Il papa protestò fra la disattenzione sprezzante del mondo. Napoleone,

abolendo il papato medioevale, invocava invece del diritto moderno

quello di Carlomagno, e sognava di ricostruirne un altro a Parigi con un

papa, docile istrumento politico. La sua fantasia esaltata dalla

teatralità di tanti regni improvvisati si smarriva nel desiderio di un

impero politico-religioso come quelli dell'Asia: l'esempio della

Prussia, della Russia e dell'Inghilterra, nelle quali i sovrani sono

papi, lo spingeva a farsi signore del cattolicismo riorganizzando ogni

confessione religiosa dell'Impero. Già a Parigi aveva adunato il gran

sinedrio per accordare le pratiche ecclesiastiche colle leggi francesi;

al papa, prima di torgli il regno, aveva chiesto che un terzo almeno dei

cardinali votanti in conclave fossero francesi, per impadronirsi così

dell'elezione papale, Pio VII avvertì il pericolo e resistette. Ora,

decaduto, scomunicava con effimera arditezza l'imperatore, effondendosi

in lamenti per tutto il rapido viaggio da Roma a Savona assegnatagli per

carcere.

Quindi Roma diventava la seconda città dell'impero francese: Napoleone,

aspettando il figlio che sta per nascergli, lo nomina anticipatamente re

di Roma. L'antica città trasognata accetta nuove forme politiche.

L'ordine del buon governo, creato da Sisto V e organizzato da Clemente

VIII per amministrare i comuni, viene sostituito da municipi alla

francese; il consiglio comunale romano s'intitola pomposamente senato,

si purga il territorio dai banditi, si coscrivono legioni. Il nuovo

codice livella tutte le antiche leggi, riformando la società; il

giuramento politico imposto al clero è più presto accettato dai vescovi

che dai parroci; nullameno molti giurano, altri fuggono vilmente.

Nessuna grandezza di carattere in essi. Si conservano i due conventi di

Montecorona e di San Romualdo; si decretano imperiali le spese del Sacro

Collegio e di Propaganda Fide; si concede persino una pensione alla

parmense duchessa di Borbone e a Carlo Emanuele di Sardegna, sepolto a

Roma in pratiche della più imbecille bigotteria. Ed entrambi accettano.

Prony francese e Fossombroni italiano concordano studi sul risanamento

delle paludi Pontine.

Ma la coscienza politica del popolo romano non si risveglia. I più non

credono alla stabilità del nuovo governo; l'aristocrazia, ligia al

papato per egoismo di privilegio, si chiude nel riserbo dei timidi; la

borghesia non vigoreggia nè per scienze, nè per industrie, nè per

governo; il popolo non è che clientela delle grandi case patrizie; clero

e superstizione paralizzano ogni moto. Nullameno le violenze francesi

esasperano; perfino la lingua italiana è minacciata di cedere alla

francese negli atti ufficiali; delirio di unità dispotica, intelligibile

solo in una natura onnipotentemente violenta come Napoleone!

Per contrasto il papa s'acconciava a resistenza passiva, dopo aver

lanciata la scomunica e ricusato di riconoscere il divorzio di

Napoleone. Quindi all'accusa di aver colla scomunica tentato di

sollevare il popolo francese contro l'imperatore, rispondeva,

contraddicendo agli antichi principii papali, la scomunica non

sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà, e la consacrazione degli

imperatori non essere che la vidimazione religiosa dell'elezione

popolare: terribile risposta che, annullando il nuovo diritto divino di

Napoleone, riproduceva le teoriche della rivoluzione. E la querela,

avviluppandosi in questioni di gallicanismo e di investiture, rievocava

i tempi più torbidi del medio evo. Ma fra queste ambagi il pensiero di

Napoleone, incaponitosi a volere un papa a Parigi togliendo a Roma

l'ultima superiorità di centro cattolico, si veniva chiarendo tra

minaccie e blandizie al pontefice per mezzo del clero e della

diplomazia. Pio VII, sempre sdegnato, ricusava di provvedere alle molte

sedi vescovili vacanti col riconoscere le nomine imperiali. Napoleone,

dopo aver nominato ad arcivescovo di Parigi il cardinale Maury, come uno

dei più fedeli giannizzeri, convocava un concilio per riparare a questo

danno, facendo eleggere dai capitoli i nuovi vescovi. Brevi pontifici e

decreti imperiali si urtavano; la polizia armeggiava nella più goffa

delle persecuzioni; i cardinali divisi in rossi e neri parteggiavano

vivacemente pel papa e per l'imperatore, i vescovi oscillavano, il clero

basso, più sicuro nella fede ma più scarso nell'intelligenza, non sapeva

più che cosa credere. Napoleone, arieggiando con grottesca gravità

Costantino e Carlomagno, discuteva tutti i giorni con ecclesiastiche

commissioni, proponeva loro quesiti, anticipandone prepotentemente la

soluzione. Le pretese contro il pontefice, a proposito dei privilegi

gallicani e per strappargli il consenso all'abolizione del regno

pontificio, crescevano di quanto s'indeboliva la costanza di questo. Pio

VII viveva cinto d'assedio da prelati d'ogni genere e guardato a vista

da soldati. Quindi, passando dalle minaccie ai fatti, Napoleone

imprigionava i suoi scarsi fedeli, confiscava beni e prebende ai

capitoli e ai preti ricalcitranti; il popolo, malgrado la secolare

superstizione, non si commoveva a questo duello fra un papa prigioniero

e un imperatore onnipotente. Forse non aveva ancora dimenticato con

quanta remissione Pio VI avesse trattato colla rivoluzione francese.

Il concilio nazionale adunato a Parigi, e al quale avevano aderito anche

vescovi italiani, destreggiandosi colla tradizionale abilità di tutte le

assemblee ecclesiastiche, appoggiava le pretensioni imperiali, senza nè

violare i dogmi romani nè stabilire contro il papa alcun principio

chiaro. Lo scandalo, prima divertente per tutti i vecchi increduli della

rivoluzione e i nuovi miscredenti della scienza, diventava ignobile per

la politica servilità dei prelati e per l'ambiguità del pontefice,

resistente a Napoleone senza usare la scomunica contro quel concilio

subdolamente ribelle. L'agonia del principio politico nella chiesa

romana appariva dall'incertezza e dalla vacuità delle ragioni intese

così a mantenerlo come a rimuoverlo. Infatti Pio VII trattò con una

deputazione del medesimo concilio, (composta di quindici fra cardinali,

arcivescovi e vescovi), del quale oppugnava l'autorità condannandone le

teoriche; e si lasciò tanto da questa persuadere colla minaccia della

rottura del concordato e d'altri maggiori mali alla chiesa, che tolse la

scomunica, cedette a tutte le pretensioni imperiali sulle nomine dei

vescovi, estese il concordato, già per lui umiliante, alle chiese di

Toscana e di Parma, mostrandosi persino disposto a dibattere in altro

trattato la propria condizione di ex-re di Roma. Poscia, pentito, si

ritrattò. Napoleone, fatto più forte dalle concessioni ottenute,

insisteva per la loro esecuzione immediata e per l'abdicazione alla

sovranità di Roma col relativo giuramento di fedeltà all'impero. Ma Pio

VII, tornato alla caparbietà secondo le contraddizioni della propria

natura, tenne sodo malgrado ogni pressione e il trasferimento da Savona

a Fontainebleau, ove due anni dopo doveva concedere a Napoleone vinto e

quasi prigioniero quanto aveva negato a Napoleone onnipotente.

Quasi contemporaneamente Carolina d'Austria doveva esulare dalla

Sicilia.

Il suo governo nell'isola, peggiorando ogni giorno per la necessità di

una lotta senz'idea e senza speranza, aveva stancato prima l'affetto,

poi la pazienza del popolo. Murat da Napoli, sempre intento alla

conquista dell'intero regno borbonico, manteneva intelligenze con bassa

gente, specialmente in Messina. Carolina, avvertitane, vi spedì il

marchese Artali, uomo dei peggiori anche in quell'epoca, il quale vi

menò tanta strage di rei, di sospetti e di innocenti, da provocare per

disperazione la stessa rivolta che intendeva prevenire. Ma gl'inglesi,

annettendo capitale importanza all'occupazione della Sicilia, nella

quale tenevano quindici mila uomini e dalla quale padroneggiavano il

Mediterraneo, avvisarono, per non alienarsi affatto il popolo,

d'infrenare le sevizie e lo sperpero della corte. Era allora ministro

delle finanze il Medici, destro e dispotico e nullameno inetto a

fronteggiare tante spese; i napoletani ricoverati a corte, gentiluomini,

banditi e spie, divoravano ogni rendita; le fazioni di Calabria, le

spedizioni di Castellamare e di Procida avevano dissestato

irreparabilmente i bilanci: le trecento mila lire sterline date a

sussidio dall'Inghilterra non bastavano nemmeno al lusso della corte.

Il parlamento di Sicilia convocato nei tre bracci dal Medici (1810),

mise per opera dei baroni sdegnati contro la corte tanta difficoltà

all'esazione dei così detti donativi che non fu possibile ricavarne

alcun partito. Capitanava l'opposizione il principe di Belmonte, che per

staccare il popolo dalla devozione al re persuase ai baroni di

rinunziare agli ancora vigenti diritti feudali. Era questo un espediente

politico ed insieme un irresistibile influsso dei tempi. Si riformarono

pure, sebbene con criteri più polizieschi che giuridici, gli ordini

giudiziari. Medici dovette dimettersi, la regina inviperiva alla

imprevista opposizione. Tommasi, succeduto nella direzione delle

finanze, propose due espedienti: una tassa dell'uno per cento su tutti i

contratti e una vendita a lotto di alcuni beni pii; e l'uno e l'altro

fallirono per accordo unanime del popolo. Quindi i baroni, ingagliarditi

dal successo, precipitano le mosse: la regina più feroce ancora

imprigiona i loro capi e li separa nelle prigioni delle varie isole

meditando di spegnerli; se non che gl'inglesi, gelosi del possesso

delll'isola, attraversano così ribaldo disegno. Lord Bentinck, succeduto

a lord Amherst, accorgendosi che la regina tratta con Napoleone già

scontento di Marat e abbastanza abile per servirsi di Carolina stessa e

del suo nuovo odio agli inglesi per la conquista dell'isola, spiega

un'ammirabile risolutezza. Minaccia d'imprigionare tutta la corte, si

reca in mano il governo dell'isola, costringe Ferdinando ad abdicare in

favore del principe ereditario, libera i baroni, convoca il parlamento,

e da questo fa promulgare una costituzione all'inglese. Libertà

eccessiva ed incomprensibile in un paese ancora feudale, che volle

invece il cattolicismo unica religione di stato e la deposizione del re

qualora non la professasse! Nullameno l'abolizione dei gravami feudali e

la soppressione delle bandite rianimava il paese. Ma la regina, relegata

a Castelvetrano, anzichè impaurirsi, riannoda intrighi e congiure, aduna

i malcontenti, crede alle promesse di Napoleone, galvanizza il codardo

Ferdinando irritato per la soppressione dei suoi privilegi di caccia, lo

spinge a Palermo perchè, affermandosi ristabilito in salute, riassuma

l'autorità regia. Nella città scoppia una sommossa; agl'inglesi, odiati

come stranieri ed oppressori malgrado l'imposta costituzione, anzi forse

maggiormente per questo, si minaccia un altro Vespro. Senonchè Bentinck

raccozza i propri soldati, occupa militarmente Palermo, cinge di forte

assedio la villa del re, lo spaventa, gl'impone, oltre una nuova

rinuncia, lo sfratto della regina.

L'indomabile donna era vinta, però nell'ultim'ora non piegò e non

pianse: tutto l'orgoglio feroce della sua razza le bruciò in cuore come

sopra un altare sacro agl'idoli sanguinosi dell'antico dispotismo, senza

che nessuno potesse vantarsi di aver mai potuto spegnere tale fiamma.

Laonde, tedesca, parve rampollata di Sicilia, terra di vulcani e rifugio

di banditi, nei quali circola ancora il sangue voluttuoso e crudele

degli antichi libici, dei mori, degli arabi, dei normanni, dei turchi,

degli spagnuoli.

Partita la regina per Vienna, l'opposizione di regia si mutò in

popolare. Si capì subito che Bentinck voleva comandare al parlamento, e

che le tasse da lui levate per mantenere il proprio esercito erano un

tributo della Sicilia all'Inghilterra; i democratici si urtarono ai

baroni e ai preti; questi, perduto l'appoggio della corte e aborrendo

dallo straniero, non seppero a che o a chi puntellarsi: la stessa

contraddizione di tutti gli stati italiani, emancipati dalle idee

liberali e sottomessi da occupazioni forestiere, si aggravò sull'isola.

Da questa Bentinck minacciava tutta l'Italia; Pellew signoreggiava

l'Adriatico.

Intanto il regno d'Italia politicamente non progrediva. Al sud dominava

Murat; Roma discesa a dipartimento francese, contraddiceva a tutta la

propria importanza italiana; Milano, sede del vicerè e capitale della

Lombardia, stava sottomessa a Parigi come un capoluogo dell'impero. La

costituzione republicano-dittatoriale, accettata piuttosto che data

dalla consulta di Lione, si era mutata in monarchica senza bisogno di

ritocchi: si era affermato che la corona d'Italia resterebbe sempre

disgiunta da quella di Francia. Ma avendo Napoleone un solo figlio, tale

separazione diveniva peggio che problematica. Intorno a questo problema

s'affaticavano già Eugenio di Beauharnais e Gioacchino Murat, entrambi

inutilmente gelosi e perduti nello stesso sogno. Gli antagonismi

federali della penisola per quanto domati dall'ammirabile

amministrazione unitaria dell'impero, ringhiavano ancora. Genova e

Venezia odiavano Milano; Roma non comprendeva nulla al gran moto,

attardata ancora nella lentezza del governo dei papi; Torino si

rammaricava per il perduto onore di capitale; Palermo esecrava Napoli;

questa desiderava più che non comprendesse la conquista di tutta

l'Italia. Unità vera nazionale non era ancora che nello spirito di

pochi, ed anche in essi piuttosto fede poetica ed eroismo sentimentale

che concetto organico. Roma sola avrebbe potuto imporre silenzio al

regionalismo, ma nella mente di tutti era sempre la città del papa. In

ogni costituzione italiana il primo articolo affermava immutabilmente

unica religione la cattolica. Ferveva negli animi un forte desiderio

d'indipendenza piuttosto prodotto dalle violenze, colle quali Napoleone

strozzava ogni iniziativa nazionale, e dalle terribili imposte di denaro

e di sangue, che da coscienza politica. Non si aveva alcuna idea sul

come fondare la unità o stringere una confederazione. Le promesse

tentatrici dell'Austria e dell'Inghilterra sviavano gli sguardi verso

altri padroni: i regii sognavano un principe tedesco che prendesse il

posto del Beauharnais e del re di Roma; i liberali aspettavano ancora

libertà ed indipendenza dalla Francia, o disperati di questa si univano

ai regi sperando poi di sopraffarli. Murat, insano imitatore di

Napoleone, negava ogni costituzione, anche quella giurata a Bajona.

Il regno italico non si sarebbe potuto costituire allora che contro

Napoleone, il quale lo spezzava in dipartimenti conquistati, e contro

tutta l'Europa combattente l'impero francese in nome della libertà, ma

non disposta ad applicarla rivoluzionariamente colla soppressione in

Italia di tutti i principati a vantaggio della sovranità popolare.

L'antitesi politica dell'Europa era allora più che mai diametrale.

Napoleone, portando inconsciamente la rivoluzione in tutti gli stati, ne

aveva perduto il senso, al punto di non essere più che un imperatore del

basso impero, vivente nell'esercito e per l'esercito; il suo impero non

era che un assurdo mosaico geografico, sempre ricomposto e male unito da

grumi di sangue. Le monarchie feudali invece, risollevandosi dall'urto

delle sue conquiste, rispondevano col grido della rivoluzione francese:

indipendenza e libertà! Così, alla vigilia dell'ultima campagna di

Russia, Napoleone restringeva il proprio dispotismo, per ottenere

dall'artificiale unità del comando i miracoli della spontaneità

rivoluzionaria del 1793; e i re largheggiavano di concessioni e di

promesse ai popoli. Ma, caduto Napoleone, le ricomposizioni nazionali

riprodurrebbero quasi tutta l'antica geografia politica, mentre la

contraddizione dell'immensa tragedia si schiarirebbe improvvisamente: da

un canto la reazione della santa alleanza, dall'altro la rivoluzione.

Per ora il regno d'Italia guadagnava nell'aggregazione all'impero

francese idee, costumi, congegni amministrativi, forme politiche, ordini

giudiziari, coscrizione e milizie, unità d'imposte e di leggi, e

sopratutto la coscienza della propria inanità storica. Il bigottismo

regio e cattolico vi era ancora profondamente radicato, la servilità

agli stranieri mantenuta dalla necessità di servire ad essi anche pei

migliori spiriti e pei più forti caratteri, le provincie separate e

rivali non sognavano che governi separati, mentre tutta l'Italia non era

ancora che uno dei tanti satelliti dell'astro francese.

CAPITOLO QUARTO.

Caduta di Napoleone.

Campagne di Russia.

Il sogno dell'impero d'occidente, spingendo finalmente Napoleone contro

la Russia, lo sfracella nella sola realtà imperiale ancora capace di

avvenire in Europa. L'impero napoleonico svanisce, mentre la Russia,

attirata dalla guerra sino a Parigi, entra definitivamente nell'orbita

europea, iniziandovi il grande periodo slavo.

La incredibile guerra s'accende tra Russia e Francia quasi senza motivo:

da un canto Napoleone, bruno condottiero dell'occidente; dall'altro

Alessandro, candido e mistico, con tutto l'oriente ancora separato dalla

storia d'Europa. La libertà, librata sulla tirannia militare dell'uno e

sul dispotismo ieratico dell'altro, sfavilla. La guerra prepara alla

storia battaglie, nelle quali interi eserciti spariranno senza traccia,

incendi di città così vasti da illuminare tutto un regno, stragi che la

neve sottrarrà col proprio bianco mistero, al computo inorridito della

statistica. Napoleone s'avanza (1812) con seicento cinquanta mila

soldati, cinquecento generali, centodieci aiutanti; polacchi, prussiani,

austriaci, tedeschi, spagnuoli, portoghesi, svizzeri, italiani, marciano

sconosciuti gli uni agli altri e fisi alle sue aquile: ottanta mila

cavalli rumoreggiavano come turbine intorno ad esse. Un codazzo di re

attende in timido silenzio gli ordini dell'imperatore.

La Russia aspetta intrepidamente il grande urto. I suoi soldati superano

il milione, l'Inghilterra le profonde tesori; la Svezia attende un cenno

da Bernadotte, suo nuovo re ed antico generale di Napoleone, per

discendere terribile nella guerra; Dumouriez, l'implacabile traditore,

suggerisce il piano della nuova campagna contro la Francia. Moreau

accorre dall'America per eseguirlo. Lungi, a tutti i confini

dell'immenso impero s'addensano orde di armati, che arriveranno forse a

guerra finita. I cosacchi s'adunano e volano sulle steppe coll'impeto

delle bufere, le popolazioni sciamano dalle città, il silenzio della

solitudine circonda spaventoso la marcia degli invasori. Napoleone

s'avanza da Varsavia verso Mosca, ma lentamente, attraverso campagne

abbandonate e città vuote, dietro un nemico invisibile, che lo attira

ritirandosi e lo inganna coi cosacchi, gli intorbida le già incerte

cognizioni del paese, profitta di tutta la sua inesperienza. Invano i

generali consigliano di svernare a Vitepsck: Mosca lontana affascina

Napoleone come un miraggio. Smolensko soccombe all'invasione, ma vendica

la propria resa incendiandosi. Centomila della grande armata sono già

periti, gli altri soffrono la fame; Mosca è ad ottanta leghe. Da essa

Napoleone spera dettare la pace. Kutusoff, supremo difensore della città

sacra, battuto a Borodino è costretto a ritirarsi, e Napoleone entra

vittorioso nell'inviolabile fortezza degli czar. Ma il medesimo eroismo,

che aveva incendiato lungo la marcia dei francesi ogni villaggio, brucia

Mosca; il più grande incendio della storia illumina la più breve delle

sue conquiste. I russi, già chiedenti pace a Smolensko, la ricusano a

Mosca; la ritirata è inevitabile ed impossibile. L'esercito cinque volte

decimato riprende la via di Parigi lontana come un sogno; ma la Russia

insta feroce ed innumerevole da ogni banda; a Malo-Jaroslavetz

gl'italiani salvano il passo alla grande armata: la confusione del

terrore penetra nelle file fracassate de' suoi reggimenti, che non

trovano più nè generali nè bandiere, non hanno più nè armi nè viveri,

ignorano le strade e non s'intendono l'un l'altro, non sanno ancora il

perchè della prima vittoria e non impareranno mai la ragione di quella

suprema sconfitta. Poi la neve bianca fredda incessante acciecante

confonde cielo e terra, copre cavalli cannoni strade fossi fiumi

villaggi città campagne; cancella gradi, gela armi mani occhi parole

cuori pensieri. L'esercito non è più che un'orda; la Russia non è più

che una bufera; la follia della morte sibila fra il silenzio della neve

che cresce sotto i piedi e sulle spalle, abbattendo i vivi e seppellendo

i morti. I cosacchi turbinano, si lasciano dietro qualche macchia di

sangue che la neve nasconde prontamente, e scompaiono nella neve.

Solo Napoleone pallido, più terribile di quell'uragano, più freddo di

quel ghiaccio, più grande di quel silenzio, cammina alla testa di tutti,

pensando ancora. La sua guardia stretta dietro di lui pare un corteo di

ombre dietro un fantasma.

Il suo XXIX bollettino all'Europa finisce con questa frase quasi

inintelligibile nella sublimità del proprio orgoglio: «la salute di Sua

Maestà non fu mai migliore».

_Adsum qui feci!_

Solo in tale procella di due mondi scatenati dalla sua volontà, non

vinto ancora, quantunque abbandonato dagli alleati, tradito a Parigi da

Malet, che in una notte s'impossessa della capitale ed annunziandolo

morto sta per decretare la decadenza della sua dinastia, Napoleone

diserta da quell'esercito di martiri, del quale la forza suprema sta

ancora nel seguirlo, e, traversando la Germania insorta, accorre più

rapido delle proprie aquile a Parigi.

Appena giunto loda, rimbrotta, sferza, rianima la devozione imperiale: a

Fontainebleau (1813) circuisce Pio VII e gli appare così grande

nell'estremo sforzo di quell'ora contro tutta l'Europa, che l'imbelle

pontefice gli accorda la rinunzia al potere temporale e la facoltà pei

metropolitani d'instituire vescovi, se Roma ritardi la loro instituzione

oltre sei mesi. Era tutto quanto Napoleone gli aveva chiesto tempestando

a Savona dall'alto di una potenza apparentemente invincibile; e allora

il papa aveva balbettato concedendo, contraddicendosi, ritrattandosi.

Adesso, dopo così formale abdicazione, appena sottratto al fascino di

Napoleone, protesta daccapo contro la propria debolezza. Ma il grande

atto è compiuto; il papato si è suicidato, il papa è ridisceso

volontariamente dal grado di re a quello di primo vescovo della

cristianità. Impero e papato soccombono alla stessa catastrofe, papa ed

imperatore muoiono nella stessa abdicazione.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 26 / 30 段