Le crisi dei Visconti si ripercuotono in tutte le altre famiglie

regnanti; nessuna di esse per abilità politica o per fortuna può evitare

la terribile prova imposta dai condottieri alla loro finanza e quindi

alla loro vitalità. Molte vi scompaiono o vi sopravvivono così deboli

che le signorie vincenti le conquisteranno. Un tumulto di drammi

affretta il finale delle famiglie condannate; subitanee incandescenze

republicane illuminano i tramonti sanguinosi delle signorie vinte. La

miseria delle plebi, il numero degli eserciti devastatori, le sovranità

improvvisate dai condottieri, le resistenze dei signori, l'irresistibile

dilatazione delle maggiori signorie, lo splendore delle arti sorridenti

in mezzo a tutte le catastrofi, le tragedie di una politica sempre

misteriosa anche nei propri trionfi, atteggiano e colorano una scena

storica così variamente bella ed orribile che nessun ingegno di storico

potrà mai riprodurla. Le autonomie romagnole agonizzano; Firenze e

Venezia, unite nell'inimicizia di Milano, stanno per scontrarsi

nell'antica Pentapoli; Ferrara rimane sul Po come baluardo ancora

necessario contro le possibili eccessive espansioni delle regioni

transpadane. Mantova, simile ad una rocca che spunti da un padule, ha la

sicurezza dell'una e la sinistra quiete dell'altro; Urbino si leva fra i

monti umbri come una stella; sopra altri monti dal castello dei Savoia

esce una luce fosca che non arriva ancora a mescersi cogli altri

splendori d'Italia. Amedeo VIII, succeduto al Conte Verde e al Conte

Rosso, padrone finalmente di Ginevra e del Piemonte e della Savoia,

guardando dalla cima della propria alpe l'Italia, si sente bruciare

nelle pupille la fiamma del primo sguardo di Annibale ritto sulla vetta

del S. Bernardo; ma i suoi occhi si offuscano, la sua ragione vacilla, e

finisce imitando l'avolo Umberto III col fondare in Ripaille un ordine

di cavalleria monastica e col farsi, nel 1439, dal conciliabolo di

Basilea consacrare vescovo, nominare cardinale, eleggere antipapa col

nome di Felice V. Quindi il suo sogno della conquista d'Italia, pel

quale nove anni dopo mandava il proprio figlio Luigi a Milano per

proporre scioccamente alla republica di sottomettersi ai Savoia, vanisce

nel trionfo di Francesco Sforza: il suo dramma di antipapa conclude ad

una farsa, nella quale abbandonato dai fedeli, destituito dalla chiesa,

può conservare come privilegio di pazzo e di fanciullo il diritto di

vestire per tutta la vita gli abiti pontificali.

Ma la rivoluzione dei condottieri, distruggendo le ambizioni regie di

Milano e imponendo a tutte le signorie la liquidazione della guerra e

della finanza, riassicura il progresso storico tendente alla

costituzione di stati maggiori, perchè solamente questi potranno,

imprigionando la mobilità militare di quelli, impedire alla milizia, che

deve proteggerne la vita, di contrastarne il necessario sviluppo.

Effetti della rivoluzione militare

nelle repubbliche.

A Firenze le conseguenze delle guerre nelle ultime reazioni aragonesi e

contro i Visconti avevano prodotto quello stesso malcontento di tutte le

altre signorie.

La republica interamente guelfa non poteva sottrarsi all'imminente

rivoluzione. Infatti Salvestro dei Medici, forse il più grosso mercante

e il più fino politico fiorentino, riuscendo come gonfaloniere a

diminuire l'autorità dei capitani del popolo, riabilita gli ammoniti ed

infligge alla costituzione republicana e al partito degli Albizzi il

primo colpo. Come sempre, una rivolta precede la rivoluzione mettendo a

soqquadro la città, bruciando, uccidendo. I Ciompi, plebei e cenciosi,

sfogano l'antico odio contro i borghesi padroni della republica; le arti

minori si levano per domandare la parità colle maggiori; la passione

dell'uguaglianza fa dimenticare l'antico amore dell'indipendenza;

l'amnistia dei ghibellini naturalmente amici dei plebei, la sospensione

di ogni processo per debito di cinquanta ducati e l'abolizione degli

interessi del debito publico, mutano il governo e la fisionomia di

Firenze. Ma questa insurrezione plebea non può raggiungere il proprio

scopo nella signoria. Perciò Michele di Lando, docile strumento in mano

di Salvestro dei Medici, l'arresta subitamente per essere anche più

presto rovesciato dalla reazione povero e coperto di gloria. Il suo

pietoso eroismo e la sua politica imbecille lasciano Firenze nella

medesima necessità di scegliere fra una restaurazione della borghesia

nemica del popolo ed incapace di progresso in quella ormai troppo lunga

contesa dei Ricci e degli Albizzi, o un'altra rivoluzione signorile che

riassumendo il potere nelle mani dei Medici dia a Firenze la forza

unitaria e l'ordine interno di Milano.

Firenze incalzata dal moto italico sceglie presto: nove anni dopo la

ristorazione republicana, nel 1391, una sedizione plebea acclama la

signoria di Vieri dei Medici; nel 1424 Giovanni dei Medici, oramai

piuttosto signore che privato cittadino, sempre colla stessa politica

ottiene la legge del censo, che aggrava i ricchi e rianima il popolo

minuto; nel 1433 l'ostracismo di Cosimo dei Medici, provocato dagli

Albizzi troppo timidi per assassinarlo, decide della rivoluzione; Cosimo

è richiamato dopo un anno fra ovazioni dementi, e la dinastia è fondata.

Secondo la legge del progresso italiano la signoria ha ucciso la

republica. Coi Medici la tirannide faziosa delle grosse famiglie cessa;

il popolo si mescola alla borghesia troppo privilegiata; il governo,

sottratto alle parti incapaci di pensare al di sopra di sè medesime e di

agire oltre l'orbita del proprio interesse, acquista improvvisamente

altrettanta limpidezza nelle idee che sicurtà nelle mosse: tutta Toscana

sente la nuova forza di Firenze che sta per rivaleggiare di grandezza

con Milano.

A Siena, rivale di Firenze, una rivoluzione simile a quella dei Ciompi

riesce ad una eguale ristorazione republicana: ma la crisi aggravandosi

ogni giorno consiglia invano ai Salimbeni, capi ghibellini, la dedizione

ai Visconti, poichè Milano, incapace nella propria catastrofe del 1402

di reggere così turbolenta republica, deve abbandonarla a nuovi drammi.

Allora Siena, straziata dalle fazioni, tradita dai condottieri, vede

finalmente Pandolfo Petrucci alla testa della plebe imitare i Medici di

Firenze: lo decapita nel 1456 con dieci seguaci, ma senza sottrarsi per

questo alla fatalità della sua dinastia. Più crudele di Siena, Perugia

scatena nella stessa ora storica la propria plebe contro i nobili e la

frena colla reazione borghese dei Raspanti; poi, vinti questi nel 1389

da Pandolfo Baglioni, che accenna così alla futura signoria della

propria casa e finisce come Pandolfo Petrucci, passa dalla tirannia

improvvisata del condottiero Biordo Michelotti, tosto assassinato, al

dominio di Milano, della chiesa e di Napoli per risorgere sfolgorante

fra le vittorie di Braccio da Montone, ben più illustre condottiero e

nullameno costretto, malgrado l'altezza del proprio carattere, a

riprodurvi la tirannia del predecessore. Ma alla sua morte in battaglia

ricompaiono i Baglioni, dapprincipio abili e modesti come i Medici,

finalmente signori nel 1488.

Vitellozzo Vitelli s'insignorisce di Città di Castello; Lucca,

condannata a morte come Pisa, già comprata da Firenze per 200,000

fiorini, oscilla dalla republica alla signoria dei Guinigi con

silenziose ondulazioni di cadavere senza potersi arrestare nè all'una nè

all'altra; Genova consuma nella stessa crisi oltre quaranta governi. La

sproporzione della sua grandezza marinara colla sua esiguità

territoriale non difesa come a Venezia da paludi imprendibili obbliga la

superba republica a riprendere lo stesso atteggiamento del mille, quando

sotto la dipendenza di Milano e coll'aiuto della Lombardia romana poteva

ancora prosperare in una libertà e in una industria indigena. Quindi

accumula rivoluzioni su rivoluzioni, alternando dogi di tutti i

caratteri e di tutti i partiti, sino a ritornare col Giustiniani al

dogado annuale e all'antica anarchia, per cadere poi sotto il tirannico

protettorato della Francia nella esasperazione di tutte le parti. Ma il

suo genio commerciale supera nullameno la crisi della miseria

coll'istituzione della banca di San Giorgio, prima e massima originalità

del mondo economico moderno, specie di signoria finanziaria così

superiore alla signoria politica da governarne le mosse e dirigerne le

idee, come la signoria mobile dei condottieri s'imponeva a quella ferma

di tutti i signori grandi o piccoli. Laonde un'altra rivoluzione, nel

1408, scaccia i francesi di Boucicaut e rianima le fazioni dei Guarco e

dei Montalto, avvicendando gli Adorno e i Fregoso, finchè uno di questi

ultimi consegna Genova con tutte le dipendenze a Filippo Maria Visconti

alle stesse condizioni già accettate dalla Francia e dietro un pagamento

di mille fiorini. Però le sommissioni di Genova non sono mai che

formali; i partiti seguitano a dilaniarvisi, la republica si rivolta,

imbroglia di drammi smozzicati la propria cronaca, avviandosi sotto la

mano poderosa e leggera di Paolo Fregoso, furfante di genio, verso la

signoria dei Doria.

A rovescio di Genova, lanciata a tutti i venti dalle esplosioni

incessanti della propria politica, Venezia immobile nelle lagune acumina

la spaventosa piramide del proprio governo impressa di arcani

geroglifici e scavata internamente da misteriose prigioni, mettendo il

consiglio dei tre sopra quello dei dieci, arrivando così all'ultima

condensazione politica di una republica troppo forte per tramontare

colla dittatura in una monarchia. Il nuovo tribunale dei tre

inquisitori, stabilito occultamente dal 1400 al 1450, è ancora più

tremendo ed iniquo di quello dei dieci: la sua esistenza è un mistero,

la sua autorità vigila nell'ombra più grande dell'ombra stessa. La

ragione di stato è il suo solo diritto, la sua giustizia deriva dalla

negazione di tutte le giustizie, la sua idea immota, immensa, eterna, è

Venezia. Tutti gli altri ordini non sono più che strumenti di questo

supremo consiglio, il quale sembrando un triumvirato non contiene nè

differenze di persone, nè gradazione di principii. La rivoluzione della

signoria ha quindi raggiunto in Venezia l'ultima perfezione. Poco dopo

eccola discendere ricca, compatta, silenziosa attraverso l'allegria del

proprio popolo dispensato da ogni pensiero, verso terraferma; ereditare

da Aquileja, la grande città romana, un'altra potenza; dall'Oriente,

invaso lentamente dai musulmani, girare lo sguardo su tutta la Lombardia

oltrepassando il Po, misurando terre ed avversari. Padova, Verona,

Belluno, Vicenza, Rovigo, Treviso, tutto il Friuli è già veneziano;

Guastalla, Brescello, Casalmaggiore sono già comprati, il Po non sarà un

impedimento per un governo che domina sul mare e ha stabilimenti in

tutto l'Oriente. Un'immensa fiamma di orgoglio illumina il genio

veneziano, quando, nel 1421, il senato discute se debbasi continuare la

guerra o sottoscrivere la pace rispettando i confini di Milano,

diventata rivale ben più vicina e più vera di Genova. Foscari senatore

spinge Venezia alla conquista d'Italia in questa guerra spietata di

denari e di condottieri, nella quale la vittoria deve rimanere

infallibilmente al governo più solido e più ricco. Il doge Mocenigo,

atterrito da una conquista che dovrebbe fatalmente mutare il carattere

di Venezia, insiste per la pace, e riesce a mantenerla sino alla propria

morte. Ma Foscari nominato doge torna alla guerra, prende Brescia e

Bergamo, semina l'oro, conquista Lonato, Valeggio, Peschiera, Crema;

passa il Po, entra in Romagna, compra Cervia, acquista Ravenna. Il

denaro di Venezia basta a tutte le guerre, la sua perfidia supera quella

dei condottieri, ai quali dà un esempio indimenticabile decapitando il

Carmagnola.

Alla Venezia marinara succede la Venezia di terraferma: mentre la sua

decorazione e le sue ricchezze sono ancora bizantine, il suo carattere e

la sua azione sono già così italiane che tutti gli stati d'Italia,

spaventati dalla sua subita irresistibile espansione, pensano al come

costringerla nella loro federazione, penoso e prezioso risultato di

tutte le rivoluzioni anteriori.

Trionfo delle capitali.

Poichè i condottieri forzano colla propria crisi finanziaria e militare

le signorie a ricomporsi sopra base più larga di territorio e di

democrazia assumendo le forme di tanti principati indipendenti, tutte

quelle città che non possono mutarsi in capitale, debbono soccombere. La

loro lotta dell'ultim'ora può variare dalla tragedia più cupa alla

commedia più spudorata, ma lo scioglimento ne è pur sempre il medesimo:

il popolo minuto, i plebei di città e di campagna abbandonano i piccoli

signori incapaci di resistere alla politica delle grosse signorie e alle

armi dei grandi condottieri. Al momento della resa alcune città, come

Verona, pesano le forze e le ricchezze di Venezia e di Milano per

servire almeno sotto il più comodo signore; Padova produce nell'ultimo

dei Carraresi forse il suo più simpatico eroe; Obizzo da Polenta offre

spontaneo Ravenna alla servitù e se stesso alla morte, che Venezia gli

riserba; gli Appiani vendono Pisa a Firenze, e col suo prezzo

improvvisano la minuscola signoria di Piombino, rifugio di corsari

mutato così in riparo di barattieri; Corrado Trinci a Foligno sembra

riassumere nell'ultimo giorno di comando ogni demenza e ferocia delle

rivoluzioni anteriori. Mentre la casa di Savoia si dilata verso la

Svizzera e il Monferrato, Milano e Venezia occupano tutto il Lombardo, e

quest'ultima penetra nella Romagna; nel momento che Firenze sovrasta a

tutta la Toscana, contando a Siena gli anni estremi di vita, la chiesa

si espande anch'essa, conquista, spiana città, chiude l'èra delle

ribellioni, sperde perfino i ricordi della feudalità e dei comuni

indipendenti. Diciassette fra piccole signorie e republiche scompaiono,

semplificando la geografia politica dell'Italia, che lavora,

s'insanguina e progredisce verso nuove e maggiori circoscrizioni.

L'indipendenza, necessaria nei secoli anteriori pressochè a ogni comune,

ora si concentra nei massimi; tutti gli altri, incapaci di mutarsi in

stazioni originali del pensiero italico, debbono sottomettersi serbando

intatta la propria vita locale. Il regno è impossibile, i principati

sono necessari. Il popolo livellato da una nuova democrazia, che

sottopone tutto al signore e sta per dare alle guerre l'importanza di un

fatto, nel quale tutte le anime di una regione sono unificate, si

avvicina alla doppia idea del cittadino e dello stato. Le miserabili

autonomie, le selvatiche indipendenze antiche non sarebbero più che un

ostacolo alla nuova vita e un controsenso per la recente ragione: così

malgrado il disperato eroismo, col quale si difendono o tentano di

risorgere, debbono ripiombare nell'impossibilità del passato. Invano

Pavia, Tortona, Vercelli vorrebbero riapparire nella storia, più invano

a Crema, a Lodi, a Cremona, ad Alessandria ripullulano le vecchie

dinastie; più inutilmente ancora i condottieri, sostituendosi a queste

colla loro giovane originalità, ritentano l'assurdo problema di storiche

risurrezioni. L'impeto di Facino Cane, la sanguinaria perfidia di

Othobon Terzi, il genio di Gabrino Fondulo che arriva sino all'idea di

precipitare dall'alto del proprio terrazzo di Cremona l'imperatore e il

papa, suoi ospiti e protettori, e sale il patibolo coll'unico rimorso di

non averlo fatto, sorpassando così colla propria morte i migliori finali

di tutte le tragedie, non possono impedire la razionalità del nuovo

assetto politico. Solo Francesco Sforza, il più profondo di pensiero e

il più sobrio di azione fra tutti, giunge alla signoria di Milano, ma

innestando la propria famiglia sul vecchio albero dei Visconti e

subordinando la propria immensa ambizione alle storiche necessità del

momento. Tutti gli altri scompaiono fra le battaglie o precipitano fra i

tradimenti senza rimpianto, quasi senza gloria. Alberico da Barbiano,

dal quale incomincia la moderna scienza militare, Braccio da Montone,

eroe degno di epoca migliore, Niccolò Piccinino che merita forse il

paragone con Annibale, i Torelli, i Pergola, i Vignate, nessuno di essi

per quanto forte nelle battaglie, abile nella politica, pronto a tutti

gli eccessi, può conquistare solidamente una provincia e fondarvi una

dinastia. Fra popolazioni inermi, signori codardi e republiche inette,

la loro superiorità è utilizzata dal disegno immutabile della storia,

che sembra compiacersi a sottomettere la loro forza all'altrui

debolezza: trionfi e sconfitte, nulla giova loro; vittime della finanza,

alla quale debbono rendere tutte le vittorie di cui abbisogna, passano

da mano a mano come il denaro che ricevono, ignorando come il denaro il

segreto dell'opera propria.

Conseguenze della rivoluzione

militare nel resto d'Italia.

La Corsica, rimasta nella storia come la terra delle implacabili

vendette, benchè divisa dal mare, subisce i contraccolpi di quest'ultima

rivoluzione. Il feroce disordine delle sue scissure è tale che non una

roccia vi rimane senza sangue o una cronaca si conserva intelligibile.

Sempre dominata da Genova e sempre in lotta contro di essa, colla

aristocrazia che vi si vanta di difendere l'indipendenza, e col popolo

che non può accettare la democrazia genovese costretta a fargli pagare

le spese della propria guerra contro i signori, l'isola è finalmente

venduta dalla superba ed abile republica ad una compagnia di cinque

azionisti, detta la Maona, che ne prende in appalto il presente e

l'avvenire. Ma le rivoluzioni proseguono alternandosi con ritmo più

disperato e regolare. Dopo il trionfo e la catastrofe di Arrighetto

Rocca, Vicentello d'Istria oppone a Genova la fiera resistenza dei

Caporali, capi dei comuni, uomini della nobiltà popolana e civica, che

diventano i condottieri della Corsica. Se non che la finanza, dalla

quale dovrebbero essere pagati, per sottrarsi alle spese del loro soldo,

spinge il popolo a vendersi spontaneamente alla banca di S. Giorgio dopo

gli infelici esperimenti del governo di Genova, del protettorato

d'Aragona e della chiesa, di tutte le utopie e follie rivoluzionarie.

Infatti la banca, colla logica insensibile della propria imparzialità,

pacifica l'isola struggendovi i partiti; poi alla riscossa dei loro

inestinguibili residui le due republiche politica e bancaria di Genova,

essendo cadute sotto il protettorato degli Sforza, oppongono agli ultimi

insorti i soldati di Milano; l'estrema insurrezione còrsa infuria ancora

nella più scellerata delle guerre civili per lasciare nel 1492 l'isola

stremata e sottomessa alla signoria della banca regnante colla

democrazia e colla finanza.

La Sardegna invece, calma nelle quattro grandi giudicature di Cagliari,

Torres, Gallura e Arborea, concentra ogni sensibilità rivoluzionaria

nella vecchia capitale di Oristani. Ugo IV, che vi sogna ancora di

riconquistare l'indipendenza di tutta l'isola contro gli Aragonesi

soggiogando le altre giudicature, aggrava così la mano sui propri

sudditi da costringerli a scannarlo colla figlia e a proclamare la

republica nell'inevitabile illusione di tutte le vecchie città militari.

Ma la republica fallisce come dappertutto; quindi Eleonora, sorella di

Ugo, sublime di gentilezza e di virilità, ricompone lo stato, continua

invano la guerra contro gli Aragonesi col proprio marito condottiere e

non può lasciare se non la famosa «carta de locu», statuto di tutte le

giudicature sotto la vincitrice signoria aragonese.

A Napoli la regina Giovanna, invecchiata nella lussuria e nei tradimenti

della signoria, colla quale aveva potuto riconquistare il trono, è

sorpresa nello splendore del proprio tramonto dalla nuova rivoluzione di

Carlo Durazzo, suo figlio adottivo, che, insorgendo all'arrivo in Napoli

del papa francese Clemente VII, la sconfigge, l'assedia nel castello, la

strangola. Ma Luigi d'Angiò, altro figlio adottato dalla regina nelle

ultime ore, gli contende il trono; la guerra diviene inintelligibile coi

due papati, avignonese e romano, favorevoli alternativamente ai due

pretendenti; finalmente Durazzo scompare in una rivoluzione ungherese, e

sua moglie Margherita diventa il primo personaggio della seconda crisi

napoletana. Costei, ancora più avara che insensibile, rappresenta subito

l'elemento finanziario della rivoluzione, dalla quale non pensa che a

spremere denaro anche perdendo il trono, ma colla sicurezza di

riacquistarlo mediante una cassa ben fornita. Infatti, rifugiata a Gaeta

col figlio Ladislao e ricca a quattrini, gli dà in moglie l'erede dei

Chiaramonti di Modica, favolosamente doviziosi e sognanti una corona.

Ladislao, lazzarone e guerriero, politico pieno d'ambizione e senza

scrupoli, ripudia tosto col permesso del papa la moglie tenendosi la

dote, riconquista il regno, vende feudi a ribasso per far denaro con

ogni mezzo, prende Roma, sogna egli pure l'impresa d'Italia, assalta

Perugia e vi muore vittorioso ed avvelenato. Sua sorella Giovanna II

riapre il regno tragicamente voluttuoso della I, passando di amante in

amante fino al marito conte delle Marche, francese di sangue regio, cui

inganna e costringe a riparare in un convento. Cavalieri e condottieri

innamorandosi di lei soggiacciono come ad una forza misteriosa, che

affretta in una specie di saturnale dissoluzione la liquidazione del

vecchio regno. Così questa II regina Giovanna, ripetendo in tutto la

vita dell'altra, adotta due pretendenti, Alfonso d'Aragona e Luigi III

d'Angiò, i quali si combattono, lei viva, senza che la pubblica quiete

ne venga disturbata nemmeno coll'assedio decennale della fortezza di

Napoli; e, lei morta, compiono la rivoluzione. Alfonso d'Aragona

vincitore del rivale, dopo altri sette anni di lotta, atterra l'anarchia

dei condottieri senza disarmare la patria, rinunzia al sogno di un regno

italico, svolge una democrazia borghese sulla feudalità depressa dei

baroni, unifica Napoli e Palermo ricostituendo nel regno delle due

Sicilie il primo e più vasto principato d'Italia. Poco dopo suo figlio

Ferdinando, colla stessa perfidia di Gabrino Fondulo nel castello di

Macastormo, invita gran numero di nobili riottosi ad un banchetto e li

assassina misteriosamente senza che l'aristocrazia insorga o il popolo

si commuova.

A Roma invece la signoria di Urbano VI, strappata al conclave quasi

francese col grido «romano lo vogliamo», passa attraverso un laberinto

di scismi, di elezioni e di guerre: Urbano VI, feroce quanto Giovanni

Maria Visconti, arriva sino a gettare in mare cinque cardinali chiusi

entro sacchi; Bonifazio XIII, suo successore, simile a Margherita di

Napoli, non pensa che a far danaro e mette tutto all'asta, indulgenze e

benefizi; più tardi Baldassarre Cossa, condottiere improvvisato

cardinale, sotto il pretesto di por fine allo scisma di Roma e di

Avignone, insorgendo contro Gregorio XIII, proclama papa Alessandro V

arcivescovo di Milano, cui avvelena poco dopo per succedergli sotto il

nome di Giovanni XXIII. Al papa di Roma e di Avignone si aggiunge così

quello di Bologna, e contro al triplice scisma si aduna il concilio di

Costanza.

Ma la crisi imposta dai condottieri a tutte le signorie seguita a

gravare sulla chiesa, giacchè Martino V, insediato dallo stesso

imperatore Sigismondo in Roma, deve riparare presto a Firenze per

sfuggire alla spada di Braccio da Montone, padrone di Perugia, Todi,

Orvieto, Terni, Iesi, Spello, Narni, Rieti, Roma stessa, e del quale non

trova altro modo a mascherare le conquiste che nominandolo condottiere

della chiesa. Il successore, Eugenio IV, lotta coi Colonna trovandosi

nella stessa condizione in faccia a Francesco Sforza signore di Iesi,

Fermo, Osimo, Recanati, Mogliano, Ascoli, Ancona, Todi, Amelia, e lo

nomina gonfaloniere della chiesa per impedirgli di cedere forse ai

Visconti queste città sottratte al proprio dominio; finchè il cardinale

Vitelleschi, ferocissimo condottiero della chiesa, le riconquista e le

compone in pace sotto il governo ecclesiastico come sotto ad una tenda

di riposo dalla lunga fatica della rivoluzione.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 9 / 30 段