Ma il papato con a capo Giulio II, il forte nemico dei Borgia, prosegue

nell'idea del regno senza contraddizioni di ducati domestici. La

restaurazione pontificia si presenta come l'ultima forza e gloria

dell'Italia. Solo il papato, sostenuto dal proprio principio religioso

contro le pretese di tutta l'Europa cattolica, può impedire che

l'Italia, incapace della propria unità nazionale, non si unifichi come

provincia conquistata da qualche regno straniero. La necessità per il

papato di costituire un regno salva l'Italia: Giulio II, presentandosi

come il restauratore di quello, si precipita vecchio nella lotta

coll'ardore di un giovane eroe. Poichè Venezia si è dilatata nelle

Romagne idealmente acquisite alla chiesa dalle imprese dei Borgia, egli

si avventa sulla republica: al tempo stesso veemente e profondo nella

politica, riunisce contro l'altera republica nella lega di Cambray

(1508) l'imperatore Massimiliano, re Luigi XII e Ferdinando il

Cattolico; la republica resiste intrepidamente a questo sforzo di tutta

l'Europa, ma vinta alla battaglia di Agnadello perde in un'ora le

conquiste di un secolo. Il grande principato della chiesa è costituito;

Bologna e Perugia vi sono perite prima; il ducato di Urbino ne è un

vassallaggio che riproduce nella politica di Giulio II l'errore capitale

di quella dei Borgia, inevitabile allora nel trapasso dei principati ai

regni. Ferrara, agognata e minacciata, diventerà presto o tardi il forte

baluardo del regno pontificio al nord.

Infatti Giulio II, sdegnato e pensoso dell'opera francese, si stacca

dalla lega di Cambray per stringerne un'altra contro la Francia con

Venezia, Ferdinando e gli svizzeri. Massimiliano rappattumatosi per

denaro coi veneziani abbandona i francesi, che perdono alla battaglia di

Ravenna tutti i vantaggi ottenuti da quella di Agnadello. Genova, che

aveva tentato invano nel 1506 una rivolta contro di essi con Paolo da

Novi, doge plebeo alla testa della plebe, la compie ora (1512) con Giano

Fregoso; Massimiliano Sforza rientra trionfalmente a Milano piuttosto

come vicario imperiale che quale duca indipendente; Firenze riconquista

Pisa toltale dalla prima invasione di Carlo VIII, e perde nella seconda

maggiore signoria dei Medici la repubblica improvvisata dall'eroismo

religioso e dalla demenza politica di frate Savonarola. Tutte le altre

piccole signorie o republiche attardate hanno dovuto capitolare in

questa ultima crisi dei principati. Solo la chiesa è uscita trionfante

dall'arringo perchè sola in Italia ha un'idea necessaria all'Europa e

una forma politica da conquistare; ma Giulio II, aprendo il gran secolo

cui Leone X darà il nome, non sospetta nemmeno che la ristorazione del

papato, mal giudicato poi dal Machiavelli e da tutti gli storici

posteriori, debba fatalmente coincidere colla Riforma di Lutero. Poichè

l'Italia cessando di capitanare il progresso europeo non può come la

Grecia ritirarsi dalla storia, svolge mirabilmente e consolida nel regno

papale l'ostacolo necessario alla Riforma; quindi disciplina la

tradizione cattolica, costringe i papi alla costituzione di un regno e

li pareggia ai grandi re per dare loro l'indipendenza necessaria ad una

tirannia ideale. La Riforma, già scoppiata inavvertitamente in Germania,

si troverà così dinanzi riunite le due vecchie idee del papato e

dell'impero per meglio vincerle in una guerra secolare, emancipando per

sempre il pensiero politico e religioso nella storia. Il papato,

costretto dalla vita italiana a mutarsi in piccolo reame, rivelerà più

facilmente tutte le proprie brutture e inconciliabili contraddizioni

ideali; l'impero, invocandolo, ne diverrà il gendarme invano prepotente;

tutte le libertà e l'avvenire saranno dal canto della Riforma, tutte le

servitù e il passato dietro Roma; mentre l'Italia inerte spettatrice

dell'immensa lotta, della quale gli episodi insanguineranno le sue

contrade, sembrerà perdervi ogni indipendenza di pensiero e di vita pur

conservando nella vicenda di soggezione a stranieri, spesso mutati e

sempre inevitabili, la fede di una futura unità nazionale in tre regni

sopravviventi fra le rovine dei principati, la Savoia, le due Sicilie e

la Chiesa.

Leone X e Lutero.

La restaurazione di Giulio II non si arresta alla sua morte, perchè le

vere idee politiche s'incarnano, ma non si subordinano agli individui.

Il suo successore Leone X, meno vasto nell'ingegno e forte nel

carattere, ha tutte le qualità necessarie al proprio periodo. Se la casa

dei Medici, d'onde esce, gli apprende la vanità di Alessandro Borgia

inteso a costruire nelle Romagne un ducato al proprio figlio Valentino,

l'opera di Giulio lo persuade come lo stato della chiesa non possa più

essere distratto in alcuna combinazione domestica: quindi, abolendo la

republica fiorentina e reintegrando i propri nipoti in una signoria male

dissimulata, coordina la politica italiana a quella della chiesa. Senza

la tirannia dei Medici Firenze sarebbe stata conquistata dalla Spagna o

dalla Francia come Napoli e Milano. Solo il papato, caduto in mano ai

Medici nell'ora in cui doveva comporsi a regno, poteva dare a Firenze

quell'immunità che salvava le terre della chiesa. La Savoia e Venezia,

quella troppo alta, questa troppo marittima, entrambe ai confini

d'Italia, potevano evitare la servitù minacciata a tutta la penisola;

Firenze posta come un ostacolo fra la conquista napoletana e la lombarda

avrebbe dovuto esservi fatalmente assimilata nella voracità delle prime

guerre senza l'intervento di una potenza superiore. I pontefici medicei

furono i suoi patroni. Leone X anzichè liberarsi del sogno di Alessandro

Borgia lo ripetè ad Urbino, raddoppiandolo a Parma; ma nelle

tergiversazioni della sua politica, ove s'imbrogliarono poi tanti

storici, non fece che cedere all'inconscia necessità di opporre gli uni

agli altri i nuovi conquistatori d'Italia, ingrandendo nei loro

reciproci disastri il regno della chiesa, alzandolo nella storia come

una nuova Palestina sacra a tutti i credenti, e nella quale Roma sarebbe

stata piuttosto Atene che Gerusalemme.

Le contraddizioni ideali del papato si urtarono quindi nella maggiore

delle crisi. Mentre come regno costringeva la politica di Leone ad una

corruttela assassina, che lo scetticismo epicureo di una corte

formicolante di pittori, di letterati e di cortigiane commentava anche

più impuramente; come istituzione divina sollevandosi al di sopra dei

vecchi credenti e dei nuovi eretici acquistava una compattezza ed una

personalità senza riscontro in tutta la sua storia. La nuova inevitabile

tirannia ideale, colorandosi di tutte le infamie della tirannia

politica, dava alle critiche della Riforma la giustezza, la precisione

necessaria a coordinare nella storia tutte le ribellioni spirituali

esaurentisi da tanti anni in drammi inutili ed incompresi. La Riforma

era la sovranità dell'individuo cristiano in faccia a Dio, il papato era

la subordinazione di Dio e del credente nell'interpretazione vaticana;

qualunque applicazione della libertà, anche contraddicendola, doveva

venire dalla Riforma, tutte le resistenze autoritarie sarebbero

inspirate e legittimate dal papato.

Il suo regno, sembrando contrastare alla formazione del regno italico,

per una critica più acuta fu invece il solo ostacolo alla conquista

spagnuola dell'Italia, che avrebbe ridotta la grande patria della

federazione ad un'unità senza vita e senza fisonomia. L'egoismo del

papato costretto a difendersi da tutte le aggressioni impedì la totalità

di ogni conquista straniera. Il vario concetto dei papi nell'ubbidire a

questa storica necessità (e alcuni fra essi avrebbero voluto magari la

rovina d'Italia e nessuno di loro pensò mai all'interesse della grande

patria italiana) non mutò l'opera del papato. Quindi la storia, come

scienza di un sistema nel quale i fatti derivano dalle idee e si

compiono coll'assorbimento di tutte le passioni, deve oggi affermarlo

serenamente al disopra degli ultimi clamori ghibellini e giacobini, che

insultano nel papato, già libero dal proprio potere temporale,

gl'inutili e criminosi impedimenti da esso opposti alla recente

formazione del regno nazionale.

Al momento della Riforma l'espansione francese, dovuta semplicemente

alla superiorità del suo governo unitario su quello federale germanico

nella prontezza delle mosse politiche e militari, deve cedere dinanzi

alla necessità ideale che richiama nella lotta la vecchia idea

dell'impero. La restaurazione pontificia di Giulio II si abbina alla

restaurazione imperiale di Carlo V. Non è più l'Italia che lotta contro

questi due poteri supremi, ma la Germania: l'ira cristiana di Dante

diventa collera protestante nel petto di Lutero. Alla morte di Luigi

XII, invano ostinato eroicamente alla conquista del milanese, e colla

successione di Francesco I, cavaliere valoroso e grottesco, si disegna

sul fondo del secolo la grande figura di Carlo V. Arciduca dei Paesi

Bassi, erede di Spagna e di Germania, egli diviene involontariamente la

sintesi dell'impero e l'ultimo imperatore. La Spagna riproduce in un

istante indimenticabile di gloria la vecchia unità romana fusa nella

nuova unità cattolica; ma la federazione, processo moderno

dell'individuazione degli stati, è dentro di essa, e la Riforma, che

deve formare l'individualità del cittadino coll'emancipazione del

credente, è dentro e fuori di essa. L'espansione francese non ha e non

può avere valore. Invano Francesco I discende le Alpi, vince a

Marignano, e compra dalla viltà dell'ultimo Sforza per 30,000 scudi il

ducato di Milano; più invano minaccia il reame di Napoli e si destreggia

in una politica di leghe, nella quale i trattati succedono ai trattati:

Carlo V, comparendo sulla scena della storia, lo rilega istantaneamente

al secondo posto coll'imporgli la fatalità di una guerra, nella quale la

Francia deve soccombere.

Infatti la scempia vanità di Francesco I aspirante all'impero moltiplica

i pretesti della lotta: la Spagna, già in possesso di tutto il

mezzogiorno d'Italia e coll'eredità dell'impero germanico succeduta in

ogni diritto dell'antico patto di Ottone, non può evitare l'impresa di

Milano. Leone X più duttile di entrambi gli avversari offre a Francesco

I il suo concorso per la conquista di Napoli contro la cessione alla

chiesa di tutto il territorio di qua dal Garigliano, e a Carlo V la sua

cooperazione alla conquista di Milano contro la cessione di Parma e

Piacenza e la conferma di Reggio e Modena. Carlo V, più largo, stringe

il patto col pontefice. La guerra si accende nella Navarra, nel

Lussemburgo, in Italia; è sospesa alla morte di Leone (1521), ricomincia

con Adriano VI, si complica colla diserzione del Borbone, si allunga

coll'inutile spedizione del Bonnivet nel Milanese e colla fallita

invasione in Provenza del Borbone, finchè si chiude col più terribile

disastro francese a Pavia. Francesco I vinto e prigioniero lascia

l'Italia alla Spagna. Clemente VII, un altro Medici succeduto a Leone,

meno splendido, ma forse più astuto, che aveva stretto un nuovo patto

con Francesco I all'ultim'ora, si trova solo e nemico contro il vincente

imperatore, al quale la Riforma impone di allearsi con Roma. L'equivoco

di tale politica doveva presto dissiparsi nella chiarezza ideale della

storia, ma il suo imbroglio supremo fu tale che Guicciardini, la testa

più forte di allora, vi si perdette e Machiavelli ne delirò.

La dominazione spagnuola mise i tremiti della paura in tutti i

principati italiani raggruppandoli in una lega, nella quale tutti

sentendosi egualmente perduti trattavano separatamente e segretamente

coll'imperatore per aprirsi una via di salvezza. Le idee più pazze si

urtarono nelle più incredibili combinazioni; il Morone voleva offrire la

corona d'Italia al marchese di Pescara, generale dell'imperatore e con

questi imbronciato; il Machiavelli proponeva un esercito nazionale con

alla testa Giovanni dalle Bande Nere: il senato di Milano inerme,

credendo ancora nello Sforza, il più inetto fra gli inetti, ricusava di

assumere il governo in nome dell'imperatore; poi il Frundsberg calava le

Alpi coi lanzichenecchi per strangolare il papa, il cardinale Colonna a

capo di ottocento cavalieri e tremila fanti assaltava Clemente VII nel

Vaticano, il Borbone dava il sacco a Roma; mentre Firenze ritentava per

l'ultima volta l'insana prova della republica, e Andrea Doria pari

all'antico Timoleone e al futuro Washington, grande di ragione nella

follia di tutti, liberava Genova colla gloria dei propri trionfi e

coll'eroismo della propria virtù.

Ma il papa si sottopose finalmente alla Spagna ottenendone nel trattato

di Barcellona quanto nessuna vittoria avrebbe mai potuto dargli; il suo

stato, l'esarcato, il dominio su Roma, persino quello alto sulle due

Sicilie, tutto gli fu riconfermato. Carlo V non gli chiese che

l'incoronazione a Bologna e l'anatema contro gli eretici. La nuova

incoronazione non era più il riconoscimento del vecchio impero romano

risorto in quello di Carlomagno o nell'altro di Ottone, ma l'estremo

patto delle due supreme autorità politica e religiosa egualmente

minacciate dalla Riforma e minaccianti contro di essa. L'impero unitario

di Carlo V poteva e doveva presto scindersi, ma il patto del pontefice

si sarebbe ripetuto con tutti i re contro l'emancipazione di tutti i

popoli, finchè la rivoluzione trionfante, attirando quelli nella propria

orbita e costringendo il loro interesse nel proprio, li ribellasse

contro il pontefice. In quel giorno il regno dei papi diventato inutile

nella storia sarebbe condannato, e la sua disparizione avverrebbe come

una scena del gran dramma rivoluzionario nell'ora e colla decorazione

prestabilita.

Col nuovo patto fra la chiesa e l'impero, la geografia e la storia

italiana rimangono definitivamente fissate: Venezia possiede quanto

aveva perduto contro la lega di Cambray; il Milanese sotto il larvato

governo dell'ultimo Sforza, e le due Sicilie appartengono alla Spagna;

la Savoia, cresciuta fra i disastri degli altri, ha inghiottito quasi

tutto il Monferrato; Mantova è fatta ducato; Firenze si prepara a

trasformarsi in un granducato sotto i Medici dopo l'inutile eroismo di

una resistenza republicana, nella quale la nullaggine dell'idea sarà

ancora superata dalla scempia volgarità politica del suo processo;

Genova republicana come Venezia, Siena con un fantasma di signoria,

Bologna con una larva di libertà guelfa, Lucca con un'apparenza di

libertà ghibellina, tutte piegano sotto il patronato della Spagna

abbastanza forte per rattenervi ogni regionale velleità conquistatrice,

e abbastanza indulgente per rispettarvi le forme del federalismo sempre

necessariamente protetto dal papa.

La corruzione di quest'epoca meravigliosa, cominciata coi Borgia e

finita coi Medici, è una conseguenza fatale della sua liquidazione

politica: le grandi qualità del carattere e dell'ingegno mancano a tutti

i suoi più illustri individui, se le si tolgono Michelangelo e Andrea

Doria; la mobilità degli eventi, l'assenza delle idee, l'impossibilità

di ogni originalità, annullano tutti gli ingegni, dominano tutti i

temperamenti. La pittura rifugiata nella bellezza soccombe alla tragedia

che agita l'anima di Michelangelo, la poesia muore nell'ironia

inconsapevole dell'Ariosto, la Riforma brucia nel rogo acceso dalla

demenza di Savonarola, la politica delira nelle formole di Machiavelli,

la storia si distende come una trama patente, ma incomprensibile davanti

allo sguardo di Guicciardini, la religione muta il proprio rito in

carnevale per le aule vaticane, la coscienza regionale politica, che

aveva creato dei partigiani come Dante, non produce più che dei

diplomatici come il Morone.

Dopo l'esclamazione di Leonardo da Vinci: io servo chi mi paga! il

Giovio tempera una penna d'argento e una penna d'oro a seconda del

prezzo pel quale deve scrivere; e con più inconsapevole modernità Pietro

Aretino, supremo condottiero della stampa, vi riassume il genio e la

perfidia dei condottieri delle battaglie colla stessa imparzialità

mercantile.

La liquidazione italiana è compiuta; gli ultimi conati delle città,

ancora indipendenti o quasi, sono cessati. La follia republicana di

Savonarola non dura più che nei sommessi rimpianti degli ultimi

Piagnoni; l'obbedienza vicariale di Francesco Sforza succede alla

temeraria indipendenza di Lodovico il Moro; il dramma di Squarcialupo in

Sicilia s'acqueta come estrema convulsione dell'uccisa casa d'Aragona;

le tergiversazioni di Leone X e di Clemente VII, ultimi tremiti del

grande moto di Giulio II, s'arrestano nella quiete stagnante che

sorprende la vita italiana. Il medio evo è conchiuso, tutti i vecchi

partiti disarmati: i signori non sono più che aristocratici, il

cavaliere si muta in gentiluomo aspettando da Baldassare Castiglione il

nuovo codice del _Cortegiano_: non più eroi, non più partigiani, non più

passioni. Le vecchie patrie sono scomparse, la nuova grande patria non è

ancora formata. L'uomo e il cittadino sono in elaborazione, la futura

libertà sarà democratica, non republicana; la futura indipendenza dovrà

essere nazionale o non essere. L'immensa tragedia, che sta per

iniziarsi, si svolgerà nell'intimo della coscienza lungi dai campi di

battaglia e dalle riunioni politiche; in essa lo spirito trionferà della

morte nella libertà della scienza e della religione.

Lodovico Ariosto e Nicolò

Machiavelli.

Ma l'Italia decade.

Le sue arti, le sue scienze, la sua cultura sono ancora superiori a

quelle degli stranieri che la conquistano, ma la sua idea storica, o

meglio ancora l'esaurimento della sua idea, la condannano ad una

decadenza simile a quella dei greci sorpresi dai romani, o dei romani

assaliti dai barbari e dai cristiani. La sua forza federale resiste come

stadio dell'individuazione dello stato, ma si arresta nell'impossibilità

del regno; il suo papato vi arriva ma creando in se stesso l'antitesi

nella quale deve soccombere: tutte le sue originalità sono finite, le

sue virtù non hanno più campo, i suoi vizi ne hanno troppo. Nullameno

l'Italia, sicura di non morire, non ha nè languori d'infermo, nè

malinconie di condannato; e mentre l'esaltazione religiosa della

Germania, precipitantesi nella nuova lotta ideale, oltrepassa i limiti

del delirio per cadere in quelli del grottesco, essa sdoppia in due

uomini tutta l'incredulità del proprio carattere e del proprio pensiero:

Ariosto e Machiavelli.

L'Ariosto sogna, sorride, ride, deride: il suo poema si svolge in tutti

i luoghi, fra un tumulto di scene nel panorama mobile di una

decorazione, che mette la stessa verità nel fantastico e nel reale,

accorda la medesima importanza a tutti gli episodi, prodiga la stessa

bellezza a tutti i temi. Il disordine è la sua legge, la vivacità è la

sua vita; senza principio e senza fine, non ha nè ideali, nè trama. Uno

stesso sogno evoca tutto il medio evo, e una stessa derisione lo

annienta: gli uomini vi sono trattati come le donne, nessuna impresa

meglio condotta di una avventura, nessuna verità più sicura della

follia. Il poeta si muove attraverso i propri canti urtandoli e

scomponendoli, indifferente alle macchie di sangue e ai profumi dei

fiori, distribuendo il medesimo sorriso alle figure più delicate e alle

più impure, come un incantatore incantato egli stesso dalla forza del

proprio incantesimo. Se il suo cervello è pieno, la sua coscienza è

vuota: la nazione, cui appartiene, non ha nulla da dirgli, nè egli nulla

da risponderle. Così la vita diventa per lui una fantasmagoria, che

l'arte coglie senza dare alle proprie immagini maggior valore che non ne

abbiano gli oggetti; Dio è un fantasma come gli altri, la patria un

palcoscenico per dei personaggi immaginari, la virtù un costume di

cavaliere e di dama, il vizio il fondo bestiale necessario a tutti gli

animali anche umani. Le passioni, che sono sempre il fuoco di una idea

acceso entro un cuore o entro un cervello, non illuminano e non bruciano

mai le pagine del poeta: nulla è vero perchè tutto è effimero, ma tutto

è bello perchè apparente. E il poeta, che ride di tutto, non sorride che

alla bellezza di una parola o di un sentimento, di un paesaggio o di una

figura, di una voce o di un verso. La sua sensibilità è così mobile e

sincera, così pronta e fugace, che le lagrime si mescolano al riso e

l'entusiasmo all'ironia; spesso, anzi troppo spesso, lo si vede

sottrarsi alla commozione di una tenerezza con un motto osceno, o

ergersi da una situazione scabrosa con uno scatto eroico. La sua anima

di poeta non aspira a nulla, non rimpiange nulla, trastullata, beata nel

giuoco radiante e sonoro delle apparenze, che confondono mitologia e

storia, maghi e santi, epoche e religioni in un ateismo inconsapevole

della propria decadenza, in un abbandono ignaro della propria

abdicazione. Mentre Lutero, trascinando l'umanità nella teologia, la

spinge a morire per la verità di certe interpretazioni dei libri santi

coll'entusiasmo tragico di una libera fede, che riprendendo il dialogo

interrotto dell'uomo con Dio rinsalda la catena del progresso storico

spezzata in Italia; il grande poeta italiano, ignaro della rivoluzione

germanica, sogna, sorride, ride, deride, e conoscendola seguiterebbe

egualmente a sognare, sorridere, ridere e deridere. Per la coscienza

poetica dell'Ariosto non vi sono che apparenze, delle quali l'unica

verità è la bellezza; per la coscienza politica di Machiavelli non vi

sono che combinazioni, delle quali l'unica verità è il successo.

Segretario di secondo grado nella republica, portato alla politica

piuttosto dalla passione del temperamento che dalle attitudini

dell'ingegno, Machiavelli non vi reca nè coscienza, nè idealità, nè

metodo. L'ateismo del suo spirito, togliendo ogni significato alla vita

e alla storia, non scorge in entrambe che una lotta di forme, nella

quale la vittoria resta sempre e fatalmente al più forte. Il mondo non

ha per Machiavelli nè disegno, nè scopo. Tutti gli uomini vi sono uguali

in tutte le epoche. La marcia dell'umanità nella storia si cangia in una

ridda intorno al potere politico, che tutti agognano, e pochi forti o

robusti conquistano. Secondo lui l'uomo non ha che passioni e interessi:

il governo dello stato non è quindi che governo di passioni e di

interessi individuali. Famiglia, comune, regione, stato, umanità non

esistono che come cornice insignificante, entro la quale le forze

aggressive degli individui si danno libera carriera. La storia antica è

così uguale alla moderna che basterebbe riprodurne i successi ed

evitarne gli errori per aver sempre ragione di tutto e di tutti. Così il

_Principe_, codice della scienza politica di Machiavelli, è un

repertorio di massime per dominare tutti gli eventi e raggiungere tutti

gli scopi, maneggiando, ingannando, assoggettando, massacrando gli

individui. Ogni epoca, ogni fatto, vi è considerato solitario e come

prodotto dell'abilità o dell'inettitudine d'un uomo. La morale vi è

assente, ma più assente di essa la storia e la filosofia. Il popolo non

pensa, perchè il sovrano pensa per tutti pensando a sè solo; l'impero è

il rapporto di una coscienza egoistica con una incoscienza universale.

Ma questo codice della politica, questo catechismo della tirannia e

della rivolta, sempre egualmente considerate come interessi avversari,

separato dalla vita e dalla storia, si risolve in un commentario di

entrambe, altrettanto falso che inutile. I suoi precetti vuoti, le sue

regole astratte, i suoi consigli a doppio senso, sono come i teoremi

ingegnosamente sterili dell'arte poetica: invece di servire ad opere

future, sono modi frammentari di opere passate; l'imitazione vi resta

confusa coll'invenzione; il dato inconscio di ogni creazione, il genio e

il carattere dell'ambiente e dell'uomo, vi sono assolutamente

trascurati.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 11 / 30 段