Intanto Napoleone non perde un minuto: la sua prodigiosa attività,

aiutata dalla mirabile organizzazione delle prefetture, riprepara

nell'impero sconvolto un nuovo esercito; la publica opinione, stordita

dal rombo di tanti disastri e dalle nuove grida di rivincita, non sa più

come giudicare: il linguaggio dell'imperatore suona altero come nei

giorni della vittoria. Napoleone batte moneta con ogni espediente,

deferisce la reggenza a Maria Luigia, e alla testa di un esercito di

coscritti si riavventa sulla Germania, pigliando l'offensiva. Murat, al

quale abbandonando i resti della grande armata aveva ceduto il comando,

inquieto per il proprio regno di Napoli, diserta vilmente; Eugenio, che

gli succede, non vale di più; Ney, che basterebbe forse contro tanta

rovina, non è che generale e deve ubbidire al vicerè. Ma la sesta

coalizione è già stretta. Prussia, Austria, Germania si rivoltano:

Blücher è il nuovo eroe prussiano, Schwartzenberg il generalissimo

aulico dell'Austria. Tutte le nazioni sono in piedi contro Napoleone al

grido d'indipendenza e nel nome della libertà; nullameno il terrore del

suo genio è tale che gli si offre ancora per confine il Reno conquistato

dalla rivoluzione. Egli non può accettarlo: la follia dell'impero lo

costringe a volerne i confini all'Oder e all'Elba; la storia ha bisogno

della guerra nazionale per svecchiare e chiarire la coscienza europea.

Quindi Napoleone, dimentico della Francia, non campeggia più che per il

proprio impero; a Lützen, a Wurschen, a Bautzen la vittoria gli sorride

ancora: l'Austria ingelosita del movimento tedesco diretto dalla Prussia

propone una pace per impedire la formazione di una nuova Germania:

Napoleone, più superbo che mai, ripretende l'integrità dell'impero

dall'Illiria ad Amburgo, e la guerra si rinfocola. Castlereagh

invelenisce col proprio odio inglese lo sdegno di tutta l'Europa,

Bernadotte e Moreau parricidi combattono contro la Francia, Jomini dotto

stratega svizzero la diserta; l'eroismo germanico emula quello della

convenzione: filosofi, scienziati, poeti, diplomatici, donne e fanciulli

si gettano alla guerra. Napoleone resiste invano: battuto a Lipsia, è

già vinto; costretto a ritirarsi in Francia, la difende colla foga di

una improvvisazione, che ripete i miracoli del 1796; ma tutto crolla

intorno. Il suo impero si sfascia come un scenario; i re improvvisati si

spogliano come tante comparse al finire del dramma. Wellington minaccia

i Pirenei, il principe di Orange solleva l'Olanda, le città anseatiche

insorgono, la confederazione del Reno è spezzata, Illiria e Tirolo si

scuotono; Murat, stupidamente traditore, s'accorda coll'Austria; la

Svizzera, giustamente ribelle, scrolla il protettorato francese.

Proposizioni di pace rallentano indarno questa guerra che deve

congiungere con due campagne inverse Parigi e Mosca; Napoleone ricusa

tutti i patti, non promette nessuna libertà, non domanda che soldati per

vincere. La Francia non ne ha più. Gli alleati, vinto il Reno senza

colpo ferire e violati gli antichi confini francesi, si congregano

ancora a Châtillon incerti sul come ordinare la Francia: la loro

esitanza in faccia alla rivoluzione li fa somigliare a gufi esposti al

sole. Napoleone delirante adesso esige il Reno e compensi per i propri

fratelli spodestati: suprema pretesa feudale, che solamente egli,

estremo imperatore militare, poteva affacciare! Ma Pozzo di Borgo, il

suo terribile rivale còrso, persuadendo agli alleati di marciare su

Parigi, dà la formula finale di questa guerra delle nazioni e spezza

l'incanto dell'impero.

Parigi disonora nella propria capitolazione se stessa e Marmont:

Napoleone, separato dal popolo per la fatale follia dell'impero, non

può, come Alessandro di Russia e la convenzione, bandire la guerra

nazionale; quindi abdica (1814) a Fontainebleau, riserbandosi la

sovranità dell'isola d'Elba e stipulando il ducato di Parma e Piacenza

per la moglie. Così il ridicolo si mesce al sublime. Il suo ultimo addio

non è alla nazione, ma ai soldati.

I Borboni rientrano in Francia sottomessi ad una costituzione, che

tradiranno, ma che ha già distrutto il principio della loro monarchia

divina.

Catastrofe dei regni francesi in

Italia.

In Italia il disastro della campagna di Russia aveva ingagliardito la

vecchia opposizione regio-cattolica.

Già da tempo questo partito, aiutato da Palermo, da Roma e da Vienna,

intendeva ad una restaurazione. Per esso il codice francese era una

tirannia e l'amministrazione napoleonica un saccheggio. Colle guerre del

1805 crebbe l'agitazione: il Polesine si dichiarò in favore

dell'Austria; l'anno seguente Parma si ammutinò nel nome del papa; nel

1807 i regii di Napoli sconfitti si unirono agl'insorti delle Calabrie;

nel 1809 tutta Italia rispose all'insurrezione del Tirolo. La polizia di

Beauharnais, sequestrando le carte al conte di Goess, emissario

austriaco, vi scoprì compromessi tanti nobili lombardi, che non ne osò

il processo; a Como un montanaro organizzò una banda d'insorti;

ad Arezzo il clero ordinò una vasta insurrezione, che pochi

gendarmi bastarono nullameno a domare; a Lugo un'associazione

_teocratico-antinapoleonica_ disciplinava l'assassinio sui francesi e

sui franchi muratori. Le società cattoliche assalivano la rivoluzione in

Napoleone, quelle democratiche combattevano in Napoleone la

contro-rivoluzione della sua dittatura militare; quindi le necessità del

combattimento strinsero le due parti, mentre la sollevazione spagnuola

sembrava giustificare tale mostruosa alleanza, provando ai regii come si

potesse ritorcere la rivoluzione contro Napoleone, e ai democratici come

battersi momentaneamente sotto l'infamata bandiera dei vecchi signori.

Poi la rivoluzione operata dal Bentinck in Sicilia contro la regina

Carolina, avendolo reso popolare, gli permise di capitanare la

propaganda regia e rivoluzionaria contro Napoleone. La carboneria

calabrese, dianzi smarrita in un misticismo evangelico, si trasformò per

la nuova influenza britannica in partito costituzionale, infiammandosi

al contatto di tutte le feroci passioni meridionali. Murat le oppose

Manhès e giustiziò Capobianco; naturalmente questa repressione

sanguinosa accrebbe la forza della setta. Intanto Bentinck trattava con

Genova e con Milano, a quella promettendo l'antica repubblica, a questa

un regno italico indipendente.

Il partito dell'indipendenza italiana, che nel 1799 osteggiava austriaci

e francesi, regii e democratici, costretto all'assurdo dalla forza delle

circostanze, doveva ora sostenere i governi di Beauharnais e di Murat.

Quegli, figliastro di Napoleone e a lui fedele, non avrebbe mai osato in

tempo utile la rivolta necessaria a costituirsi indipendente; questi,

piuttosto generale di cavalleria che re, impetuoso ed inetto, teatrale

ed inconsapevole, non si era ancora fuso col proprio popolo, dandogli la

costituzione giurata di Bajona, e non intendeva nulla nè di governo nè

di storia italiana. D'altronde avrebbero avuto nemici l'Austria e il

papa nell'ora imminente della grande restaurazione europea.

Il partito democratico rifugiato nelle sètte non aveva nè un fatto nè

una forma politica entro cui operare in nome proprio, mentre tutta la

storia era allora occupata dalla dittatura militare di Napoleone e dalla

reazione nazionale europea contro la medesima. L'Italia, non essendo

ancora nazione, giacchè il regno italico sbozzato dalla rivoluzione

nella cisalpina era di fatto diventato un dipartimento dell'impero

francese, e quello di Napoli successivamente conceduto a Giuseppe

Bonaparte e a Murat appariva come un'usurpazione contro i Borboni ancora

saldi in Sicilia e riconosciuti da tutta Europa, e Roma tolta al

pontefice non era divenuta capitale d'Italia, e il neonato re di Roma

non bastava nemmeno al vacillante impero paterno; l'Italia non poteva

compiere la propria reazione nazionale assicurandosi l'indipendenza o

guadagnandosi una costituzione come la Francia, la Prussia, la Spagna,

la Germania. La forma politica del regno, dovuta esclusivamente alla

rivoluzione francese, doveva sparire sotto la grande reazione europea,

perchè nella storia le forme di accatto non sono vitali; d'altronde la

nazionalità italiana, costretta ad essere per l'inevitabile soppressione

del papato la più rivoluzionaria d'Europa, non poteva derivare da una

reazione monarchica imitante i gridi liberali solo per odio alla

dittatura soldatesca di Napoleone.

La reazione italiana non poteva non concludere alla ristorazione dello

stato anteriore alla rivoluzione.

Quindi al fracasso dei primi rovesci napoleonici le cospirazioni

austro-liberali e regio-cattoliche cominciano a mostrarsi. Il massacro

dell'esercito italiano in Russia giustifica per la sua inutilità

nazionale il rinfocolamento degli sdegni; l'imminenza di nuovi padroni

agghiaccia gli ultimi entusiasmi per la libertà e ravviva l'orgoglio

codardo e perverso delle antiche servitù. Murat, disertando il comando

supremo della grande armata per timori sul proprio regno di Napoli,

appena giunto a Milano, assiepato dal partito dell'indipendenza, si

gonfia alla speranza di conquistare tutta Italia, solo superstite della

caduta di Napoleone. Contro questi già covava rancore per il contrastato

sbarco in Sicilia e gli accordi segreti tentati colla regina Carolina

contro di lui. Bentinck, risoluto quanto sottile diplomatico, scoperte

tali velleità, badava ad infiammarlo per spingerlo in mezzo agli

alleati; ma coll'orecchio teso al rombo delle grandi battaglie Murat

esitava ancora per concordarsi al più forte. Intorno a lui molti suoi

generali cospiravano per imporgli una costituzione: Guglielmo Pepe tentò

di proclamarla a Sinigallia.

Intanto Eugenio di Beauharnais, rimandato da Napoleone in Italia per

levarvi uomini e denaro, si avviluppava involontariamente nello stesso

problema di Murat, quantunque più sinceramente devoto alla Francia e

all'imperatore. La rotta di Lipsia, col togliere a Napoleone ogni

ragionevole speranza di rivincita, obbligava Eugenio a discutere la

propria posizione in Italia. Quindi il desiderio di rimanervi

mutandoglisi fatalmente nel sogno di un proprio regno indipendente, pose

anche egli una seconda candidatura regale e fece saggiare la publica

opinione da fidati. Murat se gli accostò, offrendo di spartirsi fra loro

amichevolmente l'Italia: Eugenio, diffidente dell'emulo, non abbastanza

staccato dalla Francia e troppo poco risoluto per l'energia di un

tradimento efficace, esitava. L'opinione publica gli era contraria;

l'aristocrazia lo aborriva e infiammava l'odio popolare contro Prina e

Méséan, ministro segretario. Murat infervorato seduceva il generale Pino

per tentare un moto nel regno malgrado il principe vicerè, e fallito nel

disegno si buttava finalmente all'Austria, avendo già occupato Roma e le

Marche; mentre Eugenio, costretto a ritirarsi sull'Adige dinanzi al

nembo dell'invasione austriaca malgrado alcune brillanti fazioni,

sembrava dimenticare i sogni regali in più generosi propositi di

vittorie campali. Ma anche questa gloria doveva essergli contesa.

Nugent, sbarcato a Goro, invadeva il Ferrarese; Bellegarde instava da

Verona; Bentinck, approdato a Livorno con quindicimila uomini, muoveva

alla conquista di Genova; Murat minacciava da Bologna. Oramai del

dominio francese in Italia non restava che la parte compresa fra il

Mincio e il Po e le Alpi: i greci e i calabresi di lord Bentinck avevano

conquistato Genova ripristinandovi ipocritamente l'antica republica;

tutti i proclami degli alleati promettevano libertà, indipendenza,

unità, confermando nella menzogna di questo espediente la verità della

nuova ancora immatura idea politica di una terza Italia.

Alle novelle della presa di Parigi e della abdicazione di Napoleone,

Eugenio pattuiva con Bellegarde, generalissimo austriaco, il ritorno dei

soldati francesi in Francia e la facoltà agli italiani di conservare la

parte di regno occupata sino a che i loro delegati, abboccandosi coi

confederati a Parigi, stabilissero una nuova condizione politica. Questa

convenzione di Schiavino Rizzino era l'atto mortuario del regno italico.

Ma partiti i soldati francesi, dopo grandi e tristi saluti ai soldati

italiani loro affratellatisi sui campi di tante vittorie, e dispostosi

il vicerè a ritirarsi in Baviera presso la famiglia del re suo

congiunto; alla notizia che l'Imperatore Alessandro consentiva a

conservargli il regno italico, rinacquero in lui e nei partigiani le

speranza. Si fecero brogli, l'esercito italiano aderiva, ma Milano

tumultuò. La plebaglia, assediando il palazzo del senato, domandò la

revoca di un dispaccio che riconosceva il governo di Beauharnais, e la

convocazione dei collegi elettorali; la sala delle deliberazioni fu

invasa; quindi si corse infuriando al ministero delle finanze. Prina

sorpreso nel proprio palazzo, e strangolato, morto a colpi di ombrello.

Questa sedizione, opera della nobiltà milanese, ingelosita

dell'importanza politica acquistata nella nuova amministrazione dagli

italiani convenuti d'ogni parte del regno, fu invano frenata negli

ultimi eccessi dall'onesta energia della cittadinanza. Infatti, senza nè

attendere che i collegi fossero in numero, nè convocare quelli dei dotti

e dei commercianti, nè ammettere al suffragio gli elettori delle

provincie conquistate dai tedeschi e presenti in Milano, si impose al

regno d'Italia la decisione di centosettanta elettori del ducato di

Milano, i quali, dichiarato vacante il trono di Napoleone, inviarono

commissioni al campo degli alleati per chiedere ingenuamente

l'indipendenza del regno d'Italia e la sua maggiore estensione

possibile, sotto una monarchia costituzionale con un principe austriaco.

Al solito la religione cattolica doveva essere l'unica religione dello

stato.

Naturalmente l'Austria largheggiò di equivoche promesse, delegando la

reggenza a Bellegarde e riducendo Lombardia e Venezia a provincie

austriache. Genova, indarno invocante l'indipendenza garantitale dal

trattato di Aquisgrana (1748), fu ceduta al re di Piemonte, talmente

fortunato nel trambusto che per poco non ottenne a confine degli stati

restituitigli il Mincio. Invece gli fu assegnato il Ticino. Francesco

d'Este, cugino e cognato dell'Imperatore d'Austria, dopo aver sperato

anch'egli la corona d'Italia o almeno di Piemonte, dovette contentarsi

di quella di Modena. Maria Luisa di Borbone ex-regina d'Etruria ebbe

Lucca, e Maria Luisa d'Austria Parma in vitalizio. Ferdinando III

tornava in Toscana dal trilustre esilio e, cassando tutti i mutamenti

della rivoluzione francese, la rimetteva quale ai tempi di Pietro

Leopoldo; Pio VII, reintegrato a Roma, vi cancellava ogni traccia

rivoluzionaria.

Murat solo restava, estrema comparsa d'un dramma finito.

Intanto che il congresso di Vienna discuteva per ricomporre la carta

politica d'Europa, Napoleone dal ridicolo regno dell'isola d'Elba

tendeva occhi ed orecchi ai subiti rumori di malcontento scoppiati colla

sua caduta. Parigi, dopo di essersi degradata in così festosa

accoglienza agli alleati che lo stesso Alessandro di Russia se ne

sdegnò, pentita e fatta accorta della impenitente malvagità dei Borboni,

rammentava melanconicamente le glorie napoleoniche fra le umiliazioni

dell'occupazione straniera; l'Austria, gelosa della nuova importanza

della Prussia, le contendeva ringhiando la Sassonia; la Russia

s'accaparrava la Polonia; intorno alla Francia temuta quantunque vinta

ingrossavano Piemonte, Olanda e Svizzera con nuovi territori.

Talleyrand, con suprema abilità di diplomatico francese, seminava

gelosie fra i re per indebolirli: i principotti della Germania esclusi

dal Congresso reclamavano; Murat, prima riconfermato da Alessandro, poi

minacciato dall'Austria e istigato dall'Inghilterra intesa ad

intorbidare il congresso, insorgeva con ottantamila uomini per

combattere i Borboni di Francia e domandava il passo.

In Italia, il fermento cresceva. I soldati, i venturieri, i liberali, i

politicanti addestrati dall'impero, si buttavano a congiure;

congiuravano Austria e i Borboni contro Murat, per lui Francia, Russia e

Prussia segretamente ostili all'Austria: questa, dopo aver guadagnato in

Italia col Lombardo-Veneto un regno quasi uguale al napoleonico, mirava

a soggiogarla tutta, o a dominarla almeno con un protettorato pari a

quello di Napoleone; Murat, quantunque incapace di signoreggiare col

pensiero tanto tumulto di combinazioni politiche, stringeva

convulsamente la spada. Una vasta cospirazione, secondo la quale si

dovevano catturare i realisti, il generale austriaco Bubna a Torino,

Bellegarde e Sommariva a Milano, mentre Murat invaderebbe Roma e le

legazioni, fu tramata. Talleyrand vi mestava, Romagnosi e Gioia, i due

migliori ingegni italiani, v'entrarono. Ma Talleyrand, che avrebbe

voluto in Italia un moto francese in favore dei Borboni contro

l'Austria, denunziò la congiura a Bellegarde.

I Cento giorni.

In quell'istante medesimo Napoleone, fuggito dall'isola d'Elba,

approdava in Provenza.

Il vessillo tricolore ridesta l'entusiasmo, le aquile napoleoniche

volano di campanile in campanile, i Borboni fuggono salvi, fra il

disprezzo del popolo che sdegna colpirli, e la viltà dell'aristocrazia

che non osa difenderli. L'imperatore entra trionfante a Parigi, vi

concede una carta, ibrida mescolanza di idee imperiali e democratiche, e

sembra atteggiarsi a sovrano costituzionale. Ma la sua natura e lo scopo

inconscio del suo ritorno non mirano a questo: è necessario trattare di

effimera la ristorazione borbonica, per riconfermare, nei popoli la fede

alle idee della rivoluzione e alla grandezza della Francia con un ultimo

miracolo contro tutta l'Europa. Borboni, aristocratici, preti,

stranieri, tutti allibiscono. I re disputanti a Vienna si concordano

nella paura e, suprema confessione d'impotenza, dichiarano Napoleone

fuori dell'umanità, mettendo due milioni sulla sua testa. Così alla

nuova sfida rivoluzionaria essi rispondono come tanti bargelli con una

taglia. Ma in Francia i democratici parlamentari, benchè soli, non

tacciono. La loro opposizione irrita il carattere tirannico di

Napoleone, che si precipita alla guerra: i consigli di Carnot non gli

giovano; la demenza dell'impero lo riprende così, che invece di

difendere la Francia proclamandovi la libertà e la guerra nazionale,

prende l'offensiva con 180,000 soldati.

Murat impaziente aveva già occupato Roma, donde il papa fuggiva, e le

Marche con due colonne, la prima guidata dal Lechi e la seconda da lui

stesso; quindi, continuando le proteste agli alleati, diramava agli

italiani un manifesto per chiamarli all'indipendenza. Ma l'impresa non

era possibile. Murat e i liberali si ingannavano reciprocamente colla

stessa millanteria. Questi affermava di avere sessantamila soldati e ne

guidava appena la metà; quelli promettevano immensi aiuti, e non ne fu

nulla. Solo in Romagna v'ebbe qualche moto: le altre provincie stettero

a guardare, lesinando i viveri. Nullameno gli austriaci ripiegarono sul

Po. Forse passando in Lombardia Murat vi avrebbe trovato aiuto da

sollevazioni parziali, ma lettere della moglie lo richiamavano a Napoli,

minacciata dagl'inglesi. Allora tradito perdette ogni coraggio politico.

Inseguito, si apre il passo a Macerata con un battaglione di cerne,

quindi Bianchi lo batte a Tolentino, mentre Nugent per la Toscana si

difila sul regno; una altra sconfitta lo prostra a Ceprano, obbligandolo

a riparare fuggiasco e disarmato a Napoli. Finalmente, imitando

Napoleone in ogni errore, concede la costituzione, e stretto da

Campbell, commodoro inglese, il quale minaccia di bombardare Napoli,

esula (maggio 1815), raccomandando al nuovo governo il debito pubblico,

la recente nobiltà, gli onori e i gradi militari.

Un mese dopo Napoleone, malgrado che il Belgio siasi sollevato per lui e

la Sassonia, la Baviera e il Würtenberg abbiano risposto al suo appello,

soccombe per sempre a Waterloo dopo la splendida ed inutile vittoria di

Ligny. Oramai la sua missione è finita: i Borboni possono essere daccapo

reintegrati in Francia, il congresso di Vienna seguitare le proprie

sedute, la santa alleanza saldare insieme tutte le monarchie di Europa

con ferri benedetti, dacchè la lirica riapparizione di Napoleone nei

cento giorni è bastata a togliere ogni credito di stabilità alla

ristorazione.

Napoleone, abbandonato dai popoli, si desta dal lungo sogno imperiale,

per riconoscersi sconfitto dalle idee liberali. La rivoluzione,

rovesciando il suo impero, trionfa del proprio imperatore, mentre la

legale Inghilterra con feroce impassibilità lo relega come un volgare

delinquente in un'isola deserta. Là, solo sopra uno scoglio nel cospetto

del mondo, agonizza cinque anni, vigilato da un carceriere più gelido

d'un cadavere e più insistente di un'ombra, coll'oceano per compagno,

meno vasto del suo pensiero ma eterno come il suo nome.

Murat, già obliato, approda in Corsica quasi tratto all'incanto della

cuna di Napoleone. Una stessa fatalità lo condanna a perire, imitando da

lungi l'imperatore come un paladino generoso ed infedele. Napoleone si

era ripresentato improvvisamente alla Francia risollevandola nei cento

giorni: Murat pensa di sbarcare nelle Calabrie per riaccendervi una

guerra nazionale. Ma sperduto da una tempesta, discende a Pizzo con

appena ventotto compagni e, bello ancora come un guerriero delle

leggende malgrado i suoi quarantott'anni, grida all'Italia il comando di

una di quelle irresistibili cariche di cavalleria, che lo avevano fatto

credere ai cosacchi figlio della tempesta. Ma l'Italia non risponde;

pochi gendarmi bastano a catturarlo, e lo fucilano.

La sua ultima parola: _salvate la faccia!_ riassume la sua vita di

cavaliere fortunoso, pomposo, sempre piumato, sempre in parata, più

superbo della propria bellezza, alla quale una corona era necessaria

come acconciatura, che del trono regalatogli dall'imperatore.

Il partito dell'indipendenza italiana, dopo aver perduto in Prina il suo

ministro migliore, perdendo in Murat l'unico generale, non ebbe più

rappresentanti.

Il secondo periodo della rivoluzione italiana era conchiuso. La

restaurazione assettava l'Italia come prima della rivoluzione, ma lo

spirito nazionale era profondamente mutato. L'Italia dei cicisbei,

addormentata nelle riforme, stupidamente devota ai propri re, adorante

il papa come un semidio, sferzata da Parini, schiaffeggiata da Alfieri,

non esisteva più. Vent'anni di vita e di guerre europee l'avevano

trasformata. Tutti gli antichi principi erano stati cacciati: nuovi

governi, altre classi, un popolo più omogeneo l'avevano riempita. I

soldati italiani si erano battuti in Spagna, in Germania, in Russia,

dappertutto; costituzioni date, rimutate, tolte, riconcesse, avevano

parlato di un'Italia intera: il papa aveva abiurato abdicando il papato;

tutti i principi erano fuggiti sconfessando il proprio diritto; gli

stessi ultimi conquistatori avevano publicato promesse di libertà,

d'indipendenza e di unità.

Se Napoleone non aveva potuto serbare sulla fortissima testa la corona

di ferro, e Murat era morto nello sforzo di ghermirla; se Genova e

Venezia non esistevano più, e Pio VII tornava a Roma, Vittorio Emanuele

a Torino, Ferdinando III in Toscana, Ferdinando IV a Napoli, i gesuiti

dappertutto; nessuno di questi tornanti poteva vantarsi di riconoscere

la società che li accoglieva. Una bufera di vent'anni, squassando tutti

gli spiriti, vi aveva deposto germi di nuove idee: l'arcadia del secolo

anteriore era già lontana quanto la scolastica di san Tommaso.

Un altro uomo era nato in Italia col cittadino. La patria non era più in

nessuno di quei piccoli stati; si sentiva, si discorreva

involontariamente d'Italia. La opposizione politica si disegnava; da un

canto i re, dall'altro i popoli: quelli dietro al papa, questi intorno

alla libertà. I governi dovevano mutarsi in congegni di polizia e in

macchine di compressione contro il pensiero nazionale per aumentare la

sua forza; il carattere uscirebbe temprato da questo attrito; tutte le

scienze e le arti si preparavano già a cospirare nella politica e colla

politica.

Mentre la storia d'Italia nel medio evo e nel rinascimento aveva avuto a

principio la federazione contro l'unità, e dal rinascimento alla

rivoluzione francese invertendosi era passata all'unità colla formazione

dei tre grossi regni dei Savoia, della Chiesa e dei Borboni; ora

l'unità, diventando coscienza per la simultanea soppressione di tutti i

regni operata dalla rivoluzione e dall'impero francese, esigeva una

nuova forma unitaria republicana o monarchica.

La storia moderna d'Italia risulterebbe quindi dal contrasto dei residui

stranieri, federali, regi e cattolici, alla sua unità.

Gli scrittori durante la

rivoluzione e l'impero francese.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 27 / 30 段