Il principio religioso di questa non era ormai più attivo che come

superstizione di volgo cortigiano o plebeo; se parlamenti e corti vi

aderivano, i fatti che avevano distrutto il governo dei papi vivevano

ancora nella coscienza di tutti. D'altronde lo stesso pontefice Pio VII

aveva abdicato, e Napoleone e l'Austria credendogli si erano

impossessati o volevano impossessarsi di Roma; la rifioritura dei

privilegi chiesastici sbocciava fra quella dei privilegi aristocratici e

ne acquistava tutta l'antipatia e l'irragionevolezza. Poi la monarchia

sola si riaffermava assoluta, mentre aristocratici e preti non erano che

suoi valletti.

Roma era così avvilita, malgrado ogni superbia di concordati, che il suo

unico pensatore, capace eroicamente di proclamarla ancora signora del

mondo sulle rovine fumanti della rivoluzione, fu un laico, il conte

Giuseppe De Maistre, savoiardo per la cupezza della politica, francese

per l'impeto irresistibile dell'eloquenza. Infatti, gigantesco e fosco

come il medio evo del quale riassume l'anima e condensa la voce, De

Maistre nega ogni civiltà e progresso; per lui l'uomo è malvagio, nato

nel peccato, vivente di peccato e nel peccato malgrado ogni redenzione.

La vita dell'individuo e della società è quindi soggetta alla doppia

legge della espiazione e della riversibilità: «La terra è un immenso

altare, dove tutto ciò che vive deve essere immolato senza termine,

senza misura, senza interruzione, fino alla consumazione delle cose,

sino all'estinzione del male, sino alla morte della morte». Il giusto

soffre dunque per il peccatore, le rivoluzioni scontano le pene del

passato e le proprie in eccessi inevitabili. Le costituzioni debbono

essere suggerite da Dio, che non parla ai popoli che per mezzo dei re:

il re è il legislatore, carnefice e sacerdote della legge. Tutto è

quindi rivelazione, e poichè anche i re sono uomini e possono fallire,

la verità è a Roma depositata da Dio nel papato eterno, universale,

onnipotente. alto sul mondo come un faro, nebuloso e fiammeggiante come

un Sinai, dal quale s'ode di secolo in secolo la voce di Dio.

Era l'ultimo sublime sforzo della reazione medioevale, al quale Roma non

poteva prestarsi: Pio VII non era Gregorio VII.

Roma invece patteggiava nei concordati, accattando pel proprio regno,

destreggiandosi nella diplomazia, riorganizzando i gesuiti per lanciarli

di nuovo alla conquista di tutti i piccoli interessi e di tutte le

piccole coscienze. Il suo periodo di supremazia politica era passato, il

suo tempo religioso proseguiva adattandosi inconsciamente alla nuova

epoca storica; mentre la filosofia tedesca, riprendendo il lavoro della

filosofia francese nel secolo antecedente, invece di abbattere il mondo

della religione ne creava un altro, nel quale questa non era più che uno

fra molti elementi spirituali.

Roma abbandonò il proprio teologo o seguendolo da lungi lo diminuì nelle

interpretazioni col Cavedoni, col Leopardi, esoso genitore del grande

poeta, col Canosa, poliziotto stupidamente feroce, coi sanfedisti

inettamente superstiziosi e inutilmente assassini. La corte di Savoia,

dopo essersi giovata di De Maistre come ambasciatore a Pietroburgo, non

ardì servirsi di lui quale politico.

Il liberalismo.

Ma se il liberalismo non aveva ancora un ingegno così ardente di

scrittore come il De Maistre, si dilatava sotto le pressure della

reazione monarchico-religiosa con ammirabile celerità. Le idee di

uguaglianza, di sovranità popolare, di diritto civile e politico si

allargavano nelle coscienze: l'abbiezione del presente, malgrado i

vantaggi della sua pace, rendeva belle le memorie delle agitazioni

rivoluzionarie, quando esisteva il regno d'Italia, e le legioni italiane

si addestravano nel campo di Boulogne, battagliavano in Ispagna, in

Germania, in Russia, dappertutto; s'udivano in cuore le antiche fanfare,

agli occhi sventolavano le bandiere vittoriose. Impiegati, soldati,

politicanti, professori, mercanti, industriali, borghesi, popolani,

molti anche dell'aristocrazia malvisi alle corti, si rinfiammavano nelle

visioni del passato, beffando e contrastando alla ristorazione;

gl'interessi offesi si coalizzavano, la fugace unità della dominazione

napoleonica aveva interrotto la tradizione e scemata la certezza delle

divisioni federali. Criticando i nuovi governi si opponeva loro

inevitabilmente l'utopia di una Italia intera, poichè nella negazione di

ogni fatto politico deve contenersi l'affermazione di un fatto maggiore.

La partecipazione alla vita europea nei vent'anni della rivoluzione

aveva dato alle coscienze una elasticità, che soffriva della nuova

compressione. Tutti coloro abituati a pensare e ad agire odiavano quindi

una ristorazione, che non avendo passato da riprodurre interdiceva

l'avvenire. Mentre Napoleone, costretto ad amministrare con violenta

dittatura, manometteva i diritti di tutte le amministrazioni da lui

stesso liberate dei vecchi ceppi, i nuovi governi per imitare il suo

assolutismo richiamavano ogni ordine e diritto sotto l'arbitrio della

polizia. Una tirannide minuta ed odiosa soffocava così quelle speranze,

che già promettevano all'Italia la personalità nazionale.

Poi le confessioni di Napoleone prigioniero a Sant'Elena, nelle quali

riaffermava la necessità per l'Europa di ricostituire l'Italia, le

risollevavano.

Mentre gli stati prima della rivoluzione poggiavano su privilegi e

gerarchie immobili di classi, la rivoluzione, richiamando in disputa

ogni principio di autorità ed aprendo la società come una carriera

libera a tutte le forze individuali, aveva per sempre sommosso il loro

vecchio assetto. Nulla poteva più riaddormentare la svegliata

individualità. Ma poichè la rivoluzione era venuta dall'estero, le

coscienze italiane accogliendola non potevano intenderla ancora che

molto imperfettamente; i sentimenti anticipavano sulle idee; queste,

imbrogliandosi fra abitudini incorreggibili ed irrefrenabili velleità,

concordavano ad affermazioni fantastiche. Le monarchie, accolte con

ovazioni quasi unanimi da principio, ripugnarono ben presto; il

malcontento si accrebbe d'altre cagioni; infierirono pestilenze e

carestie, alle quali i governi non seppero in alcun modo provvedere. Il

bisogno di libero scambio fra tante dogane, di strade praticabili, di

leggi discusse, di giudizi publici, di sicurezza nel debito publico, di

uguaglianza nelle imposte, di pubblicità nell'amministrazione, di

libertà nel pensiero, nella parola e nei viaggi, di azione politica

nella vita, divenne passione, accumulando speranze e rancori, studi ed

armi, propositi di vendetta e di emancipazioni.

La carboneria, mescolatasi invano a tutte le congiure per costituire un

regno italico nelle ultime ore della rovina napoleonica, diramò le

proprie propaggini per ogni città ed ogni villa, cosicchè un rapporto

del governo austriaco l'estimò in breve ad 80,000 membri. Vi si era

rifugiata la maggior parte dei bonapartisti sdegnanti la ristorazione o

da essa ricusati. Nell'alta e nella media Italia le società degli

Adelchi e degli Adelfi, nate dal bonapartismo liberale, si

moltiplicavano, mentre i liberi-muratori già aderenti a Napoleone si

rivoltavano contro i nuovi governi legittimi; nelle Calabrie interi

municipi erano ordinati in Vendite di carbonari; queste avevano già

guadagnato le Romagne, il Piemonte, la Lombardia, i ducati di Modena e

di Parma. Altre sètte pullulavano. Maggiore fra esse l'Ausonia, che

giurava formare una republica italiana divisa in ventuno stati, ciascuno

dei quali manderebbe un deputato annuale all'assemblea sovrana;

assemblee provinciali nominerebbero corti di cassazione, consigli

dipartimentali, distretto e cantone, capi delle guardie nazionali,

arcivescovo, prefetti dei seminari e dei licei. Il potere esecutivo

sarebbe affidato a due re di terra e di mare eletti per ventun anni

dall'assemblea senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva, il più

povero pagherebbe un settimo della propria rendita, il più ricco sei

settimi; il papa sarebbe pregato di diventare patriarca della republica

dietro risarcimento dei beni temporali toltigli; il collegio dei

cardinali non risiederebbe nella republica, ed eleggendo un nuovo papa

questi risiederebbe altrove; conservati degli ordini monastici solo i

mendicanti.

Tale il concetto fantastico e bigotto dei settari di allora.

I carbonari non erano molto più pratici, benchè a contatto della

Francia, nella quale Buonarrotti socialista discepolo di Baboeuf li

aveva trapiantati, assorbissero idee più positive. Alti personaggi come

Lafayette, Dupont de l'Eure e Luigi Bonaparte, figlio del re di Olanda,

vi mestavano; ma l'arcadia politica dominava ancora tutte le sètte. Il

romanticismo diffuso dalla letteratura si compiaceva nel segreto e nel

terrore d'iniziazione teatralmente tragiche: si tenevano adunanze

misteriose, si lanciavano minaccie ai sovrani e si colpiva raramente

qualche poliziotto; s'inventavano lugubri scherzi per atterrire le

fantasie e spaventare i governi. Ma questi, inseverendo nella reazione,

spingevano allo scoppio: le sètte reazionarie spalleggiate dalle polizie

cercavano a sfida le liberali, i moti rivoluzionari della Grecia

accendevano gli animi, si attendevano esplosioni in tutta l'Europa. Un

mondo sotterraneo si agitava sotto il mondo politico della ristorazione;

piccole ribellioni a Macerata e nel Polesine (1817) represse ferocemente

dal papa e dall'Austria iniziavano la guerra, mutando le forche in

labari e i condannati in eroi. La santa alleanza, congregata ad

Aquisgrana (1818), stringeva i freni del dispotismo, stabilendo di

impedire ogni governo costituzionale e spronando a repressioni

implacabili; il dispotismo nel precisarsi schiariva la libertà; il

duello segreto delle sètte colle polizie assumeva proporzioni europee.

Spagna, Francia, Germania fermentavano; l'Italia era tutta minata, e

nullameno l'imminente esplosione non doveva fare che poco fumo e

fracasso.

Le società, appunto perchè segrete, perderebbero la voce nel gran giorno

della pubblicità. L'immensa massa del popolo incapace di entrare in esse

non poteva comprenderle; il loro lavoro segreto, parcellario e quindi

inorganico, non giungerebbe ad immedesimarsi istantaneamente colla vita

del popolo secondo le necessità della rivoluzione. La coscienza politica

era ancora allo stadio sentimentale; si amava la libertà senza saperla

definire; dalle monarchie si attendevano costituzioni che nessuno si

curava di precisare; il concetto lirico dell'unità italiana veniva

negato ovunque dai risvegli federali; l'affratellamento delle congiure

non compensava la scarsezza di relazioni fra le provincie; il problema

del papato veniva peggiorato dalle idee religiose dei settari, che,

affermando per primo articolo la necessità del cattolicismo, negavano la

libertà religiosa. Mancava una città, una dinastia, una classe, un uomo,

nel quale imperniare il movimento; non armi, non denari, non ordini, non

idee. Le monarchie forti della identità di interessi, aiutate da Roma e

sorrette dall'Austria, avrebbero fatalmente prevalso alla borghesia

settaria, frazionata in sètte mal sicure di programmi e di capi.

Il problema italico non si era ancora rivelato ad alcuna coscienza nella

terribile semplicità dei propri termini.

L'Italia non poteva costituirsi nazionalmente che colla federazione o

coll'unità; per l'una e per l'altra, Austria e papato erano ostacoli

invincibili. Per la federazione bisognava che un accordo spontaneo e

quindi impossibile di principi concedesse ai popoli una stessa

costituzione liberale, dichiarando tosto la guerra all'Austria. Ma il

papa per il proprio principio teocratico non potrebbe concederla, e

l'Austria invaderebbe tutti gli stati prima che questi si preparassero

alla guerra. E dietro l'Austria minacciava la santa alleanza. Per

l'unità il problema peggiorava ancora: republicana, doveva sopprimere

tutti i principi; monarchica, divorarli con una conquista. Chi sarebbe

il conquistatore? E Roma? e Vienna? e la santa alleanza?

Invece il problema si sminuzzava in ognuno degli stati. I settari

sognavano un'incognita costituzione per emancipare se stessi,

disponendosi ingenuamente a dimenticare i compagni congiurati delle

altre provincie e ad agire magari separatamente come poi avvenne. Mentre

l'idealità e l'intenzione erano italiane, coscienza, metodo e scopo

erano ancora federali. Napoli si conservava tuttavia straniera a

Firenze, a Milano, a Genova, a Torino. Di Roma, sola capitale, centro

ideale storico, appena si parlava. L'imminente insurrezione non era e

non poteva essere che una fase del duello fra le sètte e le polizie, un

modo di pubblicità per le idee politiche, che, celate nelle società

segrete, si scoprirebbero al popolo nell'inevitabile e generoso disastro

d'una sconfitta. Quindi la necessità per l'insurrezione di fallire

discendeva non solo dalla mancanza di una coscienza e di un'idea

politica, ma dalla fatalità dell'Italia futura, alla quale simili forme

e moti angustamente ed egoisticamente regionali contraddicevano. Ogni

loro fallimento e le conseguenti rovine educherebbero gli animi a un più

largo concetto dell'Italia, togliendoli di prova in prova all'inganno di

compiere una rivoluzione colle monarchie della ristorazione. E poichè la

storia utilizza sempre le forme che mantiene in se stessa, quelle

monarchie risorte contro la rivoluzione francese dovevano servire alla

futura rivoluzione italiana, ammaestrando il liberalismo tanto col

combatterlo che col prestarsi ad assurde improvvisazioni costituzionali.

La federazione indietreggerebbe così lentamente dinanzi all'idea

dell'unità; il papato si scoprirebbe inconciliabile colla nuova Italia;

l'Austria resterebbe unico nemico della sua indipendenza; e la libertà,

sempre tradita dalle monarchie, si alzerebbe sopra di esse alla visione

della republica, o guadagnerebbe la meno trista fra loro, per

conquistare con essa tutta l'Italia e mutarla in nazione.

INDICE

LIBRO PRIMO: _Il federalismo municipale_ _Pag._ 7

CAPITOLO PRIMO. La fusione barbarica 9

-- L'individualità romana e cristiana 9

-- La federazione nell'impero 13

-- Fondazione del regno 16

-- Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca 24

-- Catastrofe del regno 28

CAPITOLO SECONDO. I Comuni 31

-- Loro origini 31

-- Vescovi e consoli 33

-- Guerre municipali 44

-- Le discese di Federico Barbarossa 47

-- La guerra delle città ai castelli 52

-- Il podestà 55

-- I guelfi e i ghibellini 60

-- Il capitano del popolo 62

-- Ezzelino da Romano 64

-- Carlo d'Angiò 66

-- I tiranni 69

-- Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo 72

CAPITOLO TERZO. Le Signorie 78

-- Loro primi atteggiamenti 78

-- Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto 83

-- Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia 85

-- Trionfo dei signori 88

-- Cola di Rienzi 91

-- Il cardinale Albornoz 94

-- L'unità ideale italiana 98

-- Petrarca e Boccaccio 100

CAPITOLO QUARTO. Venezia nella storia italiana 103

CAPITOLO QUINTO. La rivoluzione militare 108

-- Incapacità militare dell'Italia 108

-- I masnadieri 109

-- I condottieri 113

-- Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche 117

-- Trionfo delle capitali 121

-- Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia 124

CAPITOLO SESTO. I principati 128

-- Il secolo XV 128

-- Impossibilità del regno 133

-- Lodovico il Moro e Alessandro Borgia 137

-- Leone X e Lutero 141

-- Lodovico Ariosto e Nicolò Machiavelli 148

-- La retrogradazione d'Italia 153

LIBRO SECONDO: _Gli Stati_ 157

CAPITOLO PRIMO. L'epoca della Riforma in Italia 159

-- Condizioni spirituali 159

-- Contraccolpi politici 163

-- I gesuiti 165

-- Attività del Piemonte nella decadenza degli altri stati

italiani 168

CAPITOLO SECONDO. La rinnovazione dello spirito nazionale 179

-- Torquato Tasso 179

-- Gli scrittori politici 182

-- Giordano Bruno e Tommaso Campanella 185

-- L'emancipazione scientifica 193

CAPITOLO TERZO. I regni del Piemonte e delle due Sicilie 198

-- Il secolo di Luigi XIV 198

-- Venezia, Genova e la Corsica 203

-- Gli altri principati italiani 206

-- Il Piemonte nelle guerre di successione 208

-- Il Papato 215

-- Il nuovo problema italico 216

CAPITOLO QUARTO. Genio e carattere nazionale durante

la formazione dei due regni 219

-- Le scuole politiche 219

-- Giambattista Vico 222

-- Pietro Giannone 228

-- Metastasio e Goldoni 233

CAPITOLO QUINTO. Il periodo delle riforme 236

-- Influenza europea 236

-- Le due Sicilie 240

-- Parma e Piacenza 242

-- La Toscana 244

-- La Lombardia 247

-- Il Piemonte 249

-- Lo Stato pontificio 250

-- Soppressione dei gesuiti 252

-- Giuseppe Parini 256

-- Vittorio Alfieri 259

LIBRO TERZO: _La democrazia moderna_ 265

CAPITOLO PRIMO. Le repubbliche 267

-- Rivoluzione francese 267

-- Condizioni della penisola 274

-- Discesa di Napoleone 277

-- Costituzioni repubblicane 279

-- Assetto rivoluzionario 285

-- La reazione Austro-Russa 289

CAPITOLO SECONDO. Fine delle republiche 299

-- Il consolato francese 299

-- Battaglia di Marengo 300

-- Il concordato 303

-- Consulta di Lione 306

CAPITOLO TERZO. I regni francesi in Italia 309

-- L'impero francese 309

-- Quarta e quinta coalizione europea (1807-1809) 313

-- Mutamenti politici in Italia 319

CAPITOLO QUARTO. Caduta di Napoleone 333

-- Campagna di Russia 333

-- Catastrofe dei regni francesi in Italia 338

-- I cento giorni 344

-- Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese 348

-- Vincenzo Monti 351

-- Ugo Foscolo 352

-- I poeti dialettali 354

CAPITOLO QUINTO. L'Italia sotto la reazione della santa

alleanza 358

-- Il trattato di Vienna 358

-- Condizioni italiane 361

-- Il liberalismo 373

* * * * *

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (Brunswick/Brünswick, republica/repubblica e simili),

correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 30 / 30 段