Così il papato aveva finalmente un uguale territorio e si svolgeva colla

stessa emancipazione economica delle altre signorie; i feudatari delle

campagne e delle piccole città sono scomparsi interamente o quasi,

quelli di Roma abbattuti, i papi ridotti come i dogi a non poter più

fondare dinastie, giacchè ogni successore distruggerà fatalmente

nell'interesse proprio, fuso con quello della signoria, l'opera

domestica dell'antecessore; le rendite della chiesa si organizzano come

la banca di S. Giorgio, i popoli si dispongono al progresso pacifico, la

signoria s'avvia verso il principato coi pontefici, splendidi d'infamia,

impenetrabili di perfidia, potenti, gloriosi, subordinati all'equilibrio

della grande federazione italiana, che sta per frangersi sotto la nuova

conquista straniera.

CAPITOLO SESTO.

I principati

Il secolo XV.

Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la

stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco

Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei

Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria,

perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli

antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca

eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo

soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali

sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi

l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è

risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono

Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella

Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e

Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla

storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono

alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta

dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà

delle forme politiche fioriscono in Italia.

Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V

pacifica la penisola, riunendola in una crociata che svapora in parole,

e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane.

Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli

stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova

per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella

federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi

e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati,

guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un

condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione

geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le

vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure

dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è

ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia

molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia

contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le

Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più

vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei

Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra

politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di

pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa.

Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente

della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.

Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi.

L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura

e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei

commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva

livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per

sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non

cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo,

la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere

semplicemente una decorazione di corte, la religione troppo poco sentita

per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni

delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la

coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico,

innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare

della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora

l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa

eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma

negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e

degli imperatori.

Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè

criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro

stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie

della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo

trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino

allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo

emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla

ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con

Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da

Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con

Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di

tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo,

assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un

popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità

coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci,

brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non

guidare ancora la storia europea.

Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.

Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della

decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio:

l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione

moltiplica i modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la

coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei

fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti

passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un

entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi

greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna,

Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini

inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di

penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza,

Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione

classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata

quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto

a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo,

Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una

frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi

contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta

loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio,

la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele

rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di

San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando

alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e

bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la

credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione

delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al

mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo

abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del

Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più

che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù;

questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il

maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi sempre

bello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi

adoratori.

Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con

suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare

qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la

brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si

uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la

scienza distrae e la politica urge. Pulci nel _Morgante Maggiore_ irride

all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e

pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e

gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che

Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.

Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana

trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni

ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano,

le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi

incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano

dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e

il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione

avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci

l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola

non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà

tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana,

passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini,

per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria

facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente

mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro

il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le

collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la

libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo,

costretto a scolpire le tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla

fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema

affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le

figure simboliche del tempo.

Impossibilità del regno.

I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e

dalle vecchie discordie comunali e settarie.

II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già

in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come

queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli

con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece

i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana.

Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia,

stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come

Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso

di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il

Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di

marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro

genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà

quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme

religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto

federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane

circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di

Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla

irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea

bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una

tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e

della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una

più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino

non può scaturire che da tale tragedia. Nessun progresso materiale,

nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i

due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era

stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che

l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di

Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante

nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari

avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze

la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era

lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del

nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una

decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole,

era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè

il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati,

potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello

stato e del cittadino odierno.

Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla

recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei

tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle

interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli

sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per

ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda

di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le

incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne

oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto

scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone

si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello

schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto

pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse

del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le

concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava

padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lo trasmetteva con

ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione

popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro

pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora

che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva

ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le

corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni

associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa

perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle

scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia

che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata

nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati;

la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di

stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità

della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e

nell'individuo collettivo.

L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.

Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza

politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi

tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano

svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun

conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e

prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad

Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da

Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a

tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a

molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo

nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel

federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al

regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati

sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi, aveva così scarsa

italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni,

sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia

più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si

era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai

Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a

Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di

Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi

abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima,

sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese;

Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non

poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma

sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva

essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa

che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro

Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non

poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze

regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più

stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o

dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire

l'Italia in due o tre corpi.

Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando

d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un

frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella

quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva

fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la

Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto

secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto

l'influsso del papato politico che del cattolicismo.

D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe

stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato

colla superiorità della propria forza spirituale tutta l'Europa,

riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle

altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile

unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella

riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva

derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.

L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia

antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le

forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe

colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa

potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma

tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino

nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque

convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui

medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran

ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico

e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua

unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della

coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e

francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e

valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale,

smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di

rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano

dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti

che vuota di significati e di ideali.

Lodovico il Moro e Alessandro

Borgia.

Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei

principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e

Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzo

con uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta

contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò

contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano.

Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le

rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica.

L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva

sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma,

esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare

dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella

di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili

successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina

Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli

e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio

franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui

una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva

invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima

sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile

vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire

preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo.

Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro,

penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico,

ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta

contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.

L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha

perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di

una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo

avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore

Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma

un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed

accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcune

sue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in

principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano

soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova

espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del

Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del

principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I

vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là

per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi

del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa

idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di

costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al

proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica

dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di

quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca

Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie,

scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della

Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e

indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si

lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino,

ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che

rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre

superiore a tutti gli avvenimenti.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 10 / 30 段