solo con esso e per esso può giungere al pubblico. L'immunità della
poesia salva le sue tragedie dalle repressioni dei governi. Le sue
maledizioni che tuonano su tutte le corti, i suoi furori che esaltano
tutte le plebi, le sue bestemmie che inseguono il clero persino nella
chiesa, la sua modernità che lo obbliga a prendere le idee della Francia
e a rinnegarla per conservarsi italiano, il suo classicismo che spezza
tutte le vecchie maschere teatrali collo scoppio di parole e di
sentimenti originali, il suo orgoglio di uomo che lo erge sprezzante in
faccia a tutti i re, la sua alterezza di grande uomo che lo innalza
sopra il popolo, la sua irrequietezza di poeta che lo costringe a
ripetere senza rinnovarle le proprie tragedie, la sua passione per la
Toscana che gli rivela il segreto della tradizione italiana, il suo
amore burbero, lirico, tragico per l'Italia, l'asprezza del suo
carattere e del suo genio, la spontaneità della sua natura stretta fra
due mondi e nullameno capace di contenerli, gli danno una popolarità e
una gloria senza raffronti in tutta la letteratura nazionale. Non lo si
capisce bene, ma lo si segue: gli altri poeti ammutoliscono, e paiono
come tanti veltri intorno ad un cinghiale. Alfieri è da solo un'altra
Italia. Dalle sue collere, che sono uragani, verrà una fecondazione non
prima conosciuta: le sue invettive si muteranno in tremuoti; la rapidità
delle sue tragedie, che sembrano affrettarsi con feroce impazienza verso
la catastrofe, accelererà la rivoluzione italiana.
Ma Alfieri non ne vedrà che l'inizio e non potrà intenderne il processo.
Gli eccessi del Terrore francese gli rivolteranno la coscienza e gli
ispireranno il _Misogallo_, ammirabile ed assurda reazione della
personalità italiana contro la rivoluzione, dalla quale riceveva la
vita; Napoleone non imporrà, colle proprie vittorie romane, rispetto
alla protervia socratica del suo carattere sempre più alto di tutti gli
avvenimenti e più puro del più puro fra i suoi personaggi. L'anima
d'Alfieri, tempestosa come quella di Dante ma più nobile ed efficace a
creare col proprio esempio una generazione di uomini nuovi, inizierà la
terza epoca italiana. Come poeta ed artista Alfieri non vale certo nè
Schiller, nè Goethe, suoi contemporanei; come uomo è il solo che possa
rivaleggiare, sebbene da lui diversissimo, con Franklin. Questi è
l'originalità e la gloria del carattere americano; quegli la modernità e
la grandezza del carattere italiano: Franklin ha il buon senso sereno di
un mondo che comincia; Alfieri il senso tragico di due mondi che si
cozzano, sui quali fosco ed eroico si alza, urlando ai codardi che
fuggono come ai vincenti che si sbandano, ai re che soccombono come ai
tribuni che tradiscono, mentre con lirico oblìo di ogni proprio pericolo
guarda la bandiera della libertà salire sempre più alto su monti di
feriti e di morti.
Alla fine di questo periodo così attivamente riformatore nessuno stato
italiano cova quindi una rivoluzione. Il principato cresciuto a regno
nel Piemonte, nelle due Sicilie e nello stato pontificio ha esaurito la
propria formula. Le vere differenze regionali sono pressochè scomparse:
un medesimo dispotismo ha livellato i popoli della penisola,
sciogliendoli dai legami della feudalità e del municipalismo; ma fra
popolo e governo si è venuto scavando inavvertitamente un abisso. L'uno
comanda e l'altro ubbidisce: la legge non congiunge libertà ed autorità,
coscienza pubblica e coscienza privata sono antagoniste. Se la
separazione doganale e politica isola ancora i popoli d'Italia, una
stessa negazione significata dalla medesima indifferenza per i propri
principati li affratella: tutti i migliori spiriti sono riformatori, i
più alti sono inconsciamente rivoluzionari. Il patriottismo retorico del
Machiavelli, dopo avere squillato nelle odi di tutti i poeti del
seicento e del settecento, diventa vera poesia in Parini e in Alfieri.
Si comincia a vedere una Italia intera al disotto e al disopra di tutti
i suoi principati immobili nel mondo europeo; e poichè questi non
possono più combattersi l'un l'altro per agglomerarsi in un corpo solo,
son tutti egualmente inutili e tutti saranno rovesciati dall'imminente
rivoluzione francese.
Gli animi sono sospesi, i governi disarmati, i popoli inermi, gli
scienziati distratti, i filosofi silenziosi, gli statisti paralizzati:
solamente i poeti cantano, ma la loro voce, come quella dell'alcione,
annuncia la tempesta.
La tempesta scoppiò a Parigi.
LIBRO TERZO
LA DEMOCRAZIA MODERNA
CAPITOLO PRIMO.
Le repubbliche
Rivoluzione francese.
La grande rivoluzione agitante tutta l'Europa si svolse in Francia;
nessuna dopo quella del cristianesimo fu più rapida, vasta e profonda:
il mondo intero ne uscì rinnovato.
Essa negò la monarchia cristiana nella sua trinità di re, aristocrazia e
religione per sostituirvi la sovranità popolare, il governo della
borghesia e la superiorità della giustizia filosofica sulla giustizia
cristiana. La sua passione era la libertà, le sue forze quelle
dell'industrialismo contro il militarismo, il suo programma
l'uguaglianza civile; il suo spirito era classico, il suo temperamento
insubordinato. Appena comparsa sulla scena storica, entro le forme
antiche dei parlamenti, le ruppe ed invase, rovesciando tutti gli
ordini. Incalcolabili dolori, inesauribili speranze la spingevano. La
monarchia borbonica, rappresentata dal meno cattivo e dal più inetto de'
suoi re, scese al disotto del ridicolo e dell'infamia nella propria
resistenza, trincerandosi entro la bigotteria cattolica ed invocando lo
straniero. La plebe ruggì; sessanta mila banditi, prodotti dalle
fiscalità incredibili dell'ultimo regime, accorsero in bande a Parigi e
s'improvvisarono eroi, carnefici, popolo, pubblico, sovrano.
L'aristocrazia o seguì nel tradimento di un volontario esilio la corte,
o si chiuse nei propri castelli, o si buttò per nativa generosità o per
tarda ipocrisia nella rivoluzione; e ovunque fu trucidata. Il clero,
incredulo e corrotto, disparve quasi nella prima lotta per ricomparire
più tardi coraggiosamente alla testa d'insurrezioni realiste e
parricide; la borghesia vincitrice e vittoriosa fu travolta dallo stesso
uragano che la portava a rovesciare tutto dinanzi a sè. La successione
febbrile e fantastica delle forme politiche nella rivoluzione superò
ogni tragedia, sgominando previsioni di sapienti, abilità di pratici,
pretensioni di tribuni, combinazioni di partiti, intrepidezze di
fanatici, disperazioni di deboli e di forti.
L'Europa, destandosi dal sogno arcadico delle riforme, allibì, e,
improvvisamente pentita delle proprie idee, armò con senile imprevidenza
tutte le antiche monarchie contro la rivoluzione francese. Il pericolo
era imminente, ogni dinastia minacciata, tutto l'antico assetto politico
sommosso. Ciascun'ora recava da Parigi annunzi di stragi: decapitati il
re e la regina, nobili e preti passati a fil di spada, distrutti i
castelli, incendiati i conventi, dichiarata la guerra a tutti i re,
gridata libertà a tutti i popoli. I rivoluzionari apparivano sulla scena
sinistri ed affascinanti, per sparire quasi istantaneamente, precipitati
nel medesimo gorgo che inghiottiva l'aristocrazia, o troncati dalla
stessa mannaia che aveva tagliata la testa del re. Luigi XVI, prima di
essere giustiziato, aveva dovuto deporre il bilancio della monarchia
innanzi alla convenzione come davanti ad una assemblea di creditori, che
lo avessero condannato per fallimento doloso; aristocrazia e clero,
commessi della regalità, avevano subìto le sorte del principale. Non più
diritto divino, non più supremazie storiche di vincitori e di vinti
stabilite nel medio evo, non più autorità di pontefici e di Dio
confiscanti la terra a nome del cielo ed imperanti al pensiero col
doppio mito della rivelazione e della risurrezione. La politica, che,
rappresentando sino allora l'abilità dell'interesse regio sopra o contro
l'interesse nazionale, aveva sempre pensato ed operato nel mistero,
improvvisamente trascinata in piazza non è più che una discussione di
tutti, nell'interesse di tutti, necessariamente tumultuosa, aggressiva,
intrattabile in quell'ora suprema di delirio e di distruzione. Dio,
disperso nei cieli, abbandona sulla terra i propri altari; la monarchia
non trova giustificazione ai propri titoli, l'aristocrazia ai propri
gradi, il clero alla propria autorità. La ragione trionfa, la scienza
sovrasta, la filosofia si esalta, la politica delira. Nulla è più
rispettato, perchè tutto deve essere ridiscusso; la demenza imperversa
tra la foga irrefrenabile delle passioni necessarie all'immane sforzo di
sconvolgere tutto il passato; la frenesia della libertà riproduce quindi
l'insania del dispotismo; una distruzione maniaca seppellisce i
guastatori sotto le rovine; uomini e partiti si dissolvono entro la
trama sempre lacerata e sempre rammendata di un parlamentarismo, che
imitazioni classiche ed estranee ordiscono e passioni nazionali ed
istantanee stracciano.
La guerra civile avvampa prima che regii e preti l'attizzino; le
coscienze violate urlano, martiri e carnefici lottano d'eroismo, il
mondo atterrito e nauseato torce lo sguardo dall'instancabile
carneficina, l'Europa si coalizza e si avventa sulla Francia per
toglierle, liberando Luigi XVI, di compiere intera la rivoluzione.
Senonchè la Francia, galvanizzata dal pericolo, illuminata dall'istinto,
taglia la testa al proprio re e la gitta come una sfida all'Europa
monarchica. La sfida è raccolta, ma la vittoria resta alla Francia.
Esausta, senza denaro, lacerata dalle fazioni, smezzata dalla guerra
civile, essa lancia nullameno un milione e mezzo di coscritti a tutte le
frontiere; inesperienza e tradimenti di generali non la perdono; il
genio e la passione riparano a tutto, trionfano di tutto. La storia si
muta in poema, la tragedia sta per tramontare nell'epopea. Il popolo,
che nella demenza delle prime ore ha massacrato quasi tutta
l'aristocrazia della scienza e del patriziato, ne improvvisa un'altra di
eroi, di generali, di ministri, che sconfiggono gli eserciti di Federico
II, le diplomazie dell'Austria, i complotti di Roma, le macchinazioni
dell'Inghilterra. Dal 1789 al 1796 la bufera rivoluzionaria non rallenta
un minuto. La sua opera di distruzione è così rapida ed universale che
nessun occhio può cogliere tra il polverio delle macerie l'originale
fisonomia dell'epoca, che vi comincia: pare un guasto ed è una
rinnovazione, un massacro ed è un olocausto, un delirio ed ogni colpo vi
è infallibile, una passione ed è un'idea, una improvvisazione ed è un
sistema, un sistema ed è un mondo.
L'America aveva cominciato poco prima coll'insurrezione degli Stati
Uniti; l'Europa ricomincia colla rivoluzione della Francia. Bisogna
quindi che una guerra trascini questa fuori dei propri confini: tutte le
monarchie europee, rovesciate dalla rivoluzione francese, riveleranno
nella caduta la propria vacuità, ma per risollevarsi dovranno tendere la
mano ai popoli. Quando un popolo rialza un re, finisce di essergli
suddito; appena il diritto divino patteggia col diritto umano, cessa di
essere un diritto; quando un clero è costretto a discutere la propria
religione, la fede in essa è già morta; allorchè spunta l'elettore, il
monarca scompare. La sovranità è inscindibile. La formula conciliativa
delle moderne costituzioni esprime, tentando coprirla, l'antitesi di
un'idea nuova con una forma antica; ma ogni idea, presto o tardi, deve
trovare di per sè la propria forma. Nessuna forma vuota ha mai potuto o
potrà mai riprodurre la propria idea svanita: vi è generazione, non
risurrezione: ogni corpo ha un'anima, nessun cadavere può rianimarsi.
Al rompere della rivoluzione francese, l'Italia vi è così poco
preparata, che il Bertola (1787) nella prefazione della propria
filosofia della storia dichiara che l'Europa non teme più rivoluzioni, e
Pietro Verri, uno dei migliori, entusiasmato per le benigne intenzioni
di Leopoldo II salito al trono d'Austria, consiglia a tutti di diventare
buoni sudditi del nuovo monarca. A Pistoia e a Livorno sono scoppiati
tali tumulti contro le riforme leopoldine da costringere il nuovo
granduca Ferdinando III a sospenderne e a ritirarne alcune; a Napoli la
prepotenza di Acton, Silio inglese di Messalina austriaca, fa
dimenticare la benefica onnipotenza del Tanucci; Dutillot e Bogino, già
caduti in disgrazia, si sono ritirati dalla politica.
Le armi della nazione scarseggiavano; pochi gli armati, e tra essi
troppi stranieri. Il Piemonte manteneva ancora quindici castelli e
trentacinque mila soldati; Genova, abbastanza bene fortificata, poco più
di un migliaio e mezzo; altrettanti Modena, la metà di questi Parma, due
centinaia Lucca, quattro mila la Toscana, cinque o sei mila il papa
colle fortezze del Po, d'Ancona e di Civitavecchia; duemila stranieri,
alcuni bastimenti, l'arsenale non assolutamente sprovvisto, Venezia.
Acton a Napoli ringagliardiva con futile vanità il naviglio e riordinava
l'esercito con istruttori francesi, licenziando gli svizzeri,
restringendo in due reggimenti gli spagnuoli, i fiamminghi e
gl'irlandesi, aggiungendo un battaglione di cacciatori albanesi al
reggimento Reale Macedonia di greci. La Lombardia, forte per Mantova e
Milano, non assoldava più di quattro mila uomini cerniti dagli ergastoli
o ingaggiati. L'abisso, che separava il popolo dal governo, lo divideva
pure dall'esercito. Quarantotto anni di pace avevano tolto da ogni
memoria l'immagine della guerra, favorendo la putrefazione della
coscienza pubblica.
L'antica Italia dei guelfi e dei ghibellini, così inesaustamente e
terribilmente guerriera, non era certo riconoscibile in questa ultima
Italia di cavalieri serventi e di eserciti inservibili, ove Ferdinando
IV con cinica profezia poteva dire delle proprie milizie «scapperanno,
scapperanno!».
Quindi la rivoluzione francese dagli stati generali con impetuoso e
rapido crescendo arriva alla costituzione del 1791; il re spaventato
fugge affrettando la catastrofe; ma scoperto a Varennes e ripreso, la
sua causa è ormai separata da quella della rivoluzione. Le ostilità fra
corte e rivoluzione rifiammeggiano, le plebi tumultuano. All'assemblea
costituente, tosto disciolta, succede la legislativa tutta composta di
membri nuovi; l'Europa freme, i popoli esultano, i re si alleano
minacciosamente ed emanano il proclama insolente di Pillnitz.
L'assemblea legislativa alla minaccia dell'invasione risponde imponendo
agli emigrati di ritornare entro un anno in Francia sotto pena della
confisca dei beni, e al clero il giuramento civico. La coscienza falsa e
bigotta di Luigi XVI ricalcitra; la sua diplomazia, costretta a
dichiarare la guerra a Francesco II d'Austria, che pretendeva si
rendessero Avignone al papa e i diritti feudali ai principi tedeschi
proprietari dell'Alsazia, tratta ancora segretamente con Vienna; alcuni
rovesci all'aprirsi della campagna spargono nella nazione la paura del
tradimento; finalmente il veto contro la deportazione dei preti, e il
manifesto ingiurioso del duca di Brunswick, minacciante Parigi di
un'esecuzione militare se fosse recato oltraggio alla famiglia reale,
persuadono tutti che la corte è il nemico, il popolo insorge, invade le
Tuileries, sforza le prigioni, massacra svizzeri, prigionieri, preti,
aristocratici. Il delirio del sangue sale a tutte le teste, mentre
l'entusiasmo patriottico infiamma tutti i cuori. Volontari accorrono
sotto le bandiere da tutti gli angoli della Francia. Dumouriez,
succeduto a Lafayette, batte i prussiani a Valmy (1792); Custine entra
trionfante a Spira, a Worms, a Magonza, a Francoforte; Montesquieu
occupa Chambéry, Anselme ghermisce Nizza al re di Savoia collegatosi
all'Austria e alla Prussia contro la Francia.
Ma la rivoluzione vittoriosa alle frontiere raddoppia la propria
vittoria all'interno e processa il re. La storia non aveva ancora avuto
uguale giudizio; diritto divino e diritto umano, elettore e monarca sono
di fronte: soccombe il re. La monarchia, uccisa nell'idea, non risorgerà
che finzione di se medesima, sottomessa nel nuovo diritto costituzionale
alla sovranità popolare. Quindi tutte le monarchie europee colpite al
cuore da questa negazione del loro principio si coalizzano: Inghilterra.
Spagna, Olanda s'aggiungono all'Austria, alla Prussia e al Piemonte
contro la Francia. La convenzione superbamente eroica dichiara loro la
guerra. Le prime armi sono infelici; la Vandea violata nella propria
coscienza religiosa ed esasperata dalla decapitazione del re insorge. La
guerra civile si mescola così alla guerra straniera, mentre la
rivoluzione accampata a Parigi fra banditi indisciplinabili, plebi
sanguinarie e partiti implacabili, senza denaro, senz'organizzazione,
senza autorità, oppugnata dall'aristocrazia, combattuta dal clero, non
abbastanza aiutata dalla borghesia, raddoppia il proprio eroismo,
moltiplica il proprio genio, risponde colla morte alla morte, muta il
massacro in governo, improvvisa quindici eserciti di centomila soldati
ciascuno, arriva col trionfo della Montagna sulla Gironda
all'esplicazione della propria formula finale. In questa vertigine di
sangue la sua opera legislativa prosegue falsa nei metodi, violenta
nelle forme, ma infallibile nei concetti. Tutto cede alla fatalità della
sua idea. Mentre a Parigi i partiti trucidandosi l'un l'altro alzano una
piramide di cadaveri, che gela l'Europa di orrore, gli eserciti
republicani dissipano gli eserciti regi con una furia e una facilità di
uragano. Pichegru e Jourdan battono gli austro-inglesi a Monseron e a
Fleurus (1794): lo statolder fugge e gli stati generali proclamano la
republica batava. Dumas, padre del grande romanziere, snida gli
austro-sardi dai passi alpini del piccolo San Bernardo e del Cenisio;
Dumerbin sconfigge i sardi a Saorgio e s'impadronisce di Savona;
Dugommier ricacciati gli spagnuoli oltre i Pirenei, li prostra alla
Montagna Nera in una battaglia di quattro giorni, nella quale muore
vittorioso. Quindi Pérignon, suo successore, penetra nella Catalogna, e
Moncey, sostituito a Mailer nei Pirenei occidentali, conquista la
Biscaglia e l'Alava.
Il rombo di tante vittorie spaventa così Federico Guglielmo II di
Prussia che, staccandolo dalla coalizione gli persuade la pace di
Basilea, nella quale cede alla Francia il Reno per confine: quindi gli
Elettori di Sassonia, di Annover e Assia Cassel, il granduca di Toscana
e poco dopo la Spagna, seguendo il prudente esempio, riconoscono la
republica francese.
Ma le due maggiori potenze dell'Austria e dell'Inghilterra, quantunque
sconfitte in più battaglie, stanno pronte alla riscossa: l'Inghilterra
tiene vittoriosa i mari, la Vandea eroicamente reazionaria si batte
ancora per la corte vilmente raminga e per l'aristocrazia più vilmente
agglomerata a Coblenza. A questo punto (1795) andò in vigore la
costituzione dell'anno III, che affidava il potere legislativo a due
consigli, i cinquecento e gli anziani, e l'esecutivo a un direttorio di
cinque membri eletti dal corpo legislativo: dopo di che si riprese la
guerra. Carnot, incomparabile organizzatore della vittoria, tracciò egli
stesso il disegno per la campagna del 1796, secondo il quale i tre
eserciti della Sambra e Mosa, del Reno e dell'Italia avrebbero dovuto
prendere simultaneamente l'offensiva. Ma i due primi, guidati da Jourdan
e Moreau, avendo commesso l'errore di avanzarsi sovra due linee
parallele invece che convergenti, furono sconfitti dall'arciduca Carlo:
il terzo scese in Italia con Napoleone Bonaparte, fanciullo come
Annibale e forse il solo degno di essergli paragonato.
Condizioni della penisola.
Allo scoppio della rivoluzione francese esistevano in Italia quattro
maniere di governo: quello austriaco nei ducati di Milano e di Mantova;
la teocrazia negli stati romani; la republica medioevale a Venezia, a
Genova, a Lucca e a San Marino; stavano ducati e regni indipendenti, la
Toscana, Parma, Modena, le due Sicilie e il Piemonte. Nelle republiche
il patriziato erasi insignorito del governo, identificandosi collo
stato, ma fossilizzandosi nella più grottesca e vacua delle forme; la
burocrazia austriaca fondata da Giuseppe II nella Lombardia vi
contrastava a tutte le tradizioni feudali e clericali; Parma e Modena,
ubbidiente agli impulsi borbonici francesi, si erano esaurite oppugnando
le pretensioni di Roma; il movimento riformista delle due Sicilie e
della Toscana, scendendo dall'alto attraverso capricci di sovrani e
sapienza di ministri, aveva piuttosto sommosso che illuminato le
coscienze, spostando molti interessi senza organizzarne alcuno. A Roma
una falsa teocrazia, assalita e screditata in ogni parte, conservava
nullameno costumi e idee medioevali: la sua legislazione si componeva
ancora di ottantaquattromila leggi, la sua politica considerava Napoli,
Milano, Genova, Parma e Modena come stati rivoluzionari, e vi prodigava
ogni sorta di consigli e di richiami per eccitarvi una reazione
religiosa. Il Piemonte, che negli ultimi due secoli era stato il regno
più vivo d'Italia e nel quale sembrava prepararsi la nuova politica
nazionale, arrestatosi improvvisamente, affettava pietà cattolica ed
amore al feudalismo, mentre tutti gli altri stati battagliavano
riformando contro Roma.
Nè governi, nè popoli erano dunque pronti a una rivoluzione: la
coscienza degli uni era chiusa, quella degli altri vuota.