ordini religiosi, essi ne respingono le vesti e gli usi, l'indigenza e
le preghiere; consacrati all'istruzione e alla casuistica, la loro
guerra è al pensiero col pensiero; quindi si fondono nell'idea
universale di Roma, s'immedesimano col papa, che finiscono a dominare
come gli antichi pretoriani dominavano l'imperatore. La loro regola è
l'ubbidienza, il loro scopo la dominazione. Democratici sino
all'assurdo, non ammettono fra loro medesimi alcuna differenza; morti al
mondo, non lasciano che un numero sulla propria tomba. _Perinde ac
cadaver_, ecco il motto sublime della loro iniziazione: _aut simus sicut
sumus aut non simus_, ecco l'eroica affermazione che essi gettano alla
storia, eterna metamorfosi, come una sfida. Il loro fondatore, Ignazio
da Loiola, è la più austera, impenetrabile, superba figura del secolo.
Costretti a spiare il mondo, si spiano l'un l'altro; incrollabili nella
fede cattolica, l'adattano a tutti gli ambienti, la servono con tutti i
mezzi. Sottomettere il mondo dello spirito, imperare alla coscienza
universale superando tutte le differenze di civiltà, di clima, di razza;
essere alla testa di tutte le missioni, penetrare nei deserti della
preistoria e nei segreti delle corti, insegnare in tutte le scuole,
dirigere tutte le famiglie, disporre di tutto il clero; impossessarsi
della scienza per frenarla, della letteratura per abbagliare, della
filosofia per corrompere con essa tutti i sistemi: guadagnare tutte le
ricchezze possibili negandosi ogni lusso, vietandosi tutte le cariche,
irresistibili e segreti, onnipotenti e sconosciuti, vivere, operare,
morire nella poesia della fede e del comando, ecco il loro miracolo
unico nella storia di tutti i tempi. Impassibili nell'alterigia del
pensiero non discutono e non valutano mai i mezzi di un'impresa: la
moralità, necessaria alla vita privata, non offusca la loro politica
universale; casti, s'impongono alle donne; disinteressati,
s'impadroniscono degli uomini.
Nulla sfugge loro, perchè osano e vogliono tutto. Il loro ordine è la
gloria di Roma papale, l'ammirazione degli statisti, la sintesi dei vizi
e delle virtù di tutti i partiti. Una inconcepibile solidarietà vi
comunica la forza del corpo intero a tutti gli individui; le distanze
del tempo e dello spazio non hanno valore nelle loro opere, giacchè
tutti si sentono egualmente sicuri nell'immortalità del proprio istituto
e del proprio principio.
Mentre la loro azione si insinua nei meandri più sottili della società,
la loro vita vi rimane un mistero: il loro generale è un ignoto, del
quale nè le storie nè le cronache registrano il nome. Quindi una poesia
sinistra avvolge questi re delle tenebre e degli spiriti, che raffinati
come tanti poeti vogliono regnare piuttosto sugli imperatori che sui
popoli; un terrore di ammirazione, la disperazione di un odio, che sa di
non poterli mai colpire, seguono ovunque la loro effimera traccia. Ma
superiori a tutte le debolezze della paura e dell'orgoglio, essi
proseguono nell'opera immane della propria dominazione contrastando
tutti i progressi della libertà, esposti a tutti i colpi della politica,
sorpassati dalla scienza, illuminati loro malgrado dalla filosofia,
travolti dalle rivoluzioni, rigidi e viscidi, sempre collo stesso
eroismo della volontà, meno stanchi alla sera che all'alba, riparando
colla conquista di un popolo l'espulsione loro inflitta da un altro;
soldati così eroici da non riconoscere eroi nelle proprie file, e così
disciplinati da ignorare persino la necessità di capitani.
Mentre la cattolicità rabbrividiva sotto le minacce dell'espansione
luterana, i gesuiti convertivano quindi una metà della Germania
coll'astuzia: s'inoltravano nell'India colla fede, s'imponevano alla
China colla scienza, spaventavano il Giappone colle sedizioni, opponendo
per tutte le terre d'Europa la predicazione del benessere alla passione
rivoluzionaria, il teorema del regicidio a quello della libertà, la
potenza della mediocrità resa invincibile dalla disciplina
all'irresistibile spontaneità del genio, la docilità della plebe capace
di diventare ribelle nell'entusiasmo dell'obbedienza all'indomabile
indipendenza del popolo.
Attività del Piemonte nella
decadenza degli altri stati
italiani.
Ma la reazione contro la Riforma non tarda a scoppiare così nei paesi
protestanti come nei cattolici. Una vasta guerra, peggiorata da
rivoluzioni, insanguina tutta l'Europa rinnovandola. La Germania ha
preso il posto dell'Italia e dirige l'immenso moto, determinando gli
spostamenti della politica universale, colorando coi propri riflessi e
ricalcando sulle proprie forme tutti i nuovi fenomeni storici. La sua
influenza si propaga più rapidamente di quella del rinascimento
italiano, la vecchia religione del medio evo cade scrollata in un
giorno. Tutte le capitali funzionano colla stessa precisione e colla
stessa importanza: la posta fondata da Carlo V accelera colle notizie
dei fatti il loro sviluppo, creando la solidarietà universale
nell'emozione quasi simultanea di uno stesso sentimento o di una
identica prova; i popoli si copiano e manovrano come tanti eserciti
sotto gli ordini di un generale invisibile. La storia europea diventa
dappertutto rapidamente e palesemente la ragione di ogni storia
nazionale: nessun popolo è più isolato, i contraccolpi europei arrivano
con fulminea rapidità nei vecchi imperi dell'Asia e nelle giovani
colonie d'America. I governi, ingranati come tante ruote l'uno dentro
l'altro, perdono la facoltà di ubbidire al capriccio dei sovrani o
all'egoismo delle republiche.
Le esplosioni della Riforma avevano scrollato la Germania nel 1517,
Zurigo nel 1520, Stoccolma nel 1527, Copenaghen nel 1531, Ginevra nel
1532, Parigi coll'espulsione di Calvino nel 1534, Lucca nel 1545, le
Fiandre nel 1555 col rifiuto di adesione al concilio di Trento: le
reazioni contro di essa si succedono colla stessa regolarità, e nel 1573
i gesuiti si accaniscono a domare la Spagna, nel 1576 la lega sommuove
la Francia, nel 1577 i cattolici ingannano la Svezia, nel 1580 il
Portogallo cade sotto la dominazione del re cattolico, nel 1575 la
Polonia proclama Batory, chiamato il re dei gesuiti, nel 1579 i
protestanti bavaresi emigrano in massa per sfuggire i supplizi, nel 1584
Guglielmo d'Orange muore assassinato in Olanda, nel 1586 il _Sonderbund_
scinde la Svizzera, nel 1587 i cattolici di Maria Stuarda minacciano
Elisabetta d'Inghilterra, finalmente la Germania nel 1648 colla pace di
Vestfalia chiude la sua guerra dei trent'anni trionfando di tutte le
reazioni e riaffermando la Riforma.
In questo lungo periodo tutte le nazioni si sono rinnovate. La Germania
ha trionfato col principio politico della federazione, la Francia colla
centralizzazione di Luigi XI perfezionata da Caterina dei Medici e da
Richelieu, il Portogallo con una nuova dinastia, la Spagna rinunciando
al proprio sogno di universalità, la Danimarca coll'assolutismo, la
Svezia colla devozione entusiastica alla figlia di Gustavo Adolfo,
l'Austria ereditando l'impero, la Russia accogliendo nei Romanoff il
principio di tutte le sue future conquiste. La grande contraddizione
politica d'Europa si addensa e s'accentua fra la Francia e
l'Inghilterra; quella democratica appoggia i re contro i grandi, questa
liberale sostiene i lords contro i re; la Francia combatte nel
protestantesimo l'avversario della propria unità, l'Inghilterra spegne
nel papismo il nemico della propria indipendenza; i realisti francesi
trionfano dei frati demagogici, i _covenanters_ inglesi disperdono i
vescovi dispotici. La rivoluzione di Richelieu decapita l'aristocrazia,
quella di Cromwell il re.
La stessa reazione ha sorpreso e disciplinato il papato. Dalle
negligenze epicuree e dagli splendori cortigiani di Leone X, attraverso
le ultime crisi del nepotismo si giunge alla violenta centralizzazione
di Sisto V (1590). Paolo IV Caraffa, nemico degli spagnuoli per
tradizione domestica, proscrive i Colonna, inizia la riforma ortodossa
della chiesa fondando con Gaetano di Thiene l'ordine dei teatini,
aristocratico semenzaio di vescovi cresciuti nell'austerità; Pio IV per
consiglio di S. Carlo Borromeo sopprime il nepotismo: Pio V severamente
fanatico risuscita le pretensioni di Gregorio VII, fulmina gli eretici,
ordina il debito pubblico; Gregorio XIII s'accorge primo dell'immensa
forza e della suprema cattolicità dei gesuiti e si abbandona all'opera
loro, riforma il calendario, reclama tutti i feudi, che l'oblio e
l'usurpazione toglievano ancora ai pontefici, finchè Sisto V collo
stesso ingegno e colla medesima inesorabilità di Cosimo II dei Medici
spegne tutti i banditi, annienta gli ultimi feudatari riottosi, infonde
nel governo una disciplina impeccabile ed infrangibile, mutando lo stato
sempre tumultuante della chiesa nel regno più sicuro ed ordinato
d'Europa. I monumenti, che la rinnovata ricchezza del tesoro e il suo
genio alzano in Roma, hanno già il motivo moderno dell'utilità; la fama
del suo carattere astuto, fantastico sino al grottesco e nullameno fermo
fino all'eroismo, gli ha lasciato in Italia la stessa popolarità di
Enrico IV in Francia. Clemente VIII, di fazione e di idee sistine, dopo
i tre effimeri pontificati della fazione spagnuola, compie il voto di
tanti pontefici colla confisca di Ferrara, che scompare dal numero degli
stati lasciando scoperta Venezia agli attacchi di Paolo V, il pontefice
più alteramente convinto della nuova autorità ideale del papato.
Gregorio XIV ha appena il tempo d'immortalarsi col fondare la
congregazione di _Propaganda Fide_, istituto che basterebbe solo alla
gloria del cattolicismo dacchè ha potuto costringere il Protestantesimo
a rivelare l'angustia del proprio carattere nelle inani imitazioni delle
società bibliche; Innocenzo X, che assiste alla pace di Vestfalia, non
può riparare per l'opposizione di Mazzarino i guasti del nepotismo
ritardatario ed ignobile, col quale Urbano VIII Barberini aveva
confiscato alla chiesa il ducato di Urbino.
L'espansione della Riforma e la concentrazione del papato seguono dunque
la medesima legge; agendo e reagendo l'una sull'altro coll'infallibile
precisione della storia. Così tutti i mutamenti italici non sono
determinati e non diventano intelligibili che coll'interpretazione del
grande moto germanico propagato a tutta Europa.
Il Piemonte ricostituito dal trattato di Castel-Cambrésis, malgrado
l'occupazione delle città, che la Francia vi si riserbava per gelosa
diffidenza, ridiventa lo stato più importante e appunto per questo più
contrastato d'Italia. Emanuele Filiberto vi fonda una milizia nazionale
e l'università di Mondovì, vi arma fortezze mirando sempre ad ottenere
lo sgombro delle truppe francesi e in parte riuscendovi per le nuove
strettezze di Caterina dei Medici alle prese cogli Ugonotti. Carlo
Emanuele suo successore, soldato egualmente valoroso e politico forse di
maggior accortezza, si appoggia alla Spagna sposando Caterina figlia di
Filippo II, occupa il marchesato di Saluzzo, l'ottiene dal trattato di
Lione (1601) cedendo alla Francia alcuni luoghi di là dal Rodano;
quindi, trascinato dal trattato di Brosolo (1610) nel fantastico disegno
di Enrico IV, che vorrebbe partire l'Europa in quindici stati
confederati dando il reame di Napoli alla Santa Sede, il Milanese a
Venezia e il Monferrato al duca di Savoia col titolo di re di Lombardia,
risogna il regno d'Italia. Ma questo ultimo sogno invece di sorgere
dalla storia italiana, vi deriva da una combinazione francese
subordinata alla politica imposta dalla rivoluzione della Riforma alla
rivalità della Spagna e della Francia, e fallisce contro tutta la
tradizione federale della penisola. L'insidia tesa da Carlo Emanuele a
Genova con Vachero, bandito cresciuto alla scuola del Machiavelli,
conclude alla vergogna dell'uno e alla morte dell'altro; poco dopo il
pugnale di Ravaillac, colpendo Enrico IV, lascia il duca di Savoia
esposto a tutte le reazioni provocate dall'immaginoso trattato di
Brosolo. Carlo Emanuele resiste nullameno con destrezza pari al
coraggio, e, pacificata la Spagna, spinge la temerità sino ad invadere
il Monferrato rimasto deserto alla morte di Francesco Gonzaga duca di
Mantova. La guerra, che ne segue fra il Piemonte solo e la Spagna,
rivela tutta la crescente vitalità del giovane stato e l'ammirabile
destrezza del suo sovrano.
La morte improvvisa di questo a Savigliano, mentre la Spagna si
acconciava a spartire con lui il Monferrato e il duca di Nevers veniva
chiamato alla successione di Mantova, pur riaccendendo più vasta guerra
e richiamando i francesi nella Savoia, non porta seco la fortuna del
futuro regno. Vittorio Amedeo I può ancora gettarsi con uno dei soliti
voltafaccia dalla parte di Francia per ricuperare alla pace di Cherasco
(1631) quasi tutti i propri dominii, e più tardi nel trattato di Rivoli
(1635), rimasto poi inutile, molte speranze del trattato di Brosolo.
In tutto questo tempestoso periodo la condotta dei duchi di Savoia,
inspirandosi alla più classica duplicità italiana, cede
meravigliosamente a tutte le ondulazioni della politica europea,
mentendo e tradendo secondo la strategia di una politica, che reclama
l'antico regno longobardo per ottenere qualche terra sulla via di Milano
e di Piacenza. Quindi il Piemonte italiano, sviluppandosi a carico della
Savoia francese, muta con avventurato e faticoso processo i propri duchi
da portinai d'Italia nei capi più importanti della penisola. La fortuna
della loro casa, così povera di significato al tempo degli Scaligeri e
dei Visconti, non accenna ancora chiaramente al proprio glorioso futuro,
ma supera già quella dei Medici e dei Farnesi decadenti fra l'immobilità
di Venezia, la servitù di Milano e l'isolamento della chiesa. La
vitalità del nuovo stato è tanto forte che la guerra civile fra
Cristina, duchessa reggente nella minorità di Carlo Emanuele II, e gli
zii Maurizio e Tommaso, malgrado le invasioni di questi ultimi alla
testa di truppe spagnuole vittoriose dappertutto, e le insidie di
Richelieu inteso a confiscare il Piemonte, non basta a sopraffarle; e
alla morte di Richelieu e di Olivarez, supremi ministri di Francia e di
Spagna, Cristina riacquista nel 1645 tutto lo stato meno Pinerolo,
confittovi sempre nel cuore come un giavellotto francese.
Quindi il Piemonte rimane solo all'avanguardia della storia politica
italiana.
Milano, immobile sotto il dominio spagnuolo, progredisce invece
socialmente riversando nell'industria, nei commerci e nelle scienze
quell'attività che una volta l'aveva alzata al grado di seconda Roma; la
nuova grande famiglia dei Borromei non vi ha più che le virtù
compatibili in uno stato soggetto, con una santità tutta moderna
colorata di filantropia. Venezia inerte in Italia e sempre più respinta
dall'oriente, malgrado la splendida e purtroppo inutile vittoria di
Lepanto, perde a uno a uno tutti i propri stabilimenti senza nemmeno
sospettare che Cristoforo Colombo e Vasco di Gama, aprendo al commercio
nuove vie e nuovi mondi, l'abbiano inappellabilmente condannata a morire
in un'agonia di due secoli. Quindi la contesa con Roma pei limiti
imposti alle ricchezze del clero e per il processo di due preti
colpevoli di reati comuni avocato al tribunale supremo della republica
contro ogni immunità ecclesiastica, la sorprende nel 1601 secondo la
legge della reazione cattolica che colpisce tutti gli stati. Ma Venezia
fedele alle proprie tradizioni e forte ancora nella terribile libertà
aristocratica del proprio governo respinge le nuove pretensioni di
supremazia politico-religiosa, colle quali Roma vorrebbe imporsi a tutti
i governi cattolici. Invano Paolo V irritato dal _Ridotto Mauroceno_,
specie di libera accademia, nella quale i più dotti spiriti del tempo si
accoglievano sotto la protezione della Serenissima a discutere ogni
novità della scienza, e penetrato della necessità del proprio dispotismo
ideale contro l'invasione del protestantesimo, minaccia tutti i rigori
dell'interdetto. Paolo Sarpi, il grande servita, sorge a difendere la
republica, opponendo tradizione cattolica a tradizione cattolica,
scienza romana a scienza romana, fulminando il papa senza entrare nel
campo ribelle della Riforma. La battaglia disonorevole per Roma,
sospettata di aver ricorso più volte al ferro di sicari contro il suo
indomabile avversario, onorevole pel governo veneto per fermezza di
condotta, è gloriosa per il pensiero italiano, che al di fuori e al
disopra della Riforma trova l'emancipazione dal romanesimo segnando i
limiti del diritto e dell'azione fra la chiesa e lo stato moderno. Paolo
Sarpi è il Lutero d'Italia, quale doveva nascere e atteggiarsi nella
terra classica dell'incredulità. La sua _Storia del Concilio di Trento_
è forse il capolavoro più originale del suo secolo per la penetrazione
di una critica e la calma di una ragione capaci di giudicare
cattolicismo e protestantismo nell'istante medesimo che la loro
contraddizione, sconvolgendo tutte le coscienze, rinnovellava la storia
d'Europa. Roma dovette cedere e confessare con questa prima sconfitta
che la nuova formula della sua monarchia papale non bastava nemmeno a
contenere tutto il principio cattolico.
Ma questa vittoria non rianima Venezia. La congiura del duca di Ossuna,
vicerè di Napoli, risognante per Filippo III di Spagna il sogno di
Enrico IV in una conquista d'Italia, soffocando Venezia con una
sollevazione e riducendola come Milano a provincia spagnuola, fallì per
l'oculatezza dei Dieci e la feroce energia di una pronta repressione; ma
questo terribile tribunale, ultimo rappresentante dell'epoca dei
tiranni, era così antiquato esso medesimo da cadere all'indomani del
trionfo sopra una semplice mozione.
Ma Venezia senza il consiglio dei Dieci è un corpo senza capo, un
governo senza unità e senz'idea. Alla grande regina dei mari, così
superba della propria corona di castelli e così maestosa sotto il
proprio manto di marmi, non rimane più che la maschera di un eterno
carnevale per nascondere invano a se medesima la rapida decrepitezza del
proprio volto già sfolgorante di impassibile bellezza fra le più
tenebrose tempeste.
A Firenze l'ultimo avvenimento politico è il titolo di granduca concesso
arbitrariamente da Carlo V a Cosimo I e al successore di questo
confermato poi da Massimiliano II per la somma di 100,000 ducati. La
resistenza fiorentina alla reazione romana non ha però nulla
dell'altezza e dell'originalità veneziana, giacchè se Galileo vale più
Sarpi, Firenze questa volta scende troppo al disotto di Venezia
lasciando torturare il grande astronomo e rilegandolo, sgherra del
pontefice, in Arcetri, cieco di dolore. Lucca, obliata dalla storia,
attesta appena la propria vita soffocando nel 1594 la congiura degli
Antelminelli; Mantova, passata sotto il ramo francese dei Gonzaga, si
cangia in una Pompei animata solamente da un'orgia inesauribile; Modena,
ultimo riparo della famiglia d'Este, deve l'esistenza alla propria
mancanza di significato; Parma, ducato sorto dal nepotismo dei papi e
mantenuto dall'eterna rissa fra Spagna e Francia, insufficiente al genio
militare della propria dinastia, offre a Filippo II in Alessandro
Farnese il più grande generale del secolo, il solo capace di lottare
contro l'eroismo di Guglielmo d'Orange.
La rivoluzione di Masaniello a Napoli nel 1647, quando i protestanti
trionfano colla pace di Vestfalia, e l'Olanda ha imposto alla Spagna il
riconoscimento della propria republica, e l'Inghilterra ha imprigionato
l'ignobile Carlo I, e il Portogallo si è sottratto alla Spagna, e i
francesi preparano contro Mazzarino la rivolta della Fronda, sembra
accordare all'Italia la data di una vera rivoluzione. Ma il tumulto,
provocato dall'esazione della nuova gabella sulla frutta, non arriva a
disciplinarsi sotto alcuna idea. Masaniello, reso pazzo dalla nuova
parte di vicerè, che la demenza della plebe e l'astuzia dei grandi
gl'impongono, è in pochi giorni acclamato, trucidato, trascinato
cadavere per le vie, venerato come un santo; quindi la sommossa si
acquieta all'apparizione del naviglio spagnuolo, malgrado l'intervento
del duca di Guisa accorso da Roma col sogno di una seconda conquista
alla maniera d'Angiò. Nessuna provincia d'Italia credette allora alla
rivoluzione di Napoli troppo vantata in seguito dagli storici per
patriottismo rettorico: Milano non s'accorse del moto, una guerra
d'indipendenza contro la Spagna non passò per la mente di alcuno. Il
popolo napoletano invocò il duca di Guisa all'ultima ora, sognando con
mobilità meridionale di mutare piuttosto padrone che d'emanciparsi: la
dominazione spagnuola non ne fu scossa, perchè l'Italia insorgendo
avrebbe dovuto abbandonarsi al papa, o sottomettersi al Piemonte, o
darsi alla Francia, alterando le condizioni normali della propria
servitù senza giungere alla libertà.
L'antagonismo fra gli stati soggetti o indipendenti della penisola
impediva loro ogni accordo necessario di guerra: una sollevazione di
tutte le città e delle campagne, come in Olanda, non poteva esservi
prodotta che da una contraddizione ideale come quella della Riforma col
cattolicismo. Infatti nemmeno la Sicilia, per la sua qualità di isola
più idonea a mostrarsi compatta e a mantenersi costante nella rivolta di
Alessio Battiloro, vi mise un concetto politico. L'irritazione contro le
gabelle vi produsse col medesimo trambusto la stessa strage senza
disconoscere il governo spagnuolo; il partito ghibellino
dell'aristocrazia, ostile al partito guelfo del popolo come a Napoli,
giovandosi dell'insulsa vanità dei due capi, potè scatenare contro di
essi la furia imbecille della plebe. Masaniello ed Alessio, un pescatore
e un battiloro, senza carattere e senza ingegno, ancora più ignari che
inconsci del proprio operato, danno la misura del valore politico
d'Italia in un'epoca così splendida in Europa per grandezza di
rivoluzioni e di rivoluzionari. Mentre il pensiero italiano si
affermava, nella trionfante resistenza di Paolo Sarpi, nell'eroica
prigionia di Tommaso Campanella, nel sublime martirio di Giordano Bruno,
le rivoluzioni italiane non provocavano che tumulti di piazza disonorati
da inutili saccheggi, insanguinati senza battaglie, guidati da capitani,
cui una mantellina di seta, o una pensione di 1000 scudi facevano girare
la testa. L'aristocrazia contenta di una servilità consolata da
privilegi d'ogni sorta non era più che una corporazione contrassegnata
da stemmi: il popolo composto da una massa di commercianti, di
agricoltori e di industriali, avara, timida, inorganica, non aveva
coscienza di sè: la plebe fuori della legge e conculcata dalla legge non
conservava che l'istinto della rivolta.