compresero poi alcuno dei caratteri, Monti e Foscolo rappresentarono
meravigliosamente la generazione da essa sorpresa. Appena l'Italia prese
fuoco alla rivoluzione, la sua senile letteratura ammutolì. Le
carneficine di Parigi e il rombo delle guerre francesi, caccianti
austriaci, principi e papi per improvvisare republiche servili ma
rivoluzionarie, sconvolsero il classicismo compassato dei retori,
predisponendoli all'opposizione. Ma l'abitudine della servitù e
l'apparire trionfale di Napoleone imperatore li riconciliò alla
cortigianeria: allora tutti, capi politici ed amministrativi, ministri e
deputati, scienziati e filosofi, poeti e prosatori adularono. L'oraziano
Fantoni, che aveva protestato per l'annessione del Piemonte alla
Francia, non osò continuare; Monti, di già glorioso per avere imprecato
nella _Basvilliana_ alla convenzione regicida, maledisse poco dopo al
sangue del _vile Capeto succhiato alle vene dei figli di Francia_;
Cesarotti, il bardo ossianico, sentì scoppiarsi alle labbra la tromba
della gloria soffiandovi dentro il nome di Napoleone; solamente Alfieri,
sopravissuto al proprio periodo e ributtato dal nuovo, proruppe ad un
odio misantropo, che gli fece approvare persino gli inutili assassinii
sui francesi e scrivere col sangue avvelenato del proprio cuore il
_Misogallo_. Foscolo, classico e republicano, coll'anima onesta di
Parini e il carattere sdegnoso d'Alfieri, si cacciò all'opposizione
liberale, sognando una Italia republicana.
Gli scienziati blanditi da Napoleone, o solitari nei propri studi, poco
intesero e sperarono nel movimento; i più si appagarono di vani onori e
del più vano grado di deputato nel collegio dei dotti, limbo nel quale
Napoleone chiudeva anticipatamente qualunque pensiero potesse
resistergli. Filosofi veramente degni di questo nome e che potessero
dare alla loro filosofia la importanza raggiunta dallo Spallanzani, dal
Volta e dal Lagrange colle moltiplicate scoperte alla scienza, l'Italia
non aveva. Mentre il Soave trionfava dietro Condillac malgrado la forte
opposizione del Gerdil, e Draghetti cercava di fondare la psicologia
sull'istinto, e Miceli respingendo l'ontologia di Wolff s'affrettava a
un sistema di tutte le scienze, e Pino, Palmieri, Carli, Borrelli
combattevano oscuramente per soccombere sotto la fama di Tracy,
Romagnosi e Gioia, poco letti e meno stimati, guidavano il pensiero
italiano verso il secolo XIX. Superiore al Janelli, che si era smarrito
entro la vastità di Vico, Romagnosi tentò di naturalizzare le idee
straniere, ripensandole nel metodo italiano. Quindi Bonnet, Smith,
Condillac, Bentham ripassarono per il suo sillogismo entro interminabili
esposizioni polemiche, per naufragarvi in spiegazioni non abbastanza
originali e male sorrette dalla logica stecchita degli enciclopedisti.
Il suo ingegno, mezzo italiano e mezzo francese, sorpreso
nell'affacciarsi al secolo XIX dall'immenso moto napoleonico, perdette
il coraggio della propria rivoluzione malgrado l'oscura necessità
dialettica, che lo spingeva a geometrizzare tutte le idee per assicurare
la filosofia nella scienza. Infatti, sempre più giurista che filosofo e
miglior analitico che sintetico, Romagnosi dovette smarrirsi nella
storia; derise Hegel conoscendolo appena da alcune pagine di Lerminier,
comprese male Vico e lo combattè peggio per concludere a questo concetto
spaventato e spaventoso: che la civilizzazione in sostanza non è che
un'arte arbitraria e la storia una composizione del caso. Così,
spiritualista nella ricerca delle _cause assegnabili_, si mostrò
inconsciamente positivista nelle scienze morali; e le sue opere migliori
rimasero la _Genesi del diritto penale_ e il _Diritto publico
universale_, quantunque il fondamento filosofico ne sia scarso e la
modernità troppo annebbiata. Mentre la Germania aveva Hegel e la Francia
Comte, l'Italia soccombeva ancora con Romagnosi alla fatica di
assimilarsi le idee europee, o brancicava con Melchiorre Gioia tutti i
fatti, studiando invano il metodo per disciplinarli. Questi pure,
seguace del Bentham nell'economia e del Locke nella logica, tentò
coll'istinto delle terre lontane di fondare la _Filosofia della
statistica_ e radunò nel _Prospetto delle scienze economiche_ sopra ogni
materia i giudizi dei dotti, le opinioni dei popoli e gli esperimenti
dei governi. Se non che il numero dei fatti lo imbrogliò; dai fenomeni
non giunse ad indovinare le cause, teorizzò arbitrariamente su fatti
pochi e talvolta incerti: non comprese la morale, trascurò il popolo, e,
proclamando la tirannide amministrativa, obliò troppo spesso i rapporti
fra l'economia politica e la legislazione, fra i periodi della storia e
i caratteri della società. Vero economista dell'epoca napoleonica,
maneggiò i numeri come soldati, lanciandoli alla conquista del mondo
senza più cura degli errori che dei morti se la vittoria gli
sottomettesse la ragione su fatti futuri, o se nel circuire un'idea coi
propri calcoli, come un esercito blocca una fortezza, potesse far pompa
di molte forze. Però, come impossessandosi di una città non se ne
conquista nè la storia nè lo spirito, così dilatando le condizioni e le
conseguenze materiali di un'idea non se ne ottiene l'essenza.
Nullameno Romagnosi e Gioia furono i due spiriti più moderni del periodo
napoleonico, nel quale, influenzando sull'educazione della gioventù,
quantunque senza rivolgersi direttamente al popolo, prepararono più
efficacemente d'ogni altro scrittore la sua nuova coscienza alle idee
rivoluzionarie.
Vincenzo Monti
Il poeta della loro epoca, lirico, pomposo, sonante, è Monti. Nella sua
fantasia infatti le nozze di un principe romano assumono la importanza
d'una battaglia europea, la scoperta di Montgolfier provoca lo stesso
entusiasmo che la nomina a cardinale di un protettore. Ignorando la
Grecia e il greco traduce nullameno Omero nella musica di un
endecasillabo rimato sulle guerre napoleoniche; quindi, sferzato dalla
nobile ira di Alfieri, improvvisa tragedie, nelle quali il pensiero si
spampana in aforismi morali e la passione si squaglia nell'incandescenza
delle parole. Dall'assassinio di Ugo Basville prende argomento ad un
poema, che dovrebbe significare la lotta fra Roma e la rivoluzione
francese, ma non comprende nulla alla loro antitesi: e sogna, immagina,
sentenzia con vena inesauribile, nascondendo il voto del pensiero nel
rombo della frase, perdendosi nel volo del proprio estro che uguaglia
spesso quello dell'aquila. Lo dissero un Dante redivivo, e somigliava a
Dante come uno stucco somiglia ad un marmo. Dante è la coscienza
costretta a diventare poesia dalla propria intensità; Monti è la
fantasia inconsapevole, aperta a tutti gli spettacoli, abbandonata a
tutti i venti, satura di tutti i colori, vibrante di tutti i suoni. La
confusione europea, gettandolo dalle imitazioni classiche alle
romantiche, non gli toglie nè scioltezza, nè arditezza; ma _Prometeo_,
la grande tragedia dell'anima, si muta nel suo canto in una novella
mitologica, le battaglie entro i dizionari per la classicità delle
locuzioni diventano le più vere di tutta la sua vita; vede sempre in
Napoleone un Giove, e lo maschera col paludamento degli imperatori
romani, mentre Canova egualmente classico, capovolgendo l'errore, lo
scolpisce nudo col mondo in mano nel cortile di Brera. Le violenze delle
amministrazioni rivoluzionarie gl'inspirano la _Mascheroniana_, nella
quale vibrano robusti sdegni patriottici; poi Napoleone cade, e questa
immane caduta che trascina seco un mondo, questo immenso bolide, forse
il maggiore apparso nella storia, che traversando il cielo di due
continenti va a precipitare sopra un'isola deserta in mezzo all'oceano,
gli suggerisce appena una canzone, il _Ritorno di Astrea_ per gli
austriaci riconducenti la reazione e la schiavitù. Del suo tempo, della
Francia, dell'Italia, dell'Europa, Monti non ha che veduto la
fantasmagoria, ascoltato i suoni, ripetute le parole; idee e passioni
non lo hanno toccato. Ma nullameno riassume, come ogni grande poeta, il
proprio paese, nel quale la rivoluzione era piuttosto importata che
originale, e le idee si combattevano come gli eserciti per trionfare
altrove. Monti non riflette, non ama, non odia, ma si scalda a tutti i
fatti, s'interessa a tutte le scene, applaude tutti i vincitori, incita
tutti gli sdegni, dà il volo a tutte le speranze, e per evitare
rimpianti crede sempre a quello che appare. Quindi l'arcadia, calpestata
da Parini e da Alfieri, rifiorisce con lui in una poesia, nella quale
l'uomo è fuori del poeta.
Ugo Foscolo.
Ma poeta e uomo sorgevano contro Monti in Foscolo; se quegli era stato
il più numeroso poeta per tutti i vincitori; questi è l'eroe più nobile
del partito rivoluzionario, e la poesia deriva in lui dalla politica e
viceversa. Materialista ed entusiasta, scettico e credulo, egli si
dibatte già nel grande dramma del nostro tempo, fra le necessità atee
della scienza e quelle mistiche della religione. Come erede del secolo
XVIII, Foscolo è miscredente, come profeta del secolo XIX, sentendo che
la fede sta per riapparire nel mondo, soffre di non poterla accogliere e
la rimpiange come una illusione. Non è nemmeno italiano: l'Italia è per
lui una patria d'accatto. Ma alla sua coscienza la patria è più
necessaria della luce per gli occhi. Foscolo non può sentirsi uomo che
riconoscendosi ed essendo riconosciuto cittadino. La tragedia spirituale
gli si muta quindi in dramma politico. Questo si acuisce al punto da
comunicargli nel _Jacopo Ortis_ la malattia del suicidio; senonchè la
forte natura del poeta trionfa, l'esercizio della vita militare lo
risana, le crisi della politica lo irrobustiscono. Fin dal 1795, essendo
imprigionato dalla inquisizione di Venezia per cospirazione, e già degno
di ricevere dalla madre, una greca di Zante, l'eroico consiglio: «muori,
figlio mio, piuttosto che denunciare i tuoi amici». Il tradimento di
Campoformio contro Venezia lo sprofonda sempre più nella democrazia; più
tardi soldato volontario nelle truppe della cisalpina, vagheggiando
l'impresa d'Italia, la riconosce immensa, desolante, impossibile. Ma
quando l'astro di Napoleone sta per abbacinare il poeta, e Monti brucia
verso l'imperatore tutti gli aromi delle proprie strofe, e Giordani
disonorando la dignità della prosa italiana gli tesse il più ignobile
dei panegirici, Foscolo, smanioso di patria e di libertà, gl'impone di
mutarsi in un Washington per creare l'Italia, come un impresario avrebbe
potuto chiedere a Goldoni di mutare lo scioglimento di una commedia. Il
segreto, dell'epoca gli sfugge, le improvvisazioni effimere delle
violenze imperiali e la viltà di tutte le insufficienze democratiche lo
sbalestrano fuori del mondo fra i _Sepolcri_, ispirandogli il carme più
sublime del secolo. Quindi, ammalandosi di quella stessa miseria
d'Italia che vorrebbe guarire, Foscolo dalla cattedra di Pavia predica e
sferza, grida nelle liriche, protesta sul teatro colla _Ricciarda_ e
coll'_Ajace_.
Ma coloro stessi che rispondono alle sue parole non le comprendono. Alla
rotta di Lipsia rompe il proprio bando per partecipare alle congiure di
Milano contro Beauharnais, le quali invece di concludere alla libertà
producono la ristorazione del patriziato milanese e dell'Austria colla
più assassina delle sommosse. Laonde Foscolo, troppo tardi consapevole
dell'inganno, s'invola nobilmente all'infamia di nuovi onori nella
lontana Inghilterra. Ma nemmeno sulla classica terra della libertà trova
pace. Perseguitato dalle calunnie di tutti, esaurito dalle proprie
passioni, sfiduciato persino della storia d'Italia, si difende ancora
dall'accusa di non combattere l'Austria col rispondere che ogni
battaglia sarebbe inutile; finchè cessa di scrivere, e corroso dalla
miseria si spegne silenziosamente nell'oblio. In questo periodo l'ira
fantastica e rettorica di Alfieri è diventata passione in lui, senza che
il concetto di una nuova Italia gli si sia abbastanza schiarito nella
mente. Quindi egli la chiese egualmente alle sètte, a Napoleone, alla
cisalpina, inconsapevole dei principii, dei modi che le sarebbero stati
necessari; difese la republica di Venezia, forma esausta di più esausto
principato; sostenne il papa contro Napoleone, non accorgendosi che
l'abolizione del papato era il primo passo verso un futuro regno
italico; non comprese il popolo e che dal popolo solo poteva uscire la
nazione. Quantunque più vero del Monti, era anch'egli un classico ostile
alla modernità, appartato nell'orgoglio che il pensare e il sentire
sinceramente bastassero. Odiava la turba, il commercio, la volgarità
rivoluzionaria; adorava la libertà senza sospettare che la democrazia
fosse appunto il trionfo del numero sul genio e quella plebea
uguaglianza, contro la quale aveva nobilmente protestato nei _Sepolcri_.
I poeti dialettali.
Fra la coscienza solitaria del Foscolo e l'incoscienza espansiva di
Monti satireggiava l'istinto del Porta. Questi sorge improvvisamente
entro la pesante atmosfera del dialetto milanese per diradarla. Prima di
lui la Lombardia non ha poeti o tipi popolari consacrati alla gloria
della satira. L'antico Beltramo di Gaggiano, cacciato nell'oblio dal
Meneghino del Maggi, non è più ricomparso: ma lo stesso Meneghino,
impantanato nelle quattro commedie attraverso le quali si era mostrato,
sembrava presso a soffocare, malgrado tutti gli sforzi del Balestrieri
per allungargli la vita. Senonchè colla rivoluzione francese Porta
compare sulla piazza di Milano come uno sconosciuto onnipotente, al
quale tutta la città appartiene tosto; le parole gli svelano le Idee, le
idee gli disegnano le figure, le figure gli danno la scena. La sua
strofa rapida ed aerea coglie a volo le rime, scintilla, trilla, si
modula in tutte le gole, si adatta a tutte le intelligenze. Milano
stupita impara i versi prima di conoscere il poeta; questa nuova poesia
è così perfetta che naturalmente resterebbe anonima come i proverbi. Che
importa il nome del poeta? Ma egli è al centro dell'anima popolare,
pensa, sente, palpita, soffre, ride con essa. Porta, oscuro impiegato
napoleonico, rovista in quel sommovimento della vecchia società per
trarne fuori la caricatura. Il suo occhio è infallibile; la sua mano,
schizzando la figura della marchesa Travasa, una discendente di donna
Quinzia del Maggi, improvvisa un capolavoro. La marchesa Travasa parve
una rivelazione e diventò un funerale: tutta la vecchia aristocrazia
morì in lei. Ma il poeta nell'orgasmo della propria caccia colpisce
monache, borghesi, preti, cardinali, scuole del Lancastro, romanticismo
e liberalismo. Il suo buon senso inesorabile fa giustizia di tutto, la
sua satira stende l'inventario di quel mondo in dissoluzione, obliandosi
nella gaiezza dell'imprevisto e nella comicità dei difetti. Non è più la
satira di Parini e non è ancora quella di Giusti; il poeta non condanna
ma deride, non odia ma sberta, non strappa ma cincischia. Quel mondo,
che si sgretola, non è più abbastanza importante per irritarlo; l'altro,
che vi si sostituisce, non è ancora abbastanza organico per
contentarlo. Quindi Porta, dopo aver ghignato sull'aristocrazia e
sul clero, sorride sul popolo. I suoi due eroi _Giovanin Bongée_ e
_Marchionn-di-gamb-avert_, quest'ultimo tratto dai _Dialoghi_ del Maggi,
rappresentano non solo la minchioneria ma la viltà del popolo milanese,
sul quale s'accavallano le onde sanguigne dell'immensa tempesta
napoleonica senza che possa mai sollevarsi. _Giovanin Bongée_ e
_Marchionn-di-gamb-avert_ non sanno farsi rispettare dai soldati
francesi, che tolgono loro la moglie dopo l'amante; sono emancipati e
non aspirano ancora a surrogare i padroni dispersi dalla rivoluzione. Il
liberalismo dei democratici imploranti la libertà dall'imperatore, il
dispotismo dei regii promettenti la libertà nella ristorazione, la
nullaggine dei governi ridotti ad amministrazioni dai francesi, la
buaggine dell'Italia più che mai in balia del caso, senza coscienza,
senza stato e senza storia, fanno ridere il poeta; ma il suo riso,
abbastanza forte per non sgomentarsi in tanto cataclisma, è già una
speranza. Dietro al buon senso si prepara il carattere, dietro al buon
cuore si addestra il coraggio; quindi pochi anni dopo Tommaso Grossi,
nell'ammirabile novella dialettale _La fuggitiva_, dipingendo la
tragedia di una fanciulla che fugge da Milano per seguire confusa nel
tumulto della grande armata il proprio amante ucciso poi alla Moscowa,
getta il ponte dalla satira alla drammatica. La coscienza ha trovato se
stessa nell'eroismo dell'amore.
Milano, la città più avanzata d'Italia, è quindi la sola che con Porta
arrivi a dare la satira di se medesima. La poesia dialettale veneziana,
dal primo periodo del Calmo e del Veniero attraverso l'altro ricchissimo
del Baffo, del Labia, del Gritti e del Lamberti, finisce nella
insignificanza del Buratti ostile al regno italico e plaudente ai
tedeschi come il Monti. La poesia meridionale invece ha nel Meli un
poeta degno di rivaleggiare con Porta, e che rabbrividisce egli pure al
solo pensiero della rivoluzione. Ma poichè la Sicilia ha sempre sognato
la propria autonomia, il Meli ne tratta il dialetto come una lingua.
Nulla di più soave e di più elegante della sua poesia: Petrarca pare
grossolano e Poliziano sgarbato al confronto. Se non che il Meli, natura
riflessiva e sentimentale quanto il Porta era caustico ed espansivo,
sembra vivere tuttavia nel tempo di Rousseau e così soffre ancora di
quella sua triste malattia che vedeva nella natura un rifugio dalla
società. Il suo pessimismo si placa solo nell'idillio, o prorompendo
invece di fare la critica alla società, come nel grande ginevrino,
discende nel fondo della coscienza per processarvi amaramente l'opera di
Dio. Meli, contemporaneo del Porta, gli è anteriore di un periodo. La
bufera della rivoluzione, che caccia da Napoli Ferdinando e Carolina,
non basta a trarlo dal suo sonnambulismo: anzi il poeta entra nella
villa favorita dell'ignobile tiranno per baciargli la mano e chiedergli
come prezzo dei propri versi una pensione. Quando un fulmine colpisce la
statua dell'Europa a Palermo, Meli, spaurito dell'augurio e temendo che
le _genti collettizie_ della rivoluzione giungano anche in Sicilia,
prega santa Rosalia di preservare l'isola da tanto flagello: finalmente
nel _Sogno di venticinque anni_ racconta d'aver sognato che l'Europa era
sossopra con tutti i troni rovesciati e un milione di uomini morti e
morenti, e di essersi destato felicemente perchè tutto era ancora a
posto.
Ecco l'incomparabile poeta del mezzogiorno in faccia alla rivoluzione.
Il popolo italiano, cacciatovi dentro a colpi di baionetta, non la cantò
nè per amore nè per odio, non vi sentì la propria vita rinnovata, non vi
scorse il ritorno della gloria colle guerre, non vi distinse l'arrivo di
nuovi principii fra le catastrofi: quindi a Milano, la città più
avanzata e nullameno soccombente nell'ultima ora ad una reazione della
propria aristocrazia austriacante, Porta, cogliendo l'assurdo di quella
prima ricomposizione italica fra un patriziato senza carattere politico,
una borghesia senza carattere nazionale e un popolo senza carattere
morale, non potè scrivere che una satira sana ma incosciente,
irresistibile e leggera, nè amara, nè tonica.
CAPITOLO QUINTO.
L'Italia sotto la reazione della santa alleanza
Il trattato di Vienna.
Apparentemente la rivoluzione francese è vinta. Sulla republica e
sull'impero si rialza stranamente la antica monarchia dei Borboni, che,
accettando una _Carta_, sembra prestarsi ad un giuoco troppo breve per
essere pericoloso. Le invettive alla rivoluzione scrosciano ancora da
ogni parte d'Europa: l'Inghilterra, rispettata rappresentante della
libertà, insinua con Castlereagh le diffidenze più caparbie contro i
principii rivoluzionari; la Prussia, già sospinta nel nuovo periodo
della nazionalità germanica e quindi forzata ad irrobustire la propria
dinastia per mutarla in pernio storico, seguita a blaterare con ingenua
magnanimità contro l'invasione napoleonica; l'Austria, ridivenuta
suprema mediatrice nelle ultime coalizioni e cresciuta nella longanime
resistenza a massimo impero, si instituisce depositaria dell'autorità;
la Spagna, rientrata nell'indipendenza, s'infervora intorno all'ignobile
Ferdinando VII ricantando l'eroismo della propria guerra contro i
francesi; la Russia, attirata dall'immensa cometa napoleonica
nell'orbita europea, vi porta un misticismo politico oscillante con
ritmo misterioso fra libertà e servitù.
Nei trattati di Vienna, complemento a quello provvisorio di Parigi,
l'Europa preparavasi a restaurare il prisco edificio politico, riponendo
in bilancia come a Vestfalia tutti i propri interessi. La rivoluzione
non era stata che una sommossa e l'impero napoleonico che un'avventura;
ma poichè si riconosceva attraverso le antitesi delle loro due forme
politiche come un medesimo principio li avesse prodotti lanciandoli
vittoriosi sull'Europa, si mirava a contrapporne loro un altro,
rinfiancato con unanimi affermazioni di alleanze e con trasposizioni
arbitrarie di popoli soggetti. Naturalmente questo principio doveva
essere l'autorità regia delegata da Dio e testimoniata dalla religione.
La nuova importanza, ottenuta dalle monarchie colla umiliazione della
Francia, parlava abbastanza chiaramente contro di essa, che da tanto
eroismo e da tanto genio non aveva per colpa del principio
rivoluzionario guadagnato se non un restringimento di territorio e una
elemosina insultante di vita sotto lo scettro dei Borboni. Senza di
questi si credeva che sarebbe stata smembrata.