Allo sbaraglio di questa terza coalizione europea il regno d'Italia

comprende ormai tutta l'Italia superiore; la Toscana e lo stato

pontificio stanno per sparirvi, quello di Napoli non appartiene che

formalmente a Giuseppe Bonaparte; solo la Sicilia e la Sardegna restano

a testimonio degli antichi stati italiani, ma sotto un protettorato

inglese che ne viola la libertà e ne compromette l'indipendenza peggio

dell'unificazione napoleonica.

Quarta e quinta coalizione

europea: 1807-1809.

A questo punto le segrete e trascendenti necessità della rivoluzione

francese in Europa sembrano spingere Napoleone alla follia. Il demone

della guerra lo attira a nuovi campi di battaglia, che coll'apparenza

d'un disastro per le nazioni vinte non daranno alla Francia alcun

vantaggio positivo. Così dopo aver sovvertito col trattato di Lunéville

dalle basi la costituzione dell'impero germanico, Napoleone ne cancella

persino il nome e sostituisce il protettorato francese alla supremazia

dell'Austria. La nuova confederazione del regno sbozzata da Talleyrand

sottomette la vecchia confederazione tedesca all'impero francese con

un'alleanza nella quale Napoleone è padrone. Se il trattato di Lunéville

aveva secolarizzati parecchi principati tedeschi, l'atto della nuova

confederazione ne mediatizza molti altri piuttosto ad incremento dei

sovrani che a favore dei popoli; ma, costringendo la Prussia ad

impossessarsi dell'Hannover, e annettendo col trattato di Tilsitt la

Pomerania alla Germania, Napoleone scaccia da questa l'Inghilterra e la

Svezia. Il principio di nazionalità contenuto nella rivoluzione francese

si verifica quindi per opera dell'impero attraverso i capricci e le

necessità momentanee d'una politica personale. Se non che l'ascendente

di Napoleone aumenta le sue prepotenze. Invano la Turchia si umilia, la

Russia patteggia, e Pitt muore forse credendosi vinto nell'immane

tenzone. La guerra, che si rinfocola presto colla Prussia violata

nell'onore di nazione dai modi tirannici e sprezzanti di Napoleone,

richiama la Russia ancora sanguinante per le vecchie sconfitte in campo

a soffrirne di peggiori.

Napoleone, infiammato dalla rivalità con Federico il Grande, precipita

gli armamenti e mena la guerra con tanta rapidità che in una sola

settimana rovescia esercito e trono prussiano. L'Europa urla al

prodigio; la rotta di Rossbach è vendicata, la spada di Federico II

viaggia scortata trionfalmente a Parigi. Ma caduta la monarchia, il

popolo insorge, e i russi avanzano. Napoleone a Posen ridesta tutte le

speranze polacche per tradirle poi nella costituzione del piccolo ducato

di Varsavia: quindi di fitto verno s'inoltra la prima volta per quei

climi inospitali senza sole. I russi resistono ad Eylau e ad Heilsberg

per soccombere a Friedland (1807) con tanta strage che la pace diviene

necessaria. E questa fu maggiore della battaglia, giacchè a Tilsitt

Napoleone ed Alessandro si divisero l'Europa in due immensi imperi

d'oriente e d'occidente. Suprema illusione suscitata in loro dalla

storia per annullare il valore ideale di tutte le monarchie e gettare i

popoli offesi nella propria personalità in braccio a una democrazia più

grande di tutti gl'imperi! Napoleone, trascurando i popoli nei

rimaneggiamenti della carta europea, non si accorgeva di lavorare

unicamente per essi. Infatti, esclusi dalla diplomazia, violentati nelle

nazionalità, offesi nelle tradizioni, sollevati dalle idee

rivoluzionarie, pareggiati dal codice napoleonico, accettano la libertà

ed insorgono per l'indipendenza. Le vecchie dinastie abbattute si

affratellano con essi promettendo le medesime libertà e la stessa

uguaglianza della rivoluzione francese; le inversioni scoppiano

dovunque. Austria, Russia, Prussia parlano di emancipazione e di

democrazia: Napoleone, rappresentante della rivoluzione francese,

diventa il tiranno, e deve violentare tutte le genti, spremendo loro

sangue e denaro per guerre che rinnovano l'Europa rovesciandola.

L'Inghilterra, instancabile nell'assoldare l'Europa regia e feudale

contro la rivoluzione francese, diventa campione della libertà di

commercio per resistere al blocco continentale; le sconfitte, che

disperdono gli eserciti, adunano i popoli; le vittorie, che rovesciano

le nazioni, le liberano contemporaneamente dal loro passato,

ringiovanendole coll'insurrezione popolare; i trattati stretti e violati

arbitrariamente tolgono ogni valore all'antico diritto publico e ogni

credito alla diplomazia per render e la politica un interesse di popoli

anzichè di gabinetti; mentre la Francia, sublime di eroismo e di pazzia,

illumina e brucia, batte e ritempra, frantuma e ricompone tutta

l'Europa. La lotta è fra due mondi; Napoleone enorme, inconsapevole e

fatale, li fonde, per cadere poi soffocato, a un'ora prestabilita, sotto

il loro peso.

La sua politica necessariamente assurda negli scopi e nei mezzi non

arretra davanti alcun ostacolo; spezza la Prussia in quattro

dipartimenti alla francese per poi restituirla smezzata al re Federico

Guglielmo III: da Berlino, imitando il disperato provvedimento della

republica americana e della convenzione, intima il blocco

all'Inghilterra, audacia maggiore di quella da lui mostrata al ponte

d'Arcole, gigantesca guerra economica che Proudhon solo nella

implacabile temerità del proprio genio doveva ammirare trent'anni dopo.

Quindi perduto come un poeta nel sogno dell'impero di occidente getta

corone a tutti i propri fratelli: a Luigi quella d'Olanda, che era

republica e aveva tanto combattuto per farsi indipendente; ad Elisa

quella d'Etruria; a Girolamo quella di Vestfalia, regno improvvisato,

assurdo come una chimera e greve come un incubo; a Giuseppe toglie

Napoli per surrogargli Murat e dargli invece la Spagna. Nel Veneto

costituisce dodici ducati, ricordo dei pari di Filippo Augusto e dei

cavalieri della Tavola Rotonda, impegnandovi un quindicesimo delle

entrate che ne caverebbe il regno d'Italia; si riserba sei grandi feudi

nel regno di Napoli, altri nel resto d'Italia e in Germania. Rievoca il

cerimoniale di Luigi XIV, scimmiotteggia l'antica etichetta, s'umilia

agli inflessibili aristocratici.

Ma l'utopia dell'impero occidentale, dopo averlo spinto sino ai confini

della Russia, lo trascina all'estrema punta del Portogallo. Questo e la

Spagna sono retti da due dinastie esaurite, che Napoleone vuole

naturalmente sostituire. Così, dopo aver concesso pace alla Spagna

entrata nell'ultima coalizione e rimasta scoperta dopo la grande

vittoria di Jena, la tenta diabolicamente coll'offerta del Portogallo

scaduto a Maria I, pazza, e a Don Giovanni per essa reggente, principe

peggio che imbecille. La Spagna governata da Godoy, ignobile guardia di

corpo diventato amante della regina e padrone del re, morde all'amo: un

esercito francese con Dupont snida la dinastia dei Braganza da Lisbona,

Murat occupa militarmente la Spagna. La corte vi si smarrisce nelle più

nauseanti sozzure: la regina minacciata di perdere il trono non pensa

che all'amante, Ferdinando principe ereditario insidia la vita al padre

Carlo IV, questi preferisce il drudo di sua moglie al figlio; Napoleone

li coglie tutti a Bajona con uno stesso tradimento e li spodesta. I

Borboni di Spagna finiscono peggio che quelli di Francia: Luigi XVI ebbe

la gloria del patibolo, Carlo IV pattuì il castello di Compiègne e

trenta milioni di reali, Ferdinando si congratulò persino con chi gli

occupava il trono. Murat, facile vincitore di quella scenica guerra,

avrebbe ambito alla corona di Carlo V che toccò invece a Giuseppe

Bonaparte, tolto a Napoli come un fattore ad una masseria.

Ma la Spagna è la prima nazione che si solleva contro Napoleone:

Austria, Prussia, Italia non avevano avuto che volontari; qui tutto il

popolo diventa esercito. Napoleone moltiplica invano generali,

battaglie, vittorie; il suo genio militare sfolgoreggia più abbagliante

che mai nel disegno della campagna (1808), cui viene egli stesso a

dirigere e che gli riapre le porte di Madrid; nullameno il popolo

spagnuolo ha ferito Achille al tallone. L'Inghilterra aiuta

l'insurrezione con Wellington, generale mediocre e perfetto, che dovrà

vincere fra non molto il grande condottiero. Ogni siepe si muta in

baluardo, ogni casa in fortezza, ogni uomo in soldato, ogni frate in

eroe, ogni parroco in capitano. Il marchese La Romana, disertando alla

testa di tutti gli spagnuoli dalle rive del Jutland per venire al

soccorso della patria insorta, emula la ritirata di Senofonte, Saragozza

offusca la gloria di Numanzia, Mina risuscita Viriate. Intanto re

Giuseppe e Napoleone sbarazzano la Spagna dal secolare fardello dei

privilegi ecclesiastici e feudali: il governo è liberale ma tiranno, la

nazione reazionaria ma indipendente; antitesi insolubile allora e che si

risolverà dodici anni dopo colla rivoluzione del 1820, quando libertà ed

indipendenza si saranno fuse nella democrazia. Questa guerra originale

di popolo rende egualmente insignificanti le sconfitte e le vittorie: i

francesi non posseggono mai che il campo sul quale combattono, o la

città nella quale si fortificano. La loro gloria militare si appanna,

l'eco della resistenza spagnuola traversa la Germania e la solleva.

Dumouriez, già traditore della convenzione e assoldato ora dai nemici

della Francia, scrive il manuale della guerra per bande, la Prussia si

prepara al riscatto, l'Austria alla rivincita: intorno ad esse, ancora

informe ma immensa, una nuova Germania unitaria freme guerra e libertà;

le idee rivoluzionarie e francesi, che l'hanno desta, la spingono già

contro la Francia conquistatrice e tiranna con Napoleone. Questi, pronto

al pericolo, si restringe con Alessandro di Russia, e al colloquio di

Erfurt, nel quale riconfermando il trattato di Tilsitt, assodano la

divisione dei due imperi orientale ed occidentale, può mostrargli

stipata sotto i loro piedi nel gran teatro una platea di re. Ma questo

accordo dei due imperatori, assurdo nell'idea quanto falso

nell'intenzione, non sgomenta l'insurrezione tedesca, che spinge

l'Austria a farsi assalitrice per la libertà d'Europa. I re hanno già

imparato dalla rivoluzione come ricorrere alle masse: il loro linguaggio

è mutato quanto il loro diritto; la nazione sola può dare la vittoria,

essendo la ragione e la forza della guerra.

Nullameno il genio militare di Napoleone prevale ancora nel disaccordo

delle due grandi potenze tedesche: la Prussia smembrata ed incerta

fallisce alla guerra, l'Austria abbandonata vi soccombe, benchè

Napoleone, tradito alla propria volta da Alessandro di Russia, sia solo

a combatterla. Con un esercito quasi tutto della confederazione e con

cinque battaglie respinge l'arciduca Carlo al di là del Danubio, marcia

su Vienna e la prende in pochi giorni. Il popolo, poco compatto nelle

troppe nazionalità e non ancora abbastanza rivoluzionario, s'accascia;

dinastia e governo rimangono soli coll'esercito contro Napoleone. Questi

da Schönbrunn ordina l'aggregazione degli stati pontifici all'impero. Se

il papato incoronando Napoleone imperatore aveva tradito il principio

della monarchia per diritto divino, il nuovo impero cesareo, formula

sintetica ed effimera della monarchia e della democrazia, vendica quel

tradimento, affermandosi con orgoglio antico e con empietà moderna

padrone del papato. Così finisce il duello fra papato ed impero durato

tanti secoli.

Napoleone trionfante a Schönbrunn crede di essere un imperatore, e non è

che il condottiero della rivoluzione.

Mentre infatti medita di spezzare la monarchia austriaca per ridurla in

provincie del proprio fantastico impero, la guerra lo obbliga a

ripassare il Danubio; sorpreso ad Essling dall'arciduca Carlo, è quasi

battuto e sarebbe catturato, se il suo mediocre avversario ne avesse il

coraggio. Questa esitanza lo salva, permettendogli di ritirarsi sulla

Lobau in mezzo al Danubio. La Germania urla freneticamente: il sorcio è

nella trappola! ma l'arciduca Carlo, quasi atterrito dalla possibilità

di tanta vittoria, dubita ancora. Napoleone improvvisa come Cesare un

ponte sul Danubio, ne tocca l'altra riva, si congiunge all'esercito

d'Italia vincitore dell'arciduca Giovanni, ripassa il gran fiume, e a

Wagram, dopo orrendo macello, impone all'Austria la pace.

La Prussia, percossa di terrore, lascia esulare il duca di Brünswick e

uccidere il maggiore Schill, che la chiamavano a guerra d'insurrezione;

l'Olanda preparata dagli inglesi alla rivolta la procrastina; la

Germania impreparata si vi addestra nelle società segrete e nelle

canzoni; il Tirolo, insorto con Andrea Hofer a una crociata commovente

di mistico eroismo «in nome di Dio e della Santissima Trinità», lascia

fucilare piangendo il proprio generale, sublime natura di cristiano

attardato nella storia; la Russia lontana, immobile alleata della

Francia, scruta pensosa in quella sconfitta, che toglie all'Austria

altre duemila miglia quadrate e tre milioni di sudditi, obbligandola a

gettare una delle proprie principesse in braccio al vincitore per dargli

una dinastia.

Mutamenti politici in Italia.

L'Italia aspettava da queste nozze il proprio re.

Infatti il regno d'Italia era venuto d'anno in anno crescendo. Quattro

strade meravigliose aperte attraverso al Sempione, al Cenisio, al

Monginevra e al Colle di Tenda, lo congiungevano all'impero; una corte,

ministri, ambasciatori, un istituto, scuole, ospedali, fabbriche

grandiose consolavano Milano della mancanza di vera libertà. D'altronde

pochi erano a sentire tale difetto, e questi i giacobini. L'applicazione

del codice francese rimutava quotidianamente tutta la società;

l'abolizione graduale, poi totale dei conventi, la purificava; la

coscrizione la rinvigoriva. Napoleone per i propri bisogni incessanti di

guerre badava a questa sopratutto, ed era il massimo dei benefici per

una gente snervata da due secoli di inerte schiavitù. L'abitudine delle

armi ritemprava i caratteri; le idee rivoluzionarie ricostituivano la

coscienza. Napoleone, ridiscendendo in Italia dopo la grande vittoria

sulla Prussia, forse irritato egli stesso dalle troppe piaggerie, disse

fieramente che le donne italiane non avrebbero dovuto permettere ai

giovani di comparire loro innanzi se non recando onorevoli cicatrici. A

Venezia sognava di formare una flotta, a Milano promise di accrescere il

regno. Infatti il 22 novembre 1807 spodestò la regina reggente di

Toscana, che cedette quasi ringraziando, per sostituirle la propria

sorella Elisa, amazzone ariostesca sempre cavalcante fra generali e

soldati: mutamento che tolse la Toscana alla segreta reazione bigotta di

Luisa di Borbone. Il trapasso da una dinastia all'altra fu governato

saviamente dal Degerando, buon amministratore quanto scarso politico;

poco dopo Parma e Piacenza si fusero nel dipartimento del Taro. Al trono

di Napoli, vacante per l'elezione di Giuseppe Bonaparte re di Spagna, fu

eletto Gioacchino Murat, il cavaliero più impetuoso e pomposo del ciclo

napoleonico. Napoli, terra di feste e di sommosse, magnificente e

selvaggia, volubile e passionata, era fra tutti i regni dell'immenso

impero quello che meglio conveniva a questo cognato dell'imperatore

destinato a diventare re.

Laonde fu accolto da ogni sorta di luminarie e di adulazioni appena

annunziò di accettare la costituzione largita in Bajona dal suo

antecessore. Firrao, cardinale di Napoli, sorpassò Gamboni, patriarca di

Venezia, nelle servilità al nuovo re: il tradimento di Pio VII verso i

Borboni di Francia si ripeteva per tutta la gerarchia della chiesa

contro tutti i re spodestati. Per prima impresa Murat, miglior soldato e

sovrano più altero di Giuseppe Bonaparte, assalta a Capri e costringe

alla resa Hudson Lowe, futuro carceriere di Napoleone; quindi, imitando

da lontano l'equivoco esempio dell'imperatore, vezzeggia i baroni e

dispetta i republicani memori ancora contro di lui dello sfratto dalla

Toscana, finge dimenticare la riconosciuta costituzione per regnare

dispoticamente a mezzo dell'antica feudalità: errore enorme che

annullava tutto il pericolo anteriore delle riforme e l'altro della

republica partenopea contraddicendo a tutte le idee del momento. E

siccome le Provincie al solito non quietavano, costituì legioni

provinciali, una per ognuna di esse, abituando ed addestrando il popolo

alle armi. Ma se questo era un grande vantaggio per l'educazione dei

caratteri mediante l'abitudine della disciplina e il tonico dei

pericoli, non bastava nullameno a compensare i danni e i dolori di una

incredibile licenza soldatesca.

Su questi malumori soffiava la corte di Palermo avaramente fissa al

riconquisto del regno. Calabrie ed Abruzzi battagliavano ancora con

intendimenti diversi: alcuni, implacabili nemici di ogni straniero, vi

agognavano, il ritorno di Ferdinando; altri, indomabili amanti della

republica, si ostinavano contro ogni re: fra questi e quelli

scorazzavano ignobili e feroci banditi per vaghezza di sacco e di

sangue.

I carbonari, nuova setta destinata a grande celebrità, scesero dalla

purezza del loro principio religioso-politico secondo il quale

consideravano Gesù come primo dei republicani e prima vittima del

dispotismo, sino a trattare per mezzo del duca di Moliterno colla corte

borbonica. Erano stati introdotti nel regno dal Menghella ministro di

polizia; ma, quantunque avessero dovuto poco dopo rifugiarsi in fondo

alle Calabrie, dimenticarono per odio allo straniero Murat la perfidia

anche troppo provata della regina Carolina. Fra le tante inversioni di

quel periodo politico si videro quindi i carbonari associati come

rappresentanti del liberalismo colle vecchie bande borboniche, che

avevano assassinata la republica partenopea. Tale falsa alleanza,

inintelligibile per il popolo, non potè naturalmente giovare troppo nè

all'idea democratica, nè alla causa regia, mentre Murat spiegava invece

la più ammirabile energia alla conquista della Sicilia. Che se la viltà

dei nuovi soldati napoletani guidati dal Cavaignac rese inutile uno

sbarco ben riuscito, e gl'inglesi poterono preservare l'isola

dall'invasione, nullameno la rivolta delle bande regie carbonare nelle

Calabrie fu domata dal generale Manhès con sì tremenda ferocia che i

luoghi purgati rimasero deserti. Capobianco, capo dei carbonari, vi perì

miseramente in un'insidia.

Ma più grossa questione stava per risolversi in Italia.

Se la rivoluzione francese nella sincerità della propria idea

republicana, decapitando il re per sostituire al vecchio principio

monarchico quello moderno della sovranità popolare, aveva poi dovuto

naturalmente sopprimere il papato, imbastendo a Roma una indefinibile

republica; e se Napoleone, ricostituendolo nel concordato per farne

puntello al proprio dispotismo cesareo, sembrava invece averne

riaffermato la necessità millenaria; tuttavia il principio

rivoluzionario, dirigente attraverso tutte le antitesi la politica

dell'impero, esigeva daccapo la sua soppressione. L'impero come forma

rivoluzionaria non poteva mantenersi in se stesso il papato sempre

ostile col proprio diritto canonico ad ogni progresso del diritto

civile, sempre superiore ad ogni altra sovranità pel proprio principio

teocratico, sempre incompatibile con ogni riorganizzazione dell'Italia

per il proprio minimo regno. Quindi nel concordato rivoluzione e papato

avevano patteggiato come potenze piuttosto irreconciliabili che

concordi, ribadendo nel nuovo patto ricalcato sull'antico l'antitesi

secolare della chiesa collo stato. La religione vi si atteggiava sempre

a fatto storico superiore a tutte le leggi della storia, mentre la

chiesa, seguitando a dirvisi radice di ogni verità e di ogni diritto,

pretendeva di assegnare ancora la parte ai re e ai popoli col verificare

la giustizia di tutte le leggi, approvando o condannando tutti i

governi. Ciò era assurdo ed impossibile dopo la rivoluzione francese. La

religione nel secolo XIX, e in tutti i secoli avvenire, non doveva

essere più che un inviolabile principio spirituale, significato ed

operante con organismo pari a quello della scienza e dell'arte: non più

papi-re o principi-cardinali sotto pena che la sovranità popolare fosse

negata; il sacerdozio stesso per l'efficacia del proprio esercizio aveva

d'uopo di liberarsi da tutte le armature e le armi, che nei secoli

passati lo avevano trasformato in ministero politico di un governo

monarchico-feudale.

Involontariamente l'incoronazione di Napoleone metteva il principio

della consacrazione religiosa più alto di quello dell'elezione popolare.

Impero e papato, restavano dunque distinti e aggrovigliati come nel

medioevo, con tutti i problemi delle investiture e delle immunità ancora

insoluti. L'accordo doveva presto mutarsi in dissidio per entrambi,

risognando il passato in una nuova contesa sulla universalità del

dispotismo. Il papa concepirebbe ancora l'imperatore come proprio

gendarme e vorrebbe colla sua spada difendere dalle conseguenze

rivoluzionarie i propri privilegi; l'imperatore considererebbe il papa

come proprio ministro e vorrebbe ottenere dalla sua insidiosa

predicazione l'ubbidienza del popolo.

La lotta religiosa era dunque inevitabile. Infatti si accese

all'indomani del concordato per opera di Napoleone, che ne trasgredì

molti articoli: a tutte queste cause spirituali, s'aggiungevano le

ragioni politiche. Lo stato pontificio, tagliando l'Italia in due,

v'impediva ogni opera militare e civile; la violazione del suo

territorio vi diventava così necessaria a ogni momento che il papa

stesso finì poi coll'accordarla. Naturalmente i nemici della Francia ne

profittavano quanto Napoleone. Questi, più forte e più violento, pretese

di essere solo in tale beneficio come successore di Carlomagno primo

donatore di quegli stati alla Santa Sede. Il papa gli rispose come agli

antichi imperatori di Germania, sostenendo la donazione libera ed

assoluta, e schermendosi come padre di tutti i fedeli, da un'alleanza

militare colla Francia. Ma questa ragione, per essere troppo buona,

menava diritto all'abolizione del potere temporale. Infatti Napoleone

minacciò subito il papa di restituirlo semplice vescovo di Roma. Quindi

il generale Miollis pretestando di andare verso Napoli occupò Roma

(1808) e si stanziò al Quirinale, intimando ai cardinali napoletani e

del regno d'Italia di rimpatriare tosto. Pio VII protestò; Napoleone di

rimando mutò le quattro Provincie di Ancona, Macerata, Camerino e Urbino

in tre dipartimenti del regno italico. Allora i vescovi oscillarono sul

giuramento di fedeltà imposto dal nuovo padrone, e al solito cercarono

salute nell'equivoco della formula. La nuova guerra coll'Austria sospese

per un istante la querela, ma le sconfitte dell'arciduca Carlo in

Germania, costringendo l'arciduca Giovanni a ritirarsi dall'Italia

inseguito colla baionetta alle reni dal vicerè Eugenio, permisero a

Napoleone di decretare da Vienna, nell'ebbrezza del trionfo,

l'abolizione del regno pontificio. Impero e papato medioevali cadevano

così sotto il medesimo colpo.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 25 / 30 段