Il suo genio eccentrico avendo compito l'opera immane deve sparire,

giacchè nell'imminente rivoluzione sarebbe peggio che inutile. Simile a

Copernico, a Colombo, a Galilei, a Newton, egli non ha misurato

l'importanza della propria scoperta. Piamente cattolico, non sospetta

nemmeno che la sua storia ideale, maggiore del cristianesimo, lo abbia

livellato con tutte le altre religioni, mentre il suo diritto universale

sopprime per sempre ogni diritto divino di papi e di imperatori. Egli,

che si astiene dal commentare Grozio per non frequentare un eretico, è

il più grande eresiarca del secolo, colui che lo emancipa dal peso di

tutte le autorità, mostrando nella storia eterna il diritto universale

come unico principio. Se l'idea del progresso gli si piega fatalmente in

circolo, presto illustri scolari, dei quali rabbrividirebbe leggendo le

opere, riprenderanno la sua linea per mutarla in spira. Condorcet,

Herder, Comte, Hegel creeranno la filosofia della storia guidati dai

lampi della _Scienza Nuova_; la critica seguendo le sue orme con Nièbuhr

permetterà a Mommsen di ricostruire la storia di Roma, mentre lingue e

letteratura ritroveranno nelle temerarie etimologie e nelle sistematiche

interpretazioni del solitario napoletano il segreto delle loro origini e

delle loro forme.

Vico, italiano senza un'Italia che potesse colla propria vita nazionale

imporre al suo genio il senso della lealtà, doveva creare e smarrirsi

necessariamente nelle astrazioni. Il suo diritto universale e la sua

storia eterna non potevano arrivare alla teorica intera del progresso,

quando intorno a lui la vita politica tramontava nella più ignobile

decadenza. Vico in Germania, in Inghilterra, in Francia, circondato,

aiutato dall'immensa creazione politica, scientifica e filosofica di

quelle nazioni, avrebbe creato un capolavoro degno di contendere colla

_Divina Commedia_. Solo, incompreso ed incomprensibile, ignorato ed

ignorante del proprio tempo, si chiuse in se medesimo, radunò tutta

l'antichità per lui conoscibile e soffocò nel circolo, che imponeva alla

storia. Ma suicidandosi in una meditazione, nella quale i lampi

aumentavano fatalmente l'oscurità, violentando il passato, aperse

l'avvenire senza vederlo, più infelice di Mosè che potè scorgere dal

Tabor la terra promessa, ingenuo come Colombo che, scoperta l'America,

sognava la restituzione di Gerusalemme alla cattolicità.

L'Italia non si accorse di lui, come non si era accorta di Dante, non

aveva creduto a Colombo, ascoltato Machiavelli, compreso Michelangelo,

protetto Galileo, difeso Bruno, come doveva abbandonare fra poco Pietro

Giannone nella carcere di Tomaso Campanella. In una nazione, condannata

a una grandezza puramente ideale, il genio deve essere incompreso o

tradito, mentre la realtà non può prestare alcun appoggio a' suoi

tentativi o giovarsi immediatamente delle sue scoperte. Così l'Italia,

che tradiva o ignorava i propri pensatori, cedeva alle altre nazioni

magari nemiche i propri generali e vinceva con essi le maggiori

battaglie d'Europa. Senza Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli

l'Austria non avrebbe potuto resistere al periodo di Luigi XIV; senza

Vico l'opera di Montesquieu sarebbe rimasta inutile, e quella di Herder

impossibile; senza Giannone la lotta dei governi contro il papato non

sarebbe passata dalla polemica alla storia.

Pietro Giannone.

Accanto a Vico, sconosciuti l'uno all'altro, Pietro Giannone, il più

profondo giureconsulto e il più celebre avvocato di Napoli, pubblica nel

1723 la propria _Storia civile_. Il successo ne è istantaneamente tale

che supera lo scandalo: l'Europa s'affretta a tradurla, Roma colpita a

morte prorompe all'anatema, il principato compromesso dall'eccesso della

difesa, che la nuova storia gli prodiga in tutto il passato, si rivolta

e minaccia il proprio difensore. Il popolo, troppo spregiato da Giannone

perchè sempre sottomesso al clero, incapace di comprendere questa grande

rivolta, cede ai sobillamenti dei preti e muta il nome dell'illustre

storico in improperio, costringendolo ad esulare a Vienna.

Ma la sua _Storia civile_ del reame di Napoli, dedicata a Carlo VI

imperatore di Germania, riassume in sintesi potente la vecchia e nuova

lotta dello stato contro la chiesa. Erudita fino alla minuzie, spesso

profonda quanto una filosofia, arguta e mordace, apparentemente

imparziale e nullameno violenta come una requisitoria e implacabile

quanto una sentenza, racconta ed esamina la conquista assidua e

devastatrice della chiesa sullo stato; scruta tutte le tendenze della

politica ecclesiastica, la perfidia delle intenzioni e dei mezzi, la

rovina dei risultati spirituali e sociali. Giammai Roma aveva ricevuto

più vigoroso attacco. Una ragione superiore guida lo storico, una

passione onesta lo sostiene, una fede cristiana pura sino all'ingenuità

e salda fino al martirio lo illumina. Il concetto della nuova storia,

che il diritto risiede nell'universalità dei fedeli, era già stato

affermato da Marsilio di Padova e da Paolo Sarpi, ed è la democrazia

applicata alla chiesa; la sua contraddizione deriva dal sostenere che i

principi come i capi della società laica ne hanno ereditato i diritti

contro la conquista di Roma. La forza di questa storia civile è meno nel

suo dato, evidentemente falso, che nella terribilità del processo

critico e descrittivo, col quale suscita tutte le coscienze contro il

dispotismo papale. Il parallelo fra la chiesa primitiva e la chiesa

romana, la formazione del regno pontificio, lo stabilirsi del diritto

canonico, la sottomissione dello stato alla chiesa, sono trattati con sì

profondo magistero d'arte e di scienza e arrivano a tanta evidenza di

rappresentazione, che fanno dimenticare i molti errori e superano tutte

le antiche polemiche sostenute da principi o scrittori contro il papato.

Invano i gesuiti, ritorcendo con splendida temerità gli argomenti di

Giannone, affermano che la fonte dei diritti anzichè nei principi è nei

popoli, e spingono la democrazia all'ultima verità; il popolo italiano,

sprezzato giustamente da Giannone, non afferra la replica gesuitica e si

mantiene estraneo al grande dibattito fra la chiesa e lo stato. La

facile conclusione dall'universalità dei fedeli a quella dei cittadini,

e quindi alla sovranità della democrazia, è impossibile alla coscienza

del popolo da troppo lungo tempo straniero alla politica e degradato

dalla superstizione.

Giannone stesso non osa tutte le conseguenze del proprio problema. Il

suo dispregio pel popolo gl'impone la servitù verso i principi; il suo

carattere non ha la forza del suo ingegno.

A Vienna, sotto la protezione dell'imperatore, scrive il _Triregno_, nel

quale, universalizzando le idee della _Storia civile_ e commentando

Machiavelli, si lascia di gran lunga addietro ogni scrittore

contemporaneo. Il _Triregno_ riproduce nella storia la forma imposta da

Dante al proprio poema. Nel primo regno sta il mondo antico pagano colle

sue religioni positive, colle sue mitologie umane, pieno di eroi, forte

della propria coscienza storica che crea la civiltà dell'Egitto e della

Grecia, o resiste colla solitaria e sovrumana ostinazione degli ebrei, o

si espande dovunque colle fatate vittorie di Roma. Quindi al regno

terrestre dell'antichità succede quello celeste di Cristo, che

attraverso un divino idealismo promette nullameno una redenzione

politica, e vuole la giustizia sulla terra, l'uguaglianza nella storia,

la felicità materiale sino ad assicurare la risurrezione dei corpi. Così

sollecitando tutti gli istinti e animando tutte le passioni, il regno

celeste di Cristo suscita eroi, martiri, taumaturghi, trasforma il mondo

romano e rovescia gli idoli delle antiche nazioni. Ma i cristiani si

stancano di attendere un messia incapace di mantenere le proprie

promesse, l'eccidio di Gerusalemme scoraggia coloro che aspettavano

quello di Roma; e sorge il terzo regno di dubbi, di sofismi, di raggiri.

Il pessimismo prevale, la chimera del millennio prostra le genti alla

chiesa, i teologi si domandano dove sia il cielo e disputano sulla

resurrezione reale o metaforica, sugli angeli, sull'inferno, sul

redentore, onde viene fondata la tirannia teologica. Finalmente S.

Gregorio Magno stabilisce l'ammissione immediata dei credenti in cielo,

rendendo inutile la resurrezione dei morti, il giudizio universale,

l'intero dramma del cristianesimo primitivo. La chiesa è quindi

l'arbitra della sorte delle anime, può canonizzare e dannare; il

purgatorio, stazione dei morti, diventa prigione dei vivi costretti

dall'amore a sottomettere al clero le proprie preghiere e a comprare da

lui la beatitudine dei propri defunti. All'avvento di Cristo si

sostituisce dunque quello del pontefice; la chiesa sorge a detrimento

degli stati, il papa tesoreggia sulla imbecillità delle moltitudini e

dei re, carpisce il dominio temporale a Carlo Magno, si asside al

disopra di ogni impero e di ogni popolo. Contro questo ultimo regno

Giannone bandisce la rivolta.

Ma al momento di stampare il _Triregno_, l'Austria, perdendo le due

Sicilie dichiarate indipendenti, ritira la pensione allo storico che

deve ancora esulare. Da Venezia l'indipendenza italiana peggiore della

dominazione austriaca lo costringe a riparare a Ginevra, inviolabile

asilo di tutti i ribelli. Qui lo attendeva un dramma peggiore di quello

che a Venezia aveva travolto Giordano Bruno. Carlo Emanuele III per

comporre il lungo dissidio colla Santa Sede, provocato da Vittorio

Amedeo II nel suo effimero regno di Sicilia, discese alla più vile delle

insidie: stipendiò il traditore Guastaldi, che trasse il povero Giannone

nella speranza di farvi la pasqua entro il confine savoiardo, ove fu

arrestato, quindi gittato nel castello di Miolan (1736), poi nella rocca

di Ceva, finalmente nella cittadella di Torino. Nessuna sevizia fu

risparmiata al martire: gli fu strappata la grande opera del _Triregno_,

negato il conforto del figlio offertosi generosamente a dividere con lui

il carcere, imposta un'abiura. Giannone piegò, scrisse un ultimo

commento alle _Deche_ di Tito Livio, nel quale, spingendo all'estremo le

proprie teoriche, propose al piccolo e perfido re di Savoia di

schiacciare Roma sotto una invasione italiana. La sua fiacchezza d'uomo,

che non aveva mai potuto trionfare della propria fede cattolica, annullò

da ultimo il suo ingegno politico e gli tolse di comprendere quanto ogni

più volgare capiva, cioè l'impossibilità di una rivoluzione politica nel

regno senza soccorso e coscienza di popolo. Dopo dodici anni Giannone

morì prigioniero nella cittadella di Torino, lasciando sullo scudo già

tanto bruttato dei Savoia una macchia, che nessun secolo varrà più a

cancellare. Carlo Emanuele III fu degno di Vittorio Amedeo II che

ricompensava l'eroismo di Pietro Micca con due rate di pane militare

alla sua famiglia, e peggiore di Cosimo II che consegnava Pietro

Carnesecchi a Pio V.

Il carattere italiano d'allora impediva che nessuna riforma potesse

mutarsi in rivoluzione e nessun ingegno politico svilupparsi

praticamente. Vico si smarrì nelle astrazioni, Giannone fuorviò nella

storia: in entrambi la coscienza, troppo inferiore al pensiero, concesse

loro di scendere a tutte le viltà della cortigianeria. La brillante e

poderosa incredulità del cinquecento non sosteneva più l'anima italiana;

una superstizione era calata nel popolo, prostrandolo così agli idoli e

ai preti che nemmeno i massimi ingegni, come Vico e Giannone, potevano

mantenersi dritti. Quindi isolati, sviati, forzati a guardare indietro

per andare avanti, essi diffidavano perfino della stampa per un ultimo

pregiudizio di classici eruditi. Mentre gli enciclopedisti in Francia

scrollavano ogni autorità, e Voltaire aggiungeva il fascino dell'arguzia

allo scetticismo di Bayle, e il grave Montesquieu nelle _Lettere

Persiane_ derideva con inimitabile e profondo umorismo ogni religione;

nell'Italia di Guicciardini e di Paolo Sarpi, Giannone e Vico, i

maggiori ribelli, soccombevano ancora come Galileo alla autorità di

Roma. Lodovico Muratori nel silenzio di una solitudine pari a quella di

Vico ammassava i materiali di tutta la storia italiana senza

interessarvisi che quale erudito: neanche per lui esisteva un presente e

si preparava un avvenire. Un'arcadia grottescamente raffinata e senile

imponeva alla letteratura la peggiore delle sterilità nella pretensione

di tutte le forme: non vi erano più nè idee, nè passioni, nè patria

politica, poichè le corti erano tutto e nelle corti non si può essere

che servi. La fede era diventata superstizione, l'autorità un potere

materiale; l'abbandono di ogni funzione civile consigliava un ozio

voluttuoso e allegro, nel quale la vecchia duplicità italiana riparava

da ogni pericolo. Quantunque Malpighi, Redi e Morgagni creassero la

fisiologia e la anatomia patologica per attestare all'Europa che in

Italia le scienze vivevano ancora, il moto del pensiero italico

nullameno languiva. Le stesse impulsioni francesi non bastavano a

rianimarlo. Mentre Germania, Francia, Inghilterra lottavano di creazioni

ingrandendo il mondo moderno, l'Italia, che nel cinquecento aveva ancora

tanti artisti e poco dopo superava coi Socini la riforma di Lutero

assicurando con Bruno e Campanella la compagnia dell'eroismo al genio,

non aveva più che Metastasio e Goldoni. Il livello del dispotismo doveva

ancora per molti anni schiacciare la massa inerte degl'italiani per

livellare le loro superstiti differenze regionali.

Metastasio e Goldoni.

Metastasio è il poeta di questo momento.

Come Giannone aveva dedicato la propria storia civile a Carlo VI di

Germania diventando suo storiografo, Metastasio diviene il poeta

laureato di Maria Teresa. Il suo verso è così facile e vuoto che,

scritto per l'orchestra, pare uscito da un istrumento; i personaggi de'

suoi melodrammi non hanno maggior realtà delle maschere nell'antica

commedia dell'arte, e si muovono attraverso un ambiente tragico nel

quale la catastrofe attende puntualmente la stretta di un crescendo

musicale. Nessuna idea, nessuna passione, nessuna coscienza. La melodia

e il colore delle parole sono lo scopo e la gloria del poeta; il suo

pubblico assiste alla pompa eroica di queste tragedie senza credere alla

loro realtà e senza alcun bisogno di credervi. La fantasmagoria

dell'opera supera quindi nella sua strana e multipla grandiosità tutti i

sogni dell'Ariosto; il suo meccanismo montato da Zeno si maschera sotto

il drappeggiamento gettatovi da Metastasio fino a simulare quello della

tragedia; la musica vi accoglie gli amori eterei del Petrarca, le

collere tempestose di Dante, la malinconia soave del Tasso, il lazzo

amabile del Boccaccio, l'elegia del Sannazzaro, l'idilio del Guarini,

tutto il ciclo della cavalleria, tutti gli eroi dell'antichità, per

dissolverli nell'unità indefinibile della propria espressione.

Metastasio è il poeta dell'opera: la sua patria è il palcoscenico, i

suoi personaggi sono i cantanti, le quinte formano i suoi quadri, la sua

poesia è una musica nella musica. Il pubblico, che non pensa, non sente,

non ricorda, non aspira, si riposa a questo spettacolo del quale la vita

è tutta nella esteriorità. Il dramma mutato in occasione di romanze e di

trilli esprime il trionfo del cantante, onde, leggendolo dopo averlo

udito, il maggior diletto che se ne prova deriva ancora dalla ricordanza

delle note. Nullameno Metastasio pretendeva di scrivere tragedie, e i

critici contemporanei per tali le discussero: i Martinez gli coniarono

una medaglia colle parole -- Sophocli italo -- Rousseau e Voltaire stesso

lo ammiravano. Lo sdilinquimento dell'elegia, la morbidezza

dell'idillio, gli equivoci delle commedie e la ferocia delle catastrofi

tragiche composero questi drammi per il popolo più spensierato ed inetto

che abbia mai riempito un teatro. L'assurdità di una tale arte e

l'insoffribile vacuità di una tale poesia non offesero allora alcuna

coscienza; le discussioni che se ne fecero provano ancora maggiormente a

quale nullità fosse disceso lo spirito italiano, giacchè nei pochi

accenni alla vera tragedia, sparsi tra quei melodrammi, nessuno badò. E

il Regolo e il Gioas hanno brani, dai quali sembra d'intravvedere

l'accigliata ed energica figura di Alfieri.

Metastasio chiude l'Arcadia e trionfa, riassumendone sul teatro,

mediante la musica, le poche bellezze.

Dopo di lui le accademie decadono, i pastorelli e le ninfe non possono

più leggere le loro filastrocche senza timore di annoiare, nessuno si

contenta più della pura musicalità del verso o della sola dolcezza della

parola. Una grande separazione sta per compiersi: la poesia ritornerà in

se stessa, la musica oltrepasserà la poesia per diventare l'espressione

dei sentimenti, che nessuna parola potrà mai significare. Metastasio,

adorato vivo nella gloria di un trionfo senza esempio, ricadrà

nell'oblio. Il suo successore a corte fu il Casti, poichè tutte le

decadenze debbono finire all'infamia. Ma poeta di corte e di volgo,

inconsciamente abbietto ed amabile, buon uomo e buon cristiano, dolce

nel verso quanto ricco nei contrasti ed ingenuo nelle conclusioni,

Metastasio è l'immagine dell'Italia d'allora, con tutte le qualità e i

difetti del suo spirito resi inutili dalla sua vita.

Infatti Goldoni, ritraendola, non dipinse che il pubblico di Metastasio.

Le sue maschere, i suoi gentiluomini, le sue servette, le sue donnine

innamorate, i suoi giovanotti eleganti, i suoi abati, sono quelli stessi

che divertiva Metastasio, senza idee, senza passioni, senza coscienza.

Goldoni, dominato da Molière come un satellite da un astro, aspirò alla

commedia di carattere colla stessa ingenuità colla quale Metastasio

aveva aspirato alla tragedia. Poeta del dialetto e inimitabile

improvvisatore, colse sul vivo incidenti comici, labili ed efficacissime

scene: poeta italiano invece, ignorò la lingua, il genio, il carattere

d'Italia. Fu vivace quanto superficiale, osservatore solamente sicuro

nella prima spontaneità: non avendo nella coscienza contraddizioni

morali col proprio mondo non potè nè penetrarlo, nè dominarlo. Però lo

divertì più lungamente di Metastasio. Nessuno de' suoi personaggi ha

vita interiore, nessuna delle sue commedie contiene un brano o esprime

un segreto della società; le scene sgusciano rapide e piacevoli, gli

attori parlano naturalmente, il fatto si svolge, s'intrica, si risolve,

si appiana; ma i caratteri vi si mostrano come comparse, i sentimenti vi

trovano posto come riempitivi. Manca il cuore, lo spirito è assente. A

Goldoni come a Metastasio fallì il popolo; ambedue soccombettero al

pubblico. Metastasio più felice non sospettò di se stesso; Goldoni a

Parigi allibì, e tacque per dieci anni. La grandezza della nazione

francese, la sua immensa civiltà in subbuglio per l'imminente

rivoluzione, tutte quelle passioni di cuore e di testa, tutte quelle

energie di temperamento e di carattere, tutto quel popolo vero, forte,

vivo, il più vivo d'Europa, soffocarono la sua immaginazione e

inaridirono la sua vena, uguale se non maggiore di quella di Lope de

Vega. Goldoni non potè più osservare, non seppe più comprendere. Dopo

dieci anni scrisse il _Burbero benefico_ in francese, e fu ancora un

ricordo italiano e una imitazione francese.

La Francia aveva avuto Molière; l'Italia non poteva avere che Goldoni.

CAPITOLO QUINTO.

Il periodo delle riforme

Influenza europea.

La grande preparazione europea all'imminente rivoluzione francese giunge

in Italia e la solleva.

La lotta per la laicità dello stato, della quale Giannone era stato il

grande storico, è già scoppiata in tutti gli stati, mentre una nuova

democrazia borghese vi afferma un diritto politico basato sul diritto

civile e sull'eguaglianza economica. La Francia guida il movimento. La

sua letteratura, universale per superiorità di bellezza, serve da

veicolo a tutte le idee della scienza e della filosofia; la sua

incredulità, pari a quella italiana del rinascimento, sgretola ogni

autorità del passato; Law, sottomettendo l'aristocrazia alla banca,

estrae dall'illusione di una ricchezza improvvisata, per la quale tutta

la nazione delira, il segreto della nuova società. Il valore economico

supera tutti i valori religiosi e feudali; i fisiocratici,

coll'esagerare l'importanza della produzione agricola, emancipano la

terra da ogni gravame antiquato; Turgot, mettendo la produzione a base

unica di tutte le società, sopprime a nome della scienza ogni classe

inutile; Voltaire conduce filosofi, letterati e lettori contro il

cattolicismo; Rousseau scatena tutti gli infelici contro la vecchia

società, dissolvendone nel _Contratto sociale_ ogni vincolo; Diderot

raduna nell'_Enciclopedia_ tutte le scienze e le discipline per

spingerle alla rivolta. L'aristocrazia cede sorridendo, la regalità

tuffata in turpitudini secolari brontola, il popolo sberta e minaccia.

L'Inghilterra, che organizza parlamentarmente la propria rivoluzione del

secolo anteriore, prepara la scienza della legalità alla nuova

rivoluzione costretta a negare tutta la storia per rimutarne l'ultima

epoca; e, mentre la Francia si moltiplica per bastare alla distruzione

dell'Europa medioevale, essa perfezionando l'ingegno dei propri

ministri, da Orazio Walpole a Guglielmo Pitt, traversa trionfante la

corruzione della propria epoca giorgiana. Nella Ispagna Carlo III, già

re di Napoli, seguendo il ministro conte d'Aranda, in Portogallo re

Giuseppe, abbandonandosi al marchese di Pombal, in Prussia Federico II,

maggiore di tutti come generale, re e statista, in Austria Giuseppe II,

associandosi Kaunitz, in Russia Caterina II, assorbendo dall'Europa con

mirabile facilità ogni nuovo elemento civile, rinnovano lo spirito e il

carattere delle proprie nazioni.

Attraverso diversità di metodi e di propositi il moto rivoluzionario

scompagina l'antica Europa e ne rinnova le legislazioni, ne ricorregge i

diritti, vi dilata le scienze, toglie l'onnipotenza alla religione, la

divinità ai re, la supremazia al patriziato, l'immunità al clero. Alla

passione delle conquiste militari e della libertà di coscienza succede

quella di una civiltà universale: le scienze ne sono le forze novelle e

le massime glorie, la ricchezza diviene la migliore delle armi, il

diritto l'unica verità riconosciuta, la libertà condizione suprema di

ogni giustizia e di ogni vita. Tutti i popoli si scuotono sulle basi

centenarie; una discussione assordante agita i più svariati problemi,

nulla sfugge alla critica; la indagine, cominciata colla profanazione

dell'autorità, finisce al rispetto della verità; i governi sentono il

bisogno di giustificarsi a se medesimi, giustificandosi in faccia al

popolo, e il loro concetto di rappresentanza diventa così chiaro nella

pubblica coscienza che nessun diritto antico basta più ad assolvere

l'ingiustizia di un processo o di un privilegio.

L'Europa non subisce più la tirannia di alcuna nazione: tutte vi sono

forti, armate, capaci di resistere nei propri confini, inette alle

improvvise ed umiliatrici conquiste di una volta. Si livellano codici e

costumi; produzioni e commerci cementano e fortificano l'accordo delle

letterature e delle scienze; la religione caduta in discredito non

scaglia più un popolo sopra un altro; ognuno vuol conquistare il proprio

posto nella natura e nella storia. Dio è lontano, il papa quasi

dimenticato, i re discussi, le aristocrazie negate. Ogni popolo cerca la

propria orbita naturale; la rivoluzione delle colonie americane

improvvisa oltre l'Oceano una Europa contro l'Europa, aprendo nella

storia un'epoca nuova con un nuovo modello di società; Londra è il primo

emporio del mondo, Parigi ne è il faro, Berlino la più forte caserma,

Vienna la metropoli della più vasta confederazione, Pietroburgo la

capitale improvvisata della Russia avanzantesi in Europa, Roma una

Gerusalemme, nella quale la gloria eterna dell'arte vince come a Benares

quella della religione.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 18 / 30 段