Per ventisette anni rimane prigioniero deludendo le insidie dei giudici,

resistendo a tutte le torture, evitando la condanna capitale; nessun

dolore lo fiacca, nessuna disperazione lo strema. Nella solitudine delle

casematte o nei sotterranei delle torri il suo spirito pensa sempre,

crea, scrive il proprio soliloquio, al tempo stesso trattato e poema,

manuale e tragedia. Il disordine di un'improvvisazione, durata

ventisette anni, ne imbroglia le idee e ne rende spesso inintelligibili

i trapassi, come se una bufera incessante agitasse questo spirito

prigioniero, al quale l'ampiezza del mondo sembrerebbe forse angusta. I

suoi scritti, quelli rimasti degli ottanta volumi, ora teologici, ora

scolastici, ora monacali, si contraddicono a ogni passo; egli non è nè

republicano, nè monarchico, nè liberale, nè illiberale; ma la

rivoluzione, che gli si disegna nel pensiero, abbraccia tutta la vita in

ogni sua vicissitudine di pace e di guerra, di governi e di leggi. La

sua dottrina è duplice: un sensismo sperimentale, che in certo modo fa

di lui il precursore di Bacone, di Locke e degli Enciclopedisti del

secolo XVIII; e uno spiritualismo, che crede a tutti i traslati mistici

dell'anima, a Dio, a Satana, alla magia, alle scienze occulte.

L'equilibrio forzato di questi due elementi opposti produce nullameno

nel suo spirito un'unità colle forze misteriose di una dialettica, che

sfuggirà sempre alla critica. Il primo principio nell'opera di

Campanella è la teocrazia, dalla quale deriva l'unità del genere umano

sotto una sola legge e un solo pastore: tutti i pontefici, tutte le

religioni, tutte le tradizioni sono identiche come rivelazioni di Dio,

perchè il loro scopo divino era la giustizia; le contraddizioni delle

religioni non sono che l'espressione della nostra ignoranza e della

nostra perversità. Le due grandi unità dell'impero romano e del papato

debbono dunque fondersi in una sola. Secondo Campanella il moto e le

forme della storia sono determinate dagli spostamenti e dai mutamenti

nelle religioni; le idee sole generano i fatti. Solo i dogmi possono

distruggere i dogmi; ogni scetticismo contiene il germe di una

affermazione; il progresso continuo nella storia e ogni epoca della

civiltà sono formati di una critica e di una fede. La politica, che per

tutti gli scrittori di quel tempo era lo studio dei mezzi per giungere

al comando e conservarlo, diventa così lo studio dei modi, coi quali le

idee si svolgono e i personaggi operano nella storia preordinata da un

disegno immutabile ed infallibile. L'impassibilità morale di Machiavelli

nell'analisi della lotta politica si riproduce in Campanella entro la

luce di un'idea superiore: tradimento e strage da necessità drammatiche

si mutano in fatalità storiche, da interesse egoistico in beneficio

mondiale. L'astuta crudeltà dei consigli di Sarpi a Venezia per

conservare la republica, già nell'intenzione più nobili e storicamente

più logici di quelli di Machiavelli nel _Principe_, perdono nel filosofo

calabrese ogni infamia, per non essere più che una crisi indispensabile

alla guarigione di un morbo. Quindi Campanella, purificato il passato

della storia con quella interpretazione, ne idealizza l'avvenire nella

_Città del Sole_, utopia ispirata da Platone e da Tommaso Moro, nella

quale la più invincibile eguaglianza, la più amorosa fraternità e la più

sicura comunione di ogni bene si sviluppano sotto il più assoluto ed

innocuo dei dispotismi a cominciare dall'anno 1600. Ma per facilitare

questa conquista della giustizia nella storia, ancora inferma del

proprio passato, Campanella si rivolge al papato, lo arma, lo avventa su

tutti, eretici, dissidenti, o restii; lo dilata, invoca un concilio di

tutte le religioni, risolve tutte le antitesi in una republica del

genere umano col pontefice, solo, armato a sua difesa. La religione

della nuova utopia, che sembrerebbe un'epurazione del cristianesimo, ne

è invece l'annientamento in una formula più alta, entro la quale la

tragedia di Cristo perde tutti gli assurdi crudeli del proprio dato, e

nella quale la società rispettata dal cristianesimo sacrifica finalmente

tutti i propri vecchi privilegi.

Ma siccome questa rivoluzione deve cominciare nel 1600, Campanella,

sempre positivo anche nelle più fantastiche combinazioni della

filosofia, vedendo che la Spagna ha rinnovato l'impero romano e domina

il mondo, le si rivolge come al papato per disciplinarla contro tutti

alla conquista universale. Il demone della dialettica lo trascina, non

vede più le difficoltà, non conta le stragi, non calcola le rovine:

tutto sarà riscattato dalla felicità futura. La Città del Sole sarà la

patria di tutti coloro che l'avranno perduta. Papato romano ed impero

spagnuolo, annullandosi col proprio trionfo, fonderanno una democrazia

mondiale ed eterna. L'immobilità della fine dà quindi al moto del suo

sistema la vertigine passionata di una precipitazione; senonchè il mare

così concepito nell'inerzia di una immutabilità assoluta non è più che

un immenso stagno. Campanella nemmeno lo sospetta. Quindi distrutta ogni

individualità della nazione e del cittadino, soppressa ogni legalità

secondo il pensiero di S. Tommaso e di Platone, negata ogni libertà

all'anarchia delle persone tumultuanti nelle gare sociali; estirpata la

famiglia, abolita la proprietà, equiparati i sessi, sottoposti gl'imenei

a regole igieniche ed astrologiche, le donne sterili consacrate al

piacere, bruciati tutti i vecchi libri depositari pericolosi di vecchi

errori; tutta la terra coltivata come un campo, la scienza pari in

tutti, una lingua universale per un pensiero identico in ognuno; una

religione senza misteri e senza ideali, composta delle memorie di tutti

i profeti da Cristo a Xahnoxis, da Pitagora a Campanella; una serie di

pene e di ricompense distribuite con monastica norma -- tutto questo

sogno e questo rinnovamento non sono che una morte, della quale il

profeta invasato non s'accorge.

Nel fervore della distruzione egli non ha nulla risparmiato: come per

Bruno, benchè il pensiero di questo poggi più alto, il cristianesimo non

è per lui che un momento della religione universale, la distruzione

della società un mezzo di progresso. La Riforma di Lutero, demenza

teologica ed insufficienza politica dalla quale l'universalità del loro

ingegno e il cosmopolitismo del loro carattere ripugnano istintivamente,

finisce per attirare lo sforzo maggiore della loro critica. Entrambi

ignorano la vita del proprio secolo, non comprendono e non parlano

all'Italia, ma, rapiti in sogno dal genio della rivoluzione, accumulano

teoriche su teoriche, adorano le scienze naturali, non appartengono a

nessuna classe, vivono e muoiono del proprio apostolato. La loro fede è

tutta nell'umanità concepita nell'unità della storia senza confini nè di

epoca nè di razza; le loro aspirazioni salgono verso una libertà di

pensiero redentrice di ogni spirito in ogni spirito; laonde ignoranti

sublimi moltiplicano intuizioni e invenzioni lasciando ad altri, forse

minori nell'ingegno, la gloria di battezzarle col proprio nome; credenti

dell'incredulità la confessano col martirio contro i bigotti di una fede

basata sull'ignoranza delle plebi e costretta a difendersi colla

violenza.

Epperò nella rivoluzione della Riforma, preludio di maggiori

rivoluzioni, essi rappresentano una società nuova che sfuggendo al

medioevo si precipita nell'avvenire colla foga di un condannato evaso

dal carcere. Il loro pensiero si smarrisce tuttavia nella penombra della

nuova alba, la loro scienza è costretta ancora a bamboleggiare per

l'insufficienza di metodi troppo tardi al volo delle idee; le loro

profezie cadono nella demenza, le loro creazioni improvvisate con

rottami franano sovra di essi, ma il loro carattere e la loro coscienza

segnano nella storia europea la più tragica e la più consolante delle

originalità. All'indomani del medioevo, nel giorno della Riforma, essi

vivono già nel futuro e muoiono per la sua libertà con un eroismo, che

non ha più bisogno di essere compreso per mantenersi invitto o di

credere al paradiso per abbandonare la terra.

L'emancipazione scientifica.

Nullameno l'opera loro informe ed inorganica non potè avere nella storia

maggior valore degli abbozzi nell'arte, e degli aborti nella natura. Il

grand'uomo non è colui che sorprende un fenomeno o indovina un problema,

ma che fonda una teoria o stabilisce una legge. L'immenso lavoro del

secolo, cominciato con essi, aveva d'uopo di spiriti pazientemente

indagatori, che sostituissero alle troppo rapide sintesi e alle

arbitrarie affermazioni la certezza di una nuova esperienza. Al clamore

delle università disputanti succede quindi l'operosità di gabinetti

isolati: i grandi scopritori solitari, ad immense distanze l'uno

dall'altro, invece di disputare, si consultano colla posta. La forza

dell'ingegno questa volta si esprime colla lentezza delle conclusioni.

Tutto è da rifare e a tutto si mette mano. L'Italia senza vita politica

non possiede più nè storici, nè letterati, nè statisti, nè filosofi:

Cartesio dittatore della rivoluzione contro Aristotele nasce in Francia.

La rivoluzione filosofica, impossibile prima della scientifica, sarebbe

inutile in una nazione incapace di applicarla.

Laonde lo scadimento della coscienza italiana si rivela nei libri sempre

più inetti di tutte le scuole politiche. Mentre la reazione

rivoluzionaria del papato, oppugnando anche le scienze, non può isolarle

come l'eresia per soffocarle coi supplizi, i bisogni della vita e lo

scetticismo generale proteggono tutti gl'inventori contro le demenze di

tarde persecuzioni. Paolo Sarpi ha delineato nella lotta contro Paolo V

i confini fra chiesa e stato; Galileo nella lettera al padre Castelli

(1613) scrive la più energica e precisa dichiarazione dei diritti della

scienza. Alla dualità dell'impero e del papato succede quella della

scienza e della religione: entrambe universali, organizzate, solidali

per i propri addetti. Preti e scienziati, spesso mutando campo,

combattono ovunque la stessa battaglia; la politica vi pare estranea ed

invece vi è più interessata che alle vecchie dispute filosofiche.

L'emancipazione del pensiero scientifico diventa un progresso sulla

liberazione del pensiero religioso. L'umanità senza unità anche nella

religione, non essendovene alcuna veramente universale, la raggiunge

finalmente nella scienza, mentre la supremazia di Roma discende a fatto

superstizioso e la scienza, che non può avere capitali, ricusa dogmi e

pontefici. Quindi, meno compromessa della filosofia dalla debolezza dei

propri cultori, lascia Galileo disdire le proprie teoriche, e prosegue a

moltiplicarne le prove. Ogni giorno crescono scolari al maestro

condannato, da tutta l'Europa arrivano notizie di scoperte. Campanella

entusiasta di Galileo, come Bruno lo era stato di Copernico, lo difende

con un coraggio più forte della tirannia papale. La matematica educata

da Tartaglia e da Cardano previene Keplero e anticipa su Newton con

Cavalieri: Galileo, superiore a tutti, divide con Machiavelli la gloria

di primo prosatore, inventa il termometro, trova l'isocronismo del

pendolo, stabilisce la legge dell'assonanza e della consonanza nella

musica, fonda la meccanica e l'idraulica, chiarisce ed assicura il

sistema di Copernico, costruisce il telescopio, raggiunge gli astri, li

novera, li descrive, scopre le montagne della luna, nota le fasi di

Venere, sorprende i satelliti di Giove, avverte l'anello di Saturno,

interpreta le macchie solari, accumula invenzioni, scoperte, teoriche

sulla base incrollabile del metodo sperimentale, prima che Bacone si

avvisi di predicarne la necessità. La chiesa, illuminata dall'istinto,

sente che Galileo, mutando il concetto del mondo, rovescia

involontariamente i dogmi cattolici, e lo colpisce con un processo gli

minaccia la tortura, gli impone di rinnegarsi. Invano Galileo vecchio e

cieco si arresta; la scienza prosegue. Castelli e Torricelli suoi

scolari sviluppano l'idraulica, questi trova il peso dell'aria ed

inventa il barometro; Giambattista Porta, trattando i fenomeni della

visione, scopre la camera oscura, Dedominis spiega l'arcobaleno,

Baldassare Peruzzi ha già determinato la prospettiva. Mentre

l'insurrezione filosofica di Telesio contro l'idea della natura di

Aristotele non aveva avuto altro merito che di rovesciare l'autorità di

un errore millenario colla libertà di un nuovo errore, presto il metodo

sperimentale afferra le più necessarie verità. Dopo gli studi di

Salviani sulla ittiologia, Aldrovandi compie una vasta storia naturale,

dalla quale usciranno tutte le altre; Girolamo Fabrizio tenta il

problema del linguaggio; Andrea Cisalpino, genio vasto e precursore,

rinnova quasi tutto il campo delle scienze e crea il metodo

mineralogico; Fabrizio d'Acquapendente e Paolo Sarpi scoprono la

circolazione del sangue; Fracastoro indovina dai fossili i primi segreti

della geologia e intuisce lo teoria atomistica combattendo le cause

occulte. Alessandro Benedetti da Legnano rinnova la gloria del Mondino

da Bologna, aprendo il primo teatro anatomico e tracciando le prime

linee dell'anatomia patologica; così la chirurgia, diventando scienza,

sottrae il corpo umano alla tirannia della religione e i morti alle

spiegazioni superstiziose. La chimica, nel delirio dell'alchimia e nelle

avare ricerche della pietra filosofale, ha sorpreso molti misteri della

vita: tutto vive, ogni fenomeno contiene la propria causa, ogni causa è

limitata alla natura. Dio, che spiegava tutto, ora non rende più ragione

di nulla; le scienze, invece di negarlo, lo dimenticano: la geologia

riconosce alla terra un'antichità troppo più remota di quella

attribuitale dalla Bibbia: la geografia, scoprendo agli antipodi i

confini della storia sacra, ha trovato l'altra metà della storia umana.

Nel nuovo cielo, troppo vasto per il dio di Mosè, la terra e il sole non

sono che due piccole stelle fra milioni di mondi; Cristo non è più che

un profeta fra i profeti, e Dio una ipotesi fra le ipotesi. Cartesio,

che lo deduce dalla ragione, ve lo sottomette: solo il pensiero regna.

Roma non dirige più il mondo, perchè ogni uomo che pensi dipende solo

dalle leggi del pensiero. La libertà scuote tutte le vecchie tirannie,

sbertando tutte le autorità irragionevoli. La democrazia trionfante nei

due campi della Riforma e del cattolicismo trascina i gesuiti contro

Giansenio, che rinnovando le teoriche agostiniane della grazia vorrebbe

scemare la poca libertà rimasta nel cattolicismo all'individuo morale; e

il papato appoggia i gesuiti. Col terribile dubbio di Cartesio, che si

arresta solo alla verità del pensiero, la filosofia si libera finalmente

da Aristotele, e il pontefice greco della scuola e il pontefice romano

della religione e il re del diritto divino soccombono simultaneamente.

Cartesio è il Lutero della filosofia.

Quindi si compie l'avvento del diritto pubblico. Alberigo Gentile

ottiene ancora all'Italia la gloria di precorrere l'Europa nel diritto

della natura e delle genti: la sua opera _De iure belli_ apre la strada

a Grozio e a Puffendorf per determinare coll'equilibrio dei diritti i

caratteri e la posizione dell'individualità nazionale nella nuova

storia. Ma, simile a Giordano Bruno, egli non è che un precursore

condannato a parlare per se stesso invece di parlare a nome di un

popolo. Dietro Grozio si avanza l'Olanda, dietro Alberigo Gentile sta

immobile l'Italia: ecco la differenza fra i due autori. Infatti Alberigo

Gentile, figlio di un riformato rifuggitosi in Germania per evitare le

persecuzioni di Roma, aveva dovuto crescere nel pensiero e col pensiero

germanico.

L'Italia coopera al movimento ideale dell'Europa, ma ne accompagna

pedissequamente la storia, mentre, combattuta fra l'antagonismo

franco-spagnuolo ed esercitata dal dissidio cattolico-protestante,

cresce in secreto liquidando il proprio passato. Firenze si spegnerà

silenziosamente, Venezia getterà ancora qualche lampo prima di

tramontare, Napoli ripreparerà il proprio regno per contendere al

Piemonte la gloria di costituire l'unità italiana, Roma è immortale.

CAPITOLO TERZO.

I regni del Piemonte e delle due Sicilie.

Il secolo di Luigi XIV.

La pace di Vestfalia arresta l'influenza politica della Germania in

Europa; protestantesimo e cattolicismo sospendono la guerra riconoscendo

l'impossibilità di una vittoria finale, e s'acconciano a vivere l'uno

presso l'altro come due varietà del cristianesimo. L'eresia scientifica,

trionfante su tutti i punti del pensiero europeo, li obbliga a riunirsi

contro di essa in una unità di difesa contro la terribile unità de' suoi

attacchi. Il diritto delle genti è secolarizzato, ogni nazione

individuandosi non è più un frammento animato e protetto dall'idea del

papato e dell'impero. Nessun ricordo delle antiche unità. Nell'Europa la

lotta storica prosegue fra nazioni distinte ed originali. Apparentemente

nulla pare cangiato: la nobiltà, il clero, i re, i parlamenti, il papa,

Lutero, tutti conservano la propria posizione; ma uno spirito nuovo la

muta ogni giorno con una interpretazione dissolvente. Gli eserciti

stanziali sopprimono quello stato medioevale di guerra, nel quale ogni

uomo doveva di momento in momento mutarsi in soldato; il modo

scientifico della guerra riduce la milizia a professione, l'ambiente

commerciale le impone scopi economici, assoggettandola alle leggi della

nuova scienza finanziaria. Gli alti dominii, i vassallaggi assurdi, le

dipendenze fittizie, tutti i residui dell'antica organizzazione feudale,

si sgretolano rapidamente sotto l'azione della nuova atmosfera: oramai

non vi sono più che cittadini; la gerarchia sociale non esprime che una

inevitabile graduazione di uffici sempre più rappresentativi. La legge

non consacra ancora questa uguaglianza, ma la coscienza ne è così

profondamente convinta che viola e delude la legge; la libertà

religiosa, scientifica e filosofica sta per produrre la libertà

politica. La ragione di stato non si limita più all'interesse del

sovrano, dacchè il popolo osserva e giudica colle norme del proprio

interesse e al lume della propria coscienza. Una guerra minuta ed

incessante assale tutti i privilegi e tutte le autorità; si deve rendere

ragione di tutto, non si può essere creduto superiore ad alcuno che

sapendo o potendo maggiormente.

Mentre in tutte le storie la classe dominante aveva sempre avuta la

preponderanza economica, ora la ricchezza diventa la maggior forza della

politica: ma poichè guerre di rapine, taglie e confische divennero

impossibili, non si può più arricchire che nel lavoro e col lavoro. Le

colonie danno alle nazioni la tendenza e il carattere d'immense società

commerciali: la finanza sorge dall'economia come l'algebra

dall'aritmetica, misurando coll'unità del proprio valore cose, individui

e governi. Quindi una borghesia nuova invade la storia, riempie le

scuole, si precipita alle colonie, applica tutte le scoperte

scientifiche, si giova di tutti i progressi, tende a sostituire

l'aristocrazia in tutte le funzioni. Coll'infallibilità dell'istinto

essa si appoggia e appoggia i re senza credere al loro diritto divino;

l'aristocrazia annichilita dalle centralizzazioni regie, attirata nella

corte dalle seduzioni e dalle necessità della propria vita, abbandona i

castelli per diventare cortigiana, mentre il popolo perde sino il

ricordo dell'antico vassallaggio. L'ultima devozione, il supremo

entusiasmo, il superstite vanto di essa è la servilità verso il re, che

l'ha distrutta; il suo orgoglio si esprime col fasto di un lusso

maggiore delle sue ricchezze. Il re rimane dunque solo nella nazione.

Superiore all'aristocrazia, alla borghesia e al popolo, non appartiene a

nessuna classe: questa che pare grandezza non è che decadenza, giacchè

invece di essere un potere vivo e personale egli è appena un

rappresentante, un simbolo costretto ad accogliere l'idea della nazione.

Quindi nel giorno che pregiudizi o privilegi gli persuadano di essere

minacciato nella sublimità della propria posizione, non avrà nè un'idea

nè una forza, colla quale resistere all'invasione democratica.

L'aristocrazia senza influenza e senza valore, divorando col più

ignobile parassitismo la maggior parte delle rendite dello Stato nella

cassetta del sovrano, non potrà che morire con lui, e non ne avrà forse

il coraggio; quel giorno la democrazia troverà facilmente la propria

republica.

La democrazia, principio e fine della sovranità individuale, deve

abbattere i re in tutte le nazioni per crearne uno in tutte le

coscienze.

Ma la democrazia religiosa di Lutero si arresta alla pace di Vestfalia.

Una atonia sorprende la Riforma sui confini tracciati dalla spada di

Gustavo Adolfo. Nemmeno tutta la Germania è protestante; il moto

fallisce in Ungheria, è respinto dalla Polonia; non si estende alla

Russia, non s'insinua che inutilmente nei paesi latini. L'Inghilterra vi

si muta improvvisando una republica per conquistarvi alcuni progressi

democratici; poi, fedele al carattere della propria storia, richiama i

re cacciati e riprende il proprio corso colla libertà legale. La sua

rivoluzione non ha quindi espansione politica, e, breve, sanguinosa,

sembra quasi una rivolta. La ristorazione di Monk scema l'opera di

Cromwell al punto che occorre una nuova espulsione degli Stuardi e

l'elezione della dinastia protestante d'Orange perchè non vada perduta.

L'Inghilterra, una volta così efficace sul continente colle vittorie

contro la Francia, vi perde pressochè ogni influenza, mentre dilatandosi

sui mari vi raccoglie la gloria e la potenza di Venezia. Le sue colonie

diventano così floride e numerose che il suo impero commerciale supera

per estensione e ricchezza quello antico di Roma. L'Austria cattolica

eredita dalla Spagna l'impero, nella cui forma federale può contenere

ancora la Germania luterana vibrante della memoria di Gustavo Adolfo e

fisa instintivamente al piccolo trono di Prussia. La Spagna di Carlo V

vede tramontare il sole della gloria entro i propri confini, mentre il

suo impero colpevole di aver rappresentato l'ultima unità medioevale si

sfascia come un immenso scenario, nel quale s'ingolfano i terribili

uragani delle sue sierre.

La Francia, regia e unitaria, guerriera e liberale, s'avanza sola

sull'Europa. Mentre la Riforma tenta replicatamente di infrangerla, il

genio di Caterina dei Medici innestato su quello di Luigi XI schiaccia

nel sangue, consuma col fuoco, disperde negli esigli, annienta colla

sapienza di una tirannia feroce sino all'insensibilità e duttile sino

alla spira la rivoluzione degli Ugonotti. Quindi Richelieu, compiendo

l'opera di Caterina, purga da ogni ribellione tutto il suolo francese,

emancipa la politica dalla religione, rovina la Spagna, frena

l'Inghilterra; con lui sfolgora la grande civiltà francese già in lotta

per la conquista del mondo. Cartesio è il primo re del pensiero moderno,

che s'impone all'Europa liberandola da Aristotele. Dietro lui una

legione di scrittori estrae e diffonde le idee latenti nella rivoluzione

della Riforma col fascino di una letteratura incomparabile. La

democrazia si avanza precipitosa e rumoreggiante. La Germania è ancora

chiusa nella coccia della feudalità, l'Inghilterra ripiombata

nell'immobilità delle proprie forme, la Spagna inerte sotto le rovine

del proprio impero appena illuminato dagli ultimi fuochi

dell'inquisizione, quando la Francia, gioviale ed incredula, colta e

superba, si libera dall'oppressione della propria aristocrazia e

dall'eccessiva costrizione dell'unitarismo regio coll'insurrezione

carnevalesca della Fronda. Regalità e feudalità vi perdono per sempre

l'intangibilità nel ridicolo di una guerra e nell'ignominia di un

equivoco, che lascia al popolo l'orgoglio di aver potuto ridere

ragionevolmente per molti giorni di tutte le autorità politiche.

Ma la democrazia rientra nelle forme monarchiche per la necessità di un

ultimo periodo regio, che dia alla Francia col predominio sull'Europa,

la più irresistibile espansione ideale.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 15 / 30 段