Oramai l'Europa riconosceva due grossi regni nella penisola. La Toscana,

passata dai Medici ai Lorena, guadagnava una migliore dinastia; Venezia,

estranea all'Italia come nei primi tempi medioevali, agonizzava

lentamente; la Lombardia, sottomessa all'Austria, migliorava la propria

condizione amministrativa; Genova, sempre agognata dal Piemonte, era una

preda ancora troppo grossa per essergli conceduta. Ma alla morte

dell'imperatore Carlo VI la guerra riavvampò per la successione di Maria

Teresa, maritata a Francesco di Lorena granduca di Toscana. Francia,

Spagna, Baviera, Russia, Sardegna e le due Sicilie si scagliarono contro

Maria Teresa: questa, fuggiasca da Vienna, riparò fra gli ungheresi,

che, giurando cavallerescamente di morire tutti per lei, ristorarono la

sua fortuna con inaudito valore. Naturalmente Carlo III si alleò allora

con lei, tradendo i confederati. La guerra imperversò quindi in un

viluppo spaventoso sulle sponde del Po, del Panaro e della Secchia: il

ducato di Modena ne andò rotto, la Savoia fu invasa. Il trattato di

Worms (1743) fra Inghilterra Austria e Piemonte, togliendo a Genova il

marchesato del Finale per attribuirlo a Carlo Emanuele, trascinò la

republica nella guerra: gli austriaci ritentarono la conquista di

Napoli; ma, fallendo nell'impresa di Velletri, dovettero abbandonarne

ogni idea. Il Piemonte, diventato bersaglio di tutta la guerra, si

difese validamente, resistè al principe Conti, parve anche una volta

presso a sfasciarsi dopo la rotta di Bisignana e le perdite di

Alessandria, Tortona, Casale e Asti; ma l'accortezza politica di Carlo

Emanuele lo salvò, abbindolando la Francia, generosa con lui di un

trattato che lo avrebbe costituito signore di Lombardia, e profittando

della pace di Dresda fra Maria Teresa e Federico II, e della successione

di Ferdinando IV a Filippo V di Spagna.

Finalmente alla pace di Aquisgrana (1748), dopo l'episodio di Genova, la

pace riconobbe a Filippo Borbone, fratello minore di Carlo III di

Napoli, il ducato di Parma, il duca di Modena fu reintegrato, il

Piemonte giunse al Ticino, il regno di Napoli diventò più compatto e

forte che non mai in tutto il passato della sua storia, la Toscana si

cangiò in un ducato dell'impero austriaco, la Lombardia in una sua

provincia, Venezia rimase rispettata perchè negletta, il popolo

trascurato perchè impotente. Di Lucca nessuno si accorse.

Il Papato.

In tutto questo periodo di un secolo la sua opera politica fu peggio che

nulla. Dopo la terribile energia di Pio V nella Bolla _In Coena Domini_

l'irruenza altera di Paolo V contro Venezia e il nepotismo depravato e

rapace di Urbano VIII, la vita del papato si allenta in una inerzia, che

rivela nella decadenza della sua idea la nullaggine del suo regno.

Innocenzo X (1644) non è più che un giocattolo nella mano fine di donna

Olimpia Pamphili e un flagello in quella sanguinaria di Carlo Emanuele

II infuriante sui valdesi: Alessandro VII, Clemente IX passano

inosservati nella lunga serie dei papi. Innocenzo XI, tenace sino alla

caparbietà, è il solo che osi resistere a Luigi XIV, togliendo le

immunità agli ambasciatori e contraddicendo al gallicanismo malgrado

l'invasione dei francesi in Avignone e la minaccia di peggior guerra

contro Roma; ma la sua energia personale non può trasfondersi nel

papato, che patteggia col suo successore Alessandro VII. Le contese del

1707 fra Clemente XI e Giuseppe I d'Austria par il ducato di Parma e

Piacenza, ridichiarato feudo dell'impero, e le altre del 1716 con

Vittorio Amedeo II a cagione della Sicilia e di alcuni feudi piemontesi

soggetti a privilegi ecclesiastici, rinfocolando gli animi con

discussioni e scomuniche, resero sempre più inefficaci ed assurde le

viete pretese dell'impero e del papato. Ad ogni elezione di pontefici,

le numerose fazioni contendenti nel conclave non ebbero più altro scopo

che di impossessarsi di un grado e di un regno favorevole alla vanità e

all'avarizia. Il papato non era più che un pontificato incapace di

provocare o di sedare in Europa la più piccola discordia; le sue armi

spirituali, una volta così terribili, non spaventavano più le coscienze,

la nuova fede protestante e la nuova incredulità scientifica ne ridevano

del pari.

Quindi Benedetto XIV (1740) giungendo al pontificato vi portò una

disinvoltura bonaria ed incredula degna del secolo di Voltaire: invece

di maledire sorrise, mutò le scomuniche in discussioni, cercò di

resistere coll'elasticità dopo le troppe prove infelici della rigidezza.

Con lui comincia un'epoca nuova nella storia del papato, oramai ridotto

a semplice grado ecclesiastico e a una abbazia grossa quanto un regno. A

distanza di un secolo e mezzo, dopo Sisto V, egli è il solo pontefice

che lo uguagli nell'importanza e gli assomigli nella popolarità: quegli

benefico perchè terribile, questi accetto perchè mite, ambedue mondi nel

costume e inclinati a considerare la religione piuttosto come un

istrumento che come un principio della storia.

Ma una insolubile contraddizione violentava lo spirito del papato,

forzandolo ad affermarsi come regno su titoli medioevali santificati

dalla religione, mentre tutte le nazioni d'Europa rimutavano il proprio

diritto. Le antiche concessioni dell'impero, annullate gradatamente in

tutti i principati della penisola, non potevano essere conservate nello

stato pontificio: un popolo nuovo sorgeva nell'Europa, ostinato di già a

cercare in se stesso l'origine di ogni legge politica. Impero e papato

non esistevano più in nessuna coscienza; quindi, urtandosi come forme

vuote, dovevano empire del proprio suono tutte le terre. Ma gli stati,

respingendo la supremazia ideale di Roma e reagendo contro i privilegi

del clero, invece di rinnovare le contese medioevali fondavano una nuova

legislazione. Filosofi, giureconsulti, scienziati, statisti, scrittori,

tutti si opponevano al papato, decomponendolo nella più fine analisi,

dissolvendolo nei più caustici epigrammi. La sua impotenza politica

saltava agli occhi di tutti; la sua immobilità nell'immensa rivoluzione

rimutante l'Europa diventava un anacronismo.

Il nuovo problema italico.

Il problema politico si era capovolto. Mentre per tutto il medioevo lo

scopo della storia italiana era stata la federazione contro le violenze

unitarie di ogni barbara conquista, ora raggiunta colla federazione la

grande civiltà del rinascimento e adempito l'ufficio della prima

educazione europea, l'Italia si volgeva a creare il proprio regno. E

come, nell'incapacità di fare in se stessa le grandi rivoluzioni

necessarie alla creazione dell'uomo e dello stato moderno, doveva

aspettarne i benefici contraccolpi dalla Germania, dall'Inghilterra,

dall'America, dalla Francia, da tutte le nazioni già costituite o più

pronte a costituirsi; così, invertendo il processo della federazione,

ingrossava quello fra i suoi principati meno logoro dalle lotte

medioevali. Solo il Piemonte non aveva avuto importanza nel medioevo e

non vi aveva espresso alcuna idea, quando Milano e Venezia, Verona e

Firenze, Napoli e Palermo, Pavia e Ravenna, Genova e Bologna brillavano

di ogni civiltà alzando le proprie cronache a grado di storia.

Il Piemonte, riserbato a più alti destini, entra nella storia d'Italia

all'agonia degli altri principati, e simile a Roma antica afferma subito

la propria tendenza alla conquista del regno. L'unità di quest'idea

spiega l'incessante duplicità della sua condotta e la brutalità militare

della sua vita. Il Piemonte non ha significato che nella politica

italiana. Ma le guerre della successione spagnuola lo mutano in piccolo

regno, quelle per la successione austriaca ricostituiscono solidamente

l'altro di Napoli. Quindi la storia d'Italia non si svolge più che

nell'inconscia e fatale rivalità dei due regni condannati a non potersi

nè confederare nè combattere e a doversi nullameno soverchiare nello

scopo finale di un'unica monarchia italiana; mentre Roma, pietrificata

nelle memorie medioevali, e l'Austria, succeduta all'impero come potenza

moderna conquistatrice, raddoppiano con una inutile alleanza gli

ostacoli alla formazione del regno. Contro l'opposizione di Roma e

dell'Austria l'Italia avrà l'invincibile soccorso del diritto e della

rivoluzione: nella rivalità dei due regni il Piemonte prevarrà

necessariamente a Napoli, perchè la futura monarchia dovendo risultare

dal diritto moderno con un processo di annessioni plebiscitarie, il

Piemonte conquisterà meglio di Napoli le simpatie e gl'interessi della

maggior parte d'Italia. Infatti i suoi contatti con Genova, con Milano,

colla Toscana, con Venezia, colle Romagne gli permetteranno di loro

affratellarsi, eccellendo nella libertà e nell'indipendenza dallo

straniero, mentre lo stato pontificio, separando come un enorme

muraglione il regno napoletano da tutto il resto d'Italia, impedirà

nella grande metropoli del sud il formarsi del carattere e delle

affinità nazionali. Le annessioni, come ultima formula dell'antica

confederazione, si volgeranno più facilmente al Piemonte che alle due

Sicilie; e poichè nella storia come nella vita chi non sale discende e

chi non prosegue indietreggia, vedremo Napoli non solo abbandonare

presto ogni tendenza italiana per chiudersi nell'angustia dei propri

confini, ma inseguita entro i medesimi dallo spirito rivoluzionario,

diventare con Roma e coll'Austria centro di ogni reazione politica.

CAPITOLO QUARTO.

Genio e carattere nazionale durante la formazione dei due regni

Le scuole politiche.

Dal periodo di Luigi XIV alla rivoluzione francese la vita politica

dell'Italia si addensa nella riforma di pressochè tutti i suoi stati. Si

direbbero i primi soffi del vento annunzianti l'uragano. La lotta

s'impegna fra Roma e i governi per la laicità dello stato; i principi

reclamano la propria indipendenza contro i privilegi del clero, non

intendono riconoscere investiture, sopprimono le immunità, affermano

nella politica un diritto civile superiore al diritto canonico. Così la

riforma luterana penetra nel cattolicismo, emancipandone gli stati. La

guerra si accanisce in battaglie quotidiane per diritti massimi e minimi

entro procedure assurde, che impongono alle riforme le curve dell'arte e

della scienza curialesca. Ma sotto il dibattito legale si agitano le

idee filosofiche ed economiche del secolo. L'organizzazione sociale,

ancora improntata sul tipo medioevale col re assoluto, col papa

onnipotente, colle classi antagoniste ed irrefondibili, contraddice allo

spirito di libertà e di uguaglianza della nuova civiltà. I principi,

assalendo Roma, combattono il proprio diritto divino, senza sospettare

che all'indomani della loro vittoria il popolo, invece di applaudire, li

scaccerà colla più grande delle rivoluzioni.

Ma questo per ora non mostra nè genio nè carattere politico. La politica

e la legislazione abbandonate al principe non esprimono più alcuna

azione popolare; il perfezionarsi della loro giustizia e l'allargarsi

della loro democrazia paiono piuttosto beneficenza di sovrano che

esigenza di popolo. Le antiche rivalità municipali sono cadute colle

vecchie energie: non più virtù militari o civili, nessuna funzione che

permetta l'esercizio di grandi qualità, nessuna carriera che

l'avvilimento cortigiano non interrompa o snaturi. Principe e corte

riassumono tutti i poteri e tutte le forze vive dello stato: mai

dispotismo fu più assoluto e meno esorbitante. Tutto stagna. Il popolo

sogna nel pensiero di qualche solitario come Vico, non si riconosce

nelle storie di Giannone, ride alle commedie di Goldoni, delira ai

melodrammi di Metastasio. Quindi l'insurrezione dei dialetti, che aveva

detronizzato la letteratura nazionale, cessa improvvisamente: sul teatro

gli attori scacciano le maschere, e l'opera soverchia la commedia.

L'ultima creazione della prosa popolare è Meneghino, immagine del popolo

crapulone e codardo, nel quale il buon senso non serve più che a

giustificare l'abbiezione del carattere e l'ignoranza del pensiero.

Dal 1650 al 1707 le scuole politiche italiane si oscurano nel più

squallido tramonto. La scuola della ragione di stato, quella federale,

dei tacitisti, dei republicani, dei monarchici, non hanno più uno

scrittore degno di essere letto; il catalogo delle loro opere basta a

rivelare coi loro titoli l'assurdità delle materie e dei metodi, coi

quali furono composti. L'Italia non ha più pensiero politico, perchè la

sua vita politica ha perduto ogni spontaneità e ogni indipendenza. Le

rivoluzioni di Masaniello a Napoli e di Alessio Battiloro a Palermo non

attirano l'attenzione di alcun scrittore; gli sforzi del Piemonte per

espandersi fra le percosse di tutta l'Europa non bastano a ravvivare la

morta tradizione del regno; l'atonia dello stato pontificio ha sorpreso

lo spirito de' suoi sudditi; i mutamenti dinastici di Toscana, di Parma,

di Napoli, di Milano avvengono senza strappi nelle abitudini e nella

coscienza delle singole regioni. Tutti sono così persuasi

dell'impossibilità di ogni libero moto italiano che sulla terra delle

rivoluzioni regna per la prima volta una calma indefinibile. Malgrado i

contraccolpi delle guerre europee strazianti la penisola, la sua vita

interna prosegue fra così grandi franchigie, che le permettono di

seguire a non grande distanza i progressi delle maggiori nazioni già

emancipate.

La vecchia scienza politica, costrutta da Machiavelli nell'empietà e

trasportata da Botero nella religione, soccombendo nella impossibilità

di qualsivoglia azione, dimentica tutti i precetti di stato, gli assiomi

delle perfidie sovrane e i teoremi dell'ubbidienza popolare, coi quali

si era destreggiata per due secoli fondando e difendendo i principati.

Oramai ogni espediente sarebbe inutile, ogni teorica impossibile. Il

mondo del rinascimento è vanito; un'altra rivoluzione dopo quella di

Germania e d'Inghilterra sta per scoppiare. Si ritorna all'antica

politica creata da Platone e descritta da Aristotele, nella quale il

bene pubblico ripiglia il posto di quello del sovrano. Il dualismo della

chiesa e dell'impero, l'una concepita nella verità divina e l'altro

nella verità umana, che aveva riempito il medioevo, si compone dopo il

trattato di Vestfalia nella formula di un diritto al tempo stesso umano

e divino, ideale e reale. Ogni individuo è pari all'umanità, ogni stato

è fatto in lui, con lui, per lui: ogni governo esprime l'azione di tutti

su tutti, ispirata alla verità, dominata dalla giustizia. L'interesse

politico non può essere che il bene universale: il diritto dello stato

domina quello degl'individui come il tutto domina le proprie parti senza

sopprimerle. La scienza politica si muta quindi in scienza della storia:

quella del governo in scienza giuridica ed economica. Al segreto della

vecchia politica succede la pubblicità della nuova; non vi sono più nè

sovrani nè sudditi: lo stato composto di cittadini è una unità

costituita di unità.

Queste idee diffuse in Germania, in Inghilterra e sopratutto in Francia

interrompono per sempre la lunga ed oramai inutile serie degli scrittori

politici italiani bamboleggianti nei catechismi politici. L'ultimo

scrittore è Gregorio Leti, bizzarra natura d'improvvisatore, che coglie

a volo tutti gli effimeri aspetti della propria epoca, e li fissa in

abbozzi degni di Salvator Rosa pel colorito. Incredulo, bugiardo,

negligente, penetrante, passa attraverso il mondo come un viaggiatore

frettoloso, che parla e schizza, racconta ed esamina: non rispetta

nulla, ma fa buon viso a tutto; mente, ma cerca per istinto la verità;

non arriva alla satira del Boccalini, e nullameno la sorpassa colla

terribilità di un buon senso, che rispecchia capovolta l'immagine di

tutte le assurdità ancora venerate e rovescia colla rapidità della

propria onda cristallina gli avanzi di tutte le rovine medioevali. Ma

egli muore nel 1701, quando al dominio ispanico sta per succedere

l'austriaco, e Napoli e Torino si mutano in capitali di due grossi

regni.

Giambattista Vico.

Dopo di lui la scienza politica passa dagli aridi e goffi trattati di se

stessa nella storia. Giambattista Vico, un solitario grande quanto la

solitudine, medita nel trambusto del proprio secolo e nel silenzio della

propria vita il problema della storia universale. Ignorato ed

incompreso, non comunica col proprio tempo che per la critica colla

quale lo respinge: ultimo fra i cinquecentisti in ritardo, adora il

classicismo e lo tradisce inconsciamente col proprio genio novatore. Le

scuole, nelle quali era cresciuto, non avevano potuto nè contenerlo, nè

soddisfarlo: aveva studiato la grammatica in Alvarez, la filosofia in

Suarez, il diritto in Vultejo: incapace di scendere nel fôro, si rifugiò

nella miseria della pedagogia e, solo per nove anni nella rocca di

Vatolla, visse in una biblioteca come Campanella aveva vissuto in un

carcere. Ma ritornato a Napoli e divenuto per forza di protezioni

professore di rettorica nell'Università, fu tratto nella battaglia del

cartesianesimo di allora. La sua cultura classica e la sua ignoranza del

moto filosofico che agitava l'Europa lo misero fra gli oppositori: vide

in Cartesio un Crisippo, in Gassendi un Epicuro, se non che, oppugnando

Cartesio, fu trascinato oltre nella filosofia e nella storia. Un istinto

di terre lontane, una inconscia bramosia di scoperte lo attirava

nell'antichità, quasi che solamente risalendo tutto il passato potesse

affacciarsi all'avvenire. Studiava da solo, non si concedeva altro

maestro che se stesso. Simile a Rousseau, non aveva a quarant'anni

scritto che due opuscoli quasi insignificanti.

Quindi, nell'esumare l'antichità italica, l'urto della filosofia di

Pitagora contro le leggi delle XII tavole lo gitta nel diritto storico

di Roma; Grozio lo soccorre, ma il diritto filosofico di questo

raddoppia la contraddizione portandola dalla storia di Roma in quella

del mondo: la republica ideale di Platone triplica l'antitesi col

proprio quadro ideale, da cui non sorge e su cui nessuna storia si

modella. La lotta fra la giustizia e la storia affatica lungamente il

suo genio, finchè Leibnitz colla teorica dell'armonia prestabilita gli

apre un'uscita improvvisa su meravigliose quanto confuse prospettive. E

Vico si precipita. Tutto parte da Dio e ritorna a Dio; Dio congiunge

spiriti e materie, sensazione ed idea. _Nosse velle posse_, son la

triade divina, che atteggiano la vita dell'uomo e la storia

dell'umanità. La storia non distrugge la filosofia come la fisica non

sopprime la metafisica; l'interesse è la sensazione che sveglia l'idea

dell'uomo e forma le nazioni nella storia. La quale, essendo una

continua realizzazione d'idee provocate dall'utilità o dalla necessità,

passa dall'infanzia alla giovinezza, per finire nella maturità come la

vita dell'individuo. La storia di Roma si apre all'occhio di Vico come

una lotta del diritto fra patrizi e plebei, nella quale ogni fase

realizza una giustizia, e ogni fatto la prepara; la storia di Roma

esprime tutta quella del mondo e ne rivela la preistoria.

Un lampo abbagliante scopre a Vico i primi giorni dell'umanità; gli

mostra il terrore adunare i primi uomini, i padri dominare le prime

adunanze, i forti stabilire i primi confini, i violenti insanguinarli, i

deboli rifugiarvisi e mutarvisi in schiavi. Tale è l'origine di ogni

città, una vittoria di padri o di patrizi. Vico raggiunge Hobbes nella

descrizione dello stato selvaggio, ma lo supera nell'interpretazione

delle prime forme civili: incontra Bodin nella decomposizione feudale di

Roma antica, ma con occhio più sicuro ripete e migliora la sua analisi.

A forza d'interpretazioni ideologiche e politiche Vico dissipa ogni

dubbio nella storia del diritto umano. Un'immensa erudizione lo

soccorre, una divinazione prodigiosa gli rivela tutte le intimità della

vita romana. Dove Machiavelli non aveva veduto ed ammirato che la

grandiosità di certe apparenze militari e politiche, Vico scopre una

giurisprudenza e una psicologia universale. Brisson, Sigonio, Gravina,

tutti i grandi interpreti dell'antichità, rimangono dietro di lui; dal

diritto romano giunge al diritto feudale del medioevo, e lo penetra e lo

spiega col medesimo processo. La storia è la fisica del diritto, del

quale la filosofia è la metafisica; ma la fisica non essendo vera che

nella costanza e nell'universalità de' suoi fenomeni, la storia di Roma

dev'essere identica a quella del mondo. Da questa affermazione teoretica

Vico scende alla prova. Nulla lo spaventa. Limitato alla bibbia, ai

greci e ai latini, egli ignora le storie dell'India e della China:

l'orbita tracciata da Aristotele e da S. Tommaso è un circolo fatato ed

infrangibile per il suo pensiero, ma da questa prigione egli spinge lo

sguardo su tutte le lontananze e ne fissa con meravigliosa audacia il

disegno sulle proprie carte. Persiani, spartani, ateniesi, cartaginesi,

ebrei, egiziani, tutti ripetono la storia di Roma; la identità della

loro idea non è un plagio o una trasmissione, ma un carattere, una

necessità al tempo stesso fisica e spirituale: l'uomo uguale dappertutto

crea dappertutto la medesima storia. Le etimologie lo dimostrano. Nessun

filosofo inventa ed affida ad alcun popolo un'intera civiltà; la

mitologia è un linguaggio dei popoli incolti come l'immagine è

l'espressione naturale dei fanciulli; le divinità non esprimono che i

momenti di un'idea o di un fatto; il mito è al tempo stesso un quadro e

una sintesi, ingrandita o svisata dalla tradizione.

Con questo sforzo Vico ha creato la scienza della storia: gli accidenti

politici e militari, che vi tenevano il primo posto, rimettono la

maggior parte della loro importanza; la storia è la psicologia

dell'umanità, la legislazione è il moto della giustizia e la rivelazione

della verità nella storia. Nessuna contraddizione deve dunque esservi

insolubile, altrimenti l'unità divina e l'unità umana ne andrebbero

rotte. Il modello di Roma dà la certezza a tutti i modelli frammentari

delle altre storie. Tutte le lingue e le letterature debbono esprimere

il fatto di Roma: Omero stesso non vi si sottrae, e il suo olimpo

rappresenta nel patriziato degli Dei quello dei quiriti; l'_Iliade_

descrive semplicemente gli ospizi violati, i rapimenti, le guerre

perpetue degli eroi; l'_Odissea_ significa le pretese delle plebi che

vogliono i connubi contro l'ostinata opposizione dei patrizi, e le

sconfitte e le restaurazioni di questi che ristabiliscono l'ordine colle

pene più atroci. I drammi omerici si mutano in simboli politici alzando

la loro verità individuale a verità rappresentativa.

Da questo immenso lavoro uscì la storia ideale, eterna, comune a tutte

le nazioni, e il diritto universale condensato nella _Scienza Nuova_. Il

processo della quale essendo di ricostruzione, creò di contraccolpo la

critica e stabilì l'unità del genere umano. Ogni uomo, interrogando se

stesso, può trovare la storia dell'umanità. Il diritto è al tempo stesso

principio e risultato della storia: le tre età degli Dei, degli eroi e

degli uomini formano la triade progressiva di ogni storia che si apre e

si chiude con un circolo: lingue e letteratura rispecchiano queste tre

fasi. La storia è una eterna ripetizione come la vita; non vi sono più

casi ma leggi, non più arbitrio ma ordine. Civiltà e forme politiche,

volgo e patriziato, idiotismo e genio, tutto è contenuto e dominato dal

proprio periodo, e serve immancabilmente alla sua realizzazione; ma il

circolo si chiude fatalmente in ogni storia, e l'umanità muore

continuamente in ognuno di essi. Vico, che ha tutto spiegato col modello

ideale di Roma, giungendo al medioevo e vedendolo finire nelle monarchie

del proprio tempo, nelle quali si risolve la barbarie eroica della

feudalità, si arresta. Dove va l'Europa? Il grande solitario, che aveva

interrogato tutto il mondo forzandone il silenzio coll'insistenza del

proprio genio, non osa rispondere; un'ombra fredda gli discende sul

pensiero e, velandogli intorno tutte le forme della vita, gli insinua

nel cuore un terrore di cimitero. Oramai tutto è decadenza: i cartesiani

gli ricordano le sterili filosofie di Roma decrepita; l'individualismo

rivoluzionario che si avanza non gli pare più che egoismo frammentario;

il sensismo di Locke gli sopprime la morale; la nuova fisica gli toglie

Dio. Tutto è finito, il circolo fatale sta per chiudersi, e Vico

vecchio, ignorato, ignorante del proprio mondo, incapace di comprendere

l'Italia, di osservare l'Europa, di sorprendere il progresso della

politica e della civiltà mondiale, circondato da tutte le macerie, colle

quali ha ricostrutta la storia eterna, soccombe come un titano

dell'epoca divina sotto le rovine delle montagne da lui stesso lanciate

contro il cielo.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 17 / 30 段