani.

La costituzione, se può così chiamarsi, conceduta al Lombardo-Veneto

dichiarato regno, consisteva nel governo di un vicerè e in due ordini di

congregazioni provinciali e centrali, diciassette le prime e due le

seconde. Le congregazioni centrali si componevano di un deputato nobile

e di un borghese, mandati da ciascuna provincia e da ogni città regia:

le città regie erano tredici in Lombardia e nove nel Veneto. Non vi si

era eleggibile che possedendo un reddito annuo di quattro mila scudi in

beni stabili, mentre per le congregazioni provinciali bastavano soli

duemila. Ineleggibili i sacerdoti e i publici funzionari; gli eletti

duravano in carica sei anni; per l'elezione alle congregazioni

provinciali ogni municipio proporrebbe un nobile ed un borghese; ogni

congregazione provinciale trarrebbe da quei nomi la terna da proporsi

alla congregazione centrale, e il governo nominerebbe. Per le

congregazioni centrali i municipi proponevano, le congregazioni

provinciali facevano la terna, e il governo sceglieva. Questa

rappresentanza senza rappresentanti doveva dare avviso sulle operazioni

censuarie, sulla distribuzione delle imposte, sulle rendite e sulle

spese dei comuni, sull'amministrazione degli istituti di beneficenza: il

governo l'ascolterebbe o no. Il governatore adunava, presiedeva,

proponeva il lavoro, decideva, licenziava; anche per indirizzare

suppliche all'imperatore occorreva il permesso.

Queste le massime concessioni. Poi nel 1815 l'Austria, fatta più sicura

dalla calma apparente di ogni spirito rivoluzionario, introdusse la

coscrizione militare e i propri codici, secondo i quali bastava un

indizio solo a togliere la libertà ad un accusato: a questo si negava

qualunque conoscenza sugl'indizi dell'accusa nei casi urgenti, e tutti i

casi potevano esserlo egualmente; il giudizio era statario.

L'arciduca Antonio, preposto al governo del regno, sembrò vergognarsene

e si dimise: l'arciduca Ranieri suo successore, meglio scelto dal

Metternich, non intese che a far danaro, lasciando facoltà di ogni

ribalderia ai governatori che ne commisero siffattamente da indignarne

persino storici tedeschi come il Gervinus.

In Toscana il ritorno di Ferdinando III, al quale l'Austria aveva

preservato il ducato nel congresso malgrado le insistenze del Labrador

legato spagnuolo che lo pretendeva per l'ex-regina d'Etruria, ricondusse

il governo delle leggi leopoldine contro ogni innovazione republicana o

napoleonica. Secondo le tradizioni della propria casa, il granduca fu

mite e cominciò da un'amnistia generale; ma il suo concetto di uno stato

patriarcale senza nè carattere nè idee politiche, frollato nella

mansuetudine di una vita di obbedienza e di comodi materiali, era forse

più nocivo delle feroci reazioni piemontesi e napoletane allo spirito

nazionale. Una polizia vigile e destrissima chiamata per ironia _buon

governo_, vi finì di avvelenare la publica coscienza, insidiandone tutti

i pensieri: furono soppressi i monti di pietà, chiuse le scuole delle

arti, richiamate al governo le nomine dei gonfalonieri e dei priori

schiacciando così i resti della vita municipale, patteggiata con Roma la

sanatoria dei beni ecclesiastici venduti, riaperti molti conventi ma

ricusati i gesuiti. Il Fossombroni, il Corsini e il Frullani, nuovi

ministri, resisterono nobilmente alla reazione, che avrebbe voluto

retrocedere oltre le riforme leopoldine; quindi evitarono l'insidiosa

offerta dell'Austria per una lega di tutti i principi italiani sotto

l'alta direzione di Vienna, senza poterne però scansare l'alleanza:

l'Austria doveva concorrere con 80,000 uomini e la Toscana con 6000 alla

difesa dei reciproci territori.

E la Toscana parve allora modello di governo: infatti a Napoli, a

Torino, a Roma le cose andavano ben peggio.

Re Vittorio Emanuele I, tornato dalla Sardegna, nella quale dimorando

otto anni non aveva procurato miglioramento di sorta, quantunque la

condizione del paese senza strade e senza commerci, colle terre incolte

per difetto di bestiame e soggette quelle dei poveri a servitù di

pascolo e ad imposte esorbitanti, mentre quelle dei ricchi e le città ne

erano esenti e il clero dissanguava le popolazioni già esangui colle

decime, fosse miserrima, non recava che odio alla rivoluzione in una

mente chiusa ad ogni idea moderna. Vile e superstizioso, vano ed

implacabile, circondato da ingorda aristocrazia, si accinse con un

corteo di fantasmi a ricostrurre il passato.

Quindi ristabilì le dignità e i dignitari del 1798, prendendone i nomi

nel vecchio calendario del Palmaverde, abolì le ordinanze dei francesi,

ripristinò la nobiltà, le commende, i fedecommessi, le primogeniture, i

fori privilegiati, gli uffici di speziale e di causidico, le sportule

per i giudici, l'interdizione dei protestanti, i distintivi degli ebrei,

le procedure segrete, ogni tortura. Dando forza retroattiva all'editto

21 maggio 1814, che richiamava le costituzioni del 1770, turbò le

persone e i patrimoni, annullò i matrimoni contratti civilmente, cassò

gli affitti non cessanti nel 1814, sbandì i francesi stanziati nel regno

dopo il 1796, trattò di chiudere la via del Moncenisio e di abbattere il

ponte sul Po, perchè costruzioni francesi. Destituì venticinque

professori d'università nominati dalla Francia, e di demenza in demenza

richiamò alle bandiere i coscritti del 1800 supplendo coll'ingaggio ai

morti ed agli invalidi. Ipoteche, riforme amministrative, regolare

graduazione di giudizi, tutto fu cancellato; imposti comandanti militari

alle provincie con giudici mal pagati e costretti a vivacchiare colle

sportule dei litiganti. Sola istituzione napoleonica conservata, la

polizia, ma affidandola a gendarmi feroci ed irresponsabili. Non più

sovranità di legge: lettere regie limitarono contratti, ruppero

transazioni, annullarono sentenze per arricchire la nobilaglia

impoverita; infamie e brogli imperversarono fra iattanze militali ed

aristocratiche, al di sopra delle quali l'implacabile egoismo del re

faceva pensare alle peggiori mostruosità dei governi orientali.

La cosa giunse a tale che i governi di Francia, d'Inghilterra, persino

di Russia, ne fecero rimostranze consigliando a Vittorio Emanuele un

temperato regime costituzionale. Ma solamente il minaccioso dilatarsi

dell'influenza austriaca arrestò questa pazza reazione del Piemonte, e

persuase al re la necessità di ordini più vitali. Infatti per riordinare

l'esercito ricorse al generale Gifflenga di scuola napoleonica, e col

conte Prospero Balbo surrogò agl'interni l'inettamente reazionario

Borgarelli. Poco dopo, alle insistenti proposte dell'Austria per una

lega di principi italiani, potè, validamente patrocinato dallo czar, non

solo ricusarsi come la Toscana, ma tentare contro la stessa santa

alleanza una lega segreta di stati minori, quali la Sassonia, la

Baviera, Napoli e Roma, che naturalmente abortì. In questa iniziativa e

nella resistenza opposta all'Austria, intesa ad ottenere dal vecchio re

l'abolizione della legge salica per trasportare sul capo di Francesco

d'Este, duca di Modena e marito della sua unica figlia Beatrice, la

corona contro i diritti del ramo Carignano, giacchè nemmeno Carlo

Felice, fratello di Vittorio Emanuele, aveva figli, fu la salvezza e il

grande avvenire del Piemonte.

Nei due ducati di Lucca e di Parma, scaduti all'infanta Maria Luisa di

Borbone e a Maria Luisa d'Austria moglie di Napoleone, con diritto di

riversibilità di Lucca alla Toscana e di Parma ai Borboni di Lucca nella

morte delle due duchesse, la reazione somigliò piuttosto a quella della

Toscana che di Piemonte. L'ex-imperatrice, perduta in ignobili amori,

mentre Napoleone grandeggiava ancora alto sul mondo dallo scoglio di

Sant'Elena, non ebbe maggior coscienza politica che morale e concesse

all'Austria facoltà di presidio in Piacenza, lasciando il governo del

ducato agli amanti.

Del marito e del figlio, fra un poema conchiuso e una tragedia che

incominciava, ella non sentì nè la grandezza nè la pietà: cattiva sposa

e madre peggiore, non si ricordò di essere stata imperatrice e s'accorse

appena di essere duchessa; anodina nipote di Carolina di Napoli e di

Antonietta di Francia passate attraverso la rivoluzione, quella

coll'eroismo disperato della tirannia, questa col romanticismo infelice

della regalità, ebbe i difetti di entrambe senza il prestigio del loro

carattere.

Maria Luisa di Borbone, traslocata dall'effimero ducato a Lucca, mutò i

capricci amorosi della gioventù nei capricci bigotti della vecchiaia,

senza lasciare del proprio estremo passaggio politico altra traccia che

l'aver ricusato per suggestione dei preti l'offerta delle tre legazioni

come nuovo ducato, prima e indarno pretese dall'Austria.

Francesco IV di Modena invece, gareggiando nella reazione con Vittorio

Emanuele I e Ferdinando IV, l'inaugurò con publico bando, nel quale

ripristinava il governo anteriore al 1797. Quindi vennero ristabiliti

cogli antichi codici i tribunali ecclesiastici e i privilegi dei nobili,

rimessi i gesuiti affidando loro l'istruzione della gioventù. Una

persecuzione poliziesca insidiava tutti coloro segnalatisi per valore o

per impieghi nella rivoluzione e nell'impero napoleonico; si violavano

case e coscienze, si compravano segreti, s'inventavano congiure.

Francesco IV, ghibellino a Vienna, guelfo a Roma, gesuita dovunque,

concepiva politica e stato come gli antichi signori del rinascimento,

risognando impossibili combinazioni che gli dessero tutta l'Italia. Si

era tenuto così sicuro della successione di Piemonte per la propria

moglie Beatrice, che nel 1814 aveva fatto ai collegati formale domanda

del porto della Spezia, a fine di avere aperta una via facile e sicura

per l'isola di Sardegna. Bazzicava preti per mutarli in istrumenti di

politica, come avrebbe trattato coi carbonari per comprometterli nei

propri disegni; ma altrettanto vile nell ingegno che nel carattere, così

inetto generale che angusto statista, parodiando inconsapevolmente gli

antichi signori, non era più che una caricatura fra i nuovi despoti.

Degno di lui Ferdinando di Borbone, IV a Napoli e III in Sicilia,

profittò della propria reintegrazione a re delle due Sicilie per

intitolarsi I. Quantunque sotto la pressione di Bentinck avesse

conceduto agli isolani una costituzione imitata sul modello inglese,

poscia diffuso contro l'ultima impresa di Murat un proclama al popolo

napoletano, nel quale riconosceva la sovranità popolare promettendo ogni

libertà costituzionale, appena sicuro di sè cassò la costituzione

siciliana invisa all'Austria e non più difesa dall'Inghilterra, la quale

spinse l'abbiezione fino a consegnare nelle mani del tiranno i nobili

siciliani recalcitranti. A Napoli invece il re, dimentico di tutte le

promesse, rientrò nella reggia con aspetto così grullo che gelò

l'entusiasmo stesso dei lazzaroni usi alla teatrale maestà di Murat. Si

ricostruì l'antico governo: il regno continentale fu diviso in quindici

provincie, la Sicilia in sette valli; nuovi codici compilati a cura del

Tommasi, miglior ladro che giureconsulto, tolsero quasi tutti i benefici

dei codici napoleonici, s'introdussero delitti di lesa maestà e quattro

gradazioni nella pena di morte; degli antichi tre bracci parlamentari

non fu più parola. Il Tavoliere delle Puglie, distribuito dai francesi

fra piccoli possessori, fu ridato in possesso comune, danneggiandone i

recenti agricoltori ed inceppandone per sempre l'agricoltura. Il governo

affidato al Canosa infuriava con ogni sorta di ribalderie e di ribaldi,

opponendo la setta assassina dei calderari alla setta politica dei

carbonari: rifermentavano le ferocie della prima reazione, bande armate

infestavano con tanta spavalda sicurezza che si dovette patteggiare con

esse quasi con nemico regolare, per scannarle poi violando la

capitolazione. Col concordato di Terracina (1818) si riconcessero alla

curia romana pressochè tutti i privilegi cassati dal Tanucci insino alla

rivoluzione, indietreggiando di mezzo secolo in un giorno; le finanze

esauste per mala amministrazione, per peggiore assetto d'imposte e per

depauperamento del paese non bastavano più alle ingenti spese, dacchè

l'alleanza dell'Austria era costata 25 milioni di lire ed altrettante e

più ne costavano le truppe austriache stanziate nel regno. Inoltre le

codarde liberalità del re, fra le quali 60,000 lire al Metternich come

duca di Portella, 40,000 al Talleyrand duca di Dino e al Bianchi

generale austriaco nominato duca di Casa-Lanza dal paese dell'ultima

convenzione con Murat, 70,000 ducati d'oro a Nugent, ottenuti colla

vendita a vilissimo prezzo dei vastissimi tenimenti di Castelvolturno, e

i trattati commerciali coll'Inghilterra, colla Francia, colla Spagna,

finivano d'immiserire un erario che non era stato mai ricco.

La restaurazione borbonica, meno sanguinaria questa seconda volta, fu

però così inetta da togliere al regno ogni carattere di indipendenza.

Oramai Ferdinando non era più che un vicerè austriaco, difeso da truppe

austriache e solo in esso fidente. Ai reclami di Pietroburgo e di Vienna

destituì Canosa; cedette a Roma, al clero, all'aristocrazia, ai

lazzaroni, alla Francia, all'Inghilterra, alla Spagna, a tutti; la corte

onnipotente non comandava più, mentre in essa si organizzava per

interessi di casta l'opposizione al partito rivoluzionario. La monarchia

borbonica era piuttosto una negazione della rivoluzione che una

istituzione indipendente: serviva alle due classi estreme della società

contro la media, senza regnare con programma proprio. La stessa

unificazione della Sicilia, giovevole agli scopi ancora lontani

dell'unità nazionale, era stata meno un atto d'energia che una

conseguenza della uniformità legislativa lasciata da Napoleone come

necessità a tutti i governi. La bestialità di Ferdinando, barattante

persino i papiri in kanguros per arricchire il proprio serraglio, e le

ecatombi compiute nelle prime reazioni toglievano alla corte e al

governo ogni speranza di coscienza; i regi non erano più che una camorra

e i liberali una setta, entrambe egualmente bisognose del re: l'una per

difendere in lui i propri interessi, l'altra per incarnare in lui le

proprie idee costituzionali. Ferdinando invecchiato non rappresentava

più che l'inanime senilità della monarchia.

Roma stessa non era più Roma.

Quantunque Pio VII, ritornandovi, passasse di trionfo in trionfo, e

Murat a Cesena, Carlo IV di Spagna alle porte della città, la ex-regina

d'Etruria Maria Luisa e l'ex-re di Sardegna Carlo Emanuele a quelle del

Quirinale, gli si prosternassero in umili ossequi, e quest'ultimo,

geloso di essere il primo nell'avvilirsi, volesse baciargli il piede

mentre le popolazioni superstiziose assiepavano le vie osannando; il

pontefice riedeva troppo sminuito nell'autorità per riatteggiarsi

davvero a re. Già l'Austria aveva più volte accennato ad insignorirsi di

tutto il regno pontificio nelle guerre napoleoniche, quasi accettandone

la decadenza pronunciata dalla rivoluzione e da Napoleone: al trattato

di Parigi Metternich consegnava a lord Castlereagh una protesta contro

il ristabilimento del potere temporale, chiedendo la cessione dei

territori romani all'Austria pei diritti del sacro romano impero e per

gli accordi stipulati dianzi coll'Inghilterra. Più tardi insistette

gagliardamente per impossessarsi delle tre legazioni, e tutta la

diplomatica abilità del cardinale Consalvi, legato al congresso di

Vienna, non sarebbe bastata a contrastargliele, se Napoleone, fuggendo

dall'isola d'Elba e largheggiando di promesse col pontefice per farsene

un alleato, non avesse persuaso al congresso che bisognava cedere al

papa. Nullameno l'Austria conservava diritto di guarnigione a Ferrara e

a Comacchio.

Il regno papale distrutto dalla rivoluzione francese, assorbito

dall'impero napoleonico, veniva dunque negato dall'Austria in nome di

quello stesso sacro romano impero, al quale essa medesima aveva

rinunciato. Il papa ridiventava un principotto italiano soggetto al

protettorato austriaco, senza maggior prestigio politico degli altri.

Infatti il suo ritorno a Roma si macchiò di tutte le colpe reazionarie,

che infamarono quello dei Borboni e dei Savoia. Il cardinale Rivarola,

focosa natura di prete condottiero, mandato a Roma in qualità di legato

a _latere_, inaugurò la propria amministrazione provvisoria abolendo con

publico bando ogni legge e contratto napoleonico. Le antiche

ottantaquattromila leggi risuccedevano al codice francese; i vecchi

tribunali ecclesiastici alla corte di cassazione, i cardinali ai

prefetti, il monopolio dei prelati, l'inquisizione e la tortura agli

ordini liberali della rivoluzione. Si costituì una setta di sanfedisti,

fanatici ed assassini, che dovevano poi disonorare inutilmente religione

e governo papale. L'amministrazione dello stato, già migliorata dagli

altri principi prima della rivoluzione e dai papi invece conservata nel

vecchiume medioevale, si volle a questo ricondotta, cancellandovi ogni

traccia delle recenti migliorie; le milizie vennero racimolate per le

strade; il commercio e l'industria furono sottoposti all'arbitrio di

concessioni camerali; la censura peggiorò d'ignoranza fanatica; si

misero al bando tutti gl'impiegati liberali per sostituire loro chierici

in ogni uffizio laicale; si distrusse qualunque vita municipale; si

tolsero tutte le forme di elettorato politico ed amministrativo; si

perseguitarono patrioti, scienziati, scrittori, quanti per pensiero e

per opera si stimassero favorevoli alla passata rivoluzione. Rivarola,

in onta ai capitoli del trattato di Parigi, con una sola sentenza ne

colpiva 508.

La corte romana, timorosa dell'Austria e de' suoi maneggi per

l'abolizione del regno temporale, non ebbe il coraggio, e non poteva

averlo, di appoggiarsi alle idee liberali. Si ricusò all'alleanza

richiestale, ma non osò stringere contro Vienna l'altra col Piemonte;

fulminò i carbonari, nei quali il liberalismo era ancora inceppato da

troppe idee cattoliche e dal tradizionale rispetto alla monarchia, e non

pensò a propiziarsi le popolazioni con miglioramenti amministrativi.

Così il _motu-proprio_, col quale il Consalvi, unico uomo di stato a

Roma, intendeva a frenare la ridicola ed esosa reazione, non produsse

alcun effetto, e Pellegrino Rossi, futuro ministro di Pio IX, forse

anche allora propenso a un moderato governo papale, dovette scampare

esulando da Bologna.

Colle altre corti italiane le relazioni di Roma non furono senza

difficoltà. La Toscana, ancora imbevuta di idee giansenistiche e di

tradizioni leopoldine, ricalcitrava; a Napoli, Ferdinando intitolandosi

primo re delle due Sicilie intendeva rimangiarsi i vecchi tributi alla

Santa Sede, ma si lasciava poi trascinare al concordato di Terracina,

pel quale i beni ecclesiastici invenduti dovevano essere divisi fra i

conventi ripristinati, e sui libri introdotti nel regno si riammetteva

l'appello al papa. Vittorio Emanuele I parve resistere un istante alle

pretensioni di Roma ridimandante l'omaggio del calice pel ricavato

apostolico dei reali di Sardegna sui feudi di alcune diocesi; quindi,

cedendo alle paure religiose, disfece il concordato di Bonaparte e ne

strinse col Consalvi un altro poco meno grave di quella di Napoli.

L'Austria invece, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nominava

vescovi nella Lombardia esercitando poteri competenti a Roma, ma li

pretendeva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e di Venezia, e li ottenne

per privilegio dal papa nel 1817.

Nullameno Roma si mostrava diminuita. In molti paesi stessi del

concordato restava colpa pei dignitari ecclesiastici il comunicare

direttamente con Roma; in nessuno si erano ripristinate intere le

immunità reali personali e locali; limitato il diritto di acquisto delle

mani morte; quasi tutte le prelature di nomina o di proposizione

governativa, sorvegliati i possessi ecclesiastici, necessario

l'_exequatur_ regio; distrutti gli ordini e i feudi militari

ecclesiastici. Il clero sentendosi indebolito si appoggiava naturalmente

ai re, ma questi, sicuri dal liberalismo in quel primo fervore della

reazione, si sottraevano all'aiuto di Roma per memore timore della sua

pertinace tirannia. Le tradizioni del principato nel periodo delle

riforme risorgevano, giacchè i pericoli erano ancora remoti, la

rivoluzione lontana e Roma troppo vicina.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 29 / 30 段