più forte dei tre aveva le masse brute, capaci di sollevarsi per una
strage, poi il clero, i vecchi governi colla loro tradizione e
coll'organismo spezzato non morto, coll'odio allo straniero rapinante e
col fanatismo religioso. Ma pronto per una reazione, associandosi alla
prima coalizione europea, questo partito non aveva altro programma che
il passato, altra idea che la negazione della rivoluzione. Quello
democratico invece, tratto dal nulla e costituito signore officiale
dell'Italia, aveva per alleato il direttorio, essendone fatalmente il
servo. Le sue idee astratte e cosmopolite fuori della storia e della
tradizione, senza abbastanza solidità o elasticità per il governo, non
raggiungevano nè l'indipendenza, nè la libertà. Laonde pareva ai più
composto di pazzi e di avventurieri, che, volendo rimutare
istantaneamente tutto, riuscivano solo a tutto fracassare. Il terzo
partito, nazionale, si era mostrato la prima volta (1796) nella Lega
Nera, poi nel 1798 formò la Società dei Raggi: quindi, eletta sede a
Bologna, stendeva le ramificazioni per tutta l'Italia. Era suo
principale intendimento ottenere l'indipendenza d'Italia, subordinando
il moto democratico all'ascendente di un patriziato republicano
sull'antico stampo veneto o genovese; e perciò sorsero _clubs_
antifrancesi a Napoli, in Lombardia e in Piemonte. Ma se la sua
intenzione era giusta, il modo della sua idea s'imbrogliava nel passato.
Un patriziato sul modello di Venezia e di Genova non poteva sorgere
fuori di quelle republiche, e molto meno poi creare una nuova Italia,
essendo esso medesimo piuttosto un effetto che una causa: d'altronde una
novella aristocrazia rivoluzionaria e conservatrice, indipendente e
liberale, senza una monarchia o una republica preordinata, era un altro
fantasma, una rievocazione classica come tante dei giacobini. Così il
partito nazionale, confessando da se medesimo la propria nullaggine, si
nascose per operare nel mistero di una setta invece di agire apertamente
e publicamente sulle masse; e più tardi, preso fra due fuochi, si
disciolse per passare nelle file del partito francese, o peggio ancora
in quelle del partito imperiale.
La reazione austro-russa.
Intanto una formidabile reazione si preparava entro la nuova coalizione
europea.
La fortuna di Francia intristiva; il suo esercito e il suo miglior
generale sembravano cercare inutilmente per l'Egitto e per la Siria le
antiche orme di Alessandro Magno; i suoi soldati effettivi non erano più
che centocinquantamila, le sue finanze erano esauste, le rapine nei
paesi protetti non v'ingrassavano che gli amministratori; scarsa in
tutti gli ordini la subordinazione, troppo viva la lotta tra esaltati e
patriotti, generale la stanchezza della lunga rivoluzione e delle troppe
guerre. Nullameno bisognava resistere a questa seconda coalizione. La
linea di difesa dal Texel al Faro era forse la più lunga di tutta la
storia moderna: Scherer comandava l'esercito d'Italia, Macdonald quello
di Napoli, Massena quello di Svizzera, Jourdan quello del Danubio,
Bernadotte quello sul Reno, Brune quello di Olanda.
Già al congresso di Rastadt alcuni ministri francesi erano stati
proditoriamente massacrati da ussari austriaci. Suvoroff s'avanzava
terribile nella Moravia; l'Inghilterra sublime nella tenacità dell'odio
e dell'avarizia mercantile, gettava denaro e fiamme dovunque; l'Austria,
condensandosi in uno sforzo supremo, muoveva 225,000 soldati, quantunque
s'impedisse anticipatamente ogni vittoria legando colla pedanteria del
consiglio aulico l'ingegno dei propri generali.
L'Italia regia e cattolica si risollevava.
Sino dallo stabilirsi della republica partenopea erano scoppiate tali
ribellioni nelle provincie, che obbligarono il neonato governo a feroci
repressioni: i francesi di Championnet riscuotendo le contribuzioni
rubavano e maltrattavano; baroni, preti e corte aizzavano; ogni pretesto
poteva d'ora in ora diventare causa. Infatti quattro fuorusciti còrsi,
che si spacciano improvvisamente e impudentemente per principi
borbonici, bastano a determinare una rivolta: il cardinale Ruffo,
astutamente terribile come un condottiero del rinascimento, raccozza
tosto alcune bande e sbarca in Calabria per ingrossarle in esercito.
Campagne, città, villaggi, casolari tumultuano nel nome della religione,
colla frenesia della morte. L'insurrezione diventa crociata, mescolando
fanatismi e superstizioni di ogni sorta: il cardinale prodiga
assoluzioni a tutti gli eccessi, stupra e benedice, incendia ed affoga:
peggiore di lui, re Ferdinando nomina generali e chiama amici i capitani
cannibali di quelle orde, mentre a Napoli i republicani divagano ancora
nell'ideale. Ma l'insurrezione si propaga alla novella di tutta Europa
congiurata contro la Francia; il direttorio, quasi per compromettere
maggiormente la posizione della republica partenopea, dichiara i beni
della corona di Napoli patrimonio della Francia. Fu l'ultimo tracollo.
Invano due colonne di republicani si spiccano per la Calabria guidate da
Giuseppe Schipani e da Ettore Carafa; più invano quest'ultimo moltiplica
eroismi che lo assomigliano ad Aiace, giacchè la classica idealità e
l'idillico platonismo del governo tolgono animo e forze ad ogni
resistenza. La discordia sconvolgendo tutti i campi incrocia le
scomuniche del cardinale Capece al cardinale Ruffo e di questo a quello;
l'inane republica per sostenersi invoca fanciullescamente l'aiuto di
Francia impegnata in ben altra contesa, e si espande in querele per
l'abbandono. Ma l'esercito della Santa Sede, come la chiamavano allora,
avanza raddoppiando di ferocia; Macdonald, richiamato in Lombardia per
aiuto a Moreau già battuto a Cassano, ha il tempo appena di ributtare
uno sbarco di anglo-siculi a Castellamare, e parte cedendo la republica
alla morte. Tutto precipita intorno ad essa. Non armi, non denaro, non
popolo, nullameno il governo invasato d'eroica teatralità dimentica ogni
più volgare prudenza sino a respingere le assennate proposte del
generale Matera per una sospensione della costituzione e per organizzare
il Terrore. Si prosegue nelle feste e nelle declamazioni. L'enfasi tocca
il grottesco per ridiventare sublime nel martirio: «pera la republica
piuttosto che commettere una violenza», fu l'ultima formula del governo.
E perì.
Congiure realiste vampeggiano a Napoli prima ancora che sia bloccata per
mare e per terra: il direttorio dichiara la patria in pericolo e mette
finalmente all'asta i beni della corona, ma per non trovare più che un
solo compratore; Michele lo Pazzo, convertito alla repubblica, offre di
armare ventimila lazzaroni, e il governo per timore di tradimento
rifugge da questa suprema misura. Allora le bande calabresi, turche,
russe, inglesi assaltano la città, conquistandola malgrado
gl'incredibili eroismi dei difensori. Il presidio francese assiste
inerte alla battaglia, inerte alla carneficina dopo la vittoria, inerte
alla capitolazione, che la regina Carolina e Nelson violarono malgrado
l'inopinata onorevole resistenza del cardinale Ruffo: quindi patteggia
la propria resa consegnando ai borbonici i republicani napoletani
militanti fra le proprie file. Trentamila persone furono imprigionate,
trecento vittime illustri tratte al patibolo, sei mila republicani
perirono tra le fila dei combattenti o tra i supplizi, sette mila
sospetti vennero condannati all'esilio o costretti a salvarsi colla
fuga. Si bandirono fanciulli di dodici anni, furono bruciati prigionieri
per le piazze, venduta la loro carne, mangiata publicamente. Mario
Pagano il maggior filosofo, Cirillo il miglior scienziato, Vincenzo
Russo il più eloquente oratore, Caracciolo il più prode ammiraglio,
Ettore Carafa il più prodigioso eroe, Eleonora Pimentel la più bella
sibilla della republica, tutti perirono giustiziati colla sublime
serenità di sognatori, che nemmeno lo spavento della morte poteva
destare.
Poi su questa ruina ideale s'aggravò, immonda rovina, la restaurazione
borbonica.
Intanto Macdonald accorse verso Lombardia al soccorso di Moreau, mentre
intorno tutta la campagna napoletana arde e mareggia. Coll'esercito
diviso in due corpi, egli si dirige rapidamente su Roma; costretto,
saccheggia San Germano, brucia Isola; a Roma lascia artiglierie e
salmerie, difilandosi rapido per la Toscana. Quivi pure la sollevazione
regia e religiosa ha sconvolto Arezzo e Cortona. Macdonald prende
questa, minaccia quella, ma incalzato dalle necessità sempre più urgenti
di Moreau, si affretta a calare arditamente per la valle del Panaro. Era
tempo ed era tardi. Moreau, riparato in Liguria per avere almeno libera
la ritirata in Francia dal Colle di Tenda, era cinto dagli austriaci di
Melas e dai russi di Suvoroff: tutto sembrava perduto per la Francia
nell'alta Italia. Scherer, surrogato a Joubert sul principio della
guerra e rotto due volte da Kray a Verona e a Magnano, aveva già dovuto
cedere il comando supremo a Moreau, per fuggire fra le esecrazioni dei
republicani. Moreau, raccattando l'impero sopra un campo di sconfitta e
non riuscendo ad impedire la congiunzione di Suvoroff cogli austriaci,
sconfitto da forze preponderanti a Cassano, era stato costretto ad
abbandonare Milano ai vincitori e a riparare oltre il Po in Alessandria.
Milano, invasa dai confederati, li aveva acclamati stordendoli di feste
e di servilità: si erano cacciati, arrestati i republicani; si era
invocata la ripristinazione della servitù austriaca con omelie e _Te
Deum_, mentre d'un tratto di penna Francesco II condannava quattrocento
giacobini a trascinare le navi alle bocche di Cattaro; primo martirio
che doveva destare nella coscienza italiana l'odio di patria allo
straniero.
In Piemonte sollevazioni sanguinarie avevano preceduto la conquista di
Suwaroff; quindi Torino capitolava e il Fiorella, ultimo difensore della
rocca, resisteva solo per soccombere onorevolmente.
Tutta la cisalpina e il Piemonte erano dunque perduti per la Francia e
per la rivoluzione. I confederati avevano ripreso Roma scacciandone il
generale Garnier; nella Toscana reggeva per il granduca, riparato a
Vienna e riacclamato dalla plebe, un Sommariva.
Quindi il generale Macdonald, scontrati austriaci e russi alla Trebbia,
mentre Moreau ingrossato di qualche aiuto mandava Victor a tendergli la
mano, moltiplicando invano arte e valore, ne forza il passo in tre
battaglie, e sempre sanguinosamente respinto, minacciato d'estrema
rovina, con meravigliosa ritirata sfugge per la Toscana in Liguria. Il
generale Moreau, costretto ad avanzarsi, solo, con mossa fortunata ed
ardita libera Tortona dall'assedio; ma la fortuna francese ruina
egualmente d'ogni parte. Tutte le fortezze capitolano; Joubert,
rimandato generalissimo in Italia con nuovo esercito, è sconfitto ed
ucciso alla prima battaglia di Novi; Championnet, che si accinge a
vendicarlo, muore anche più infelicemente dal dolore di essere rotto;
Mantova si arrende a Kray, Clément deve cedere Cuneo, Mounier perdere
Ancona.
La ristorazione regia e religiosa è compiuta: solo il Piemonte e lo
stato pontificio non vi si ricompongono nella vecchia integrità.
Suvoroff, già risalito verso la Svizzera, dove l'indomabile Massena lo
attende per distruggerlo, aveva indarno voluto ricostituire il Piemonte
per ridarlo a Carlo Emanuele, sebbene questi con insigne viltà non
avesse osato durante la guerra sbarcare dalla Sardegna per mettersi alla
testa delle proprie truppe. Ma l'Austria, quasi sollecitata da tanta
ignavia, aveva con astuta ingordigia sventato ogni disegno dell'onesto
barbaro, badando invece ad occupare con uguale intenzione di conquista
le tre legazioni della cisalpina. Così e colla Venezia, la Lombardia e
mezzo il Piemonte avrebbe alzato contro Francia un baluardo
imprendibile. Suvoroff, troppo ingenuo politicamente per comprendere
tale giuoco, abbandonava quindi l'Italia, da lui riconquistata con
effimere vittorie alla reazione europea, per vanire fra le grandi Alpi
come un ciclone incomprensibile ed inutile.
Il moto republicano sembrava cessato.
Infatti se nella sua prima irresistibile espansione dovuta alle vittorie
francesi il popolo si era appena mosso, ora invece si cacciava con
impeto universale nella reazione provocata dall'Austria. Il grido di
«morte ai giacobini» risonava per ogni dove; da Napoli i furori
assassini si erano propagati ad Arezzo, a Cuneo, a Cortona, a Genova,
alle Romagne, a Milano, a Torino, a Roma. I preti soffiavano, ma l'odio
alla rivoluzione era istintivo nell'anima popolare. Le rapine e le
taglie francesi sovra una nazione tanto abituata ai dolori delle servitù
straniere non bastavano a spiegare l'unanime ferocia di quest'odio: il
fervore della superstizione, giacchè vera passione religiosa in Italia
non fu mai, poteva concorrere nella furia della reazione, ma era
insufficiente a promuoverla. D'altronde la coscienza politica della
moltitudine non aveva patito dai francesi violazione nè di nazionalità
nè di libertà, mentre tutti i governi antecedenti non erano meno
stranieri ed oppressori, e a Napoli s'aggravava la peggiore delle
tirannidi, in Lombardia pesava l'Austria, in Piemonte gli ultimi re
stringevano tutti i freni, e nello stato pontificio lo sgoverno dei papi
sgomentava persino la servilità lodatrice degli scrittori.
L'unanimità delle violenze popolari era dunque prodotta dall'urto ideale
della rivoluzione francese nella coscienza storica dell'Italia
cristallizzata nelle forme monarchiche e papali. La condizione
spirituale ed economica del popolo vi era infatti confortata dal lungo
uso della servitù e dalla quiete egoistica, nella quale i governi lo
lasciavano senza chiamarlo mai all'armi o costringerlo a faticare per le
vie del progresso. E poichè l'abbiezione come ogni altro modo della vita
ha i propri vantaggi, e crea col tempo abitudini ribelli ad ogni
mutamento, una specie di benessere animale dava alla coscienza popolare
l'illusione di una felicità, che nessun altro straniero o padrone
avrebbero avuto diritto di turbare. Le catastrofi e le guerre immense
della Francia per aver fatta la propria rivoluzione, ingigantite e
falsate dai racconti di tutti, spaventavano il popolo. I giacobini
italiani, costretti a violare ogni regionale individualità senza poter
nemmeno accennare alla costituzione di uno stato libero ed uno,
sembravano naturalmente pazzi e parricidi, giacchè il loro programma
imponeva la guerra contro tutti, persino in casa; e il popolo non voleva
battersi. La rivoluzione, concepita nella fatalità della propria idea e
del proprio processo, significava un aumento di miseria per
incalcolabili spese militari, e il popolo era anche troppo povero;
significava l'abbandono della religione, giacchè il papa era contro la
rivoluzione, e il popolo era superstizioso; significava un governo di
borghesi arruffoni e venturieri, poichè i pochi buoni erano sconosciuti
al volgo ignorante, e il popolo, padroni per padroni, preferiva gli
antichi riveriti per tradizione e che sapeva fiacchi. Poi i principi per
spingerlo alla reazione lo avevano sguinzagliato, lasciando libera
carriera a tutti i suoi istinti bestiali, mentre i giacobini nella loro
prima espansione non avevano parlato che di libertà e di ordine con
frasi così classiche e con astrazioni così vuote che il popolo non vi
aveva capito gran cosa. La sua coscienza politica non era ancora che
napoletana, ligure, lombarda, toscana, veneta, così contornata e
limitata da ognuno di questi stati frammentari che la necessità della
loro federazione non avrebbe potuto essere intesa che dai principi, e
quella più alta dell'unità offendeva mortalmente tutte le gelose
individualità regionali. Così, quando alla prova dei fatti, unico
argomento per la masse, i giacobini non seppero nè piantare governi
liberi, nè attuare prontamente riforme sociali, che alleviando le
miserie popolari convincessero le coscienze con un improvviso benessere;
e le spese, e le taglie e tutti i mali della guerra crebbero sugli
antichi dolori, il popolo, non vedendo nella rivoluzione che un
peggioramento, insorse a brigantaggio intorno agli eserciti degli
alleati che si battevano per i principi. Di questi nessuno seppe essere
nè re, nè soldato, nè uomo. Il problema dell'unità e della libertà
italica non esisteva ancora per il popolo.
I liberali furono compassionevoli per incapacità politica e per tragici
martirii. Erano scienziati, artisti, belli spiriti, liberi pensatori,
non concordi in una sola idea, non affratellati in un unico sentimento,
non rannodati da alcun metodo. Servi quanto il popolo e dal popolo
disertati, domandavano alla Francia l'unità, la libertà, l'indipendenza
e quella personalità politica, che ognuno deve creare in se stesso; e
poichè la Francia, dibattendosi essa medesima nell'antitesi dei propri
dati rivoluzionari colle proprie tradizioni di conquista e colle
necessità dei propri interessi immediati, non poteva concedere una
costituzione senza violarla considerando fatalmente i paesi liberati
come soggetti, i giacobini italiani strillavano all'abbandono e al
tradimento. Avrebbero voluto tutto senza far nulla: stipulavano un
presidio francese nella cisalpina invece di attuarvi la coscrizione come
in Francia; a Napoli ricusavano d'armare i lazzari volonterosi e
invocavano dal direttorio un esercito; le poche legioni lombarde unite a
Scherer nel primo scoppio della reazione furono insignificanti di opere
e di aiuto, le liguri mandate da Moreau verso Macdonald alla Trebbia
furono disperse al primo urto; Lahoz, il miglior generale italiano nella
patria dei più grandi generali del mondo e nel paese che aveva vissuto
dieci secoli di guerra e per la guerra, passò prontamente e senza gloria
dai rivoluzionari agli imperiali. L'altro generale italiano, Pino, che
lo prostrò in uno scontro ariostesco all'assedio di Ancona, era egli
stesso guerriero di scarso valore. Non un diplomatico o uno statista
apparve nelle tante republiche improvvisate, che richiamasse la gloria
politica del medio evo e del rinascimento. Rivoluzione e reazione
rimasero allo stesso livello intellettuale; la viltà dei principi fu
compensata dalla declamatoria insufficienza o dall'inutile solitario
eroismo dei rivoluzionari.
Era e doveva essere uno sfacelo.
Bisognava che i principati e i regni sorti dal rinascimento cadessero,
mentre le improvvisazioni rivoluzionarie incomprese dal popolo fallivano
come i tentativi isolati dei pensatori e degli scrittori nel periodo
antecedente. L'Italia, troppo più addietro della Francia nel corso
politico, guadagnava però in tale trambusto la doppia coscienza
dell'esaurimento del proprio passato e della necessità di un futuro
diverso. I principi reintegrati non potrebbero più ottenere il cieco
rispetto di prima, poichè nessuno crederebbe più alla loro stabilità
dopo così facile caduta; i republicani, cacciati dalla reazione e
ospitati in Francia, vi stringerebbero nella umiliazione di quella
sconfitta la prima lega nazionale. Infatti il loro manifesto squillante
di rettorica al direttorio, affermando la libera unità d'Italia e
invocandola ancora puerilmente dalla Francia, non parlava più di unità
cisalpine o partenopee. Fra la ruina dei principati solo il papato
risorgeva più idealmente vigoroso. Se come regno la sua decadenza era
pari a quella dei Borboni e dei Savoia, avendo col trattato di Tolentino
abbandonato parte delle proprie terre e permesso coll'enciclica di Pio
VI ai romani di giurar fede alla republica, e nella furia della reazione
invocati russi e turchi, benedetti i cannibali di Ruffo e di
Branda-Luciani, approvata lo superstizione che nominava sant'Antonio
protettore di Napoli contro san Gennaro reo in faccia al popolo di avere
compito il proprio miracolo del sangue per ordine di Championnet;
nullameno era stato l'unità e la forza spirituale della reazione. Tutti
i principi lo sentivano e piegavano innanzi ad esso. Re Ferdinando di
Napoli poteva nella stupidità della propria natura pretendere come
l'Austria a conquistare qualche terra papalina dal proprio canto,
entrando la seconda volta a Roma per cacciare il generale Garnier, ma il
papato lo dominava nella persona del cardinale Ruffo. La lotta dei
principati contro la chiesa nel periodo delle riforme s'investiva in
un'alleanza di quelli con questa contro la rivoluzione. Scienza e
filosofia dovevano quindi gettare la maschera per passare francamente
nel campo democratico. D'ora innanzi il papato, traendo dalla accettata
infallibilità dei propri dati religiosi argomento per la verità del
proprio assolutismo politico, sarebbe la suprema forza ideale dei
principi italiani contro l'unità e la libertà d'Italia; ma, rovesciato
al pari di loro dalla rivoluzione republicana, dovrà essere una seconda
volta soppresso con loro dalla rivoluzione imperiale di Napoleone, per
perdere nella coscienza italiana ogni valore storico e sparire per
sempre entro la formazione di una terza Italia.
CAPITOLO SECONDO.
Fine delle republiche.
Il Consolato francese.
All'eco dei disastri francesi Bonaparte vincitore ad Aboukir abbandona
l'esercito d'Egitto, approda a Fréjus con quasi tutto lo stato maggiore
e si difila su Parigi. L'entusiasmo scoppia sotto i suoi piedi. Il
direttorio, nonchè processarlo quale disertore, lo accoglie come un
padrone cui tutti anelano di sottomettersi: i Bruti come ad un Cesare
col quale risalire al potere, i moderati come ad un forte capace
d'infrenare finalmente la demagogia, i realisti come ad un futuro Monk,
i disimpiegati e gl'intriganti come al più fortunato dei venturieri, i
soldati come al prediletto della vittoria. I generali, quasi paladini di
nuovo ciclo romanzesco, gli si stringono intorno: Fouché, il più
terribile politico, e Talleyrand, il più duttile diplomatico fra i
giacobini, gli si offrono; questi lo concilia con Sieyès daccapo
invocato oracolo di nuova costituzione. Così il miglior teorico e il
maggior soldato della rivoluzione si accordano ad abbattere il
direttorio e ad emanare la costituzione dell'anno VIII. Da essa,
attraverso inutili complicazioni di liste dipartimentali, comunali e
nazionali, di un consiglio di stato che proponeva le leggi, di un
tribunato che le discuteva, di un corpo legislativo che le votava
mutamente, di un potere esecutivo affidato a un grande elettore
vitalizio, specie di re costituzionale moderno e di idolo indiano, sorge
vivo e forte il consolato. Sieyès, sorpassato, si ripiega
silenziosamente sul senato; Bonaparte, primo console, ottiene più che
una dittatura. Quindi collocatosi al centro dei partiti, li neutralizza
abilmente consolando la stanchezza generale della lunga anarchia colla
visione dell'unità. Limita il numero dei giornali, rinsalda la sbranata
amministrazione comunale entro circoscrizioni prefettizie ubbidienti ad
ogni impulso del gabinetto centrale, ricostituisce nel nuovo dispotismo
democratico la gerarchia del merito concentrando tutti gl'ingegni
intorno a se medesimo, deporta senza processo i più accaniti giacobini,
schiaccia e placa la Vandea, doma le fazioni, mette l'uguaglianza nelle
leggi e nelle loro applicazioni, consentendo alle inevitabili differenze
naturali e storiche della società; finalmente, con suprema abilità di
conciliatore, adula l'instituto e decreta pompose onoranze funebri a Pio
VI morto esule a Valenza.
Oramai tutti respirano: al terrore del Terrore succede un'esplosione di
giocondità che circonda Bonaparte di un'aureola meno fulgida e più cara
dell'altra gloria.
Battaglia di Marengo.