Laonde Machiavelli, che si erige a maestro di tutti i furbi, rimane il

più ingenuo di tutti i politici nell'azione del proprio tempo, non

comprende, non prevede, non giunge a nulla. La sua vita è una

successione di disinganni e di miserie. Assetato di comando, non riesce

nemmeno a rendere accetta la propria obbedienza, aderisce da volgare

impiegato alla republica di Soderini senza indovinare l'imminente

ristorazione dei Medici; si dà aria di capitano, e la sua Ordinanza è

sconfitta a Prato nel modo più ridicolo; interrogato dal cardinale

Clemente, rettore di Firenze per Leone X sul migliore assetto di governo

in Firenze, gli consiglia la republica e dedica contemporaneamente il

_Principe_ a Giuliano dei Medici per insegnargli le arti del dispotismo

col modello del Valentino; trascinato dalla rettorica del proprio

temperamento artistico si trova involontariamente mescolato nella

congiura del Boscoli, e n'esce colla più ignobile servilità; spaventato

da questo disastro non osa partecipare alla congiura del Soderini, e si

acconcia come scrittore di storie sotto i Medici, invocando sempre

inutilmente da essi un impiego e mentendo sovra di essi nelle storie

come il più ordinario cortigiano. Il suo odio non è che per il clero e

il suo disprezzo per la religione, della quale non sente e non comprende

lo spirito. Come contemporaneo di Savonarola coglie in lui la demenza

non l'idea della Riforma; come legato in Germania non vi sospetta

nemmeno la rivoluzione che muterà il mondo. Il suo patriottismo non ha

che la sincerità di un calore poetico, il quale si agghiaccia a ogni

difficoltà. Quindi, non prevedendo la rivolta contro il cardinale

Passerini e l'ultima cacciata dei Medici, viene isolato, maledetto da

tutti, e muore incompreso anche a se medesimo.

Le sue lettere politiche sono la più terribile critica della sua

incapacità al governo: nessuna previdenza o intelligenza dei fatti in

esse; nella discesa di Carlo VIII non vede il preludio della decadenza

italica; l'invasione di Luigi XII, che chiude l'Italia nella parentesi

di una doppia conquista, gli sembra naturale, lodevole, degna della

propria collaborazione, se non vi fosse quell'errore di non voler

colonizzare la Lombardia asportandone gli abitanti e trasportandovi

francesi secondo l'uso degli antichi. Si entusiasma del Valentino e, non

accorgendosi dell'antitesi della sua opera, la crede stabile, mentre

sparisce nell'intervallo di un conclave; non indovina la lega di

Cambray, la sconfitta di Venezia, la ristaurazione di Giulio II, la

cacciata ultima dei francesi. Al momento in cui Lutero tuona sul mondo e

Carlo V vi domina coll'immensa espansione spagnuola, teme che gli

svizzeri possano invadere l'Italia riducendola a servitù; al momento di

morire crede consunto il papato, e il papato è già divenuto l'ultima

forza italiana, e la scoperta di questa idea sarà la gloria del Giovio.

La sua migliore fantasia, il suo concetto più vuoto e meno conscio, è

l'unità d'Italia, per la quale non ha nè disegno nè metodo. Nelle

proprie storie non ha còlto il carattere nei tentativi impossibili dei

goti, dei longobardi, dei Berengari, dei Romano, dei Visconti, degli

Scaligeri, di Ladislao, dei veneziani, di Luigi XII; non ha compreso

l'incapacità e l'impossibilità del regno in Italia, ha fallato

sull'azione del papato, gli è sfuggita quella delle republiche e dei

principati; e non pertanto l'ardore della sua fantasia, la luce del suo

ingegno, trionfano di tutti questi errori coll'assurdo, strappandogli

dalla penna la più bella, sincera e candida invocazione all'unità

d'Italia, simile ad una profezia del Petrarca, e che si chiude con

quattro versi del Petrarca.

Come l'Ariosto, Machiavelli non ha capito il proprio tempo, e lo ha

interpretato coll'immaginazione; la poesia dell'uno e la politica

dell'altro sono identiche: nessuna virtù, nessun ideale, nessuna idea.

Gli eroi di Machiavelli uccidono colla medesima insensibilità di quelli

dell'Ariosto; storia e poema sono una stessa successione di scene, nelle

quali l'interesse è tutto nell'azione sempre interrotta e sempre

ricominciata; nè il popolo, nè la coscienza esistono per loro. Chi vince

ha ragione, e vince sempre il più forte; ma vittoria e sconfitta non

mutano nulla al dramma che non va al di là della scena, e non lasciano

conseguenze perchè non contengono concetti. I due ingegni dell'Ariosto e

del Machiavelli si assomigliano; entrambi poetici, sereni, insensibili,

fatti di arte e nell'arte, plastici e colorati, danno rilievo a tutto

che disegnano: non credono a nulla, non si appassionano di nulla.

Ariosto e Machiavelli contemporanei s'ignorano: trasportandoli in

Germania, dove si elabora la nuova coscienza, si crederebbero in un

manicomio; nella superbia della propria destrezza e della propria

empietà non comprenderebbero nè la più piccola delle angoscie, nè la

meno pura delle esigenze della nuova tragedia religiosa e politica. La

loro mancanza di fede e la loro inconsapevolezza sono una conseguenza

delle condizioni italiane: nè Ariosto, nè Machiavelli intendono Dante,

l'ultima fede del quale è morta col misticismo di Colombo. Ariosto e

Machiavelli sono già cortigiani senza più alcuna delle antiche fierezze

dei partigiani o dei cittadini comunali: ambedue si sentono mancare

sotto l'Italia; e, non potendo afferrarne la ragione, il primo, che è un

poeta della vita, ripara nel sogno, il secondo, che è un poeta della

politica, sogna la tirannia su tutti gli avvenimenti con un codice di

massime come gli alchimisti si preparano a sognare il dispotismo sulla

natura colla pietra filosofale.

La retrogradazione d'Italia.

Ma se l'Italia passa nel 1530 alla coda della storia politica d'Europa,

dalla caduta dell'impero romano all'avvento della riforma, ne è stata

non solo l'avanguardia ma il centro ideale. Senza l'Italia, nella quale

sorgono e si urtano i due termini dell'impero e del papato, gigantesche

pile su cui l'umanità getta il ponte dalla propria storia antica alla

storia moderna, la vita europea non avrebbe avuto nè tradizione, nè

progresso. Dall'Italia si diffonde la conversione cristiana e quella

parte di cultura romana che può sopravvivere; in Italia spuntano le

originalità della nuova creazione; sull'Italia basa l'impero che

rattiene ancora nel mondo l'unità necessaria alla diffusione del

cristianesimo e al federalismo generatore degli stati moderni. Tutte le

altre nazioni, dalla Russia all'Inghilterra, dalla Scandinavia

all'Ungheria, dalla Spagna, che respinge l'oriente, alla Francia, che

resiste a tutti, hanno d'uopo della idea italiana, e domandano

all'Italia il segreto della propria vita, aspettano dall'Italia il

segnale delle proprie rivoluzioni. Tutte le legislazioni europee

s'informano del doppio elemento cristiano e romano: al di sopra di tutte

le anime sta il papa, alla testa di tutti i duci l'imperatore. Senza le

due formole italiane della chiesa e dell'impero l'Europa non sarebbe

uscita dal caos; senza Roma il mondo antico dispare e il mondo moderno

non appare; senza la contraddizione ideale del papa e dell'imperatore la

feudalità è invincibile per il popolo, e senza la loro duplice unità le

coscienze ricadono dalla storia nella natura.

Per tutto il medio evo l'Italia è il centro, la passione, la ragione

d'Europa, elabora le leggi del mondo, salva l'antichità, prepara

l'avvenire, arma il clero, consacra e sconsacra imperatori, spinge e

rattiene i popoli, diffonde la religione, maneggia la politica, prodiga

capolavori d'ogni genere, resiste a tutti i modi della sventura:

illumina e riscalda, pensa e sente, mantiene per un processo infallibile

e misterioso al proprio pensiero e al proprio sentimento il carattere

dell'universalità.

Ma nel 1530 l'Europa moderna è creata; e il grande ufficio storico

dell'Italia si limita a mutare il papato e l'impero in ostacolo, per

dare alla Riforma l'obbiettivo e l'energia di se stessa. La storia

italiana, che procedeva con febbrile rapidità di rivoluzione in

rivoluzione, si arresta quindi coi propri principati sotto la conquista

spagnuola, mutandosi in una cronaca di Torino, di Roma o di Napoli.

Venezia dura, non vive; Firenze vive, non crea; Roma governa, non regna;

Napoli regna e governa inutilmente; Torino regna e governa oscuramente.

La tragedia, nazionale in Germania, in Inghilterra e in Francia,

discende a dramma individuale in Italia, giacchè il suo spirito troppo

superficiale nel secolo di Leone X si è rituffato nelle proprie

insondabili profondità sino al gran giorno, nel quale Napoleone I alla

testa della rivoluzione francese ritenterà la ricostituzione del regno.

LIBRO SECONDO

GLI STATI

CAPITOLO PRIMO.

L'epoca della Riforma in Italia

Condizioni spirituali.

Il nuovo progresso dell'Europa deriva da una più alta interpretazione

del cristianesimo, che, ricostituendo la sovranità ideale degli

individui e degli stati, rovescia le storiche autorità della chiesa e

dell'impero.

La corruzione della chiesa e l'organismo del papato sono le cause

occasionali della Riforma, ma il suo più profondo principio è

nell'emancipazione della fede cristiana per rimettere l'uomo in faccia a

Dio e a se medesimo. Le tre massime romane della povertà, della castità

e dell'obbedienza, che si risolvevano nella sterilità del lavoro, della

generazione e della originalità individuale, vengono respinte; il clero,

non più solo padrone e distributore della verità religiosa, è pareggiato

al laicato e ricondotto nella vita comune col matrimonio; la liberazione

della coscienza religiosa provoca la indipendenza dello stato dalla

chiesa. L'individuo, libero d'interpretare nella sincerità della propria

coscienza la rivelazione divina nei libri santi, vorrà per contraccolpo

interpretare tutte le leggi politiche e sociali sottomettendole ad una

critica, nella quale i privilegi si dissolveranno in una giustizia

superiore. Le esteriorità artistiche ed idolatre del culto romano

sembreranno una profanazione della persona divina, le decorazioni

feudali regie o imperiali di tutte le autorità politiche non salveranno

più l'insufficienza di nessun capo o l'arbitrio di nessun ordine. La

verità diventerà la sola forza della legge, e l'inviolabilità

dell'individuo il principio supremo della nuova società.

Qualunque sia dunque il dibattito fra Roma e la Riforma, a qualunque

particolare discenda, a qualunque punto si arresti, e la essenza della

sua polemica rimanga o no sconosciuta agli stessi campioni, la nuova

rivoluzione non è che un processo di libertà e di liberazione

spirituale. La coscienza religiosa, base della coscienza civile, vuol

essere superbamente, assolutamente libera: se si attiene ancora ai testi

santi, questa è la sua fede, non la sua sudditanza; se non traduce

istantaneamente questo principio di libertà nella politica rovesciando

il vecchio e grave edificio feudale, solo la storia lo vieta poichè

immatura al grande atto. Ma nella plebe, sempre più logica d'istinti e

più sicura d'intuizioni, molti tentativi democratici saranno fatti e

soffocati nel sangue. La democrazia religiosa della Riforma, uguagliando

tutte le coscienze nella libera interpretazione della Bibbia e

sottoponendole solo alla scorta eterna della rivelazione, sarà la causa

e la base di tutte le democrazie future: la sconfitta dell'ebraico, del

greco, del latino, nella traduzione della Bibbia e nelle preghiere

recitate in lingua nazionale rappresenta la sovranità legittima di

un'epoca che deve esprimere tutta se stessa col proprio linguaggio; la

tirannia di Roma, depositaria dell'unico processo di salvazione e

carceriera delle anime anche dopo la morte colla formula insidiosa e

mercantile del purgatorio, cadendo lascia scoperta in tutta la sua

crudele inanità quella dell'impero.

L'unità medioevale è dunque dissipata; il papato e l'impero di ogni

individuo si sostituiscono al papato di Roma e al sacro romano impero.

Lutero riprende raddoppiandola la parte e la missione di Arminio, ma la

sua rivoluzione è tutta chiusa nella legalità della religione e della

politica del tempo. Nemmeno egli stesso misura l'estensione del proprio

principio e l'espansione del proprio fatto. La sua intelligenza

martellata dalle polemiche si restringe e si appunta come un cuneo, il

suo cuore inaridisce; a forza di mirare gli ostacoli, che gli si parano

davanti, non vede più l'infinita varietà dello spettacolo che gli si

svolge d'intorno. Quindi la Riforma di Lutero si allarga con quella di

Zuinglio; quegli vuol mantenere tutte le dottrine non in aperta

contraddizione colla Bibbia, questi riseca dal codice religioso quanto

non si può comprovare con essa: il primo vuole conservata

nell'eucaristia la presenza di Cristo, il secondo la riduce ad un

simbolismo appena commemorativo. Il progresso è evidente. Lutero può

trionfare nella discussione col proprio avversario, e questi morire

eroicamente alla battaglia di Kappel fra i cantoni riformati e i cantoni

cattolici, poichè Guglielmo Forel a Ginevra si è già associato con

Giovanni Calvino, il più terribile logico della Riforma, che la maneggia

come una scure entro il vecchio edificio feudale.

La Riforma, poco prima ruscello, non è più un torrente ma un lago, un

mare che sollevato da forze misteriose inonda e sommerge quasi tutta

l'Europa. Contraddizioni, battaglie, soste, tradimenti, tutti i fatti

l'assecondano. Nel colloquio di Augusta col cardinale Gaetano, alla

disputa di Lipsia coll'Eck, alla Dieta di Worms, nel castello di

Wartburg, colle Diete di Norimberga, di Ratisbona, di Spira, Lutero

cresce, si dilata, giganteggia. La confessione Augustana è la sua tavola

della legge in ventuno articoli, la lega Smalcaldica fra i nuovi

protestanti gli dà un popolo e un esercito; le invasioni di Solimano in

Ungheria, i ritardi del pontefice alla convocazione del concilio, le

oscillazioni politiche di Carlo V costretto a bilanciare perpetuamente

tutte le forze antagoniste dell'impero, aumentano la sua propaganda: le

sconfitte della prima guerra Smalcaldica la consacrano col sangue,

l'_interim_ di Augusta la riconosce politicamente, il secondo tradimento

di Maurizio di Sassonia contro Carlo V la rinforza, finchè il trattato

di Passavia e la pace di Augusta nel 1555 le riconoscono la legittimità

di fatto storico.

Ma se la Riforma trionfa in Germania colla dialettica di Lutero, in

Svizzera col magnanimo buon senso di Zuinglio, a Ginevra colla logica

democratica di Calvino, in Olanda col genio politico di Guglielmo

d'Orange, in Inghilterra colla lussuria feroce di Arrigo VIII, nella

Scozia colla superba austerità di Knox, nella Svezia col patriottismo

dei Vasa, in Danimarca colla lealtà dei principi di Holstein; la chiesa

assalita risponde alla Riforma colla riforma, accetta la guerra con

tutte le armi e su tutti i terreni. Con una intuizione rapida e una

duttilità meravigliosa il cattolicismo s'impossessa di tutte le

insufficienze e gli errori del protestantesimo: Lutero aveva sconfessato

la rivolta dei contadini morti eroicamente alla battaglia di Königshofen

contro gli eserciti della nobiltà tedesca, e la chiesa dilata il

principio della propria fraternità evangelica improvvisando una

democrazia che nelle sue formule teologiche può andare fino al

regicidio; quindi rafferma il principio dell'autorità compromesso nella

ricerca della verità, deride la nuova interpretazione della Bibbia

abbandonata come in Inghilterra alla tirannia di un principe, o come in

Germania alla demenza della meditazione solitaria; contrappone alla

sterilità della nuova religione le glorie artistiche della propria: alla

legalità luterana, che soffoca la stessa rivoluzione, contrasta con una

illegalità, che ha salvato cento volte il mondo ed esce vittoriosa da

tutte le contraddizioni.

La Riforma, racchiudendo ogni uomo entro il proprio problema religioso,

allenta naturalmente i legami della carità e raffredda l'ardore

dell'apostolato; ma la chiesa, più antica e più universale, si affretta

a purificare le proprie gerarchie, scema le turpitudini dei propri

commerci religiosi, riordina gl'istituti monastici, dirige la politica

di tutte le potenze rimaste cattoliche con una sicurezza di programmi e

di mezzi contraddittorii, che forzano il mondo all'ammirazione.

L'inquisizione rende la Spagna inaccessibile alla Riforma, Caterina de'

Medici salva la Francia nella notte di san Bartolomeo dalla democrazia

ugonotta collegata coi tedeschi, coi belgi, cogli olandesi,

cogl'inglesi, con tutti i nemici della patria; in Italia la naturale

empietà del carattere e lo scetticismo classico sfuggono di per sè alla

crisi. La varietà dell'ingegno italiano, che nella scienza poteva andare

dal sublime buon senso di Galileo alle abbaglianti e bizzarre intuizioni

di Cardano, si colora nullameno alla Riforma, e vi si scorgono tosto

Marco Antonio Flaminio poeta latino: Jacopo Nardi storico; Renata d'Este

moglie del duca Ercole II; Lelio Socini, ingegno superiore a Lutero e a

Calvino, che la porta ben più alto fondando la setta degli unitari;

Bernardo Ochino e Pietro Martire Vermiglio teologo che passeranno,

questi alla università di Oxford, quegli nel capitolo di Canterbury;

Francesco Burlamacchi che ritenterà l'impossibile impresa di Stefano

Porcari e vi perirà martire eroe; Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario

che vi perderanno entrambi nobilmente la vita. Ma questo moto

incomunicabile al popolo è piuttosto una crisi del pensiero filosofico e

scientifico, naturalmente ritmata sulla grande rivoluzione germanica,

che un processo di purificazione e e di elevazione religiosa. Infatti

Giordano Bruno e Tommaso Campanella riassumendola, per quanto vissuti e

morti entro l'orbita di un ordine monastico, sono due filosofi

trascinati dalla speculazione oltre i confini non solo della Riforma ma

del cristianesimo stesso. Quindi il popolo rimane così insensibile alla

loro tragedia che sembra quasi ignorarla; e nemmeno bastano le ultime

sataniche ecatombi dei poveri valdesi a scuotere la sua egoistica

indifferenza.

Contraccolpi politici.

Dopo il congresso di Bologna, che nelle intenzioni di Clemente VII e di

Carlo V doveva pacificare l'Italia, le guerre vi ricominciano. Papi ed

imperatori, avversari per interessi e per indole, si combattono ancora;

tutti i pretesti servono ad una guerra senza risultati perchè senza

ragione. Le insofferenze dell'ultimo Sforza, da vicario imperiale

insuperbito a voler diventare duca sovrano, e la successione del

Monferrato occupata dall'imperatore, quantunque contesa tra Gonzaga,

Francesco di Saluzzo e Carlo III di Savoia, sollecitano l'intervento

della Francia. Questa spinge l'indipendenza della propria nuova formula

politica sino ad allearsi con Solimano e ad associarsi colla

sterminatrice pirateria di Kaireddin Barbarossa. Ma dalla morte di

Alessandro Medici, assassinato da Lorenzino, sino alla battaglia di S.

Quintino, vinta da Emanuele Filiberto generale di Filippo II contro

Montmorency, maresciallo di Enrico II, il trambusto d'Italia non ha

altri avvenimenti politici che la costituzione del ducato di Parma e

Piacenza, ottenuta da Paolo III in favore del proprio figlio Pierluigi

Farnese, mostruoso tiranno; l'elezione a duca toscano di Cosimo I,

ammirabile figura di tiranno politico degno di assidersi fra Tiberio e

Filippo II e che abbatte Siena unificando tutta Toscana sotto un governo

spietato e sapiente; e la conquista di quasi tutta la Savoia fatta

dall'impetuoso Francesco I alla morte del duca di Milano e per contesa

di questo ducato, del quale Carlo V investe il proprio figlio Filippo.

Quindi la guerra tra Francia e Spagna trascinata di battaglia in

battaglia, di trattato in trattato, sembra non giungere mai a una vera

conclusione: si arresta alla pace di Crépy (1544), ricomincia con Enrico

II a Metz e a Parma, si rallenta all'abdicazione di Carlo V, si

riaccende più fiera fra Enrico II e Filippo II, che Paolo IV priva della

investitura di Napoli in favore di un figlio di Francia, per finire dopo

la battaglia di San Quintino alla pace di Cateau-Cambrésis (1559). Per

essa i due re di Francia e di Spagna giurano di associarsi contro la

Riforma e di restituirsi mutuamente i dominii perduti nell'ultima

guerra. Emanuele Filiberto, sposando Margherita di Francia, riacquista

gli antichi stati e vi disonora la propria gloria di soldato colla

strage stupidamente inutile dei valdesi.

L'Italia rimane dunque dopo tante guerre come alla pace preparatoria di

Crépy; Venezia non ha quasi azione di sorta in questo periodo e si

limita a destreggiarsi colla vecchia scienza di stato condensata nella

diplomazia; a Genova tre congiure scrollano invano il governo fondato da

Andrea Doria; nel reame di Napoli, in guerra colla Santa Sede, si

succedono Toledo, Alvarez e il duca d'Alba, terribili e dispotici, che

lo immobilizzano nella servitù; la Corsica, invano emancipata da

Sampiero, sta per ricadere sotto Genova; i Medici fedeli alla grande

idea di Lorenzo il Magnifico mirano ad essere l'ago della bilancia

italiana, importanti ed immuni: Milano è il terzo stato della Spagna; la

Savoia ricostituita riprende il gioco contradditorio delle proprie

alleanze educando nella propria fortuna quella d'Italia. Mentre Emanuele

Filiberto e Cosimo de' Medici, ossequenti al consiglio di Machiavelli,

hanno già chiuso colla istituzione di soldatesche nazionali il periodo

dei condottieri, il papato sempre in lotta colla Riforma, già

emancipatasi dall'impero coll'elezione di Ferdinando I, raduna

finalmente il gran concilio di Trento e fonda la milizia dei gesuiti.

I gesuiti.

Alla Riforma, che stabilisce il principio della democrazia moderna

pareggiando tutti gl'individui chierici e laici nella società religiosa,

il concilio di Trento risponde col riordinare la disciplina

ecclesiastica e col fissare la parte dottrinale del cattolicismo contro

l'interpretazione individuale del protestantesimo. La chiesa compie così

una delle proprie maggiori rivoluzioni, proclamando la superiorità del

papa sui concili. La monarchia universale cattolica, costretta a

dispotismo dalla contraddizione colla Riforma, si eleva improvvisamente

su tutte le monarchie storiche con un'ultima formula che fonde nella più

meravigliosa armonia l'assolutismo più irresponsabile colla più assoluta

delle democrazie. Tutte le gerarchie del clero sono nulle in faccia al

pontefice, ma ogni prete può diventare papa. Quindi i conventi, asilo di

ammalati dell'anima, che si isolavano dal mondo con un suicidio

parziale, si trasformano in tante caserme agli ordini del supremo

monarca associato con tutti i re contro la rivoluzione della libertà.

Ogni convento ha il proprio Lutero, che lo riorganizza: lo studio, che

vi era distrazione nella solitudine, diventa cura di guerra.

Il lavoro dell'antica teologia è conchiuso; i nuovi dotti, che giungono

al cardinalato e dirigono le battaglie, si preoccupano di un adattamento

sempre mutevole del cattolicismo colla nuova civiltà. Sotto il moto

della Riforma comincia a sentirsi quello della scienza e della

filosofia: una critica più terribile investe già tutto il cristianesimo.

Ma Roma risponde coll'inquisizione e coi gesuiti, minacciando e

blandendo; l'inquisizione ucciderà coloro, che i gesuiti non avranno

potuto sedurre.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 12 / 30 段