giacchè nell'imminente rivoluzione sarebbe peggio che inutile. Simile a
Copernico, a Colombo, a Galilei, a Newton, egli non ha misurato
l'importanza della propria scoperta. Piamente cattolico, non sospetta
nemmeno che la sua storia ideale, maggiore del cristianesimo, lo abbia
livellato con tutte le altre religioni, mentre il suo diritto universale
sopprime per sempre ogni diritto divino di papi e di imperatori. Egli,
che si astiene dal commentare Grozio per non frequentare un eretico, è
il più grande eresiarca del secolo, colui che lo emancipa dal peso di
tutte le autorità, mostrando nella storia eterna il diritto universale
come unico principio. Se l'idea del progresso gli si piega fatalmente in
circolo, presto illustri scolari, dei quali rabbrividirebbe leggendo le
opere, riprenderanno la sua linea per mutarla in spira. Condorcet,
Herder, Comte, Hegel creeranno la filosofia della storia guidati dai
lampi della _Scienza Nuova_; la critica seguendo le sue orme con Nièbuhr
permetterà a Mommsen di ricostruire la storia di Roma, mentre lingue e
letteratura ritroveranno nelle temerarie etimologie e nelle sistematiche
interpretazioni del solitario napoletano il segreto delle loro origini e
delle loro forme.
Vico, italiano senza un'Italia che potesse colla propria vita nazionale
imporre al suo genio il senso della lealtà, doveva creare e smarrirsi
necessariamente nelle astrazioni. Il suo diritto universale e la sua
storia eterna non potevano arrivare alla teorica intera del progresso,
quando intorno a lui la vita politica tramontava nella più ignobile
decadenza. Vico in Germania, in Inghilterra, in Francia, circondato,
aiutato dall'immensa creazione politica, scientifica e filosofica di
quelle nazioni, avrebbe creato un capolavoro degno di contendere colla
_Divina Commedia_. Solo, incompreso ed incomprensibile, ignorato ed
ignorante del proprio tempo, si chiuse in se medesimo, radunò tutta
l'antichità per lui conoscibile e soffocò nel circolo, che imponeva alla
storia. Ma suicidandosi in una meditazione, nella quale i lampi
aumentavano fatalmente l'oscurità, violentando il passato, aperse
l'avvenire senza vederlo, più infelice di Mosè che potè scorgere dal
Tabor la terra promessa, ingenuo come Colombo che, scoperta l'America,
sognava la restituzione di Gerusalemme alla cattolicità.
L'Italia non si accorse di lui, come non si era accorta di Dante, non
aveva creduto a Colombo, ascoltato Machiavelli, compreso Michelangelo,
protetto Galileo, difeso Bruno, come doveva abbandonare fra poco Pietro
Giannone nella carcere di Tomaso Campanella. In una nazione, condannata
a una grandezza puramente ideale, il genio deve essere incompreso o
tradito, mentre la realtà non può prestare alcun appoggio a' suoi
tentativi o giovarsi immediatamente delle sue scoperte. Così l'Italia,
che tradiva o ignorava i propri pensatori, cedeva alle altre nazioni
magari nemiche i propri generali e vinceva con essi le maggiori
battaglie d'Europa. Senza Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli
l'Austria non avrebbe potuto resistere al periodo di Luigi XIV; senza
Vico l'opera di Montesquieu sarebbe rimasta inutile, e quella di Herder
impossibile; senza Giannone la lotta dei governi contro il papato non
sarebbe passata dalla polemica alla storia.
Pietro Giannone.
Accanto a Vico, sconosciuti l'uno all'altro, Pietro Giannone, il più
profondo giureconsulto e il più celebre avvocato di Napoli, pubblica nel
1723 la propria _Storia civile_. Il successo ne è istantaneamente tale
che supera lo scandalo: l'Europa s'affretta a tradurla, Roma colpita a
morte prorompe all'anatema, il principato compromesso dall'eccesso della
difesa, che la nuova storia gli prodiga in tutto il passato, si rivolta
e minaccia il proprio difensore. Il popolo, troppo spregiato da Giannone
perchè sempre sottomesso al clero, incapace di comprendere questa grande
rivolta, cede ai sobillamenti dei preti e muta il nome dell'illustre
storico in improperio, costringendolo ad esulare a Vienna.
Ma la sua _Storia civile_ del reame di Napoli, dedicata a Carlo VI
imperatore di Germania, riassume in sintesi potente la vecchia e nuova
lotta dello stato contro la chiesa. Erudita fino alla minuzie, spesso
profonda quanto una filosofia, arguta e mordace, apparentemente
imparziale e nullameno violenta come una requisitoria e implacabile
quanto una sentenza, racconta ed esamina la conquista assidua e
devastatrice della chiesa sullo stato; scruta tutte le tendenze della
politica ecclesiastica, la perfidia delle intenzioni e dei mezzi, la
rovina dei risultati spirituali e sociali. Giammai Roma aveva ricevuto
più vigoroso attacco. Una ragione superiore guida lo storico, una
passione onesta lo sostiene, una fede cristiana pura sino all'ingenuità
e salda fino al martirio lo illumina. Il concetto della nuova storia,
che il diritto risiede nell'universalità dei fedeli, era già stato
affermato da Marsilio di Padova e da Paolo Sarpi, ed è la democrazia
applicata alla chiesa; la sua contraddizione deriva dal sostenere che i
principi come i capi della società laica ne hanno ereditato i diritti
contro la conquista di Roma. La forza di questa storia civile è meno nel
suo dato, evidentemente falso, che nella terribilità del processo
critico e descrittivo, col quale suscita tutte le coscienze contro il
dispotismo papale. Il parallelo fra la chiesa primitiva e la chiesa
romana, la formazione del regno pontificio, lo stabilirsi del diritto
canonico, la sottomissione dello stato alla chiesa, sono trattati con sì
profondo magistero d'arte e di scienza e arrivano a tanta evidenza di
rappresentazione, che fanno dimenticare i molti errori e superano tutte
le antiche polemiche sostenute da principi o scrittori contro il papato.
Invano i gesuiti, ritorcendo con splendida temerità gli argomenti di
Giannone, affermano che la fonte dei diritti anzichè nei principi è nei
popoli, e spingono la democrazia all'ultima verità; il popolo italiano,
sprezzato giustamente da Giannone, non afferra la replica gesuitica e si
mantiene estraneo al grande dibattito fra la chiesa e lo stato. La
facile conclusione dall'universalità dei fedeli a quella dei cittadini,
e quindi alla sovranità della democrazia, è impossibile alla coscienza
del popolo da troppo lungo tempo straniero alla politica e degradato
dalla superstizione.
Giannone stesso non osa tutte le conseguenze del proprio problema. Il
suo dispregio pel popolo gl'impone la servitù verso i principi; il suo
carattere non ha la forza del suo ingegno.
A Vienna, sotto la protezione dell'imperatore, scrive il _Triregno_, nel
quale, universalizzando le idee della _Storia civile_ e commentando
Machiavelli, si lascia di gran lunga addietro ogni scrittore
contemporaneo. Il _Triregno_ riproduce nella storia la forma imposta da
Dante al proprio poema. Nel primo regno sta il mondo antico pagano colle
sue religioni positive, colle sue mitologie umane, pieno di eroi, forte
della propria coscienza storica che crea la civiltà dell'Egitto e della
Grecia, o resiste colla solitaria e sovrumana ostinazione degli ebrei, o
si espande dovunque colle fatate vittorie di Roma. Quindi al regno
terrestre dell'antichità succede quello celeste di Cristo, che
attraverso un divino idealismo promette nullameno una redenzione
politica, e vuole la giustizia sulla terra, l'uguaglianza nella storia,
la felicità materiale sino ad assicurare la risurrezione dei corpi. Così
sollecitando tutti gli istinti e animando tutte le passioni, il regno
celeste di Cristo suscita eroi, martiri, taumaturghi, trasforma il mondo
romano e rovescia gli idoli delle antiche nazioni. Ma i cristiani si
stancano di attendere un messia incapace di mantenere le proprie
promesse, l'eccidio di Gerusalemme scoraggia coloro che aspettavano
quello di Roma; e sorge il terzo regno di dubbi, di sofismi, di raggiri.
Il pessimismo prevale, la chimera del millennio prostra le genti alla
chiesa, i teologi si domandano dove sia il cielo e disputano sulla
resurrezione reale o metaforica, sugli angeli, sull'inferno, sul
redentore, onde viene fondata la tirannia teologica. Finalmente S.
Gregorio Magno stabilisce l'ammissione immediata dei credenti in cielo,
rendendo inutile la resurrezione dei morti, il giudizio universale,
l'intero dramma del cristianesimo primitivo. La chiesa è quindi
l'arbitra della sorte delle anime, può canonizzare e dannare; il
purgatorio, stazione dei morti, diventa prigione dei vivi costretti
dall'amore a sottomettere al clero le proprie preghiere e a comprare da
lui la beatitudine dei propri defunti. All'avvento di Cristo si
sostituisce dunque quello del pontefice; la chiesa sorge a detrimento
degli stati, il papa tesoreggia sulla imbecillità delle moltitudini e
dei re, carpisce il dominio temporale a Carlo Magno, si asside al
disopra di ogni impero e di ogni popolo. Contro questo ultimo regno
Giannone bandisce la rivolta.
Ma al momento di stampare il _Triregno_, l'Austria, perdendo le due
Sicilie dichiarate indipendenti, ritira la pensione allo storico che
deve ancora esulare. Da Venezia l'indipendenza italiana peggiore della
dominazione austriaca lo costringe a riparare a Ginevra, inviolabile
asilo di tutti i ribelli. Qui lo attendeva un dramma peggiore di quello
che a Venezia aveva travolto Giordano Bruno. Carlo Emanuele III per
comporre il lungo dissidio colla Santa Sede, provocato da Vittorio
Amedeo II nel suo effimero regno di Sicilia, discese alla più vile delle
insidie: stipendiò il traditore Guastaldi, che trasse il povero Giannone
nella speranza di farvi la pasqua entro il confine savoiardo, ove fu
arrestato, quindi gittato nel castello di Miolan (1736), poi nella rocca
di Ceva, finalmente nella cittadella di Torino. Nessuna sevizia fu
risparmiata al martire: gli fu strappata la grande opera del _Triregno_,
negato il conforto del figlio offertosi generosamente a dividere con lui
il carcere, imposta un'abiura. Giannone piegò, scrisse un ultimo
commento alle _Deche_ di Tito Livio, nel quale, spingendo all'estremo le
proprie teoriche, propose al piccolo e perfido re di Savoia di
schiacciare Roma sotto una invasione italiana. La sua fiacchezza d'uomo,
che non aveva mai potuto trionfare della propria fede cattolica, annullò
da ultimo il suo ingegno politico e gli tolse di comprendere quanto ogni
più volgare capiva, cioè l'impossibilità di una rivoluzione politica nel
regno senza soccorso e coscienza di popolo. Dopo dodici anni Giannone
morì prigioniero nella cittadella di Torino, lasciando sullo scudo già
tanto bruttato dei Savoia una macchia, che nessun secolo varrà più a
cancellare. Carlo Emanuele III fu degno di Vittorio Amedeo II che
ricompensava l'eroismo di Pietro Micca con due rate di pane militare
alla sua famiglia, e peggiore di Cosimo II che consegnava Pietro
Carnesecchi a Pio V.
Il carattere italiano d'allora impediva che nessuna riforma potesse
mutarsi in rivoluzione e nessun ingegno politico svilupparsi
praticamente. Vico si smarrì nelle astrazioni, Giannone fuorviò nella
storia: in entrambi la coscienza, troppo inferiore al pensiero, concesse
loro di scendere a tutte le viltà della cortigianeria. La brillante e
poderosa incredulità del cinquecento non sosteneva più l'anima italiana;
una superstizione era calata nel popolo, prostrandolo così agli idoli e
ai preti che nemmeno i massimi ingegni, come Vico e Giannone, potevano
mantenersi dritti. Quindi isolati, sviati, forzati a guardare indietro
per andare avanti, essi diffidavano perfino della stampa per un ultimo
pregiudizio di classici eruditi. Mentre gli enciclopedisti in Francia
scrollavano ogni autorità, e Voltaire aggiungeva il fascino dell'arguzia
allo scetticismo di Bayle, e il grave Montesquieu nelle _Lettere
Persiane_ derideva con inimitabile e profondo umorismo ogni religione;
nell'Italia di Guicciardini e di Paolo Sarpi, Giannone e Vico, i
maggiori ribelli, soccombevano ancora come Galileo alla autorità di
Roma. Lodovico Muratori nel silenzio di una solitudine pari a quella di
Vico ammassava i materiali di tutta la storia italiana senza
interessarvisi che quale erudito: neanche per lui esisteva un presente e
si preparava un avvenire. Un'arcadia grottescamente raffinata e senile
imponeva alla letteratura la peggiore delle sterilità nella pretensione
di tutte le forme: non vi erano più nè idee, nè passioni, nè patria
politica, poichè le corti erano tutto e nelle corti non si può essere
che servi. La fede era diventata superstizione, l'autorità un potere
materiale; l'abbandono di ogni funzione civile consigliava un ozio
voluttuoso e allegro, nel quale la vecchia duplicità italiana riparava
da ogni pericolo. Quantunque Malpighi, Redi e Morgagni creassero la
fisiologia e la anatomia patologica per attestare all'Europa che in
Italia le scienze vivevano ancora, il moto del pensiero italico
nullameno languiva. Le stesse impulsioni francesi non bastavano a
rianimarlo. Mentre Germania, Francia, Inghilterra lottavano di creazioni
ingrandendo il mondo moderno, l'Italia, che nel cinquecento aveva ancora
tanti artisti e poco dopo superava coi Socini la riforma di Lutero
assicurando con Bruno e Campanella la compagnia dell'eroismo al genio,
non aveva più che Metastasio e Goldoni. Il livello del dispotismo doveva
ancora per molti anni schiacciare la massa inerte degl'italiani per
livellare le loro superstiti differenze regionali.
Metastasio e Goldoni.
Metastasio è il poeta di questo momento.
Come Giannone aveva dedicato la propria storia civile a Carlo VI di
Germania diventando suo storiografo, Metastasio diviene il poeta
laureato di Maria Teresa. Il suo verso è così facile e vuoto che,
scritto per l'orchestra, pare uscito da un istrumento; i personaggi de'
suoi melodrammi non hanno maggior realtà delle maschere nell'antica
commedia dell'arte, e si muovono attraverso un ambiente tragico nel
quale la catastrofe attende puntualmente la stretta di un crescendo
musicale. Nessuna idea, nessuna passione, nessuna coscienza. La melodia
e il colore delle parole sono lo scopo e la gloria del poeta; il suo
pubblico assiste alla pompa eroica di queste tragedie senza credere alla
loro realtà e senza alcun bisogno di credervi. La fantasmagoria
dell'opera supera quindi nella sua strana e multipla grandiosità tutti i
sogni dell'Ariosto; il suo meccanismo montato da Zeno si maschera sotto
il drappeggiamento gettatovi da Metastasio fino a simulare quello della
tragedia; la musica vi accoglie gli amori eterei del Petrarca, le
collere tempestose di Dante, la malinconia soave del Tasso, il lazzo
amabile del Boccaccio, l'elegia del Sannazzaro, l'idilio del Guarini,
tutto il ciclo della cavalleria, tutti gli eroi dell'antichità, per
dissolverli nell'unità indefinibile della propria espressione.
Metastasio è il poeta dell'opera: la sua patria è il palcoscenico, i
suoi personaggi sono i cantanti, le quinte formano i suoi quadri, la sua
poesia è una musica nella musica. Il pubblico, che non pensa, non sente,
non ricorda, non aspira, si riposa a questo spettacolo del quale la vita
è tutta nella esteriorità. Il dramma mutato in occasione di romanze e di
trilli esprime il trionfo del cantante, onde, leggendolo dopo averlo
udito, il maggior diletto che se ne prova deriva ancora dalla ricordanza
delle note. Nullameno Metastasio pretendeva di scrivere tragedie, e i
critici contemporanei per tali le discussero: i Martinez gli coniarono
una medaglia colle parole -- Sophocli italo -- Rousseau e Voltaire stesso
lo ammiravano. Lo sdilinquimento dell'elegia, la morbidezza
dell'idillio, gli equivoci delle commedie e la ferocia delle catastrofi
tragiche composero questi drammi per il popolo più spensierato ed inetto
che abbia mai riempito un teatro. L'assurdità di una tale arte e
l'insoffribile vacuità di una tale poesia non offesero allora alcuna
coscienza; le discussioni che se ne fecero provano ancora maggiormente a
quale nullità fosse disceso lo spirito italiano, giacchè nei pochi
accenni alla vera tragedia, sparsi tra quei melodrammi, nessuno badò. E
il Regolo e il Gioas hanno brani, dai quali sembra d'intravvedere
l'accigliata ed energica figura di Alfieri.
Metastasio chiude l'Arcadia e trionfa, riassumendone sul teatro,
mediante la musica, le poche bellezze.
Dopo di lui le accademie decadono, i pastorelli e le ninfe non possono
più leggere le loro filastrocche senza timore di annoiare, nessuno si
contenta più della pura musicalità del verso o della sola dolcezza della
parola. Una grande separazione sta per compiersi: la poesia ritornerà in
se stessa, la musica oltrepasserà la poesia per diventare l'espressione
dei sentimenti, che nessuna parola potrà mai significare. Metastasio,
adorato vivo nella gloria di un trionfo senza esempio, ricadrà
nell'oblio. Il suo successore a corte fu il Casti, poichè tutte le
decadenze debbono finire all'infamia. Ma poeta di corte e di volgo,
inconsciamente abbietto ed amabile, buon uomo e buon cristiano, dolce
nel verso quanto ricco nei contrasti ed ingenuo nelle conclusioni,
Metastasio è l'immagine dell'Italia d'allora, con tutte le qualità e i
difetti del suo spirito resi inutili dalla sua vita.
Infatti Goldoni, ritraendola, non dipinse che il pubblico di Metastasio.
Le sue maschere, i suoi gentiluomini, le sue servette, le sue donnine
innamorate, i suoi giovanotti eleganti, i suoi abati, sono quelli stessi
che divertiva Metastasio, senza idee, senza passioni, senza coscienza.
Goldoni, dominato da Molière come un satellite da un astro, aspirò alla
commedia di carattere colla stessa ingenuità colla quale Metastasio
aveva aspirato alla tragedia. Poeta del dialetto e inimitabile
improvvisatore, colse sul vivo incidenti comici, labili ed efficacissime
scene: poeta italiano invece, ignorò la lingua, il genio, il carattere
d'Italia. Fu vivace quanto superficiale, osservatore solamente sicuro
nella prima spontaneità: non avendo nella coscienza contraddizioni
morali col proprio mondo non potè nè penetrarlo, nè dominarlo. Però lo
divertì più lungamente di Metastasio. Nessuno de' suoi personaggi ha
vita interiore, nessuna delle sue commedie contiene un brano o esprime
un segreto della società; le scene sgusciano rapide e piacevoli, gli
attori parlano naturalmente, il fatto si svolge, s'intrica, si risolve,
si appiana; ma i caratteri vi si mostrano come comparse, i sentimenti vi
trovano posto come riempitivi. Manca il cuore, lo spirito è assente. A
Goldoni come a Metastasio fallì il popolo; ambedue soccombettero al
pubblico. Metastasio più felice non sospettò di se stesso; Goldoni a
Parigi allibì, e tacque per dieci anni. La grandezza della nazione
francese, la sua immensa civiltà in subbuglio per l'imminente
rivoluzione, tutte quelle passioni di cuore e di testa, tutte quelle
energie di temperamento e di carattere, tutto quel popolo vero, forte,
vivo, il più vivo d'Europa, soffocarono la sua immaginazione e
inaridirono la sua vena, uguale se non maggiore di quella di Lope de
Vega. Goldoni non potè più osservare, non seppe più comprendere. Dopo
dieci anni scrisse il _Burbero benefico_ in francese, e fu ancora un
ricordo italiano e una imitazione francese.
La Francia aveva avuto Molière; l'Italia non poteva avere che Goldoni.
CAPITOLO QUINTO.
Il periodo delle riforme
Influenza europea.
La grande preparazione europea all'imminente rivoluzione francese giunge
in Italia e la solleva.
La lotta per la laicità dello stato, della quale Giannone era stato il
grande storico, è già scoppiata in tutti gli stati, mentre una nuova
democrazia borghese vi afferma un diritto politico basato sul diritto
civile e sull'eguaglianza economica. La Francia guida il movimento. La
sua letteratura, universale per superiorità di bellezza, serve da
veicolo a tutte le idee della scienza e della filosofia; la sua
incredulità, pari a quella italiana del rinascimento, sgretola ogni
autorità del passato; Law, sottomettendo l'aristocrazia alla banca,
estrae dall'illusione di una ricchezza improvvisata, per la quale tutta
la nazione delira, il segreto della nuova società. Il valore economico
supera tutti i valori religiosi e feudali; i fisiocratici,
coll'esagerare l'importanza della produzione agricola, emancipano la
terra da ogni gravame antiquato; Turgot, mettendo la produzione a base
unica di tutte le società, sopprime a nome della scienza ogni classe
inutile; Voltaire conduce filosofi, letterati e lettori contro il
cattolicismo; Rousseau scatena tutti gli infelici contro la vecchia
società, dissolvendone nel _Contratto sociale_ ogni vincolo; Diderot
raduna nell'_Enciclopedia_ tutte le scienze e le discipline per
spingerle alla rivolta. L'aristocrazia cede sorridendo, la regalità
tuffata in turpitudini secolari brontola, il popolo sberta e minaccia.
L'Inghilterra, che organizza parlamentarmente la propria rivoluzione del
secolo anteriore, prepara la scienza della legalità alla nuova
rivoluzione costretta a negare tutta la storia per rimutarne l'ultima
epoca; e, mentre la Francia si moltiplica per bastare alla distruzione
dell'Europa medioevale, essa perfezionando l'ingegno dei propri
ministri, da Orazio Walpole a Guglielmo Pitt, traversa trionfante la
corruzione della propria epoca giorgiana. Nella Ispagna Carlo III, già
re di Napoli, seguendo il ministro conte d'Aranda, in Portogallo re
Giuseppe, abbandonandosi al marchese di Pombal, in Prussia Federico II,
maggiore di tutti come generale, re e statista, in Austria Giuseppe II,
associandosi Kaunitz, in Russia Caterina II, assorbendo dall'Europa con
mirabile facilità ogni nuovo elemento civile, rinnovano lo spirito e il
carattere delle proprie nazioni.
Attraverso diversità di metodi e di propositi il moto rivoluzionario
scompagina l'antica Europa e ne rinnova le legislazioni, ne ricorregge i
diritti, vi dilata le scienze, toglie l'onnipotenza alla religione, la
divinità ai re, la supremazia al patriziato, l'immunità al clero. Alla
passione delle conquiste militari e della libertà di coscienza succede
quella di una civiltà universale: le scienze ne sono le forze novelle e
le massime glorie, la ricchezza diviene la migliore delle armi, il
diritto l'unica verità riconosciuta, la libertà condizione suprema di
ogni giustizia e di ogni vita. Tutti i popoli si scuotono sulle basi
centenarie; una discussione assordante agita i più svariati problemi,
nulla sfugge alla critica; la indagine, cominciata colla profanazione
dell'autorità, finisce al rispetto della verità; i governi sentono il
bisogno di giustificarsi a se medesimi, giustificandosi in faccia al
popolo, e il loro concetto di rappresentanza diventa così chiaro nella
pubblica coscienza che nessun diritto antico basta più ad assolvere
l'ingiustizia di un processo o di un privilegio.
L'Europa non subisce più la tirannia di alcuna nazione: tutte vi sono
forti, armate, capaci di resistere nei propri confini, inette alle
improvvise ed umiliatrici conquiste di una volta. Si livellano codici e
costumi; produzioni e commerci cementano e fortificano l'accordo delle
letterature e delle scienze; la religione caduta in discredito non
scaglia più un popolo sopra un altro; ognuno vuol conquistare il proprio
posto nella natura e nella storia. Dio è lontano, il papa quasi
dimenticato, i re discussi, le aristocrazie negate. Ogni popolo cerca la
propria orbita naturale; la rivoluzione delle colonie americane
improvvisa oltre l'Oceano una Europa contro l'Europa, aprendo nella
storia un'epoca nuova con un nuovo modello di società; Londra è il primo
emporio del mondo, Parigi ne è il faro, Berlino la più forte caserma,
Vienna la metropoli della più vasta confederazione, Pietroburgo la
capitale improvvisata della Russia avanzantesi in Europa, Roma una
Gerusalemme, nella quale la gloria eterna dell'arte vince come a Benares
quella della religione.