Al rombo della tempesta francese tutti i principi italiani sbigottirono:

Pio VI propose un'alleanza sul genere di quella di Pillnitz, che

naturalmente non potè essere stretta; Napoli stava imbronciata col papa

per la chinea; Venezia temeva pel proprio commercio; l'Austria dubitava

anche allora di ogni lega italiana; il duca di Modena, massaio volgare e

vigliacco, preparava un grosso tesoro per fuggirsene; la Toscana, più

aperta alle nuove idee, simpatizzava ingenuamente per la republica

francese, e fu poi la prima a riconoscerla; il Piemonte, vano della

propria antica capacità militare e più facilmente minacciato di ogni

altro nella Savoia, davasi l'aria di armare. Vittorio Amedeo III, legato

per molti matrimoni ai Borboni, aveva ospitato gli emigrati, mutando

Torino in una fucina di contro-rivoluzione: quindi impazzando del

proprio grado di re cristiano, aveva per le sollecitazioni dei preti,

dei fuorusciti e del nuovo imperatore preso l'offensiva (1792). Ma i

soldati piemontesi, imbozzacchiti dalla lunga pace e capitanati dalla

più inetta aristocrazia di corte, si copersero di ridicolo, abbandonando

più di una provincia in mano al nemico. Genova, dominata dai riguardi

mercantili e timida di una alleanza così col Piemonte come coll'Austria,

mentre vorrebbe restare neutrale, viene incalzata a decidersi dalle

prepotenze inglesi, che assalgono sino nel suo porto le navi francesi;

la Corsica, delirante per la nuova libertà concessale dalla republica

francese, risogna l'antica indipendenza, e Pasquale Paoli, il suo eroe

più puro, offusca tutta la propria vita coll'errore supremo di cedere

l'isola all'Inghilterra per timore della volubile fede francese. Venezia

ospita a Verona Luigi XVIII sempre inteso da lungi a miserabili congiure

realiste, e lo caccia poi alla prima intimazione francese; Roma, in

sulle prime riguardosa per paura dei furori rivoluzionari, ed esasperata

poi dalle persecuzioni al clero, lancia scomuniche contro la republica

francese, facendo trucidare dalla propria plebaglia Ugo Basville. A

Napoli la reazione cominciata colla sostituzione dell'inglese Acton al

toscano Tanucci prosegue con terribili forme inquisitoriali: la corte,

resa crudele dalla paura e fanatica dall'odio, istituisce una giunta di

stato con poteri esorbitanti; si accumulano prove su ventimila rei,

sospetti su cinquantamila; le prime ingenue dimostrazioni liberali

provocano esecuzioni; tre giovanetti esordiscono nel martirio. La regina

Carolina delirante dichiara di stimare una spia meglio di un gentiluomo,

i libri di Filangeri sono bruciati dal boia, re Ferdinando non esce più

dalla propria colonia di San Leucio, sozzo lupanare nel quale intendeva

forse riprodurre la Città del Sole di Campanella, che per segnare

decreti di morte. La corte ricusa gli ambasciatori francesi; poi,

atterrita dalla squadra dell'ammiraglio Latouche, li riceve, promette la

neutralità e la viola alleandosi all'Inghilterra per assaltare Tolone.

Intanto per far denari ruba gli argenti alle chiese, spoglia i banchi,

ed improvvisa un esercito e un'armata relativamente enormi, ma di nessun

valore. Ma poichè nel periodo del Terrore il re di Piemonte, per

ribrezzo dei republicani, non osa allearsi coi lionesi e coi provenzali

insorti a guerra civile, la republica, soffocati prontamente quei moti

nel sangue, spinge Kellermann, abilmente impetuoso, nella Savoia;

Ventimiglia ed Oneglia sono invase: altri francesi piombano dal Cenisio,

Saorgio è espugnato, il colle di Tenda preso. Nullameno il Piemonte,

decaduto dall'antico valore resiste colla vecchia pertinacia; e, cessato

il Terrore, mentre Prussia e Spagna si compongono colla republica, esso

dura alla guerra coll'alleanza dell'Austria. Quindi Scherer,

spalleggiato vigorosamente da Massena e Serrurier, batte il generale

Colli a Loano; l'Austria manda Beaulieu e la Francia contrappone

Napoleone Bonaparte.

Discesa di Napoleone.

La guerra cresce istantaneamente. Napoleone, italiano, giovane e genio,

muta improvvisamente strategia e tattica; questa perfeziona sull'esempio

di Federico II, quella inventa colla prodigiosa facilità degli antichi

condottieri. Vi è in lui del Nicolò Piccinino, ma raddoppiato da un

ingegno politico che mira più alto e più lontano. Egli stesso s'ignora,

ma, rivelandosi al mondo, si scopre a se medesimo. L'Austria sola è

nemica della Francia: quindi colpirla con una guerra rapida, impetuosa

ed irresistibile, ecco il suo disegno. Alla testa di trentasei mila

uomini, laceri, scalzi, entusiasti, circondato da vecchi generali e da

eroi ancora sconosciuti si dirupa sull'Italia. Vincitore a Montenotte,

pel passo di Millesimo sbocca sul centro nemico, separa austriaci e

piemontesi, si piega su questi; da Cherasco bandisce all'Italia il primo

proclama di libertà e concede al re di Sardegna, tardi atterrito, un

armistizio, pel quale s'impadronisce di quante fortezze gli occorrono.

Secondo le idee del direttorio, la Lombardia doveva essere conquistata

per ridarla all'Austria in cambio dei Paesi Bassi; ma Bonaparte

accarezza già forse in mente altro pensiero. Quindi, appena quetato il

Piemonte, perseguita Beaulieu, lo inganna, passa il Po a Piacenza, lo

batte a Fombio, lo sgomina a Codogno, lo prostra a Lodi, lo ricaccia

oltre il Mincio, ed entra a Milano. Parve un sogno ed era un risveglio.

L'antica metropoli lombarda rivale di Roma risorgeva col vecchio

antagonismo. Napoleone parlava di libertà, e sopprimeva la giunta di

governo affidando l'amministrazione al municipio senza definirlo,

ordinando guardie nazionali, permettendo tutte le speranze di una vita

indipendente, vessando e taglieggiando peggio che per necessità di

guerra. Le contraddizioni fra i modi di conquista e le dichiarazioni

liberali esasperarono quindi gli umori reazionariamente patriottici;

onde Pavia, insorgendo indarno, soccombe nell'atroce punizione di un

saccheggio.

Ma Bonaparte infrancato dalla sosta incalza ancora Beaulieu sino al

Tirolo: Venezia decrepitamente imbecille crede sfuggire al problema, che

la urge, sottraendolo al consiglio, ed evitare la guerra chiudendosi in

una neutralità disarmata. Ma tutti violano il suo territorio: Napoleone

entra a Verona, cinge Mantova di assedio. Se non che questa fortezza

essendo troppo ben munita per cedere ai primi assalti, egli con

assennata temerità ripassa il Po, prende Ferrara, entra a Bologna, ove

il senato risognando l'antica indipendenza municipale gli presta un

giuramento equivoco, col quale vorrebbe sottrarsi al giogo pontificio.

Il papa, prima così violento contro i francesi, ruina improvvisamente a

patti umilianti, e si degrada sino a pubblicare un monitorio, immortale

esempio di viltà, nel quale a nome della religione inculca a tutti i

popoli di obbedire i loro reggitori quali si siano, mirando così ad

ammansire i nuovi conquistatori francesi che occupavano tutta la fronte

superiore de' suoi stati. Il duca di Modena, fuggito a Venezia, ha

ceduto la città e pagato parte del proprio tesoro; a quello di Parma è

stata concessa una tregua avvilente; la Toscana, incapace di difendersi,

si abbassa sino a chiedere che Livorno le sia tolto piuttosto per la via

di Pisa che per quella di Firenze; il re di Napoli, pazzo di terrore,

consacra al cielo la propria corona, implora dai vescovi prediche

guerriere, domanda ai sudditi di conservarsi tranquilli, e, disdicendo

la propria alleanza coll'Austria, ottiene egli pure una tregua, che gli

pare una vittoria.

Giammai nella storia italiana era stata più unanime codardia. Intanto,

malgrado il desolante saccheggio di ogni tesoro artistico e scientifico

avaramente e impudentemente organizzato da Napoleone, la fermentazione

delle idee liberali procede a scoppi e a fumacchi: il contagio

republicano s'appiglia a tutta l'Italia, l'inettitudine dei principi

anima alla rivoluzione, la rilassatezza di ogni governo alla rivolta;

volgo e feccia di ogni classe mestano e sbraveggiano; congiure regie e

liberali s'attraversano; gli inglesi soffiano e pagano.

L'Austria, ancora non doma, rimanda Wurmser al soccorso di Mantova, ma

anche questi, non meno facilmente sconfitto dal giovane capitano, riesce

appena a gittarsi nella piazza per rimanervi assediato; Alvinczy, altro

generalissimo sceso alla riscossa, è battuto definitivamente a Rivoli

dopo molto armeggiare, e l'imprendibile fortezza deve arrendersi al

genio di Napoleone.

Questa vittoria, cacciando gli austriaci dall'Italia, la sottometteva ai

francesi. Poco dopo, Napoleone con marcia arditissima torna sull'Adige

per assalire Vienna, troppo tardi e invano difesa dal migliore de' suoi

generali, l'arciduca Carlo. Questi, sconfitto al Tagliamento e

all'Isonzo, deve ritirarsi colle baionette alle reni; le alpi Noriche

sono già di Bonaparte, ma il direttorio non può mandare l'esercito del

Reno a congiungersi con quello d'Italia, e l'Austria per questa volta

salvata accetta la pace di Leoben (1797), nella quale, cedendo Belgio e

Lombardia alla Francia, acquista per tradimento di Napoleone la Venezia.

Costituzioni republicane.

All'apparire degli eserciti francesi la scena politica italiana muta

improvvisamente di aspetto. Il dispotismo illuminato dei principi

retrograda sulle vie delle riforme, mentre la corte romana, dianzi

combattuta nel nome della libertà, viene vivamente invocata come

appoggio supremo all'autorità pericolante. La borghesia colta accetta

accademicamente le nuove idee, come sentendosi chiamata al governo, e

s'improvvisa republicana; ovunque spuntano giacobini italiani più retori

e infinitamente meno coraggiosi dei giacobini francesi; l'arcadia

poetica risorge nell'arcadia politica; scoppiano declamazioni e

congiure. Si parla di libertà e si prosegue ad aspettarla come un dono

dalla Francia, che invece la gualcisce e la scema ogni giorno; mancano

tradizione e coscienza politica. Tutto è gazzarra, improvvisazione,

ladroneccio e plagio; i democratici riscaldano a freddo i furori

rivoluzionari francesi, che già tendevano ad agghiacciarsi; gli

aristocratici risognano una republica patrizia, nella quale conservare

la stessa importanza con mutati privilegi; s'ordiscono sètte. Il

patriottismo paesano, angusto ma sincero, offeso dalle rapine francesi,

rigetta le nuove idee; la fede religiosa s'adonta della nuova tirannia

atea; l'emancipazione francese assomiglia nelle apparenze alla servitù

tedesca.

Ma attraverso tutte le contraddizioni il contagio della libertà si

propaga: le idee francesi compensano i modi della dominazione francese,

la costituzione delle nuove republiche italiane è tal fatto che, per

quanto effimero ed incompiuto, rimescola tutti gli spiriti e crea una

nuova generazione di uomini. A Milano e a Bologna si fondano due

republiche, la cisalpina e la cispadana. Erasi da prima costituito un

comitato per preparare la costituzione alla cisalpina; ma naturalmente

il direttorio, imbevuto di classico spirito rivoluzionario e da

conquistatore, impose la propria. Vi furono quindi quattro direttori e

quattro congregazioni di costituzione, di giurisprudenza, di finanza e

di guerra; un consiglio generale di 160 membri e uno degli anziani di

80. Però si ebbe un nome, una bandiera e un esercito; Bonaparte, come un

condottiero antico, dettava e imperava. Nel Piemonte, ricaduto sotto il

vassallaggio della Francia come ai tempi della Riforma, Carlo Emanuele

IV, più nullo di Vittorio Amedeo III, subiva vessazioni ed ingiurie,

reagendo con inutile stizza contro le congiure giacobine, che

dissolvevano il suo governo: persino la Sardegna era insorta domandando

gli Stamenti. La republica di Venezia, dopo aver agonizzato nella più

supina codardia accettando anche di rimutare la propria costituzione

dietro un ordine francese, aveva trovato nel tradimento di Napoleone,

che l'abbandonava all'Austria in cambio della Lombardia dichiarata

indipendente e del Belgio ceduto alla Francia, un motivo drammatico col

quale rendere decente la propria morte. Dieci giorni dopo soccombeva

l'aristocrazia di Genova, che, sostenuta sulle prime dalla plebe, non

aveva poi saputo opporre alle truppe francesi se non pochi tumulti a

Polcevera e ad Albaro. Poco appresso una sommossa scoppiata a Roma,

nella quale rimase ucciso il generale francese Duphot, decise della

caduta del papato. Questo aveva già rinnegato ogni verità assoluta delle

proprie pretese, cedendo nel trattato di Tolentino (1797) il contado

Venesino alla Francia, e alla Cispadana Ferrara, Bologna e la Romagna;

il papa atterrito era inutilmente disceso dalle altezze medioevali della

scomunica alle piaggerie del monitorio, destreggiandosi colla viltà di

vani espedienti fra le strette della rivoluzione. Quindi il generale

Berthier dietro ordini del direttorio marciava su Roma, ove, penetrato

senza colpo ferire, si stanziava al Quirinale, piantando sul Campidoglio

l'albero della libertà ed imponendo al papa di abdicare. Ma questi,

vinto e prigioniero come re, ricusa improvvisamente come pontefice di

rinunciare al regno, di cui è depositario; laonde, cacciatone, migra a

Siena per andare a morire a Valenza dimenticato nel trambusto

dell'epopea napoleonica. Una republica romana, sonora e vacua, di forme

antiche e senza vita moderna, risorge dopo migliaia di anni fra le

rovine del Foro e il silenzio del Vaticano come fantastica decorazione

carnevalesca, che basta nullameno a surrogare l'inutilità di un regno

papale. Il suo fatto storicamente enorme passa quindi inosservato:

appena Vienna e Napoli se ne querelano, e i trasteverini per vanagloria

offesa di borgo privilegiato tumultuano. Ma per convincere tutti che il

papato non ha più fede nel proprio regno politico, ecco giungere

l'enciclica di Pio VI sul nuovo giuramento da prestarsi a Roma di odio

alla monarchia secondo la classica e declamatoria formula

rivoluzionaria, e spiegare con ingenua sottigliezza come un cristiano,

non dovendo odiare nessun governo, possa però giurare soggezione alla

republica. L'enciclica sciogliendo così i sudditi dal giuramento di

fedeltà al papa dava più che l'abdicazione ricusata non avesse potuto

impedire.

Intanto re Ferdinando di Napoli, sollecitato dalla rovina delle finanze

proprie e del regno nel mantenere su piede di guerra sessanta mila

inutili soldati, e dalle istanze dei reazionari che lo circondano, urge

Piemonte e Toscana perchè si uniscano con lui per abbattere la Francia.

Napoleone, terrore epico e fantastico di tutti i principi italiani, è in

Egitto, terra della morte: le sabbie del deserto hanno paralizzato lo

slancio del suo esercito e ne saranno forse il sudario. Quindi

Ferdinando, incuorato da promesse austriache e russe, chiama Mack alla

testa del proprio esercito, e marcia su Roma. Championnet, sbandato

negli accantonamenti d'inverno, non può vietargli l'ingresso: Ferdinando

entra come un trionfatore nella città eterna, vi richiama il papa, e

dall'alto del Campidoglio con voce di coniglio proclama all'Europa «che

i re sono svegliati». Ma i nuovi crociati saccheggiano il Vaticano, indi

fuggono col re prudentemente travestito dinanzi a Championnet pronto

alla riscossa. Questi li perseguita, li sgomina, giunge per le campagne

sollevate a furore regio e religioso dai preti sotto le mura di Napoli.

Allora la corte, spogliati ladramente musei e banchi, fugge sul naviglio

di Nelson in Sicilia, ove la popolazione, ingenuamente retriva e sempre

nemica di Napoli per tradizione autonoma, li accoglie festosamente.

L'anarchia insanguina Napoli assediata: la plebaglia incitata dai preti

e fervida d'entusiasmo resiste all'invasione francese; la borghesia

culta e fanatica di libertà arriva invece sino al tradimento

patteggiando con Championnet: deliri e carneficine disonorano la difesa

dei lazzaroni, che improvvisano un governo e un esercito con Michele lo

Pazzo, nuovo e più eroico Masaniello. Ma la guerra civili fra

rivoluzionari e regii apre le porte di Napoli a Championnet, che,

affermandosi napoletano con scaltrezza politica, e dando una guardia

d'onore a San Gennaro, seda prontamente gli umori feroci della plebe.

L'improvvisazione delle republiche cisalpina, cispadana e romana diventa

a Napoli esplosione. Il popolo vi si mescola per l'abolizione di poche

gabelle: si sciolgono subito i fidecommessi, i dominii feudali, le

giurisdizioni e il satellizio baronali, i servigi di corpo, le decime,

le caccie riservate, i titoli nobiliari; si correggono le banche. La

republica partenopea, in questo maggiore delle altre, si dà una

costituzione per la maggior parte opera di Mario Pagano, nella quale

qualche cosa è salvata all'originalità paesana dalla imitazione

francese; ma invece di sviluppare quanto restava di vitale nelle vecchie

leggi e tradizioni, tutto viene abbandonato a chimere classiche. Si

ristabiliscono i censori e gli efori, confondendo il principio di

sovranità con quello di rappresentanza; si astrae da ogni realtà

storica, si dimentica ogni immediata convenienza.

Il governo vi è poco più di un'accademia di retori e di filosofi

sognanti e sottilizzanti all'infinito sui principii; ma vi brillano

caratteri di splendore lirico e di purezza adamantina. Le feste vi si

succedono colla rapidità delle leggi, mentre nè città nè campagne

intendono nulla a questa republica; gli usi e le clientele feudali e

clericali vi rimangono fiorenti, la barbarie irritata dall'antitesi del

classicismo rivoluzionario sta per prorompere, gli interessi

violentemente spostati si coalizzano e preparano armi omicide. Giammai

più magico sogno ebbe più tragico risveglio, nè più miti e sereni

rivoluzionari apparvero sulla scena storica per sparire nel turbine di

una catastrofe. La republica partenopea pare un melodramma scritto per

una accademia e invece recitato pel popolo da una compagnia di poeti e

di scienziati. Solo forse fra tutti Melchiorre Delfico, che vi

partecipò, seppe scriverne una critica mirabile di acutezza e di buon

senso.

Ma intanto il direttorio, appesantendo la mano sulla republica

partenopea, vi leva una contribuzione di ottanta milioni; indi spedisce

Faypoult commissario contro Championnet, troppo mite, al quale finisce

per sostituire Macdonald, precipitando il governo nella tristissima

condizione di essere odiato dagli aristocratici, maledetto dal clero,

biasimato dai democratici, oppresso dagli stranieri, con troppa libertà

formale e troppo poca indipendenza politica, senza nè disciplina di

partito, nè consenso di popolo, in faccia alla Sicilia fanaticamente

reazionaria e aiutata da tutti i nemici della Francia. Ma questa, come

consapevole dell'imminente reazione, affrettando l'unificazione

dispotico-rivoluzionaria di tutta la penisola, aveva già costretto re

Carlo Emanuele IV, assalito quasi contemporaneamente da sommosse

giacobine e dalle republiche genovese e cisalpina, a cedere prima la

cittadella di Torino, quindi ad abdicare. Re Carlo, meno abbietto ma non

meno vile di re Ferdinando, dopo inutili ed umilianti querele aveva

consentito l'abdicazione, consegnando prigioniero il suo ultimo ministro

Priocca, feroce quanto onesto reazionario, e comandando persino ai

piemontesi di ubbidire al nuovo governo. Poi giunto in Sardegna, fuori

del tiro del cannone francese, ritirava la data abdicazione siccome

impostagli dalla violenza, quasi che un re per timore della morte

potesse abdicare in mani straniere senza consenso di popolo. Così

sembrava allora finire ignobilmente la dinastia dei Savoia, guerriera e

crudele, più fortunata nella duplicità che potente nelle armi; mentre il

granduca Ferdinando III di Toscana, costretto dai medesimi procedimenti

rivoluzionari a dimettersi senza avere nel trambusto disonorato il

proprio governo con vane e sanguinarie reazioni, partiva da Firenze

altero come un gentiluomo, e ricusando persino di portare seco una

cassetta dei camei appartenenti al museo. Per una di quelle antitesi,

che danno così spesso alla storia la vivacità di una commedia, il

migliore dei principi italiani, il solo capace d'imporre rispetto ai

giacobini coll'aristocratica nobiltà del carattere e coll'onesta

intelligenza di governo era allora un austriaco! Lucca nei medesimi

giorni era tolta alla propria decrepita aristocrazia dal generale

Serrurier, e mutata in republica sovra il solito modello.

L'apparente risultato di questa prima rivoluzione era quindi di

stabilire in Italia il governo democratico: tutti gli stati vi

diventavano republicani. Dell'antica Italia dei municipi, delle

signorie, dei principati, dei regni non restava più nulla.

Assetto rivoluzionario.

Un'altra èra incominciava. Milano a capo della rivoluzione era la

capitale della cisalpina, che, fusa colla cispadana, comprendeva tutta

la Lombardia austriaca coi ducati di Mantova, Modena e Massa, con

Bergamo, Brescia, Crema, la Valtellina, le tre legazioni di Bologna,

Ferrara, e dell'Emilia sino a Pesaro; Venezia, diventata provincia

tedesca, aveva lasciato ai turchi e ai russi le sue ultime provincie

ionie; il Piemonte si era volontariamente annesso alla Francia; Firenze,

Roma, Napoli, Lucca saggiavano la propria republica. Ma nessuna era più

stato nè possedeva vero governo. Un'antitesi irriducibile stava in fondo

a questa rivoluzione, che dava la libertà e toglieva l'indipendenza,

emancipava la coscienza e sopprimeva la personalità politica. Invano la

cisalpina, avendo ottenuto un riconoscimento ufficiale dalla Francia,

riceveva ambasciatori da tutta l'Italia, dalla Spagna e persino dal

pontefice, cui aveva tolto parecchie provincie; il rifiuto dell'Austria

a riconoscerla, perchè sottomessa alla Francia e difesa da un corpo

francese di occupazione, svelava l'assoluta nullità della sua forma

politica. Infatti appena fondata e riconosciuta, Trouvé giungendovi con

mandato del direttorio ne rimutava la costituzione a forma più

aristocratica, cacciando colle baionette i deputati dal consiglio; poi

il generale Brune e Fouché la rimaneggiavano ancora nominando e

destituendo.

La rivoluzione non era ancora che nelle idee, e così torbida che i

migliori cervelli ne ammalavano. Tutta la storia e la tradizione

italiana parevano dimenticate: si viveva nel sogno, nell'entusiasmo e

nella cabala. I furbi arruffavano, i generosi s'infiammavano e

s'impermalivano. Il popolo per tre secoli, sino dall'epoca delle grosse

signorie, divezzato dal governo, non aveva nè concetti, nè carattere

politico; l'inazione della lunga servitù e la passione della

superstizione religiosa lo avevano paralizzato. L'improvvisazione

confondeva tutti. Congegni amministrativi e municipali andavano rotti:

impossibile rinsaldarli ai nuovi per ottenere il necessario giuoco

meccanico. Le Provincie sconosciute l'una all'altra; nessun fatto comune

fra loro se non questa conquista francese assurda nel suo dono della

libertà, tirannica nell'imposizione della costituzione, spogliatrice per

contribuzioni e rapine, labile e contraddittoria in tutti i

provvedimenti. Non una città, un principio, una famiglia, un uomo che

servisse di unità. Il popolo inetto ed inerte, al quale i preti solo

potevano soffiare nell'orecchio parole capaci di farlo prorompere contro

i francesi, come a Verona, a Lugo, a Pavia, in Piemonte, nel Napoletano;

l'aristocrazia composta ancora di cicisbei e di cavalieri serventi, e

solo spasimante di vanità e di privilegi; la borghesia chiusa

nell'angustia dei propri negozi, o sbalestrata fuori di se medesima dal

tumulto delle idee rivoluzionarie, senza nè ideali precisi, nè pratica

alcuna di governo. Non si aveva nè il concetto della federazione, nè

quello dell'unità; l'abitudine della servitù secolare toglieva l'idea e

il carattere dell'indipendenza, mostrando nei francesi dei nuovi

signori. Infatti il Piemonte, dopo un supremo tentativo del suo re per

ottenere dal direttorio ingrandimenti in Lombardia, secondo la vecchia

politica di Savoia, si era annesso alla Francia, e la cisalpina

sfiduciata di se medesima stipulava col direttorio che ventimila

francesi stanzierebbero sempre nella Lombardia per difenderla. Di

libertà si declamava con fervore comico e sincero, con frasi classiche e

giacobine, senza intendere nulla nè dei principii, nè degli ordini:

v'era smania di emanciparsi dagli ultimi legami medioevali e dal

dispotismo dei principi e dei papi, ma come per trarre l'ultima

conseguenza del grande periodo anteriore delle riforme. I patrioti erano

partigiani della Francia, i reazionari per contraccolpo difendevano la

nazionalità; i liberali volevano la tirannide rivoluzionaria; i

conservatori rievocavano il vecchio dispotismo colla prepotenza del suo

ordine, nel quale le plebi godevano della più comoda e profittevole

anarchia.

Quindi il problema italico non fu discusso in nessuna republica

italiana. Milano non pose davvero la propria candidatura a capitale

della confederazione o dell'unità. Roma non riapparve colla magia della

sua eterna gloria, e malgrado la propria rivoluzione rimase sempre nel

concetto di tutti come la città del pontefice; di Napoli lontana si

parlava come di stato straniero; la Toscana gentile e quieta sembrò fra

tanto frastuono affettare la compostezza. L'idea, il principio, l'unità

nuova dell'Italia erano a Parigi; la negazione degli stati italiani

anteriori non produceva novelle affermazioni: non si pensava

all'indomani, alla catastrofe che potrebbe ingoiare tutti quei governi

provvisori; non si proponevano leghe difensive, non si coordinavano armi

e finanze. La cisalpina aveva un esercito proprio, ma ordinato da

istruttori francesi e appartenente alla Francia.

Tranne la Sicilia e la Sardegna, rimaste fedeli ai loro re per gelosa

rivalità di autonomia, nessuno degli stati e dei governi italiani aveva

saputo trovare all'ultim'ora un sentimento o una idea per difendersi.

Erano dunque finiti anche prima. Ma nulla di originale sorgeva dalle

rovine.

L'Italia republicana non era che il fantasma del proprio cadavere regio,

evocato dalla magica forza della rivoluzione francese.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 22 / 30 段