Ma quantunque Massena e Brune abbiano già salvata la Francia, quegli

sconfiggendo Suvoroff nella Svizzera e questi costringendo gli

anglo-russi a capitolare in Olanda, dietro continue invocazioni di pace

il nuovo console non bada che ad allestire la guerra. Siccome il supremo

grado politico gli vieta il comando degli eserciti, Bonaparte nomina

_pro forma_ generalissimo Berthier e con trentacinque mila coscritti

emula Annibale al passaggio del San Bernardo. L'impresa di tale valico

era così temeraria che Napoleone, avvisandone clamorosamente l'Europa,

ingannò tutti col dire la verità. Melas, che s'accaniva intorno alle

possibili discese in Liguria, non vi credette e lasciò sguernite Alpi e

Lombardia. La guerra mutava. L'eroico Massena, mandato innanzi da

Napoleone per la riviera di ponente contro Melas, mentre Moreau

penetrando nella Germania contro Kray passava già vittoriosamente il

Danubio, aveva resistito più che umanamente entro Genova per dare al

primo console il tempo di varcare le Alpi; e mal domo dalla fame

conchiudeva col nemico superiore non vincente una capitolazione, che

volle con epico orgoglio chiamata solamente convenzione. Per essa usciva

da Genova intatto coll'onore delle armi, mentre Melas, superbo di aver

vinta la guerra, aveva appena il tempo di voltarsi al clamore di

Napoleone entrato in Milano. Il vecchio generale austriaco, che

l'aspettava ingenuamente a Ventimiglia, tardi pentito s'affretta

intrepidamente alla battaglia; la presa di Piacenza operata con fulminea

rapidità da Murat, tagliando in due l'esercito imperiale, non lo

sgomenta; ma Bonaparte, rinfiancato dalle artiglierie trovate in Milano,

con maggior ardimento lascia scoperta la Lombardia per correre sul

nemico nelle pianure del Piemonte. La battaglia divampa a Marengo così

fiera tra i veterani imperiali e le reclute francesi che queste ormai

piegano sotto il loro terribile sforzo, quando Desaix tragicamente

fortunato arriva a rinforzo e muore strappando ai tedeschi la vittoria.

Questa rotta costerna sì fattamente gli austriaci che cedono tutte le

fortezze pur di ritirarsi a Mantova, curvi sotto la sprezzante

meraviglia dell'Europa per tanto avvilimento: ma poichè Francesco II,

trattando contemporaneamente della pace con Bonaparte e con Moreau,

tergiversa sino ad arrestare slealmente l'ambasciatore francese e ad

accettare 62,000,000 di sussidi dall'Inghilterra, Napoleone riprende

sdegnato la guerra iniziando la famosa campagna d'inverno terminata in

venti giorni. Augereau è sul Meno. Moreau sull'Inn, Brune sul Mincio;

Macdonald, rivaleggiando con Napoleone, si spicca da Moreau con quindici

mila uomini e traversa lo Spluga per formare l'ala sinistra

dell'esercito d'Italia. Quindi Moreau annichilendo a Hohenlinden

l'arciduca Giovanni e Brune ricacciando Bellegarde dal Mincio, fiaccano,

l'orgoglio di Francesco II, che colla pace di Lunéville (1801) subisce

presso a poco le condizioni del trattato di Campoformio.

L'Italia ritorna sotto il protettorato francese.

Bonaparte vincitore ripristina la republica cisalpina, creandovi una

consulta con podestà legislativa e una commissione di governo con potere

esecutivo, entrambe sottomesse a Petiet ministro straordinario di

Francia. Quindi riapre l'università di Pavia chiusa dai sospettosi

tedeschi, piaggia i dotti, accarezza gli aristocratici; questa volta le

sue intenzioni sono così mutate da quelle della prima campagna del 1796

che i democratici, trascurati o reietti, sono forzati di accorgersene,

ma, incapaci di un qualunque riparo, avvallano più profondamente in

questa nuova contraddizione. Dalla cisalpina tornando prontamente in

Francia, il console per rispetto di Paolo I di Russia, ostinato

protettore del Re di Savoia, lascia in sospeso la riorganizzazione del

Piemonte. Veramente dopo la vittoria di Marengo aveva proposto a re

Carlo Emanuele di ritornarlo in seggio se rinunciasse Nizza e Savoia

alla Francia; ma questi, che prima aveva abdicato per timore, sicuro in

Sardegna, si ricusò ai pericoli di un simile ritorno e nemmeno volle

discutere la nuova offertagli cessione di tutta la cisalpina. Le

condizioni del Piemonte, economicamente tristissime, peggioravano in

questa suprema incertezza di governo, che permetteva agli amministratori

e ai generali francesi ogni sorta di eccessi. Cresceva la confusione dei

partiti: chi voleva essere francese, chi italiano, chi piemontese; gli

aristocratici rimanevano bigottamente col re, i democratici si

laceravano mutualmente. Intanto Napoleone, modificando ancora le proprie

intenzioni, cedeva per consiglio di Prina tutto il Novarese alla

cisalpina.

A Genova, sottomessa da Melas ad una reggenza imperiale e reale, si

costituivano come nella cisalpina una commissione e una consulta sotto

al ministro straordinario generale Dejean; Modena annessa alla cisalpina

aveva pel trattato di Lunéville ceduto alla Brisgovia il proprio duca;

Parma invece ingrossava il proprio con tutta la Toscana sino a farne un

re d'Etruria. Con questo titolo l'infante di Spagna e duca di Parma

doveva difendere l'Italia centrale e specialmente Livorno dagli assalti

inglesi; ma questi si spense ben presto, e la reggenza assunta da Luisa

di Borbone pel figlio giovanissimo Carlo Lodovico vi era regolata

dispoticamente da Murat. La pronta ed esemplare punizione di Arezzo

aveva già tolto alla Toscana il mal vezzo di scannare proditoriamente i

francesi, acclamando i tedeschi come liberatori.

Napoli rimasta sola alla guerra dopo il trattato di Lunéville e

minacciata da Murat con grosso esercito, non ebbe altro riparo che il

solerte ingegno della regina Carolina, la quale, recatasi a Pietroburgo,

ottenne per l'intercessione di Paolo I pace dal console. Ne furono

condizioni lo sgombro dei soldati regi da Roma, la chiusura di tutti i

porti agl'inglesi, la cessione di Portolongone e di Piombino alla

republica francese, lo stanziamento di due grossi presidii francesi

negli Abruzzi e nelle Calabrie.

Il Concordato.

A miglior fortuna invece sembrava risorgere il papato. Morto Pio VI nel

Delfinato e radunatosi all'ombra labile delle bandiere tedesche il

conclave in Venezia, venne eletto Barnaba Chiaramonti, già vescovo

d'Imola, uomo di buoni costumi e di miti propositi. L'Austria, per

l'assurdo diritto di veto concesso dal papato alle tre grandi potenze

cattoliche, diede l'esclusione al filosofo Gerdil, e, fissa nell'idea di

ulteriori conquiste, mirava ad impedire il ritorno a Roma del nuovo

papa. Pio VII invece vi si affrettò, accolto dai romani come liberatore.

Quindi ristorò le finanze comunali, trasferendo molti loro debiti alla

camera pontificia; abolì parecchie gabelle privilegiate; creò due tasse,

l'una reale e l'altra dativa: quella conteneva fra le altre una

contribuzione di valimento per la sesta parte di tutte le rendite sopra

coloro che le consumassero fuori di stato, questa manteneva ancora le

gabelle del sale obbligatorio e del macinato. Pei beni ecclesiastici

venduti cassò la vendita, salvando ai compratori il rimborso del quarto.

Ma un nuovo accordo del papa col primo console doveva rinnovare

improvvisamente il prestigio del papato. Affogatasi la rivoluzione in

quell'orribile mareggio di sangue che aveva allagato mezza Europa, e

cominciata la reazione conservatrice col trionfo di Bonaparte, questi,

fatto l'animo a maggiori grandezze, comprese tosto la necessità di un

componimento con Roma. Già negli spiriti rifioriva il sentimento

religioso, atteggiandosi nella letteratura con nuove forme romantiche;

erano cessate le persecuzioni, emigrati e preti venivano riammessi,

surrogandosi per questi ultimi il giuramento civico con una semplice

promessa; il bisogno del culto e della pace religiosa cresceva tutti i

giorni. Accordandosi con Roma, la rivoluzione trionfava una seconda

volta della monarchia, alla quale non era rimasta altra forza che la

devozione di alcune campagne.

Così Bonaparte, che tre giorni dopo la vittoria di Marengo ne aveva

fatto parola col cardinale Martiniana, rinnovò abilmente le pratiche,

blandendo la vanità del pontefice e minacciandolo al tempo stesso con un

concilio nazionale di vescovi giurati, da lui medesimo adunato in

Parigi. Roma, desolata per la sospensione di ogni culto cattolico in

Francia, si vedeva minacciata da un nuovo scisma gallicano, nel quale la

maggior parte dei credenti francesi avrebbe potuto gittarsi, trascinando

coll'esempio l'Italia ridotta a potestà di Napoleone e già da gran tempo

inquinata di giansenismo. Il moto, provocato dal Ricci vescovo di

Pistoia, erasi piuttosto allentato che estinto: Degola, Palmieri, Zola,

Tamburini, Gauthier, Vailna, combattevano ancora per simile dottrina;

alcuni vescovi italiani, come il Solaro di Novi, parlavano perfino di

aderire al concilio parigino. Roma piegò. Il cardinale Consalvi,

l'arcivescovo di Corinto e il teologo Caselli trattarono a Parigi del

concordato con Giuseppe Bonaparte, Cretet e Bernier curato di San Lodo.

Le condizioni gravissime per Roma ribadirono molte delle vecchie

contraddizioni politiche e religiose del papato. Questo concedeva al

governo francese di regolare l'esercizio del culto con norme di polizia,

riconosceva le nuove circoscrizioni rivoluzionarie delle diocesi e i

vescovi nominati ad esse dal console, imponeva le dimissioni ai vescovi

profughi che avevano nobilmente ricusato di giurare, ordinava a tutti i

vescovi di non eleggere a curati che persone ben accette al governo;

ogni alto e basso funzionario ecclesiastico doveva giurar fede alla

republica; si riconoscevano al primo console tutti i diritti e le

prerogative degli antichi re cristianissimi; si assolveva finalmente la

vendita dei beni ecclesiastici. Per questo articolo gli scrupoli di sua

santità furono maggiori che per tutto il resto, ma gli argomenti usati

dall'Albani e dal Merenda per vincerli rivelarono colla loro casistica

sottigliezza l'inanità della sua coscienza politico-religiosa. I due

teologi infatti poterono persuadergli che, con la promessa di non

molestare nel possesso i compratori di tali beni, ne conferiva loro

immediatamente la proprietà invece di riconoscerla come un fatto

giuridico anteriore. Ma riconquistando la Francia al cattolicismo e

patteggiando così col primo console, il papato acquistava un'importanza

politica che lo rimetteva alto sull'Europa. Il vecchio principio

monarchico rappresentato dalla famiglia del re decapitato soccombeva

daccapo al principio ieratico di Roma, mentre la rivoluzione stessa,

costretta ad entrare attraverso il consolato nella forma imperiale per

organizzare le proprie idee, sembrava nuovamente sottomettersi alla più

antica autorità religiosa contro la quale era insorta. L'avvenire era

dunque signoreggiato dal cattolicismo come il passato. Roma imperava;

Napoleone dopo tante vittorie rivoluzionarie doveva ripristinare il

regno e capitolare col pontefice per fondare il proprio governo. Il

fatto pareva ed era enorme. Non si vedeva allora che il papato

separandosi dal principio monarchico si suicidava, per non rimanere che

un semplice pontificato religioso. Ma Napoleone, che, confessando contro

i giansenisti la propria ammirazione per la podestà unica ed universale

del papato, aveva già scoperte le proprie tendenze all'impero, si

affrettava a conquistarlo coll'aiuto morale di Roma. Tutto gli giovava,

lo splendore di tante vittorie, l'improvvisa irresistibile fortuna, il

codice promulgato, il governo assodato, la pronta ed uniforme

amministrazione, la stessa tradizione monarchica e l'oscura necessità

della rivoluzione di contraddirsi nella forma imperiale per conquistarvi

l'unità indispensabile ad una lotta decennale contro l'Europa.

L'Inghilterra, rimasta ultima nella guerra, rovesciava Pitt e piegava

alla pace di Amiens; Paolo I di Russia, supremo ostacolo per

l'annessione del Piemonte alla Francia, moriva strozzato dai satelliti

di suo figlio Alessandro. Quindi Napoleone, con un decreto antidatato

per nasconderne al nuovo czar l'impertinenza, annette immediatamente il

Piemonte alla Francia, dividendolo in sei dipartimenti; e blandisce la

vanità del giovane imperatore, pregandolo di associarsi a lui per dare

finalmente pace al mondo travagliato.

Saliceti, secondo ordini segreti, riforma daccapo Lucca con più

aristocratica costituzione e ne reca il governo in mano ai più grossi

proprietarii e negozianti; Moreau di Saint Méry viene mandato a reggere

Parma scaduta alla Francia per la morte del duca Lodovico.

Consulta di Lione.

Riconciliatosi col papato, vinta l'Austria, adescato lo czar,

pacificatosi coll'Inghilterra, adorato dall'esercito e dal popolo,

Napoleone si servì astutamente dell'Italia per saggiare in Francia i

primi effetti d'un'apparizione imperiale. Laonde, fingendo di cedere a

supplicazioni di popoli italiani, convocò a Lione una consulta

straordinaria per dare stabile ordinamento alla cisalpina, facendone al

tempo stesso un vero stato e un forte baluardo contro l'Austria. Vi

convennero rappresentanti di tutte le città allora affratellate, e ne

uscì senza discussione, perchè imposto dal console e vegliato da

Talleyrand, uno statuto col quale si stabilivano tre collegi elettorali

permanenti e a vita completantisi da se medesimi: cioè trecento grossi

proprietari, duecento grossi negozianti ed altrettanti letterati. Era

ufficio loro nominare i membri della censura, della consulta, del corpo

legislativo, dei tribunali, della camera dei conti: i possidenti

dovevano sedere a Milano, i commercianti a Brescia, i dotti a Bologna.

Come magistrato supremo, la censura composta di nove possidenti, di sei

dotti e di sei commercianti sedeva invece a Cremona, adunandovisi cinque

giorni dopo lo scioglimento dei collegi e sciogliendosi dieci giorni

appresso. Il corpo legislativo non poteva nè proporre nè discutere, ma

solo squittinava. Era unica religione la cattolica, e con incredibile

regresso venivano ripristinati i fori ecclesiastici. Presidente per

dieci anni, rieleggibile, quindi a vita, Bonaparte; vice-presidente

Melzi.

Era una creazione dispotica con governo dittatoriale: di sovranità

popolare, di elettorato, d'indipendenza e di libertà nemmeno un cenno.

Ma a questa mostruosa republica, campata fuori della storia e del

diritto come un'assurda transazione fra la rivoluzione e l'impero, la

conquista e l'autonomia, si appose il nome di italiana. Questa grande

parola, finalmente pronunciata, compensava col proprio valore ideale

tutti gl'inevitabili e inestricabili errori dell'opera.

Bonaparte stava lontano, Melzi presente si obliava nella pompa della

propria carica: il ministro Prina rinsanguava le finanze, si

sviluppavano le armi, si cassavano gli ultimi privilegi aristocratici,

si favorivano gl'ingegni, crescevano le speranze di vera indipendenza,

quantunque represse dal governo ligio agli ordini del primo console.

Molti furono carcerati per ciò solo che parlavano troppo di libertà.

Intanto il nuovo benessere materiale aumentava, giustificando in parte

le impudenti adulazioni di tutti gli scrittori al nuovo padrone.

Naturalmente Genova, fra il Piemonte divenuto provincia francese e la

recente republica più napoleonica che italiana, dovette riformarsi,

supplicando con servile ipocrisia il primo console a darle nuova

costituzione. E la grazia fu concessa, e la costituzione fu coi tre

collegi dei possidenti, dei negozianti e dei dotti, che rappresentavano

sovranità ed elettorato con un senato di trenta membri ed un doge eletto

per sei anni: i distretti nominavano le consulte giurisdizionali, e

queste eleggevano i membri della consulta nazionale. Il protettorato

francese stava al disopra di tutto, e più alta di esso la volontà del

primo console.

Mentre gli aristocratici, lusingati con ogni maniera di uffici,

aderivano in massa al nuovo regime, e i democratici, spesso carcerati od

espulsi, vedevano vanire sotto la prepotente ingerenza dei proconsoli di

Bonaparte il proprio sogno di una vera republica italiana, re Carlo

Emanuele di Savoia, ramingo per l'Italia in preda a nere malinconie,

abdicava davvero il perduto regno al fratello Vittorio per consacrarsi

tutto alle pratiche religiose, e Murat scacciava con tirannica crudeltà

dalla Toscana i proscritti napoletani. La restaurazione napoleonica

pigliava l'andatura di tutte le altre: si ordinava a Soult, accantonato

sul Tronto, di condurre l'esercito a messa nelle domeniche: si

ricercavano fra le macerie della rivoluzione e il disordine di tutti

quei governi e quei costumi improvvisati i resti dell'antico rispetto

all'autorità, invocando Dio e incensando il papa, distinguendo i

marchesi e dispettando ogni uomo di carattere, abituando al dispotismo

coi benefizi dell'uniformità amministrativa e dell'uguaglianza legale.

Ma la segreta dialettica della rivoluzione incalzava il consolato

all'impero, costringendo Napoleone a farsi gridare imperatore.

CAPITOLO TERZO.

I regni francesi in Italia.

L'impero francese.

Da console vitalizio ad imperatore il passo non parve enorme, poichè

l'elezione plebiscitaria, per quanto equivoca nel modo, salvava la

democrazia, e la rivoluzione, uscendo dal costume, restava nelle leggi.

Pio VII, sempre rimorchiato da tutti i grandi avvenimenti, venne sino a

Parigi per incoronare il nuovo imperatore nella chiesa di Nostra Donna

(1804), rinnegando così l'antica monarchia del diritto divino. I Borboni

adunati a Colmar per protestare vi gettarono invece le basi di un

sistema rappresentativo da concedere alla Francia quando cadesse

Napoleone, senza accorgersi di uccidere così una seconda volta il

proprio principio tradito dal papa. Plebe e soldati esultavano, l'Europa

ammirava ed armava, l'Italia al solito invitava. I delegati della

republica italiana andarono a Parigi per scongiurare Napoleone a ridurli

sotto la propria monarchia, cingendosi la corona ferrea; ed egli,

incalzato dai ricordi di Carlomagno, ridiscese a Milano con un esercito

di cortigiani fra gli osanna del popolo. Si disse allora che, strappando

di mano all'arcivescovo Caprara la corona, mentre questi si disponeva ad

incoronarlo, e calcandosela alteramente sul capo, Napoleone esclamasse

minaccioso: «Dio me la diede, guai a chi la tocca!» Lirica sfida che la

storia contemporanea raccolse, e alla quale la storia posteriore non

credette.

Nullameno una specie di regno d'Italia era fondato: Eugenio di

Beauharnais, figliastro di Bonaparte, vi dominava vicerè; il ducato di

Parma vi diveniva semplice dipartimento, la republica di Genova colla

solita forzata spontaneità vi si annetteva, Lucca e Piombino

costituivano un principato per Elisa e Felice Baciocchi, che doveva

presto assorbire tutta la Toscana. Intanto l'Europa eccitata

dall'Inghilterra, spergiura alla pace d'Amiens, e alla quale Napoleone

aveva già risposto coll'insensata minaccia del campo di Boulogne,

preparava contro di lui una terza coalizione. Austria, Russia, Napoli,

Svezia, Turchia risorgono a difesa del diritto publico europeo

conculcato dall'usurpatore; Pitt è il tesoriere della nuova guerra, la

Russia forma il retroguardo dello immenso esercito. Ma Napoleone,

sollecitato da Fouché ad una pronta vittoria, viola con incredibile

temerità il territorio prussiano, piglia il generale austriaco Mack alle

spalle, lo chiude in Ulma, lo fa prigioniero, marcia su Vienna, vi

penetra, emana decreti dall'imperiale Schönbrunn. L'arciduca Carlo,

incalzato da Massena vincitore a Caldiero, si ripiega invano

sull'Austria, giacchè l'esercito italico, congiuntosi con quello di

Napoleone, prostra ad Austerlitz con maggiore vittoria tutta la massa

degli austro-russi.

L'Austria fiaccata patteggia a Presburgo (1805), abbandonando il regno

d'Italia, la Venezia, la Dalmazia e l'Albania; la Russia retrocede, la

Prussia scende a nuove cessioni, i Borboni di Napoli allibiscono. La

regina Carolina, che vantavasi ancora impudentemente di avere ingannato

Napoleone con una finta neutralità, resiste sola fra lo sbigottimento

generale. All'annunzio della battaglia di Austerlitz e del decreto di

Napoleone che annunciava al mondo: «i Borboni di Napoli hanno cessato di

regnare», gli inglesi e i russi sbarcati nel regno per difenderlo si

ritirano, il re preparandosi a fuggire ordina ai generali di morire

piuttosto che cedere una sola fortezza, la regina ostinata all'ultima

resistenza è travolta dalla fuga generale. Giuseppe Bonaparte, nominato

da Napoleone re di Napoli, si avanza con Saint-Cyr e Massena. Tutto

piega; Gaeta sola resiste, intanto che gl'inglesi occupano Capri, e la

regina riparata in Sicilia scatena le vecchie bande di Rodio e di Fra

Diavolo sul continente. Ma i tempi sono mutati: l'entusiasmo

superstizioso ed anarchico della prima reazione non si rinnova.

Appena insediato, Giuseppe Bonaparte, piuttosto ministro di Napoleone

che re, ordinava il regno alla francese tra le feste solite in Napoli

per tutti i conquistatori. Stabiliva ministeri e consigli di stato,

aboliva ventitre tasse indirette per sostituirvi la fondiaria senza

esenzioni, ma purtroppo senza catasto; dava a censo il Tavoliere delle

Puglie, toglieva giurisdizioni feudali e privilegi di nobili, svincolava

fidecommessi, aboliva conventi, disciplinava la publica istruzione,

sistemava giuoco e prostituzione, illuminava le strade, ne apriva di

nuove. Il codice di Napoleone, quantunque senza giurati e con tribunali

d'eccezione in quel primo trambusto, recava un indicibile miglioramento

alla giurisprudenza e alla giustizia, semplificando ed irrobustendo

l'amministrazione.

Ma il regno era sommosso da congiure e da insurrezioni. Carolina da

Palermo e Saliceti primo ministro da Napoli combattevano un'orribile

guerra di agguati e di assassinii; le bande dei briganti pullulavano;

l'inglese Sidney Smith, sbarcato nel golfo di Sant'Eufemia, sconfiggeva

il generale Regnier a Maida; Massena stesso, malgrado il terrore del

proprio nome, non giungeva a quietare le Calabrie. Re Giuseppe poco

amato e niente stimato, perchè fatalmente sottomesso ai voleri di

Napoleone, non soddisfaceva ad alcun partito; la necessità delle feroci

repressioni governative giustificava le crudeltà efferate del

brigantaggio regio; la terribile dichiarazione di Napoleone: «i popoli

di Napoli e di Sicilia sono caduti in poter nostro per diritto di

conquista e come formanti parte del grande impero», neutralizzava tutti

i benefici del nuovo regime. Se la memoria della teatrale ma nobile

republica partenopea s'indeboliva nel popolo, il nuovo dispotismo faceva

amare l'antico pieno di privilegi per tutti: il sentimento nazionale

resisteva validamente alla minaccia di una francesizzazione, che avrebbe

fatto discendere Napoli a grado di lontana e smembrata provincia

francese. Ma come tutte le sventure dovessero raddoppiare di dolori in

quella tragica transizione, la regina Carolina insaniva sui fedeli

siciliani, spremendo loro ogni denaro, violando le loro antiche immunità

parlamentari e sacrificandoli ai cortigiani fuggiti da Napoli.

L'attitudine alle idee moderne imposte dalle armi francesi era dunque

molto minore nelle Due Sicilie che nell'alta Italia, a giudicare dalla

facilità onde questa si era sottomessa al governo napoleonico, e

dall'entusiasmo col quale la sua miglior gioventù entrava nell'esercito

del nuovo regno per partecipare alle guerre europee. Anzi le differenze

storiche e politiche fra queste due massime parti d'Italia, specialmente

nel grado e nella diffusione della cultura, vigoreggiavano talmente che

una fusione di Napoli con Milano sarebbe parsa ad entrambe una

conquista, e Napoli vi si sarebbe sentita degradare. Ma così grande

fatto era impedito sopratutto dallo stato pontificio, che avrebbe

tagliato in due il regno italico, e dal problema di Roma inevitabile

capitale d'Italia, prima ed ultima condizione di una ricostituzione

nazionale. La disperata resistenza delle Calabrie e l'indomabile

perfidia della corte borbonica, discordi nel sentimento per quanto unite

nell'intenzione contro lo straniero, non potevano quindi giungere a

risultato di sorta perchè entrambe fuori dalla storia: il dispotismo

regio, siccome contrario al diritto moderno, la ribellione popolare,

siccome tendente a difendere in Napoli l'antica idea federale, mentre

tutto quell'incalzare di mutamenti serviva a cancellare i confini e a

sopprimere le differenze dell'antica federazione. Così il partito

democratico, per giusto ed insieme erroneo odio allo straniero,

ritornando a Ferdinando di Borbone per evitare Giuseppe Bonaparte, si

suicidava nella più dolorosa contraddizione, per risorgere più tardi

nella negazione d'ogni piccolo stato italiano entro la grande ideale

repubblica di Giuseppe Mazzini.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 24 / 30 段