Mentre l'uomo moderno si era affermato nella letteratura, nella scienza

e nella filosofia, compiendo qualche eroismo solitario quando non poteva

scrivere un capolavoro incompreso, il popolo moderno non era ancora

nato, e la politica seguitava senza risultati storici e senza caratteri

nazionali. I suoi moti piccoli ed incerti ispirano un senso di amara

melanconia, paragonati colla guerra della Lega dei trent'anni, o con

quelli del periodo anteriore italiano. Un invincibile torpore si aggrava

sopra tutti gli stati, una paralisi grottesca e miserabile vi

ridicoleggia ogni tentativo rivoluzionario. Invano la Savoia, il più

giovane e vitale principato, assecondando le effimere e stordite

combinazioni di Francia, aspira alla conquista d'Italia, giacchè la

risurrezione impossibile del regno longobardo toglierebbe alla Francia

stessa l'appoggio di Roma, per lasciarla debole ed isolata contro i

protestanti d'Inghilterra, d'Olanda, di Germania, contro la Spagna ed i

turchi. La Savoia stessa, perdendosi nella unificazione del regno come

una delle sue estreme e più ambigue provincie, non potrebbe crearvi

l'idea dell'unità. Quindi i duchi di Torino, malgrado ogni velleità di

conquista italica, trattano contemporaneamente con la Francia e con la

Spagna, secondando la reazione di Roma coll'ignobile e feroce

persecuzione contro i Valdesi, mostrandosi inconsciamente ai grandi

rappresentanti del nuovo pensiero nell'aspetto di soldati e di tiranni

medioevali. Il problema della politica savoiarda non può diventare

italiano: nessuna idea di Torino attira l'attenzione o lusinga il

sentimento di Napoli o di Milano, di Roma o di Venezia.

CAPITOLO SECONDO.

La rinnovazione dello spirito nazionale

Torquato Tasso.

La letteratura, la scienza, la filosofia, che preparano nella solitudine

di studi originali o nell'eroismo contro assurde condanne un'altra vita

all'Italia, ignorano ancora l'esistenza della Savoia.

Tasso, il più moderno dei poeti, è già morto. Quasi contemporaneo e

nullameno di tanto posteriore all'Ariosto, ne rimane il rivale e

l'antitesi più meravigliosa: se il primo chiude colla satira di un

facile riso tutto il medioevo, il secondo apre l'evo moderno con un

senso di idealità, che mette nel suo canto una dolcezza irresistibile.

Già il Trissino, natura prosastica e pedante, coll'istinto dei tempi

nuovi aveva cercato e trovato un tema di epopea nazionale nell'Italia

liberata dai Goti. Il poema era rimasto goffo e greve, ma l'intenzione

non poteva andarne perduta. La scettica giocondità del cinquecento

cedeva alla severa meditazione del seicento; non dalla fantasia ma dalla

coscienza tutte le nuove opere dovevano ispirarsi. Ed ecco Torquato

Tasso, poeta figlio di poeta, che accettando la guerra del Trissino

contro gli ariani e quella dell'Ariosto contro i saraceni vi reca la

potenza della fede colla malinconia di uno spirito immerso nella vita

come in una tragedia e aspirante all'ideale come alla sola verità. La

_Gerusalemme liberata_ è il più epico momento e il massimo trionfo della

cristianità: dalle crociate comincia la nuova vita colle rivoluzioni dei

vescovi, e si riapre il conflitto di Roma antica coll'oriente per

giungere all'unità mondiale.

Il poema, terso come un vetro, lascia passare la grande idea del medio

evo e ne ferma tutte le immondizie; l'eroismo più puro, la fede più

certa animano i crociati. Le scarse contraddizioni che rissano nel loro

campo, i pochi cavalieri che innamorati da Armida abiurano, sono

imitazioni e residui di altri poemi; ma i saraceni stessi ci si mostrano

nobili quanto i cristiani. La coscienza religiosa nel poema non è che un

modo della coscienza umana più profonda, vasta e forte di essa. Nessun

carattere fra tanti personaggi poetici della _Gerusalemme_ è antico:

l'uomo moderno colla sua moralità, colla sua delicatezza, col pensiero

della propria sovranità, vi brilla così nei due campi da neutralizzare

le simpatie dei lettori. Solimano vale Goffredo, Argante è degno di

Tancredi: all'Angelica e alla Marfisa dell'Ariosto, eroine

dell'avventura scetticamente guerresca ed amorosa, succedono Erminia e

Clorinda con un pudore e con un amore rinnovati dalla riforma di Lutero

e dal concilio di Trento. Il poeta scarso di fantasia difetta forse

troppo di originalità nelle forme: si preoccupa di imitare gli antichi,

si smarrisce nelle dispute, ignora se stesso. Il suo verso non è vario,

nè la sua vena abbondante come quella dell'Ariosto; ma la sua coscienza

tanto più alta, la sua malinconia così vera, la sua meditazione della

vita così grave, la sua modernità così spontanea, gli permettono di

rinnovare involontariamente tutti i tipi drammatici dal pastore al

diavolo. Senza il Tasso, nè Milton nè Klopstock avrebbero forse scolpito

con tanta terribilità il loro Satana; l'inutile Pluto dell'antichità, il

mostro informe di Dante si mutano entro il nuovo poema nel rivale di

Dio, nell'eterno ribelle di tutte le rivoluzioni umane. Ma il Tasso,

ammalato della propria originalità, soccombe alla tragedia della propria

poesia. La sua alterezza di poeta, la sua delicatezza di cavaliere, lo

trascinano dal carcere alla follia; incompreso ed incomprensibile nel

proprio tempo, è assalito perfino da Galilei, il solo che per la

modernità del proprio pensiero scientifico avesse dovuto intenderlo;

finchè, lancinato dalle critiche dei falsi dotti, compie l'atto più

tragico per un artista rinnegando in una correzione rattristante a forza

di essere grottesca il grande poema. La _Gerusalemme liberata_ diventa

la _Gerusalemme conquistata_: ma la posterità, che non potè incoronare

il poeta in Campidoglio, lo mise sull'altare più alto della propria

poesia, e vantando Dante, encomiando il Petrarca, ammirando l'Ariosto,

non sentì, non comprese, non amò che il Tasso della _Gerusalemme

liberata_. Credenti, cittadini, gentiluomini, popolo, tutti ritrovarono

se stessi nel grande poema; l'unica epopea italiana parve quindi

eseguita da personaggi moderni entro un fatto antico. La donna del

Tasso, più donna di quella del Petrarca, non fu più nè una Venere nè una

Madonna, ma la donna amica e nemica, inferiore, uguale e superiore

all'uomo. La sua civetteria moderna nacque nei poemi del Tasso, nella

_Gerusalemme_ e nell'_Aminta_ mentre Palestrina, soffrendo delle

insufficienze della poesia ad esprimere tutte le sfumature dei nuovi

sentimenti, inventava la musica, e Guido e il Guercino si accingevano a

mettere nella bellezza di Leonardo e di Raffaello una sensibilità più

pronta e più passionale.

Ma Tasso è morto: la dominazione spagnuola ha soffocato la libertà delle

muse. Un'enfasi fredda, una magnificenza vuota, succedono

all'ispirazione della passione: Achillini e Marini sciupano nelle più

pazze imitazioni i grandi poeti spagnuoli. La poesia diventa virtuosità

di prosodia o delirio d'immaginazione; nessun fatto o sentimento o idea

può sostenerla nella vita italiana trascinata dalla vita europea come il

cadavere di Ettore dalla biga di Achille. Quindi, riparando nelle sicure

profondità del dialetto dalle altezze soleggiate della grande

letteratura, non canta più che col popolo e per il popolo, suscitandovi

una infinità di poeti che riproducono in proporzioni minime le grandi

figure di Boccaccio e di Dante, di Tasso e di Ariosto.

Le vecchie caricature, gli antichissimi tipi delle favole popolari

diventano improvvisamente le maschere vive, poetiche, parlanti della

letteratura dialettale. Una satira più mordace ed acuta assale la

società soggetta alla Spagna, alla Francia, a Venezia, a Roma, a tutti:

Arlecchino, Brighella, Pantalone, Beltramo, Pulcinella, il Dottor

Bolognese, l'Amante Fiorentino, il Capitano Fuego o Muerte nel

mezzogiorno, sono i nuovi personaggi della nuova commedia, che come

quella di Dante riproduce capovolta l'immagine del mondo. Tutta l'anima

popolare passa nelle commedie dell'arte, quando tutte le maschere

riunite dal carnevale di Venezia improvvisano un teatro mobile, sul

quale percorrono l'Italia. La loro assemblea sulla piazza di San Marco è

il primo parlamento politico italiano, giacchè in esso la satira, sotto

il velo della favola, tra il lazzo e l'epigramma, vi comincia la critica

della società, opponendo la caricatura di tutti i vizi all'ipocrisia di

tutte le virtù ufficiali.

Gli scrittori politici.

Dal 1530 al 1650 una folla di scrittori rispecchia i progressi dello

spirito nazionale, proseguendo le grandi tradizioni di Machiavelli e di

Guicciardini. L'ateismo politico è la base della loro dottrina; la

preterizione della morale il sottinteso della loro scienza: ma in questa

incredulità, che studia il giuoco e la successione delle forme

politiche, vi è già l'emancipazione da ogni autorità astratta. Il loro

carattere è quindi servile quanto libero il loro ingegno che può

giudicare tutti i padroni, indicare il difetto di tutte le istituzioni,

insegnare la difesa e l'attacco a tutti i combattenti. La casistica,

sviluppata dai gesuiti nella teologia, signoreggia la nuova scienza

politica. Poichè nessun governo italiano è santificato da un'idea,

giustificato dall'unità, reso logico da un qualunque sistema

rappresentativo o utile da una vera intenzione liberale, lo spirito

politico, che, imitando a rovescio Galileo, cerca le leggi del mondo

sulla terra, si compiace e si smarrisce al tempo stesso nello studio

imparziale di tutti i fenomeni politici. Le alte idealità dei primi

scrittori, intercettate dalle grandi figure di Machiavelli e di

Guicciardini, non si veggono più; appena se ne conserva il ricordo come

di una superstizione passata.

Ma nessun'altra idea sottentra a quella della chiesa e dello stato;

l'unità nazionale è un sogno che fa sorridere anche i più ingenui, la

Riforma una stramberia che sfugge alla penetrazione anche dei più furbi.

Niuno sospetta che l'uomo morale possa essere il fondamento dello stato

civile e che le idee siano le cause dei fatti. In uno stato impotente ad

assumere colle due condizioni pregiudiziali dell'indipendenza e della

libertà una qualunque vera forma, il problema politico si sminuzza

fatalmente in tanti problemi individuali; l'interesse singolo è

l'universale traguardo per tutti i fatti; l'abilità, non illuminata nè

purificata da alcun ideale, scivola nel pantano di tutti i brogli, non

trionfa che coll'oblio di tutte le leggi.

Quindi gli scrittori politici si differenziano fra loro secondo il

principato dal quale guardano o nel quale agiscono, si racchiudono

nell'orbita dei partiti dove armeggiano, non vedono che combinazioni

arbitrarie e slegate, interpretano ogni sconfitta o vittoria cogli

errori di una matematica che non sorpassa l'aritmetica. Se la loro

penetrazione è ammirabile e il loro istinto sicuro, nessun sistema più

povero del loro sistema, nessun avviso più falso dei loro consigli,

nessun risultato più impossibile delle conseguenze da loro previste. Un

dilettantismo classico e un patriottismo angusto imbrogliano tutti i

loro teoremi allorchè, alzando la politica nella storia come il Vida e

il Paruta, assalgono l'epoca moderna col paragone delle epoche antiche;

una superficialità evangelica mantenuta dalla tradizione e

dall'ipocrisia offusca la limpidezza delle loro osservazioni quando

iniziano o concludono un giudizio per assolvere o condannare qualche

storico personaggio. Bellarmino annulla l'antica idea dell'impero e del

papato colla nuova interpretazione dei gesuiti. Paolo Sarpi scrive la

storia del concilio di Trento ed esaurisce il proprio ingegno

nell'evitare ogni vero giudizio fra la Riforma e il cattolicismo: come

teologo difende Venezia contro il papa, ma incredulo quanto Marsilio da

Padova non osa nemmeno ripetere le sue precise affermazioni. Gli

scrittori di Genova sono i più democratici, quelli di Venezia i più

aristocratici, gli altri dello Stato pontificio i più servili; e

nullameno fra questi stride la satira del Boccalini mordendo tutte le

autorità, lasciando nei morsi le stigmate di un ridicolo immortale. Il

Piemonte, solo di tutti gli stati che conservi attività nella storia,

suggerisce a Botero il libro sulla _Ragione di Stato_ colla politica

tragica e duplice dei propri duchi; cento altri scrittori stritolano la

loro scienza in consigli, polverizzano i consigli in ricette già

raccolte da Baldassare Castiglione nel _Cortegiano_, libro fine e

nauseabondo, nel quale l'Italia del secolo XVI trova tutta se medesima

colla squisitezza artistica dei propri modi e la nullaggine perversa ed

ignobile del proprio carattere. Prima di lui Nifo di Sessa plagiario di

Machiavelli, dopo di lui il cardinale Commendone e Grimaldi da Genova ne

esagerano ancora la bassezza perdendone l'eleganza: la servilità è il

tema inesauribile di tutte le speculazioni politiche, il campo nel quale

giostrano gli spiriti più destri o meglio addestrati. Il decadimento

della letteratura è anche più doloroso nei libri politici: dal

_Principe_ di Machiavelli al _Principe regnante_ al _Principe

deliberante_ al _Principe ecclesiastico_: dai cavalieri del Tasso ai

nuovi cortigiani, la distanza è già di un'epoca. Nei primi vi era ancora

il vigore dell'individualità medioevale illuminata dal raggio di un'alba

misteriosamente lontana, nei secondi non vi è più che la morbidezza di

una decadenza, la quale deve arrivare alla putrefazione per produrre un

altro rinascimento. La livellazione del dispotismo necessaria a

schiacciare tutti i caratteri per togliere loro le differenze eccessive

di razza e di storia ha prodotto già i propri frutti.

L'aristocrazia deve annullarsi nella corte disonorando se stessa o il

sovrano perchè il popolo cresca solitario apprendendo nei commerci,

negli avvenimenti quotidiani, le idee maturate e divulgate dall'Europa.

Gli scrittori sono così persuasi di questa verità che i loro trattati

non si rivolgono punto al popolo, e nelle loro prefazioni si fanno un

vanto di allontanare plebei curiosi e lettori volgari.

Giordano Bruno e Tommaso

Campanella.

Ma le scienze matematiche e naturali, indipendenti dalla politica, pure

essendone la più vera preparazione, crescono tutti i giorni, sfavillano

e riscaldano. Galileo troppo vecchio per l'energia dello scandalo si è

disdetto senza contradirsi: le sue scoperte astronomiche, che

detronizzando il sole decapitano le divinità della Bibbia, e il suo

metodo sperimentale, che emancipa la ragione da tutte le autorità della

storia, sono conquistati per sempre. Nelle scienze si stringe la prima

grande federazione dei magni spiriti: naturalmente i primi liberi

debbono essere i più forti. Il dispotismo stesso contrastando alla

filosofia protegge la scienza per cavarne immediati vantaggi. Essa sola

è dispensata dalla menzogna. Mentre i letterati adulano, e storici come

Davila e Bentivoglio si compiacciono tuttavia con satanica perversità

dei roghi accesi per gli eretici in Francia e in Olanda, mentre i

politici della ragione di stato assolvono ancora tutte le infamie

scambiando l'egoismo dell'interesse dinastico colla fatalità

dell'interesse nazionale, e una specie di dubbio cartesiano sembra

compiacersi a dissolvere tutte le verità della vita e della storia nelle

combinazioni di un malandrinaggio troppo effimero per essere veramente

utile e in una incredulità che finisce necessariamente a punire se

stessa colla propria inanità, presto sul doppio confine della scienza e

della filosofia due bianche e gigantesche figure lanciano all'Italia il

verbo di una nuova fede. Giordano Bruno e Tommaso Campanella, eroi della

rinnovazione, riaffermano l'antico genio italiano sempre incredulo nella

religione, razionalista nella filosofia, giuridico nelle riforme,

universale nelle aspirazioni.

Giordano Bruno giovanissimo esula dal convento, nel quale alcuni primi

dubbi religiosi gli hanno già attirato due processi. Un istinto

irresistibile lo trascina di paese in paese alla ricerca della verità.

La sua sola ricchezza è l'abito di domenicano, il suo programma rimane

un mistero per lui stesso, la sua passione è la filosofia, il suo campo

di battaglia in tutte le università. La tempesta della Riforma

infuriante per tutta l'Europa non basta ad impaurire il suo ingegno.

Costretto a guadagnarsi il pane, insegna grammatica ai fanciulli,

corregge bozze nelle stamperie, sogna libri su libri, ne pubblica,

discute, arringa da per tutto e contro tutti. Raimondo Lullo, l'antico

eroe della logica e dell'apostolato fra i Saraceni, lo affascina colla

sua _Ars Magna_ imprigionandolo nel sogno di dominare mediante congegni

dialettici e mnemonici tutta la scienza; quindi la religione cristiana,

nella quale i suoi primi dubbi avevano già disciolto i dogmi della

trinità e dell'incarnazione, si perde nell'immensità della nuova logica,

mentre le intuizioni dell'antico abate Gioacchino, _di spirito profetico

dotato_ secondo le parole di Dante, rifermentando nel suo ingegno al

vento caldo della Riforma, lo portano sempre più alto coll'annunzio di

un'altra rivelazione. La grande affermazione di Giovanni da Parma,

profeta di una nuova legge superiore al vangelo e che starebbe a quella

di Cristo come questa all'altra di Mosè, cancellando dal cristianesimo

quanto Cristo aveva dovuto accogliervi e rispettarvi di pregiudizi e di

errori, balena alla sua mente e le fa sembrare troppo oscura la riforma

di Lutero. Il cardinale di Cusa, massimo metafisico del secolo e

precursore di Hegel, col suggerirgli l'accoppiamento della matematica

colla metafisica, gli sviluppa i germi di quel razionalismo e di

quell'idealismo panteistico, dal quale uscirà la filosofia moderna. Ma

Copernico sopra tutti lo soggioga e lo rapisce. La sua immensa

rivoluzione ancora inavvertita a quasi tutti, e che Galileo si prepara

ad assicurare, solleva l'animo novatore di Bruno già ribellatosi contro

Aristotele, e gli comunica coll'orgoglio di tutte le vere originalità

una indomabile passione di apostolato.

Quindi il secolo non basta più a contenerlo; il suo spirito non ha più

nè patria, nè religione, nè tradizione. Cittadino cosmopolita erra per

l'Europa come un cavaliere della disputa scavalcando tutti i dottori: le

università rumoreggiano alla sua voce, le corti si aprono davanti al suo

nome, Roma lo perseguita, la Riforma lo sospetta. A Ginevra il

terrorismo di Calvino e di Beza lo costringe ad allontanarsi malgrado le

nobili simpatie dei fuorusciti italiani, neofiti ammirabili quanto i

primi cristiani; a Tolosa le sue lezioni rivoluzionarie preparano i

sospetti che pochi lustri dopo accenderanno il rogo di Vanini; a Parigi

ripete i trionfi di Dante, seduce Enrico III, e nel libro _De umbra

idearum_ schizza le prime linee del suo grande e confuso sistema. I

dialoghi della _Cena delle Ceneri_, il libro della _Causa Principio et

Uno_, e dell'_Infinito, Universo e Mondi_, schiarendo la sua teorica

della pluralità dei mondi, che annulla tutte le leggende della

creazione, precisano la sua idea dell'infinito, nel quale l'identità dei

contrari e l'eterna migrazione degli esseri per tutti i gradi e le forme

mutano radicalmente il concetto della religione e della filosofia di

allora.

La sua religione non è quindi più che una filosofia davanti alla quale

giudaismo e cristianesimo, paganesimo e maomettanismo, sono

identicamente falsi; la sua riforma sorpassa tutte le conseguenze

immediate di quella di Lutero e arriva d'un balzo ai limiti oscuri del

socialismo. Ma Bruno esula ancora da Londra, ritorna a Parigi e ne

riparte per la Germania. Preceduto dalla fama di scuola in scuola,

ovunque giunge trae seco la disputa libera, estranea alle contese del

giorno, anelante alla luce e all'aria dell'avvenire. Quando le memorie

della patria lontana lo rimordono, non sogna l'Italia ma Nola; il suo

pensiero non ha nazionalità, il suo cuore non sente la passione di

nessun luogo. Nella fatica della continua pellegrinazione spesso gli

sorride la pace dell'antico convento di San Domenico Maggiore a Napoli,

e vorrebbe rivestire l'abito bianco; ma questa malinconia di pellegrino

non raffredda la sua foga di combattente. Da Marburgo a Vittemberga, da

Praga a Francoforte, orazioni e libri sostengono ancora il suo viaggio;

nullameno la luce del suo ingegno non è più nel meriggio, la sua

metafisica invece di salire ancora s'inceppa nelle rudimentarie qualità

artistiche, che gli avevano fatto scrivere la volgare commedia del

_Candelaio_. Il suo ultimo libro _De Monade_ è un poema lucreziano, nel

quale la barbarie della forma aumenta l'oscurità del trattato.

Finalmente la tragedia di Bruno precipita alla catastrofe: Ticone Brahe

e Keplero stringendogli la mano a Praga gli hanno dato il supremo addio

della scienza; Andrea Morosini e Paolo Sarpi stanno per dargli a Venezia

l'ultimo saluto della vita.

Infatti, attirato quivi da Mocenigo, gentiluomo imbecille e malvagio, fu

da questo denunciato al tribunale dell'inquisizione. Le condanne dei

primi due processi patiti tornarono a galla, Venezia consegnò a Roma il

non suo suddito. Bruno, trascinato di carcere in carcere, dopo sette

anni di martirio, dovette salire al rogo. Ma se nella prima parte del

suo ultimo processo parve scusare le proprie opinioni col sofisma allora

accettato che si poteva sostenere in filosofia quanto dovevasi rifiutare

in religione, dopo si ricusò ad ogni abiura, e quando gli lessero la

sentenza di morte, guardando i giudici colla serenità di un immortale

rispose: «Maggior timore provate voi nel pronunciare la sentenza che non

io nel riceverla». Morì il 17 febbraio 1600 in Campo di Fiori, presso

l'antico teatro di Pompeo. La gente formicolante per le vie di Roma,

nella allegrezza del giubileo traeva alla piazza del rogo per vedere il

truce spettacolo, ignorando il nome del martire, che pallido e superbo

la guardava dall'alto della catasta come da un trono, aspettando che le

fiamme gli scoppiassero sotto i piedi e frenando nella bocca eloquente

quel primo grido di spasimo, che Huss e Servet si erano lasciati

sfuggire.

Più infelice di lui, Tommaso Campanella discende nel porto di Napoli nel

1592. Non ha che quattordici anni. Solo e nuovo per le vie dell'immensa

capitale, penetra a caso in un luogo pubblico dove si disputa di

filosofia, parla e l'entusiasmo di un'ovazione accoglie le sue parole.

Così giovinetto, annunciandosi alla maniera di Cristo e dovendo poi

sognare di essere un nuovo messia, entra presto nel grande ordine di San

Domenico. La passione della scienza lo attira. I primi libri di Telesio

capitatigli fra le mani gli scatenano una tempesta di dubbi così furiosa

che s'invola dal convento per conoscere l'ardito novatore, e non trova

che il suo cadavere esposto in una chiesa. Allora si precipita con

giovanile entusiasmo nello studio per sorprendere il segreto chiesto

invano all'estinto filosofo, ma la sua dottrina cresciuta

spaventosamente, procurandogli l'accusa di magia, lo costringe a fuggire

come Bruno. Di lui più sventurato è raggiunto dalla inquisizione,

derubato dei manoscritti, relegato a perpetuità nel convento di Stilo

suo paese nativo. Quivi l'ascendente del suo spirito trascina frati,

vescovi, banditi e moltitudini ad acclamarlo capo della rivoluzione

delle Calabrie: ma la rivoluzione soccombe e lo travolge fra duemila

vittime nelle prigioni. La sua vita è finita, la sua opera comincia.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 14 / 30 段