nell'importanza: Bossuet diventa un papa francese contro il pontefice
romano sostenendo l'inviolabilità del gallicanismo; Colbert contro la
tradizione agricola di Sully ottiene al commercio, al lavoro e quindi al
lavorante e al capitalista, come giovani forme della ricchezza, la
supremazia contro tutte le altre classi sociali; l'Accademia reca nella
letteratura l'unità monarchica raddoppiando la penetrazione del pensiero
coll'infallibilità della parola ed assicurando la diffusione della
verità col gusto della bellezza. Quindi la letteratura prende la forma
di un contagio, dal quale nessuno resta immune. Tutte le idee trionfano
in tutte le espressioni. L'Europa meravigliata si lascia invadere e
soggiogare. Parigi è un immenso faro, la gloria, la moda, la passione,
il vizio e la virtù di tutto il mondo. Luigi XIV può essere impunemente,
senza alcuna vera qualità di guerriero o di statista, meschino nello
spirito, eccessivo nel temperamento, violento nel carattere: vanitoso
sino ad odiare tutti i grandi uomini che lo circondano, può trovare
nella libertà dell'Olanda una offesa al proprio dispotismo: incapace di
sentire la grandezza ideale come Federico II, può profondere nel fasto
di Versailles la metà del tesoro francese, esagerare il cattolicismo
monarchico gallicano colla revoca dell'editto di Nantes, lasciarsi
governare tutta la vita dalle donne, non sopportando neppure il dubbio
che qualcuno o qualche cosa gli resista: può non comprendere e non
meritare la propria posizione, avere tutti i difetti di Enrico IV senza
le qualità di Luigi XI e credersi nullameno un sole come Alessandro,
giacchè con lui la Francia illumina il mondo; e solamente con lui dopo
Carlomagno torna alla testa dell'impero. Infatti le sue guerre la
rinnovano e la rimutano: tre volte, a Nimega, a Riswik, a Utrecht, le
vittorie francesi obbligano tutti gli stati a ripiegarsi sopra se
medesimi e a discutere il proprio diritto precisando la propria
fisonomia. La Spagna diventa un regno subalterno francese; l'Olanda,
resistendo alle forze combinate della Francia e dell'Inghilterra,
riprende il corso naturale della propria rivoluzione e sacrifica i De
Witt a Guglielmo III d'Orange, che spodesta gli Stuardi: sul Reno
comincia la grande contesa di confine tuttavia ardente tra la Francia e
la Germania, dell'unità dell'una colla federazione dell'altra, troppo
forti entrambe per imporsi mutuamente una linea che divenga un
lineamento della loro fisonomia geografica. La Germania, proclamando la
permanenza della Dieta di Ratisbona nel 1663, colla camera imperiale e
colla camera aulica composta metà di protestanti e metà di cattolici,
accenna già al grande dualismo politico dell'Austria e della Prussia,
che si muterà presto in duello per riserbare al vincitore la gloria di
unificare la federazione. La Scandinavia e la Danimarca, la Polonia e la
Russia si muovono egualmente nell'orbita francese. L'Austria, succeduta
alla Spagna in Italia, vi ripete il suo ufficio, impedendo a questa di
mutarsi in provincia borbonica ed improvvisandovi col regno indipendente
delle due Sicilie un dispotismo illuminato e benevolo.
Venezia, Genova e la Corsica.
La storia italiana di questo periodo non è che una appendice e un
episodio della rivoluzione di Luigi XIV. Solo la decadenza dei vecchi
principati indipendenti e il rigoglio dei due nuovi regni vi hanno
carattere nazionale. Il problema del futuro regno italico comincia a
precisarsi nella rivalità di Torino e di Napoli, libere entrambe dallo
straniero e capaci di assimilarsi altre forze nazionali.
Venezia, segregata dalla storia italiana, nella quale non rappresenta
più nè un'idea nè una forza, si consuma in un lungo duello coll'oriente.
Attirata, nel 1644, dalla pirateria dei cavalieri di Malta in una nuova
guerra contro Costantinopoli, vi prodiga le ultime ricchezze e le
estreme prove di quel valore, col quale aveva anticamente conquistati
tutti i mari. Invano i suoi ammiragli affondano replicatamente le armate
turche, e Lazzaro Mocenigo, sublime di lirico eroismo, muore vittorioso
sotto le mura di Costantinopoli nell'incendio che gli divora la nave;
più invano ancora Francesco Morosini, ultimo capitano, offusca la gloria
di tutti i suoi predecessori, resistendo vent'anni all'assedio di Candia
e soggiogando più tardi tutta la Morea. La repubblica morente sulle
lagune non può mantenere la vita nelle proprie colonie: gli scarsi aiuti
del papa e dei nobili venturieri francesi capitanati da La Feuillade e
da Navailles, gli accordi con Sobieski e le vittorie del principe
Eugenio di Savoia in Ungheria non bastano ad impedirle il trattato di
Passarowitz (1718), nel quale, abbandonando tutti i possessi d'oriente,
conserva appena le isole Jonie, quasi per lasciare in quella culla della
poesia il testamento della propria storia.
Genova, sua eterna rivale già salvata dall'eroica generosità di Andrea
Doria, resiste con maggiore energia ai nuovi attacchi, ma il suo spirito
republicano langue nell'equivoca libertà misuratale dal protettorato
francese. Carlo Emanuele II, fedele al programma politico della propria
casa, le insidia la vita instancabilmente e invade le sue frontiere,
compra in Raffaele della Torre un ribaldo peggiore del Vachero per
assassinarla con una insurrezione di banditi: Genova, forte contro tale
invasione, si torrebbe facilmente di dosso l'avvoltoio savoiardo, se
Luigi XIV non la costringesse al disarmo, conculcando il suo orgoglio
cittadino colla propria vanità dispotica (1688). L'umiliazione del doge
Francesco Maria Imperiale-Lercaro a Versailles prostra lo spirito
dell'altera republica e chiude per sempre l'altera tradizione di Andrea
Doria. Quindi una prosperità commerciale inalterata, mentre quella di
Venezia diminuisce giorno per giorno, non basta più a mantenerle nella
esistenza di grosso comune la vita di piccolo stato.
Infatti le nuove insurrezioni della Corsica (1731) rivelano tutta
l'insufficienza politica e militare della republica destreggiantesi
meschinamente per opporre all'odio patriottico dei ribelli l'autorità
equivoca dei vescovi, e invocante contro il Ciaccaldi e il Giafferri,
generali improvvisati della rivolta, i reggimenti imperiali d'Austria.
Ma, pochi anni dopo, la Corsica insorge di nuovo, dichiarando la propria
franchigia ed eleggendo a re Teodoro Neuhof, ardito avventuriero e
ciarlatano (1736): poi la guerra prosegue così atroce che Genova è
costretta a chiamarvi i francesi per soffocarla nel sangue senza
ottenere alcuna pace. Oramai l'isola non può essere per la republica nè
uno stato soggetto, nè una colonia: pel primo Genova dovrebbe avere
l'antica forza militare, per la seconda possedere attitudini agricole
estranee alla propria natura. Invece, travolta nelle guerre di
successione, deve cedere col trattato di Worms (1743) il marchesato di
Finale e sopportare le ingiurie dell'Inghilterra, per soccombere
abbandonata dai francesi e dagli spagnuoli sotto le forze riunite
dell'Austria e del Piemonte.
Se non perisce interamente, come la inanità del suo governo vorrebbe,
solamente la reciproca diffidenza dei due conquistatori e lo slancio
della sua plebe marinara, insorta al grido di un fanciullo rimasto poi
nella storia col nome di un eroe, lo impedisce. In un giorno solo gli
austriaci del parricida Botta sono respinti. Ma la momentanea energia
della plebe, capace di resistere trionfalmente agli sforzi combinati
dall'Austria, del Piemonte e dell'Inghilterra, non bastano a risollevare
la viltà del senato: così quando gli aiuti di Francia e di Spagna
liberano la città dall'assedio, Richelieu ne diventa il generale
supremo, e Genova, reintegrata dal trattato di Aquisgrana (1748) in
quasi tutto il proprio dominio sotto la protezione degli interessi
europei, non è più che la larva di se medesima. Il suo senato, equivoca
clientela di tutte le corti, non ha fede nel popolo e non gliene ispira;
la sua borghesia dimentica nell'acquisto delle ricchezze la passione
della libertà; il suo governo, sempre schiavo di protettorati stranieri,
non conserva dell'antica grandezza che il fasto presuntuoso e l'inutile
duplicità. Infatti la Corsica, insorta alla voce dell'ultimo e migliore
dei suoi eroi, costituendosi in una republica di tipo olandese sotto lo
statolderato di Pasquale Paoli, batte tutte le truppe genovesi, sgomina
ogni combinazione del senato, profitta dell'attrito fra Genova e la
Santa Sede, improvvisa un governo talmente superiore a quello di Genova,
che questo con inetto e codardo espediente è costretto a vendere l'isola
alla Francia (1768).
Così finiscono contemporaneamente Genova e la Corsica. Pasquale Paoli,
soldato non meno prode di Guglielmo d'Orange e politico generoso quanto
Giorgio Washington, dovette esulare, povero e vinto, perchè l'Italia,
incapace di risorgere come l'Olanda e l'America con una vera
rivoluzione, non poteva ancora affermarsi in faccia al mondo se non
coll'apparente inutilità di politiche grandezze individuali e solitarie.
Gli altri principati italiani.
Mantova, scaduta ad un principe poeticamente lussurioso, dopo la
liberazione di Torino (1706) espia l'errore di essersi appoggiata ai
francesi nella futile speranza di salvarsi da essi coll'appoggio
dell'Austria, vedendo il suo ultimo duca tradito dalla Francia e
destituito dall'imperatore morire di tristezza a Padova. L'imprendibile
rocca della contessa Matilde, indarno agognata dai Veneziani, diventa
quindi la più terribile fortezza dell'impero austriaco in Italia. Lo
splendore della sua vita si spegne fra le nebbie silenziose dei suoi
stagni, mentre Venezia, antica rivale, deve rimpiangerla come unico
baluardo contro l'espansione imperiale. Ferdinando Gonzaga, principe di
Castiglione delle Stiviere, e Pico della Mirandola spariscono egualmente
dal numero dei principi, riparando a Venezia, città morente mutata in
ospizio di moribondi. Più fortunato, il duca di Modena per aver aderito
alla parte imperiale può conservare il proprio stato ed insidiare
persino Ferrara al pontefice; mentre la famiglia dei Farnesi, colpita
nella discendenza, deve cedere il piccolo trono ai Borboni di Spagna
(1731). Elisabetta Farnese maritata a Filippo V ottiene nel trattato di
Londra per il proprio primogenito, incapace di succedere al padre nel
regno di Spagna perchè figlio di secondo letto, i ducati di Toscana e di
Parma dichiarati, per un richiamo alle antiche formule, feudi
dell'impero. Il pontefice protesta vigorosamente per Parma e Piacenza
immuni da ogni diritto imperiale, e solo dalla chiesa e per la chiesa
costituite in ducato; Cosimo III di Toscana imita il papa dichiarando
Firenze piuttosto pronta a perire che a perdere la propria libertà. Vane
proteste di minimi ed inutili regnanti condannati a sparire dalle
necessità della nuova storia! L'Europa non bada ai guaiti dei due
principati decrepiti, che passano dai Farnesi e dai Medici ai Borboni e
da questi ai Lorena. Giangastone, ultimo pronipote di Lorenzo il
Magnifico, più vile dell'ultimo Gonzaga, accoglie in Firenze l'infante
don Carlo che deve succedergli, e chiude la storia della propria casa
coll'osceno suggello di una spintria (1737). Dell'antico governo
fiorentino, al quale Cosimo I aveva dato la terribile unità del proprio
spirito, non resta più che una memoria lontana nel popolo e la gloria
immortalata dai monumenti dell'arte. Ma i trattati di Londra, di
Siviglia e di Firenze, coi quali si era disposto della successione dei
due grossi ducati, non possono in tanta tempesta delle guerre di
successione essere rispettati. L'Italia è preda e campo di tutti i
contendenti: da un lato la Spagna e la Francia, dall'altro l'Austria, in
mezzo il Piemonte sempre vinto e sempre invincibile, giacchè necessario
all'equilibrio dei maggiori avversari, sollecitato da tutti e da tutti
regalato di qualche provincia al finire di ogni guerra.
Coll'insediamento dei Borboni nel cuore d'Italia la bilancia delle
potenze precipita da un canto: la Santa Sede spodestata di Parma e di
Piacenza, asserragliata dal ducato di Toscana e dallo stato di Napoli,
teme di perdere altre terre; il Piemonte pensa con terrore ad una
conquista borbonica del Milanese che contemporaneamente minaccerebbe gli
ultimi giorni e gli ultimi possessi di Venezia. L'Austria respinta
definitivamente dall'Italia perderebbe così quasi ogni importanza
europea sotto l'impero di Luigi XIV formato dalla Francia e dalla
Spagna.
Il Piemonte nelle guerre di
successione.
Mentre tutta l'Europa si drizzava fremendo ai nuovi appelli di guerra
per la successione austriaca di Maria Teresa, in Italia solo il Piemonte
vigilava nell'armi. Da molti anni, attraverso invasioni e conquiste,
dalle quali usciva sempre maggiore e libero sotto il governo dei propri
duchi, esso rappresentava la vitalità e l'avvenire d'Italia. La sua
politica tra avvenimenti così mobili mostra una fissità meravigliosa e
si riassume in due parole: destreggiarsi per ingrandirsi. La coscienza
di essere necessario a tutte le contese mantiene nel suo coraggio
naturale una costanza eroica, che la duplicità della sua diplomazia
illumina di luce incerta; i suoi duchi, volgari nelle armi e nella
politica, ottengono dalla necessità europea quanto nessuna grandezza di
cuore o di ingegno avrebbe potuto meritare ad alcun altro principe
italiano. Il suo popolo, ignorante e compatto come gli antichi romani,
non ha nè pensiero nè sentimento proprio. Nessuna guerra lo stanca,
nessuna sconfitta lo prostra, nessuna libertà lo tenta. La fortuna di
casa Savoia è talmente fusa con quella del Piemonte che nulla può
scinderle.
Carlo Emanuele II, fedele al nome dell'avo, ritenta già nel 1672
l'impresa di Genova cogli stessi mezzi e col medesimo successo: alla sua
morte, nel 1675, la duchessa reggente Maria Giovanna deve resistere a
Luigi XIV, che rinnovando le insidie di Richelieu alla duchessa
Cristina, vorrebbe mutare il Piemonte in feudo francese e il giovane
duca, Vittorio Amedeo II, in re di Portogallo. Ma questi, accortosi
della trama, la sventa, doma la piccola ribellione di Mondovì, e,
cedendo agli ordini della Francia, massacra con un'ultima strage gli
ultimi Valdesi. L'inutile viltà di questa carneficina, nella quale egli
non figurò che come il più abbietto vassallo di Luigi XIV, lo attirò
poco dopo in guerra contro la Francia per la successione del Palatinato.
Destro e bugiardo, dopo aver molto temporeggiato trattando
contemporaneamente con Luigi XIV e coll'imperatore Leopoldo I, dovette
finalmente decidersi per questo, onde resistere a Catinat disceso a
Pinerolo. Ma peggior generale che politico, malgrado il valore di
Eugenio di Savoia accorso a sostenerlo, fu battuto a Staffarda (1690), a
Marsaglia (1693), e dovette per non perdere interamente lo stato tradire
i propri alleati, stipulando colla Francia la neutralità dell'Italia. Ma
più che le infide tergiversazioni lo soccorsero i bisogni di Luigi XIV,
il quale, divisando di impadronirsi della successione spagnuola col
proprio nipote duca d'Angiò, mirava a liberarsi dalle armi dei
confederati e considerava una prima pace col duca di Savoia come un
mezzo di persuaderla agli altri. Infatti a Ryswick, villaggio olandese,
fu conchiusa la grande ed effimera pace, che dopo una guerra esiziale di
due lustri ristaurava con pochi mutamenti l'aspetto territoriale europeo
stabilito dal trattato di Nimega. Il duca di Piemonte, miracolo di
doppiezza e di fortuna, ricuperava persino le fortezze sino allora
occupate dalla Francia, e fidanzava col figlio del Delfino la propria
figliuola Maria Adelaide.
Ma alla nuova guerra determinata dall'elezione del duca d'Angiò a re di
Spagna, il Piemonte, stretto fra i due maggiori contendenti, deve ancora
scendere in campo ed essere campo alle più fiere battaglie. La sua
politica non muta, sempre in partita doppia, aspettando dagli
avvenimenti, l'ordine e l'ora di tradire qualunque alleato. Mentre
Venezia, sollecitata da ambo le parti, può ricusarsi alla lotta col
pretesto di ultime imprese in Oriente, confessando così di non
appartenere più alla storia italiana; e Mantova, imitando le infedeltà
savoiarde, è destinata a sparire come un principato minimo ed inutile;
il Piemonte forte del presente e dell'avvenire d'Italia deve partecipare
a quella guerra che fissa la fisonomia dell'Europa moderna. I suoi
tradimenti esprimono i contraccolpi dell'avvenimento europeo nel fatto
italiano, e la sua vittoria finale come regno consacra la necessità di
uno stato italiano tra Francia ed Austria, non meno forte e più moderno
di entrambe. La Francia non può quindi vincere la guerra se non
distruggendo il Piemonte, indispensabile a tutta l'Europa contro
l'espansione francese, che, secondo la frase classica di Luigi XIV,
aveva già spianati i Pirenei; la Spagna decaduta e subalterna deve
perdere fatalmente in Italia i dominii conquistati nell'apogeo del
proprio impero; l'Austria sola può succederle, ma con minore importanza
e zona più breve. Infatti questa, discendendo in Italia, invece di
occupare la Toscana e le due Sicilie come provincie dell'impero, è
costretta malgrado ogni trionfo a riconoscervi un regno e un ducato,
autonomo il primo e soggetto il secondo al suo protettorato.
La guerra della successione spagnuola fu aspra e fortunosa. Vittorio
Amedeo II e Catinat sostennero male il primo urto del principe Eugenio
di Savoia generalissimo degli austriaci: Villeroy, succeduto a Catinat
guerriero d'antica virtù, cadde di disastro in disastro, finchè il duca
di Vendôme, impetuoso e scaltrito, potè arrestare la fortuna imperiale.
Ma il tradimento di Vittorio Amedeo, alleatosi abilmente coll'Austria,
imbrogliò la guerra: Eugenio di Savoia e il duca di Vendôme, richiamati
l'uno in Baviera e l'altro in Francia, cessero il campo a minori
generali. Allora le sorti del Piemonte pericolarono daccapo, Torino fu
assediata, Pietro Micca la salvò, Eugenio di Savoia la liberò
dall'assedio nel 1706. Quindi gli imperiali, voltandosi verso Napoli
male difesa dal vicerè, marchese di Vigliena, la conquistarono a nome
del pretendente austriaco Carlo III sconfitto in Spagna da Filippo V; il
marchese Spinola potè appena impedire loro la Sicilia; Vittorio Amedeo
cupido della Provenza tentò coi confederati l'impresa di Tolone, e vi si
condusse e vi fu battuto come un brigante. La Sardegna, sforzata
dall'ammiraglio inglese Leake, passò dall'ubbidienza spagnuola
all'austriaca; il papa stesso s'impegnò in guerra coll'Austria per
sostenere i diritti della chiesa, mandando il suo generale bolognese
Marsigli a mescolare la comicità delle proprie disfatte agli orrori di
una guerra, che insanguinava tutta l'Europa.
Ma la fortuna di Luigi XIV precipitò dappertutto: sbaragliati i suoi
eserciti, distrutte le sue flotte, il tesoro esausto, la Francia
prostrata, tutta l'Europa minacciante ai confini. L'altero chiese pace.
I confederati, imponendo troppo dure condizioni, la trassero in lungo,
finchè la morte dell'imperatore Giuseppe I, al quale successe il
fratello Carlo, pretendente austriaco, e la caduta del ministero
Marlborough in Inghilterra poterono agevolare gli accordi fra la
Francia, la Gran Brettagna, la Prussia, gli stati generali d'Olanda e la
Savoia. Quest'ultima, al trattato di Utrecht (1713) spalleggiata
validamente dall'Inghilterra, dopo vane insistenze per dilatarsi sul
territorio francese, guadagnò, oltre il riconoscimento delle concessioni
sui territori lombardi, ottenuti coll'ultimo tradimento dall'imperatore
Leopoldo I, la Sicilia col titolo di re per i propri duchi e col diritto
sovrano di agguerrirsi e di fortificarsi.
Così il Piemonte si costituiva per primo in regno italiano col consenso
e per opera della nuova Europa.
Al trattato di Rastadt stretto poco dopo fra i due supremi generali,
Villars e Eugenio di Savoia (1714), si convenne che l'Austria
succederebbe alla Spagna nei dominii italiani del regno di Napoli, del
ducato di Milano e della Sardegna.
Però quest'assetto politico dell'Italia doveva mutarsi in breve per
iniziativa di un grande italiano. Giulio Alberoni, povero prete
piacentino, presentato dal duca di Vendôme a Filippo V di Spagna, potè
persuadergli per moglie Elisabetta Farnese, donna di alti spiriti e di
fiero carattere. Quindi, divenuto con lei e per lei primo ministro,
volle con ammirabile superbia ed astuzia di ingegno risollevare la
Spagna dalla bassezza politica, nella quale il trattato di Utrecht
l'aveva precipitata. Rapidamente improvvisò eserciti, armate, finanze,
deludendo tutte le diplomazie, galvanizzò il re, minacciò
contemporaneamente la reggenza francese, il re di Piemonte in Sicilia e
l'Austria in Sardegna. La temerità di tanti disegni gli attirò sopra
tutta l'Europa senza che il suo spirito sbigottisse; ma la fiacchezza di
Filippo V esaltato dalle prime vittorie non resse alle prime sconfitte,
onde l'Alberoni, cacciato di Spagna, povero ed altero tornò in Italia
per esaurirvi nella ridicola impresa di San Marino la potenza di un
ingegno politico, che aveva potuto sollevare mezza Europa. Le
conseguenze dei suoi moti determinarono però un migliore riparto negli
stati politici d'Italia, giacchè la Sicilia fu ceduta all'Austria e la
Sardegna al re di Piemonte. Questi, vecchio ed affievolito da tante
vicissitudini, dopo aver compiute parecchie buone riforme, volle
abdicare nel 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III, ma più
infelice di Carlo V, avendo poi tentato di riprendere la corona, fu da
quello chiuso nel castello di Rivoli, ove perì miseramente.
Quindi un'altra successione preparò all'Italia una altra guerra e un
altro regno. Alla Prammatica sanzione emanata dall'imperatore Carlo VI
nel 1724 per assicurare l'integrità dei possessi austriaci, conferendone
l'eredità alla propria figlia Maria Teresa contro le due figlie del
defunto imperatore Giuseppe I suo fratello, l'assetto politico
dell'Italia si cangiò nuovamente. Per ottenere l'assenso della Spagna e
della Francia alla nuova legge di successione, l'imperatore acconsentì
che i ducati di Parma, Piacenza e Toscana, derelitti per difetto di
discendenza nelle proprie dinastie, passassero dai Farnesi e dai Medici
all'infante don Carlos di Spagna. Ma poichè le proteste dei principi
elettori di Baviera e di Sassonia contro la Prammatica sanzione, e la
successione di Augusto II di Polonia, alla quale concorrevano lo stesso
principe di Sassonia e Stanislao Leszinski, già re di Polonia e genero
di Luigi XV, aggiunsero altri problemi alla grossissima questione della
successione austriaca, s'accese una guerra europea: da una parte
l'imperatore d'Austria, dall'altra il Piemonte, la Francia e la Spagna.
Questa volta le proteste degli alleati e dell'imperatore, per quanto
ipocrite, suonavano tutte in favore della libertà polacca, annunziando
colla necessità di questa menzogna la verità del nuovo diritto
nazionale.
Sulle prime Francia e Piemonte avendo conquistato il Milanese, Carlo
Emanuele III sognava già di ridurlo a propria provincia, quando il
maresciallo Villars, sospettoso della duplicità savoiarda e non meno
cupido della Lombardia per la Francia, si gettò attraverso quel sogno
dissipandolo. Intanto gli spagnuoli, sbarcando nei porti della Toscana,
già guadagnati, muovevano coll'infante don Carlos all'impresa di Napoli
e saccheggiavano Mirandola e Piombino. L'agevole guerra si compì colla
grossa vittoria del marchese di Montemar a Bitonto sugli austriaci; la
Sicilia si arrese quasi senza colpo ferire, e il regno fu costituito fra
le acclamazioni di tutto il popolo sempre infervorato di ogni nuovo
signore (1735). Nullameno questa volta vi erano legittime speranze di un
ritorno all'antica autonomia. La guerra intanto proseguiva fierissima
nella Italia superiore. Gli austriaci respinti a Parma, battuti a
Guastalla, dopo diversi altri scontri vennero ad un accordo, col quale
la Toscana alla morte dell'ultimo duca Giangastone doveva passare alla
casa di Lorena, il regno di Napoli veniva riconosciuto indipendente, il
re di Sardegna acquistava con due distretti del milanese al di là del
Ticino la superiorità sui feudi delle Langhe, e la Francia
appropriandosi il ducato di Lorena riconosceva la Prammatica sanzione.
Lo scopo italiano della guerra era dunque raggiunto.