La fortuna, che ha trasformato il Piemonte in regno, permettendogli una

specie di centralizzazione francese, con un popolo addestrato alle armi,

con una dinastia bellicosa e un antico programma di conquista, non basta

nullameno a mantenergli l'energia del progresso. Se il suo stato è il

meno decadente, il suo governo è il meno riformatore. La Lombardia

caduta sotto l'Austria è diventata imprendibile, la Francia salvaguarda

la falsa indipendenza di Genova; quindi il Piemonte si arresta. Il suo

dispotismo regio e militare non s'accorda col soffio liberale che

vivifica l'Europa: la sua vecchia politica di doppiezza e di guerra non

è più possibile nell'epoca nuova. Il Piemonte regno diventa quindi meno

efficace del Piemonte ducato: una paralisi subitanea lo ferma sulla via

della storia, i suoi principi decadono, i suoi ministri non sono più che

amministratori, governo e corte hanno tendenze e forme francesi, il

popolo aspirazioni e costumi italiani. La sua indipendenza perde ogni

significato dal momento che il Piemonte non è più l'unico regno

progressivo e perciò l'unica speranza d'Italia. La piccineria di un

egoismo piemontese raggricchia perciò corte e governo, e, togliendo loro

collo slancio della conquista l'intrepidezza dell'avventura, li obbliga

per reazione a restringersi nel dispotismo più ombroso ed antipatico.

Mentre tutti i principi d'Europa e d'Italia sono miscredenti, i Savoia

diventano bigotti: l'Austria ospita Giannone, e Carlo Emanuele III lo

rapisce a tradimento per farlo morire in carcere. La lotta con Roma non

ha in Piemonte lo stesso significato liberale che a Napoli e a Firenze:

il re emancipa i servi per farne dei sudditi, toglie le dominazioni

temporali ai vescovi di Tarantasia, Moriana e Novara, poscia Massano ai

Ferrero, Voghera ai Del Pozzo, l'indipendenza alla val d'Aosta, il

senato a Casale piuttosto per spirito di centralizzazione che di

riforma. Il più liberale de' suoi ministri, il conte Radicati, è

condannato all'esilio e nei beni da Vittorio Amedeo II, per avergli

suggerito quanto Tanucci, Dutillot e Leopoldo dovevano più tardi

gloriosamente praticare; D'Ormea, il più destro, disonora se stesso e

Carlo Emanuele III coll'assassinio di Giannone: Bogino, il migliore,

compie il catasto, riforma la moneta, redime la Savoia dalle manimorte e

dai legami feudali, ripopola, pacifica, dirozza colle due università di

Sassari o di Cagliari la Sardegna, e Vittorio Amedeo III, succeduto nel

1773, a Carlo Emanuele III, per primo atto di governo lo scaccia. Ma

l'intima contraddizione, che obbliga il Piemonte ad esagerare il proprio

dispotismo regio e militare in una bigotteria stupida e feroce mentre

gli altri stati italiani morti alla politica possono liberaleggiare nel

governo, s'acuisce al punto che tutti i migliori spiriti debbono

uscirne. Alfieri, Lagrangia, Berthollet, Bodoni, lo stesso Denina, per

quanto Vittorio Amedeo gli avesse stampato _Le Rivoluzioni d'Italia_,

cercano in un esilio volontario una libertà italiana che non assomigli

all'avara tirannica indipendenza piemontese.

Lo Stato pontificio.

Peggiore di tutti, lo stato pontificio non ha e non può avere riforme,

giacchè il loro principio deriva appunto dalla lotta dei principi contro

la chiesa per la laicità dello stato. Il governo teocratico di Roma,

condannato all'immobilità del proprio contenuto religioso, avversa ogni

diritto moderno. La sovranità divina del pontefice vi è pietrificata

nella forma medioevale; il popolo non vi esiste; non havvi altra

carriera che la ecclesiastica, funzioni e cariche che pei preti,

legislazione che le costituzioni papali sovrapposte al diritto romano.

Roma in lotta col mondo si restringe ogni giorno più nella reazione,

come in una armatura di guerra. Francesco Beccatini nella vita

apologetica di Pio VI confessa che, ad eccezione della Turchia, lo stato

pontificio è il peggio amministrato d'Europa. Vietata ogni esportazione

di grano, vincolati tutti i commerci interni, l'annona assurdamente

tirannica colla facoltà di comprare ogni cosa a prezzo da lei stessa

fissato; abbandonate e isterilite le fertili terre dell'Adriatico,

talchè davasi ai vicini permesso di coltivarle per proprio conto.

Angherie e vessazioni di ogni sorta soffocavano qualunque germe di vita

economica; il tribunale delle grascie tassava le bestie a propria voglia

ed incettava tutto l'olio per rivenderlo più caro; non manifatture, dazi

altissimi d'introduzione e quindi un contrabbando universale e feroce.

Negli undici anni che regnò Clemente XIII si registrarono dodicimila

omicidi, dei quali quattromila nella sola Roma.

Papa Lambertini, succeduto al troppo debole Clemente XII, che nominava

arcivescovo e cardinale di Toledo il terzogenito di Elisabetta Farnese

fanciullo di soli sette anni, aveva arrestato con destrezza degna di

Voltaire la decadenza del papato, riconciliandolo o meglio tentando

riconciliarlo coi tempi nuovi; ma dopo di lui papa Rezzonico (Clemente

XIII) volle ritornare inflessibile, opponendo al progresso del secolo la

reazione di idee medioevali. I ducati di Parma e Piacenza, che la chiesa

si ostinava a dichiarare propri feudi, mentre le monarchie subivano una

ultima trasformazione annullando in se stesse gli avanzi della

feudalità, furono la causa prima de' suoi dissidi con tutte le potenze

d'Europa. Il papato, ultimo rappresentante del periodo feudale, doveva

necessariamente diventare il bersaglio di tutte le corti. Le sue pretese

erano così assurde nel diritto moderno, la sua incapacità politica così

evidente, l'antitesi del suo dato divino colla sua forma monarchica così

irriducibile, le sue bolle così pazze colle loro idee e col loro

linguaggio di un mondo già svanito, che popoli e principi l'oppugnarono.

Dal momento che il principato liberaleggiava creando la laicità e la

democrazia dello stato moderno contro il papato e la feudalità,

bisognava che l'istinto e la ragione popolare fossero pei principi

contro il papa anche allora che per contraddizioni di battaglia questi

sostenesse la libertà contro il dispotismo regio. Quindi lo stato

pontificio fu invaso sotto papa Rezzonico o Clemente XIII; altre contese

scoppiarono con Genova, Parma, Venezia, la Savoia, la Francia, la

Spagna, il Portogallo, l'Austria, l'Olanda, con tutti. Papa Rezzonico

trovò nobili parole contro l'invasione dei propri stati, affermando che

avrebbe preso piuttosto la via dell'esilio che rispondere come padre di

tutti i fedeli alla guerra colla guerra; Clemente XIV, più aspro, fu

anche più inutilmente risoluto: il maggiore dissenso era per la

soppressione dei gesuiti.

Soppressione dei gesuiti.

Stati, governi, filosofi, letterati, aristocrazie e popoli si levavano

contro di essi, reclamando con decreti, con scritti, con violenze la

loro abolizione. I gesuiti resistevano calmi ed intrepidi,

destreggiandosi nei governi, ribattendo gli argomenti degli scrittori,

ammansando e deviando l'odio popolare. La loro potenza era in due secoli

mirabilmente cresciuta: avevano meglio dei francescani missioni in Asia,

in Africa, in America, dovunque; innumerevoli collegi presso tutti i

popoli civili, dei quali signoreggiavano l'educazione; consiglieri di

ogni scuola, avevano immensi stabilimenti commerciali, colonie e stati

come il Paraguai; regnavano nella teologia contro i domenicani, nella

morale contro i giansenisti, a Roma sul papa, ubbidendolo nullameno

coll'eroismo di una disciplina che non discuteva nessun ordine, con un

concetto così alto della monarchia papale da morire per essa e da essa

condannati in un silenzio sublime di fede. Il cattolicismo non aveva

migliore milizia, Roma più invincibili pretoriani. Da due secoli essi la

difendevano contro tutti, e le avevano riconquistato molte provincie

protestanti, arrestando la Riforma e tentando d'indigare la rivoluzione

delle scienze; avevano educati molti re, sedotti ministri e favorite,

accese molte rivolte e sedate altrettante ribellioni, sostenuta con

intrepidezza filosofica la tesi del regicidio e della sovranità

popolare, provocati forse parecchi regicidi, sollevandosi al disopra dei

popoli e dei re con una democrazia papale più logica e più vasta della

cesarea. Nulla li spaventava: la fede era in loro pari al coraggio, la

destrezza raddoppiata dal segreto. Mentre Giansenio, esagerando la

teoria di sant'Agostino sulla grazia, prostrava il libero arbitrio già

tanto fiaccato dal cristianesimo, i gesuiti gli avevano opposto Molina

difendendo nel cattolicismo i resti della ragione e della libertà umana;

quando Giannone più tardi si richiamava al diritto del principato dai

soprusi della chiesa, essi avevano appellato al popolo dal diritto del

principato.

Quindi tutti li odiavano.

In un mondo incredulo e corrotto si opponeva loro di rilassare la

morale; in un secolo rivoluzionario, che acclamava Mandeville e Diderot,

Voltaire e Rousseau, Elvezio e Holbach, erano accusati di sostenere

l'antica tesi di san Tommaso sul diritto del popolo di uccidere il

tiranno. Parrebbe una contraddizione, e non era. La rivoluzione, guidata

dallo spirito francese al rinnovellamento dello spirito d'Europa,

riconosceva istintivamente nei gesuiti la sola forza del papato. Tutti

gli altri ordini religiosi, gli stessi preti dai più poveri curati ai

più ricchi cardinali non avevano più l'antica fede battagliera; gran

parte del clero viveva nella più crassa ignoranza, i prelati affettavano

l'incredulità come ai tempi migliori del rinascimento, i domenicani non

ispiravano più alcun timore, i francescani meritavano più poco rispetto.

I gesuiti soli combattevano per Roma, erano la sua tradizione unitaria,

i soldati del suo dogma papale. La loro tesi del regicidio e la loro

temeraria affermazione della sovranità popolare contro i principi non

derivavano dai principii ancora torbidi e dalle passioni latenti della

rivoluzione, ma erano audaci e abili espedienti di guerra, improvvisati

secondo i luoghi ed i tempi nell'interesse dell'idea cattolica e papale.

La loro democrazia non era che la base di un dispotismo pontificio tanto

maggiore di quello dei Cesari, quanto l'impero cattolico era più vasto

del romano.

Quindi nella lotta dei principati europei contro il papato, come

superstite forma medioevale e ultimo rappresentante del patto antico fra

la chiesa e l'impero, tutti si accordavano a chiedere violentemente la

soppressione dei gesuiti. Era un imporre al nemico di disarmarsi,

secondo l'acuta frase di Federico II. Roma resisteva. Gli argomenti

svolti contro i gesuiti l'avrebbero dovuta persuadere a conservare nel

loro ordine una milizia, contro la quale gl'increduli delle nuove

filosofie e i nuovi giuristi del principato avevano dovuto stringere una

coalizione mondiale. Giammai lotta ebbe incidenti più vari, scene più

equivoche e tremende. Pascal alla testa di Portoreale scrisse contro i

gesuiti un capolavoro, _Le Provinciali_, dando alla prosa francese

quella terribile agilità che doveva farne il più mirabile istrumento di

distruzione; dietro lui tutti i maggiori letterati infuriarono: gli

statisti sospinsero contemporaneamente gli assalti; i parlamenti se ne

immischiarono; gelosie di donne, di vescovi e di riti imperversarono e

tutto crollò simultaneamente intorno ai gesuiti. Questi stettero superbi

di coraggio e di fede. Papa Ganganelli, Clemente XIV, troppo timido per

solo pubblicare la solita bolla _In Coena Domini_, piegò sotto lo sforzo

universale, sacrificando nei gesuiti gli ultimi legionari del papato. Il

quale in tanto frangente fu al disotto non solo della propria idea, ma

di ogni più piccolo stato italiano. Clemente XIII aveva già negata

l'ospitalità ai sei mila gesuiti cacciati di Spagna e tradotti a

Civitavecchia entro la stiva di vecchi bastimenti, lasciandoli errare di

spiaggia in spiaggia sei mesi; Clemente XIV, meno abbietto e più

imprudente, gettò Ricci, loro generale, nelle carceri di Castel

Sant'Angelo. Ma il generale, degno dei propri soldati, non piegò sotto

alcuna minaccia, non soccombette ad alcuna insidia, ricusò l'offerta

d'un vescovado per non sottoscrivere una carta, e moribondo dettò una

protesta nobilmente superba d'innocenza, commovente di rassegnazione ai

voleri della chiesa. Pio VI, succeduto a Ganganelli, che si disse morto

di veleno, rese al cadavere del generale tutti gli onori, ribadendo così

l'errore commesso dal papato colla soppressione della compagnia di Gesù.

Infatti Federico II e Caterina di Russia, i due maggiori sovrani del

secolo per ingegno e potenza, ne lo sbertarono vivamente, mentre

Voltaire e D'Alembert, quegli lo spirito più acuto, questi la migliore

testa filosofica della Francia, spingevano l'abilità della vittoria

ottenuta contro Roma sino a lodare entusiasticamente i gesuiti. Nel

periodo delle riforme il papato aveva dunque commesso, per imitarle, il

più assurdo degli spropositi, disarmandosi in faccia al principato

intento a laicizzarsi e alla vigilia di una rivoluzione, che doveva

spezzare la base millenaria della idea cattolica romana. Ma questo

errore era ancora una conseguenza della sua organizzazione politica; per

la quale doveva come Torino, Genova, Venezia e Napoli subire le

fluttuazioni delle volontà e delle guerre europee invece di librarvisi

sovranamente nella semplicità del sacerdozio. Poiché le accuse ai

gesuiti non erano che politiche, e il papato sacrificandoli moriva con

loro, la riforma romana fu un suicidio.

Infatti Pio VI, sbigottito dalle troppe innovazioni di Giuseppe II

contro la chiesa, dimenticando l'antica altezza dei pontefici che

citavano a Roma gli imperatori di Alemagna, pensò invece di andarlo a

visitare a Vienna; ma il viaggio clamoroso non gli fruttò che

complimenti ironici dall'imperatore, mentre il ministro Kaunitz,

stringendogli alteramente la mano invece di baciargliela, lo abbassò al

livello di tutti i principotti italiani più o meno sottomessi

all'Austria.

Il papato era morto. Ricci, il suo ultimo eroe e il suo martire più

originale, aveva trovato in Kaunitz un vendicatore anche troppo pronto.

Giuseppe Parini.

Ma per tutto questo periodo il genio italiano tace. Vico e Giannone sono

morti senza successori; la grande tradizione italica si interrompe.

Tutti guardano involontariamente alla Francia e ne seguono a distanza il

moto, appropriandosene stentatamente le idee. La nazione addormentata

nell'ozio non ha più energie di speranze o di ricordi; i governi

riformano dispoticamente tutti i congegni amministrativi senza

apprendere alla coscienza publica una scintilla di patriottismo. Lo

scarso patriziato intellettuale vive di idee e di sentimenti esteri, la

maggior parte degli scrittori pellegrinano a Parigi come alla capitale

del pensiero moderno. Nullameno la letteratura nazionale si emancipa

dalla servitù scolastica coll'imitazione delle letterature straniere;

Baretti trasporta da Londra Shakespeare in Piemonte e tempesta sui

vecchi classici con foga bizzarra ed efficace; Cesarotti traduce Ossian;

Verri imita Young nelle _Notti romane_; Beccaria si assimila in un

libercolo meraviglioso di buon senso e di limpidezza tutte le critiche

recenti sulle legislazioni penali e ne detta un altro sullo _Stile_, del

quale trova le leggi nella psicologia; Cesarotti nel _Saggio sulla

filosofia delle lingue_ scioglie i legami della pedanteria, che

paralizzavano la prosa italiana. Comincia uno stile nuovo con idee,

forme e andamenti più liberi derivati dall'estero. L'originalità

italiana manca; Filangeri con entusiasmo giovanile improvvisa un

trattato sulla legislazione, nel quale ospita tutte le idee francesi

componendone quasi una nuova arcadia scientifica; Mario Pagano e

Melchiorre Delfico, destinati alla gloria politica dell'imminente

rivoluzione, esperimentano se stessi combattendo gli antichi abusi;

Galiani, l'ingegno più acuto e brillante del mezzogiorno, economista,

letterato capace di tutto comprendere e di tutto rivelare, diventa

parigino ed eredita da Voltaire il bastone di maresciallo dello spirito.

Gli economisti tardi ed impacciati non arrivano ad alcun sistema,

imitano i governi studiando e proponendo riforme senza dare ai propri

studi nè principii nè forma di scienza. Mentre la Francia ha i

fisiocratici e l'Inghilterra Adamo Smith, l'Italia non ascolta che

l'abate Genovesi, perde Galiani e vede Gian Maria Ortes, forse il

migliore dei propri economisti, smarrirsi fra la doppia oscurità del

passato e dell'avvenire. Novatore d'istinto come Vico, Ortes per andare

avanti guarda indietro e rinnova con audace interpretazione economica

tutto il medio evo cogli asili, i conventi, i feudi; poi, discendendo

nella politica, vuol ripetere il vecchio patto fra la chiesa e l'impero

perchè quella sia il potere legislativo e questo l'esecutivo. Il suo

ingegno è forte, la sua logica ben addestrata, ma per seguire la

tradizione italiana deve respingere tutto il mondo moderno; quindi la

sua opera inutile di scrittore passa inosservata. Beccaria e Verri,

Ricci e Palmieri seminano intanto buone idee e ne tentano applicazioni,

quantunque sfiduciati del paese e senza troppa fede nella scienza; ma

nessuno di loro sa giungere al potere per ritemprare nelle esperienze

gli equivoci assiomi delle teoriche. La mancanza di libertà legali e il

distacco fra principe e popolo, isolando ogni meditazione, costringeva

al vago ed all'esagerato: i governi praticavano riforme con vedute

proprie e con intenzioni dispotiche per emanciparsi al tutto da Roma e

schiacciare sotto il proprio livello gli ultimi talli dell'aristocrazia.

Nè il principato, nè la nazione badavano dunque ai novatori: la

rivoluzione fermentava altrove, il moto italico era riflesso.

Nullameno anche in Italia l'uomo moderno aveva già trovato nell'arte

un'espressione immortale. Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri

rappresentano in due classi distinte e con diverso temperamento il

medesimo uomo. Stranieri alla società nella quale sono nati e debbono

forzatamente vivere, la dominano coll'altezza di una coscienza e di un

carattere ad essa incomprensibile. Una dignità insolita, un'alterezza

originale alza le loro fronti e le loro parole tra la folla delle teste

e dei discorsi comuni. Parini è uomo più di meditazione che di azione:

il suo mondo interno fondato sulla natura e sulla ragione contrasta

involontariamente al secolo fittizio e convenzionale; la sua cultura

austeramente classica attraverso Dante e Plutarco arriva

inconsapevolmente alle nuove idee agitanti l'Europa. Nè molto forte, nè

troppo vario nell'ingegno, sorvola a tutti coll'originalità di un senso

morale così schietta e profonda che da sola è già una poesia capace

delle più fervide e magnanime aspirazioni. In lui l'uomo produsse

l'artista: la sua poesia fu la parola del suo pensiero, lo sfogo del suo

sentimento. Semplice come un contadino, onesto come un antico, liberale

come un moderno, ma con un'intima misura che frenando la passione le

associava la forza della ragione, egli mortificò la società del suo

tempo in un poema ironico non sorpassato ancora in nessuna letteratura.

Il paragone fra l'aristocrazia d'allora e l'antica, dal quale erompe la

satira, non è che un'inconscia finezza del poeta animato da ben più

nobile ira; Parini, avendo l'aria d'invocare la soldatesca virilità dei

vecchi signori, richiama a un'altra virilità moderna senza nè ferocie

tiranniche, nè privilegi micidiali. Un nuovo mondo, una più giovane

coscienza si schiudono nei suoi versi. Il pedagogo che ammonisce e il

poeta che deride sono del secolo di Rousseau; il sentimento religioso di

Parini ricorda la teologia naturale del _Vicario savoiardo_; nello

stridore della sua ironia borghese passano a volta a volta gli stessi

fremiti che sollevano le migliori pagine delle _Confessioni_. Parini

ignora forse Rousseau, ma il secolo congiunge le loro due opere riunendo

in uno sforzo comune l'impeto delle loro due poesie. Il dolore delle

ingiustizie sociali non turba a Parini nè l'equilibrio del pensiero, nè

l'equaninimità del sentimento; quindi l'ironia colla quale flagella la

società non è più quella del buon senso, scettica ed allegra come in

Boccaccio e in Ariosto, ma un'ironia più profonda, tragica e profetica,

che annunzia nella dissoluzione di un mondo decrepito l'alba di un mondo

migliore. È l'ironia del senso morale. Fra poco il suo sibilo si muterà

in bufera rivoluzionaria per spazzare tutta quella vecchia società, ma

il poeta, percosso di terrore ed incapace di vedere il sereno fra gli

squarci della tempesta, cesserà di cantare. Forse lo stesso implacabile

disprezzo gli si muterà all'ultima ora in misericordia, quando il sangue

dell'aristocrazia trucidata, colando per tutte le terre di Francia,

susciterà in Italia un'arcadica demagogia scimmiottante negli abiti e

nelle parole la terribilità della scena parigina. Allora Parini vecchio

romperà il silenzio per scrivere a Silvia l'ode _Sul vestire alla

ghigliottina_, lasciando incompiuto il poema del _Giorno_, nel quale

aveva saputo rattenere per molti anni lo sdegno rivoluzionario.

Vittorio Alfieri.

Dove Parini aveva guardato, l'Alfieri si avventò: quegli aveva

maneggiato lo scudiscio dell'ironia, questi si scaglia sulla vecchia

società colla classica scure del littore romano.

Con terribile prontezza Alfieri vede e misura la nullaggine della

società, dalla quale è nato, e la sua fibra gagliarda, il suo eletto

orgoglio ne sono così ributtati che fugge viaggiando per l'Europa. È

poeta e s'ignora, è tragico e si arrovella con se medesimo, ma l'Italia

l'insegue dappertutto. L'infingardaggine e la vigliaccheria paesana

irritano la sua attività contendendone ogni campo. L'izza del poeta

diventa furore. Non ha frequentato le scuole, non conosce i classici,

cerca una modernità, che sente e non sa ancora esprimere; è uomo nobile

di nascita ed abborre l'aristocrazia, cerca uomini e non ne trova

nemmeno nella borghesia e nel popolo. Tutte le idee francesi fermentano

nel suo spirito, risvegliando il suo orgoglio italiano contro la Francia

stessa. Finalmente un caso gli getta un Plutarco tra le mani, e gli eroi

della antichità diventano i suoi contemporanei, gli uomini del suo

spirito; un altro caso gli suggerisce di schizzare una scena tragica

nella camera dell'amante ammalata; e il poeta, rivelandosi subitamente a

se stesso, si scaglia sugli altri per trarli nel proprio mondo colla

forza irrompente di un convertito e coll'albagia di un antico signore.

La sua tragedia è una battaglia della libertà contro la tirannia, della

virtù contro il vizio, del genio contro la mediocrità, dello stato

contro la chiesa. Non vi sono nè mezzi caratteri, nè figure di

accompagnamento; vi si ama, ma non vi si veggono amanti; la scena è

occupata dal tiranno e dal ribelle, aspri, enormi, inflessibili. Il

verso stride come un ferro rovente nell'acqua, le parole squillano come

mazze sugli scudi, la frase balena come una lama di pugnale. Non varietà

di scena, non episodi, non dramma vero, non tragedia umana; ma una lotta

di idee espresse da personaggi che paiono vivi, tanta è la vita che

erompe da quelle idee: una battaglia di sentimenti con eroi che sembrano

veri, tanto il loro unico sentimento è sincero. Nel teatro di Alfieri vi

è già la libertà, ma non vi sono i liberi; la republica, non i

republicani; il clero, non i sacerdoti. Il personaggio tipico non vi

arriva alla suprema verità individuale, ma forse mai verità tipica fu

più intensa.

Il pubblico, che accorre a queste tragedie, ne esce stordito.

Quell'azione rapida, stringata, sopra una scena nuda, squallida, senza

incidenti, con pochi personaggi, con una sola idea e una sola passione,

gli è penetrata nell'anima come un ferro; Metastasio colle sue nenie,

co' suoi vapori, colle sue decorazioni orientali, è superato. Quei pochi

attori che sembrano ruggire invece di recitare, che mettono nelle

proprie parole un'energia eccessiva anche per l'azione, che parlano

seriamente di morire, e amano e odiano con così irresistibile furia,

producono sulle immaginazioni deboli l'effetto di una evocazione. Nessun

lenocinio, nessuna concessione in queste tragedie; nella loro nuova

moralità il vizio è sempre vittorioso e la virtù sempre sacrificata;

l'eroismo soccombe come il genio; la necessità della lotta, la gloria

della sconfitta, lo stoicismo dell'olocausto, ecco la loro retorica.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 20 / 30 段