specie di centralizzazione francese, con un popolo addestrato alle armi,
con una dinastia bellicosa e un antico programma di conquista, non basta
nullameno a mantenergli l'energia del progresso. Se il suo stato è il
meno decadente, il suo governo è il meno riformatore. La Lombardia
caduta sotto l'Austria è diventata imprendibile, la Francia salvaguarda
la falsa indipendenza di Genova; quindi il Piemonte si arresta. Il suo
dispotismo regio e militare non s'accorda col soffio liberale che
vivifica l'Europa: la sua vecchia politica di doppiezza e di guerra non
è più possibile nell'epoca nuova. Il Piemonte regno diventa quindi meno
efficace del Piemonte ducato: una paralisi subitanea lo ferma sulla via
della storia, i suoi principi decadono, i suoi ministri non sono più che
amministratori, governo e corte hanno tendenze e forme francesi, il
popolo aspirazioni e costumi italiani. La sua indipendenza perde ogni
significato dal momento che il Piemonte non è più l'unico regno
progressivo e perciò l'unica speranza d'Italia. La piccineria di un
egoismo piemontese raggricchia perciò corte e governo, e, togliendo loro
collo slancio della conquista l'intrepidezza dell'avventura, li obbliga
per reazione a restringersi nel dispotismo più ombroso ed antipatico.
Mentre tutti i principi d'Europa e d'Italia sono miscredenti, i Savoia
diventano bigotti: l'Austria ospita Giannone, e Carlo Emanuele III lo
rapisce a tradimento per farlo morire in carcere. La lotta con Roma non
ha in Piemonte lo stesso significato liberale che a Napoli e a Firenze:
il re emancipa i servi per farne dei sudditi, toglie le dominazioni
temporali ai vescovi di Tarantasia, Moriana e Novara, poscia Massano ai
Ferrero, Voghera ai Del Pozzo, l'indipendenza alla val d'Aosta, il
senato a Casale piuttosto per spirito di centralizzazione che di
riforma. Il più liberale de' suoi ministri, il conte Radicati, è
condannato all'esilio e nei beni da Vittorio Amedeo II, per avergli
suggerito quanto Tanucci, Dutillot e Leopoldo dovevano più tardi
gloriosamente praticare; D'Ormea, il più destro, disonora se stesso e
Carlo Emanuele III coll'assassinio di Giannone: Bogino, il migliore,
compie il catasto, riforma la moneta, redime la Savoia dalle manimorte e
dai legami feudali, ripopola, pacifica, dirozza colle due università di
Sassari o di Cagliari la Sardegna, e Vittorio Amedeo III, succeduto nel
1773, a Carlo Emanuele III, per primo atto di governo lo scaccia. Ma
l'intima contraddizione, che obbliga il Piemonte ad esagerare il proprio
dispotismo regio e militare in una bigotteria stupida e feroce mentre
gli altri stati italiani morti alla politica possono liberaleggiare nel
governo, s'acuisce al punto che tutti i migliori spiriti debbono
uscirne. Alfieri, Lagrangia, Berthollet, Bodoni, lo stesso Denina, per
quanto Vittorio Amedeo gli avesse stampato _Le Rivoluzioni d'Italia_,
cercano in un esilio volontario una libertà italiana che non assomigli
all'avara tirannica indipendenza piemontese.
Lo Stato pontificio.
Peggiore di tutti, lo stato pontificio non ha e non può avere riforme,
giacchè il loro principio deriva appunto dalla lotta dei principi contro
la chiesa per la laicità dello stato. Il governo teocratico di Roma,
condannato all'immobilità del proprio contenuto religioso, avversa ogni
diritto moderno. La sovranità divina del pontefice vi è pietrificata
nella forma medioevale; il popolo non vi esiste; non havvi altra
carriera che la ecclesiastica, funzioni e cariche che pei preti,
legislazione che le costituzioni papali sovrapposte al diritto romano.
Roma in lotta col mondo si restringe ogni giorno più nella reazione,
come in una armatura di guerra. Francesco Beccatini nella vita
apologetica di Pio VI confessa che, ad eccezione della Turchia, lo stato
pontificio è il peggio amministrato d'Europa. Vietata ogni esportazione
di grano, vincolati tutti i commerci interni, l'annona assurdamente
tirannica colla facoltà di comprare ogni cosa a prezzo da lei stessa
fissato; abbandonate e isterilite le fertili terre dell'Adriatico,
talchè davasi ai vicini permesso di coltivarle per proprio conto.
Angherie e vessazioni di ogni sorta soffocavano qualunque germe di vita
economica; il tribunale delle grascie tassava le bestie a propria voglia
ed incettava tutto l'olio per rivenderlo più caro; non manifatture, dazi
altissimi d'introduzione e quindi un contrabbando universale e feroce.
Negli undici anni che regnò Clemente XIII si registrarono dodicimila
omicidi, dei quali quattromila nella sola Roma.
Papa Lambertini, succeduto al troppo debole Clemente XII, che nominava
arcivescovo e cardinale di Toledo il terzogenito di Elisabetta Farnese
fanciullo di soli sette anni, aveva arrestato con destrezza degna di
Voltaire la decadenza del papato, riconciliandolo o meglio tentando
riconciliarlo coi tempi nuovi; ma dopo di lui papa Rezzonico (Clemente
XIII) volle ritornare inflessibile, opponendo al progresso del secolo la
reazione di idee medioevali. I ducati di Parma e Piacenza, che la chiesa
si ostinava a dichiarare propri feudi, mentre le monarchie subivano una
ultima trasformazione annullando in se stesse gli avanzi della
feudalità, furono la causa prima de' suoi dissidi con tutte le potenze
d'Europa. Il papato, ultimo rappresentante del periodo feudale, doveva
necessariamente diventare il bersaglio di tutte le corti. Le sue pretese
erano così assurde nel diritto moderno, la sua incapacità politica così
evidente, l'antitesi del suo dato divino colla sua forma monarchica così
irriducibile, le sue bolle così pazze colle loro idee e col loro
linguaggio di un mondo già svanito, che popoli e principi l'oppugnarono.
Dal momento che il principato liberaleggiava creando la laicità e la
democrazia dello stato moderno contro il papato e la feudalità,
bisognava che l'istinto e la ragione popolare fossero pei principi
contro il papa anche allora che per contraddizioni di battaglia questi
sostenesse la libertà contro il dispotismo regio. Quindi lo stato
pontificio fu invaso sotto papa Rezzonico o Clemente XIII; altre contese
scoppiarono con Genova, Parma, Venezia, la Savoia, la Francia, la
Spagna, il Portogallo, l'Austria, l'Olanda, con tutti. Papa Rezzonico
trovò nobili parole contro l'invasione dei propri stati, affermando che
avrebbe preso piuttosto la via dell'esilio che rispondere come padre di
tutti i fedeli alla guerra colla guerra; Clemente XIV, più aspro, fu
anche più inutilmente risoluto: il maggiore dissenso era per la
soppressione dei gesuiti.
Soppressione dei gesuiti.
Stati, governi, filosofi, letterati, aristocrazie e popoli si levavano
contro di essi, reclamando con decreti, con scritti, con violenze la
loro abolizione. I gesuiti resistevano calmi ed intrepidi,
destreggiandosi nei governi, ribattendo gli argomenti degli scrittori,
ammansando e deviando l'odio popolare. La loro potenza era in due secoli
mirabilmente cresciuta: avevano meglio dei francescani missioni in Asia,
in Africa, in America, dovunque; innumerevoli collegi presso tutti i
popoli civili, dei quali signoreggiavano l'educazione; consiglieri di
ogni scuola, avevano immensi stabilimenti commerciali, colonie e stati
come il Paraguai; regnavano nella teologia contro i domenicani, nella
morale contro i giansenisti, a Roma sul papa, ubbidendolo nullameno
coll'eroismo di una disciplina che non discuteva nessun ordine, con un
concetto così alto della monarchia papale da morire per essa e da essa
condannati in un silenzio sublime di fede. Il cattolicismo non aveva
migliore milizia, Roma più invincibili pretoriani. Da due secoli essi la
difendevano contro tutti, e le avevano riconquistato molte provincie
protestanti, arrestando la Riforma e tentando d'indigare la rivoluzione
delle scienze; avevano educati molti re, sedotti ministri e favorite,
accese molte rivolte e sedate altrettante ribellioni, sostenuta con
intrepidezza filosofica la tesi del regicidio e della sovranità
popolare, provocati forse parecchi regicidi, sollevandosi al disopra dei
popoli e dei re con una democrazia papale più logica e più vasta della
cesarea. Nulla li spaventava: la fede era in loro pari al coraggio, la
destrezza raddoppiata dal segreto. Mentre Giansenio, esagerando la
teoria di sant'Agostino sulla grazia, prostrava il libero arbitrio già
tanto fiaccato dal cristianesimo, i gesuiti gli avevano opposto Molina
difendendo nel cattolicismo i resti della ragione e della libertà umana;
quando Giannone più tardi si richiamava al diritto del principato dai
soprusi della chiesa, essi avevano appellato al popolo dal diritto del
principato.
Quindi tutti li odiavano.
In un mondo incredulo e corrotto si opponeva loro di rilassare la
morale; in un secolo rivoluzionario, che acclamava Mandeville e Diderot,
Voltaire e Rousseau, Elvezio e Holbach, erano accusati di sostenere
l'antica tesi di san Tommaso sul diritto del popolo di uccidere il
tiranno. Parrebbe una contraddizione, e non era. La rivoluzione, guidata
dallo spirito francese al rinnovellamento dello spirito d'Europa,
riconosceva istintivamente nei gesuiti la sola forza del papato. Tutti
gli altri ordini religiosi, gli stessi preti dai più poveri curati ai
più ricchi cardinali non avevano più l'antica fede battagliera; gran
parte del clero viveva nella più crassa ignoranza, i prelati affettavano
l'incredulità come ai tempi migliori del rinascimento, i domenicani non
ispiravano più alcun timore, i francescani meritavano più poco rispetto.
I gesuiti soli combattevano per Roma, erano la sua tradizione unitaria,
i soldati del suo dogma papale. La loro tesi del regicidio e la loro
temeraria affermazione della sovranità popolare contro i principi non
derivavano dai principii ancora torbidi e dalle passioni latenti della
rivoluzione, ma erano audaci e abili espedienti di guerra, improvvisati
secondo i luoghi ed i tempi nell'interesse dell'idea cattolica e papale.
La loro democrazia non era che la base di un dispotismo pontificio tanto
maggiore di quello dei Cesari, quanto l'impero cattolico era più vasto
del romano.
Quindi nella lotta dei principati europei contro il papato, come
superstite forma medioevale e ultimo rappresentante del patto antico fra
la chiesa e l'impero, tutti si accordavano a chiedere violentemente la
soppressione dei gesuiti. Era un imporre al nemico di disarmarsi,
secondo l'acuta frase di Federico II. Roma resisteva. Gli argomenti
svolti contro i gesuiti l'avrebbero dovuta persuadere a conservare nel
loro ordine una milizia, contro la quale gl'increduli delle nuove
filosofie e i nuovi giuristi del principato avevano dovuto stringere una
coalizione mondiale. Giammai lotta ebbe incidenti più vari, scene più
equivoche e tremende. Pascal alla testa di Portoreale scrisse contro i
gesuiti un capolavoro, _Le Provinciali_, dando alla prosa francese
quella terribile agilità che doveva farne il più mirabile istrumento di
distruzione; dietro lui tutti i maggiori letterati infuriarono: gli
statisti sospinsero contemporaneamente gli assalti; i parlamenti se ne
immischiarono; gelosie di donne, di vescovi e di riti imperversarono e
tutto crollò simultaneamente intorno ai gesuiti. Questi stettero superbi
di coraggio e di fede. Papa Ganganelli, Clemente XIV, troppo timido per
solo pubblicare la solita bolla _In Coena Domini_, piegò sotto lo sforzo
universale, sacrificando nei gesuiti gli ultimi legionari del papato. Il
quale in tanto frangente fu al disotto non solo della propria idea, ma
di ogni più piccolo stato italiano. Clemente XIII aveva già negata
l'ospitalità ai sei mila gesuiti cacciati di Spagna e tradotti a
Civitavecchia entro la stiva di vecchi bastimenti, lasciandoli errare di
spiaggia in spiaggia sei mesi; Clemente XIV, meno abbietto e più
imprudente, gettò Ricci, loro generale, nelle carceri di Castel
Sant'Angelo. Ma il generale, degno dei propri soldati, non piegò sotto
alcuna minaccia, non soccombette ad alcuna insidia, ricusò l'offerta
d'un vescovado per non sottoscrivere una carta, e moribondo dettò una
protesta nobilmente superba d'innocenza, commovente di rassegnazione ai
voleri della chiesa. Pio VI, succeduto a Ganganelli, che si disse morto
di veleno, rese al cadavere del generale tutti gli onori, ribadendo così
l'errore commesso dal papato colla soppressione della compagnia di Gesù.
Infatti Federico II e Caterina di Russia, i due maggiori sovrani del
secolo per ingegno e potenza, ne lo sbertarono vivamente, mentre
Voltaire e D'Alembert, quegli lo spirito più acuto, questi la migliore
testa filosofica della Francia, spingevano l'abilità della vittoria
ottenuta contro Roma sino a lodare entusiasticamente i gesuiti. Nel
periodo delle riforme il papato aveva dunque commesso, per imitarle, il
più assurdo degli spropositi, disarmandosi in faccia al principato
intento a laicizzarsi e alla vigilia di una rivoluzione, che doveva
spezzare la base millenaria della idea cattolica romana. Ma questo
errore era ancora una conseguenza della sua organizzazione politica; per
la quale doveva come Torino, Genova, Venezia e Napoli subire le
fluttuazioni delle volontà e delle guerre europee invece di librarvisi
sovranamente nella semplicità del sacerdozio. Poiché le accuse ai
gesuiti non erano che politiche, e il papato sacrificandoli moriva con
loro, la riforma romana fu un suicidio.
Infatti Pio VI, sbigottito dalle troppe innovazioni di Giuseppe II
contro la chiesa, dimenticando l'antica altezza dei pontefici che
citavano a Roma gli imperatori di Alemagna, pensò invece di andarlo a
visitare a Vienna; ma il viaggio clamoroso non gli fruttò che
complimenti ironici dall'imperatore, mentre il ministro Kaunitz,
stringendogli alteramente la mano invece di baciargliela, lo abbassò al
livello di tutti i principotti italiani più o meno sottomessi
all'Austria.
Il papato era morto. Ricci, il suo ultimo eroe e il suo martire più
originale, aveva trovato in Kaunitz un vendicatore anche troppo pronto.
Giuseppe Parini.
Ma per tutto questo periodo il genio italiano tace. Vico e Giannone sono
morti senza successori; la grande tradizione italica si interrompe.
Tutti guardano involontariamente alla Francia e ne seguono a distanza il
moto, appropriandosene stentatamente le idee. La nazione addormentata
nell'ozio non ha più energie di speranze o di ricordi; i governi
riformano dispoticamente tutti i congegni amministrativi senza
apprendere alla coscienza publica una scintilla di patriottismo. Lo
scarso patriziato intellettuale vive di idee e di sentimenti esteri, la
maggior parte degli scrittori pellegrinano a Parigi come alla capitale
del pensiero moderno. Nullameno la letteratura nazionale si emancipa
dalla servitù scolastica coll'imitazione delle letterature straniere;
Baretti trasporta da Londra Shakespeare in Piemonte e tempesta sui
vecchi classici con foga bizzarra ed efficace; Cesarotti traduce Ossian;
Verri imita Young nelle _Notti romane_; Beccaria si assimila in un
libercolo meraviglioso di buon senso e di limpidezza tutte le critiche
recenti sulle legislazioni penali e ne detta un altro sullo _Stile_, del
quale trova le leggi nella psicologia; Cesarotti nel _Saggio sulla
filosofia delle lingue_ scioglie i legami della pedanteria, che
paralizzavano la prosa italiana. Comincia uno stile nuovo con idee,
forme e andamenti più liberi derivati dall'estero. L'originalità
italiana manca; Filangeri con entusiasmo giovanile improvvisa un
trattato sulla legislazione, nel quale ospita tutte le idee francesi
componendone quasi una nuova arcadia scientifica; Mario Pagano e
Melchiorre Delfico, destinati alla gloria politica dell'imminente
rivoluzione, esperimentano se stessi combattendo gli antichi abusi;
Galiani, l'ingegno più acuto e brillante del mezzogiorno, economista,
letterato capace di tutto comprendere e di tutto rivelare, diventa
parigino ed eredita da Voltaire il bastone di maresciallo dello spirito.
Gli economisti tardi ed impacciati non arrivano ad alcun sistema,
imitano i governi studiando e proponendo riforme senza dare ai propri
studi nè principii nè forma di scienza. Mentre la Francia ha i
fisiocratici e l'Inghilterra Adamo Smith, l'Italia non ascolta che
l'abate Genovesi, perde Galiani e vede Gian Maria Ortes, forse il
migliore dei propri economisti, smarrirsi fra la doppia oscurità del
passato e dell'avvenire. Novatore d'istinto come Vico, Ortes per andare
avanti guarda indietro e rinnova con audace interpretazione economica
tutto il medio evo cogli asili, i conventi, i feudi; poi, discendendo
nella politica, vuol ripetere il vecchio patto fra la chiesa e l'impero
perchè quella sia il potere legislativo e questo l'esecutivo. Il suo
ingegno è forte, la sua logica ben addestrata, ma per seguire la
tradizione italiana deve respingere tutto il mondo moderno; quindi la
sua opera inutile di scrittore passa inosservata. Beccaria e Verri,
Ricci e Palmieri seminano intanto buone idee e ne tentano applicazioni,
quantunque sfiduciati del paese e senza troppa fede nella scienza; ma
nessuno di loro sa giungere al potere per ritemprare nelle esperienze
gli equivoci assiomi delle teoriche. La mancanza di libertà legali e il
distacco fra principe e popolo, isolando ogni meditazione, costringeva
al vago ed all'esagerato: i governi praticavano riforme con vedute
proprie e con intenzioni dispotiche per emanciparsi al tutto da Roma e
schiacciare sotto il proprio livello gli ultimi talli dell'aristocrazia.
Nè il principato, nè la nazione badavano dunque ai novatori: la
rivoluzione fermentava altrove, il moto italico era riflesso.
Nullameno anche in Italia l'uomo moderno aveva già trovato nell'arte
un'espressione immortale. Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri
rappresentano in due classi distinte e con diverso temperamento il
medesimo uomo. Stranieri alla società nella quale sono nati e debbono
forzatamente vivere, la dominano coll'altezza di una coscienza e di un
carattere ad essa incomprensibile. Una dignità insolita, un'alterezza
originale alza le loro fronti e le loro parole tra la folla delle teste
e dei discorsi comuni. Parini è uomo più di meditazione che di azione:
il suo mondo interno fondato sulla natura e sulla ragione contrasta
involontariamente al secolo fittizio e convenzionale; la sua cultura
austeramente classica attraverso Dante e Plutarco arriva
inconsapevolmente alle nuove idee agitanti l'Europa. Nè molto forte, nè
troppo vario nell'ingegno, sorvola a tutti coll'originalità di un senso
morale così schietta e profonda che da sola è già una poesia capace
delle più fervide e magnanime aspirazioni. In lui l'uomo produsse
l'artista: la sua poesia fu la parola del suo pensiero, lo sfogo del suo
sentimento. Semplice come un contadino, onesto come un antico, liberale
come un moderno, ma con un'intima misura che frenando la passione le
associava la forza della ragione, egli mortificò la società del suo
tempo in un poema ironico non sorpassato ancora in nessuna letteratura.
Il paragone fra l'aristocrazia d'allora e l'antica, dal quale erompe la
satira, non è che un'inconscia finezza del poeta animato da ben più
nobile ira; Parini, avendo l'aria d'invocare la soldatesca virilità dei
vecchi signori, richiama a un'altra virilità moderna senza nè ferocie
tiranniche, nè privilegi micidiali. Un nuovo mondo, una più giovane
coscienza si schiudono nei suoi versi. Il pedagogo che ammonisce e il
poeta che deride sono del secolo di Rousseau; il sentimento religioso di
Parini ricorda la teologia naturale del _Vicario savoiardo_; nello
stridore della sua ironia borghese passano a volta a volta gli stessi
fremiti che sollevano le migliori pagine delle _Confessioni_. Parini
ignora forse Rousseau, ma il secolo congiunge le loro due opere riunendo
in uno sforzo comune l'impeto delle loro due poesie. Il dolore delle
ingiustizie sociali non turba a Parini nè l'equilibrio del pensiero, nè
l'equaninimità del sentimento; quindi l'ironia colla quale flagella la
società non è più quella del buon senso, scettica ed allegra come in
Boccaccio e in Ariosto, ma un'ironia più profonda, tragica e profetica,
che annunzia nella dissoluzione di un mondo decrepito l'alba di un mondo
migliore. È l'ironia del senso morale. Fra poco il suo sibilo si muterà
in bufera rivoluzionaria per spazzare tutta quella vecchia società, ma
il poeta, percosso di terrore ed incapace di vedere il sereno fra gli
squarci della tempesta, cesserà di cantare. Forse lo stesso implacabile
disprezzo gli si muterà all'ultima ora in misericordia, quando il sangue
dell'aristocrazia trucidata, colando per tutte le terre di Francia,
susciterà in Italia un'arcadica demagogia scimmiottante negli abiti e
nelle parole la terribilità della scena parigina. Allora Parini vecchio
romperà il silenzio per scrivere a Silvia l'ode _Sul vestire alla
ghigliottina_, lasciando incompiuto il poema del _Giorno_, nel quale
aveva saputo rattenere per molti anni lo sdegno rivoluzionario.
Vittorio Alfieri.
Dove Parini aveva guardato, l'Alfieri si avventò: quegli aveva
maneggiato lo scudiscio dell'ironia, questi si scaglia sulla vecchia
società colla classica scure del littore romano.
Con terribile prontezza Alfieri vede e misura la nullaggine della
società, dalla quale è nato, e la sua fibra gagliarda, il suo eletto
orgoglio ne sono così ributtati che fugge viaggiando per l'Europa. È
poeta e s'ignora, è tragico e si arrovella con se medesimo, ma l'Italia
l'insegue dappertutto. L'infingardaggine e la vigliaccheria paesana
irritano la sua attività contendendone ogni campo. L'izza del poeta
diventa furore. Non ha frequentato le scuole, non conosce i classici,
cerca una modernità, che sente e non sa ancora esprimere; è uomo nobile
di nascita ed abborre l'aristocrazia, cerca uomini e non ne trova
nemmeno nella borghesia e nel popolo. Tutte le idee francesi fermentano
nel suo spirito, risvegliando il suo orgoglio italiano contro la Francia
stessa. Finalmente un caso gli getta un Plutarco tra le mani, e gli eroi
della antichità diventano i suoi contemporanei, gli uomini del suo
spirito; un altro caso gli suggerisce di schizzare una scena tragica
nella camera dell'amante ammalata; e il poeta, rivelandosi subitamente a
se stesso, si scaglia sugli altri per trarli nel proprio mondo colla
forza irrompente di un convertito e coll'albagia di un antico signore.
La sua tragedia è una battaglia della libertà contro la tirannia, della
virtù contro il vizio, del genio contro la mediocrità, dello stato
contro la chiesa. Non vi sono nè mezzi caratteri, nè figure di
accompagnamento; vi si ama, ma non vi si veggono amanti; la scena è
occupata dal tiranno e dal ribelle, aspri, enormi, inflessibili. Il
verso stride come un ferro rovente nell'acqua, le parole squillano come
mazze sugli scudi, la frase balena come una lama di pugnale. Non varietà
di scena, non episodi, non dramma vero, non tragedia umana; ma una lotta
di idee espresse da personaggi che paiono vivi, tanta è la vita che
erompe da quelle idee: una battaglia di sentimenti con eroi che sembrano
veri, tanto il loro unico sentimento è sincero. Nel teatro di Alfieri vi
è già la libertà, ma non vi sono i liberi; la republica, non i
republicani; il clero, non i sacerdoti. Il personaggio tipico non vi
arriva alla suprema verità individuale, ma forse mai verità tipica fu
più intensa.
Il pubblico, che accorre a queste tragedie, ne esce stordito.
Quell'azione rapida, stringata, sopra una scena nuda, squallida, senza
incidenti, con pochi personaggi, con una sola idea e una sola passione,
gli è penetrata nell'anima come un ferro; Metastasio colle sue nenie,
co' suoi vapori, colle sue decorazioni orientali, è superato. Quei pochi
attori che sembrano ruggire invece di recitare, che mettono nelle
proprie parole un'energia eccessiva anche per l'azione, che parlano
seriamente di morire, e amano e odiano con così irresistibile furia,
producono sulle immaginazioni deboli l'effetto di una evocazione. Nessun
lenocinio, nessuna concessione in queste tragedie; nella loro nuova
moralità il vizio è sempre vittorioso e la virtù sempre sacrificata;
l'eroismo soccombe come il genio; la necessità della lotta, la gloria
della sconfitta, lo stoicismo dell'olocausto, ecco la loro retorica.