stessa emancipazione economica delle altre signorie; i feudatari delle
campagne e delle piccole città sono scomparsi interamente o quasi,
quelli di Roma abbattuti, i papi ridotti come i dogi a non poter più
fondare dinastie, giacchè ogni successore distruggerà fatalmente
nell'interesse proprio, fuso con quello della signoria, l'opera
domestica dell'antecessore; le rendite della chiesa si organizzano come
la banca di S. Giorgio, i popoli si dispongono al progresso pacifico, la
signoria s'avvia verso il principato coi pontefici, splendidi d'infamia,
impenetrabili di perfidia, potenti, gloriosi, subordinati all'equilibrio
della grande federazione italiana, che sta per frangersi sotto la nuova
conquista straniera.
CAPITOLO SESTO.
I principati
Il secolo XV.
Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la
stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco
Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei
Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria,
perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli
antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca
eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo
soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali
sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi
l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è
risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono
Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella
Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e
Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla
storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono
alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta
dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà
delle forme politiche fioriscono in Italia.
Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V
pacifica la penisola, riunendola in una crociata che svapora in parole,
e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane.
Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli
stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova
per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella
federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi
e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati,
guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un
condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione
geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le
vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure
dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è
ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia
molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia
contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le
Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più
vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei
Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra
politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di
pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa.
Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente
della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.
Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi.
L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura
e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei
commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva
livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per
sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non
cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo,
la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere
semplicemente una decorazione di corte, la religione troppo poco sentita
per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni
delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la
coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico,
innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare
della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora
l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa
eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma
negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e
degli imperatori.
Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè
criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro
stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie
della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo
trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino
allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo
emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla
ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con
Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da
Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con
Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di
tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo,
assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un
popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità
coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci,
brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non
guidare ancora la storia europea.
Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.
Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della
decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio:
l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione
moltiplica i modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la
coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei
fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti
passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un
entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi
greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna,
Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini
inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di
penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza,
Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione
classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata
quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto
a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo,
Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una
frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi
contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta
loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio,
la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele
rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di
San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando
alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e
bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la
credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione
delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al
mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo
abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del
Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più
che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù;
questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il
maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi sempre
bello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi
adoratori.
Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con
suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare
qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la
brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si
uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la
scienza distrae e la politica urge. Pulci nel _Morgante Maggiore_ irride
all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e
pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e
gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che
Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.
Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana
trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni
ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano,
le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi
incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano
dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e
il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione
avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci
l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola
non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà
tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana,
passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini,
per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria
facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente
mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro
il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le
collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la
libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo,
costretto a scolpire le tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla
fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema
affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le
figure simboliche del tempo.
Impossibilità del regno.
I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e
dalle vecchie discordie comunali e settarie.
II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già
in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come
queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli
con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece
i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana.
Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia,
stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come
Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso
di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il
Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di
marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro
genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà
quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme
religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto
federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane
circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di
Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla
irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea
bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una
tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e
della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una
più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino
non può scaturire che da tale tragedia. Nessun progresso materiale,
nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i
due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era
stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che
l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di
Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante
nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari
avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze
la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era
lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del
nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una
decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole,
era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè
il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati,
potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello
stato e del cittadino odierno.
Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla
recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei
tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle
interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli
sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per
ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda
di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le
incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne
oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto
scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone
si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello
schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto
pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse
del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le
concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava
padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lo trasmetteva con
ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione
popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro
pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora
che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva
ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le
corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni
associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa
perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle
scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia
che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata
nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati;
la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di
stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità
della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e
nell'individuo collettivo.
L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.
Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza
politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi
tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano
svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun
conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e
prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad
Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da
Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a
tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a
molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo
nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel
federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al
regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati
sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi, aveva così scarsa
italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni,
sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia
più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si
era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai
Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a
Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di
Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi
abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima,
sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese;
Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non
poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma
sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva
essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa
che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro
Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non
poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze
regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più
stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o
dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire
l'Italia in due o tre corpi.
Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando
d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un
frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella
quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva
fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la
Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto
secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto
l'influsso del papato politico che del cattolicismo.
D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe
stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato
colla superiorità della propria forza spirituale tutta l'Europa,
riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle
altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile
unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella
riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva
derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.
L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia
antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le
forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe
colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa
potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma
tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino
nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque
convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui
medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran
ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico
e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua
unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della
coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e
francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e
valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale,
smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di
rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano
dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti
che vuota di significati e di ideali.
Lodovico il Moro e Alessandro
Borgia.
Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei
principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e
Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzo
con uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta
contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò
contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano.
Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le
rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica.
L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva
sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma,
esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare
dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella
di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili
successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina
Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli
e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio
franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui
una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva
invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima
sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile
vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire
preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo.
Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro,
penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico,
ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta
contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.
L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha
perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di
una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo
avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore
Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma
un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed
accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcune
sue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in
principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano
soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova
espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del
Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del
principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I
vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là
per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi
del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa
idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di
costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al
proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica
dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di
quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca
Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie,
scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della
Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e
indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si
lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino,
ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che
rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre
superiore a tutti gli avvenimenti.