regnanti; nessuna di esse per abilità politica o per fortuna può evitare
la terribile prova imposta dai condottieri alla loro finanza e quindi
alla loro vitalità. Molte vi scompaiono o vi sopravvivono così deboli
che le signorie vincenti le conquisteranno. Un tumulto di drammi
affretta il finale delle famiglie condannate; subitanee incandescenze
republicane illuminano i tramonti sanguinosi delle signorie vinte. La
miseria delle plebi, il numero degli eserciti devastatori, le sovranità
improvvisate dai condottieri, le resistenze dei signori, l'irresistibile
dilatazione delle maggiori signorie, lo splendore delle arti sorridenti
in mezzo a tutte le catastrofi, le tragedie di una politica sempre
misteriosa anche nei propri trionfi, atteggiano e colorano una scena
storica così variamente bella ed orribile che nessun ingegno di storico
potrà mai riprodurla. Le autonomie romagnole agonizzano; Firenze e
Venezia, unite nell'inimicizia di Milano, stanno per scontrarsi
nell'antica Pentapoli; Ferrara rimane sul Po come baluardo ancora
necessario contro le possibili eccessive espansioni delle regioni
transpadane. Mantova, simile ad una rocca che spunti da un padule, ha la
sicurezza dell'una e la sinistra quiete dell'altro; Urbino si leva fra i
monti umbri come una stella; sopra altri monti dal castello dei Savoia
esce una luce fosca che non arriva ancora a mescersi cogli altri
splendori d'Italia. Amedeo VIII, succeduto al Conte Verde e al Conte
Rosso, padrone finalmente di Ginevra e del Piemonte e della Savoia,
guardando dalla cima della propria alpe l'Italia, si sente bruciare
nelle pupille la fiamma del primo sguardo di Annibale ritto sulla vetta
del S. Bernardo; ma i suoi occhi si offuscano, la sua ragione vacilla, e
finisce imitando l'avolo Umberto III col fondare in Ripaille un ordine
di cavalleria monastica e col farsi, nel 1439, dal conciliabolo di
Basilea consacrare vescovo, nominare cardinale, eleggere antipapa col
nome di Felice V. Quindi il suo sogno della conquista d'Italia, pel
quale nove anni dopo mandava il proprio figlio Luigi a Milano per
proporre scioccamente alla republica di sottomettersi ai Savoia, vanisce
nel trionfo di Francesco Sforza: il suo dramma di antipapa conclude ad
una farsa, nella quale abbandonato dai fedeli, destituito dalla chiesa,
può conservare come privilegio di pazzo e di fanciullo il diritto di
vestire per tutta la vita gli abiti pontificali.
Ma la rivoluzione dei condottieri, distruggendo le ambizioni regie di
Milano e imponendo a tutte le signorie la liquidazione della guerra e
della finanza, riassicura il progresso storico tendente alla
costituzione di stati maggiori, perchè solamente questi potranno,
imprigionando la mobilità militare di quelli, impedire alla milizia, che
deve proteggerne la vita, di contrastarne il necessario sviluppo.
Effetti della rivoluzione militare
nelle repubbliche.
A Firenze le conseguenze delle guerre nelle ultime reazioni aragonesi e
contro i Visconti avevano prodotto quello stesso malcontento di tutte le
altre signorie.
La republica interamente guelfa non poteva sottrarsi all'imminente
rivoluzione. Infatti Salvestro dei Medici, forse il più grosso mercante
e il più fino politico fiorentino, riuscendo come gonfaloniere a
diminuire l'autorità dei capitani del popolo, riabilita gli ammoniti ed
infligge alla costituzione republicana e al partito degli Albizzi il
primo colpo. Come sempre, una rivolta precede la rivoluzione mettendo a
soqquadro la città, bruciando, uccidendo. I Ciompi, plebei e cenciosi,
sfogano l'antico odio contro i borghesi padroni della republica; le arti
minori si levano per domandare la parità colle maggiori; la passione
dell'uguaglianza fa dimenticare l'antico amore dell'indipendenza;
l'amnistia dei ghibellini naturalmente amici dei plebei, la sospensione
di ogni processo per debito di cinquanta ducati e l'abolizione degli
interessi del debito publico, mutano il governo e la fisionomia di
Firenze. Ma questa insurrezione plebea non può raggiungere il proprio
scopo nella signoria. Perciò Michele di Lando, docile strumento in mano
di Salvestro dei Medici, l'arresta subitamente per essere anche più
presto rovesciato dalla reazione povero e coperto di gloria. Il suo
pietoso eroismo e la sua politica imbecille lasciano Firenze nella
medesima necessità di scegliere fra una restaurazione della borghesia
nemica del popolo ed incapace di progresso in quella ormai troppo lunga
contesa dei Ricci e degli Albizzi, o un'altra rivoluzione signorile che
riassumendo il potere nelle mani dei Medici dia a Firenze la forza
unitaria e l'ordine interno di Milano.
Firenze incalzata dal moto italico sceglie presto: nove anni dopo la
ristorazione republicana, nel 1391, una sedizione plebea acclama la
signoria di Vieri dei Medici; nel 1424 Giovanni dei Medici, oramai
piuttosto signore che privato cittadino, sempre colla stessa politica
ottiene la legge del censo, che aggrava i ricchi e rianima il popolo
minuto; nel 1433 l'ostracismo di Cosimo dei Medici, provocato dagli
Albizzi troppo timidi per assassinarlo, decide della rivoluzione; Cosimo
è richiamato dopo un anno fra ovazioni dementi, e la dinastia è fondata.
Secondo la legge del progresso italiano la signoria ha ucciso la
republica. Coi Medici la tirannide faziosa delle grosse famiglie cessa;
il popolo si mescola alla borghesia troppo privilegiata; il governo,
sottratto alle parti incapaci di pensare al di sopra di sè medesime e di
agire oltre l'orbita del proprio interesse, acquista improvvisamente
altrettanta limpidezza nelle idee che sicurtà nelle mosse: tutta Toscana
sente la nuova forza di Firenze che sta per rivaleggiare di grandezza
con Milano.
A Siena, rivale di Firenze, una rivoluzione simile a quella dei Ciompi
riesce ad una eguale ristorazione republicana: ma la crisi aggravandosi
ogni giorno consiglia invano ai Salimbeni, capi ghibellini, la dedizione
ai Visconti, poichè Milano, incapace nella propria catastrofe del 1402
di reggere così turbolenta republica, deve abbandonarla a nuovi drammi.
Allora Siena, straziata dalle fazioni, tradita dai condottieri, vede
finalmente Pandolfo Petrucci alla testa della plebe imitare i Medici di
Firenze: lo decapita nel 1456 con dieci seguaci, ma senza sottrarsi per
questo alla fatalità della sua dinastia. Più crudele di Siena, Perugia
scatena nella stessa ora storica la propria plebe contro i nobili e la
frena colla reazione borghese dei Raspanti; poi, vinti questi nel 1389
da Pandolfo Baglioni, che accenna così alla futura signoria della
propria casa e finisce come Pandolfo Petrucci, passa dalla tirannia
improvvisata del condottiero Biordo Michelotti, tosto assassinato, al
dominio di Milano, della chiesa e di Napoli per risorgere sfolgorante
fra le vittorie di Braccio da Montone, ben più illustre condottiero e
nullameno costretto, malgrado l'altezza del proprio carattere, a
riprodurvi la tirannia del predecessore. Ma alla sua morte in battaglia
ricompaiono i Baglioni, dapprincipio abili e modesti come i Medici,
finalmente signori nel 1488.
Vitellozzo Vitelli s'insignorisce di Città di Castello; Lucca,
condannata a morte come Pisa, già comprata da Firenze per 200,000
fiorini, oscilla dalla republica alla signoria dei Guinigi con
silenziose ondulazioni di cadavere senza potersi arrestare nè all'una nè
all'altra; Genova consuma nella stessa crisi oltre quaranta governi. La
sproporzione della sua grandezza marinara colla sua esiguità
territoriale non difesa come a Venezia da paludi imprendibili obbliga la
superba republica a riprendere lo stesso atteggiamento del mille, quando
sotto la dipendenza di Milano e coll'aiuto della Lombardia romana poteva
ancora prosperare in una libertà e in una industria indigena. Quindi
accumula rivoluzioni su rivoluzioni, alternando dogi di tutti i
caratteri e di tutti i partiti, sino a ritornare col Giustiniani al
dogado annuale e all'antica anarchia, per cadere poi sotto il tirannico
protettorato della Francia nella esasperazione di tutte le parti. Ma il
suo genio commerciale supera nullameno la crisi della miseria
coll'istituzione della banca di San Giorgio, prima e massima originalità
del mondo economico moderno, specie di signoria finanziaria così
superiore alla signoria politica da governarne le mosse e dirigerne le
idee, come la signoria mobile dei condottieri s'imponeva a quella ferma
di tutti i signori grandi o piccoli. Laonde un'altra rivoluzione, nel
1408, scaccia i francesi di Boucicaut e rianima le fazioni dei Guarco e
dei Montalto, avvicendando gli Adorno e i Fregoso, finchè uno di questi
ultimi consegna Genova con tutte le dipendenze a Filippo Maria Visconti
alle stesse condizioni già accettate dalla Francia e dietro un pagamento
di mille fiorini. Però le sommissioni di Genova non sono mai che
formali; i partiti seguitano a dilaniarvisi, la republica si rivolta,
imbroglia di drammi smozzicati la propria cronaca, avviandosi sotto la
mano poderosa e leggera di Paolo Fregoso, furfante di genio, verso la
signoria dei Doria.
A rovescio di Genova, lanciata a tutti i venti dalle esplosioni
incessanti della propria politica, Venezia immobile nelle lagune acumina
la spaventosa piramide del proprio governo impressa di arcani
geroglifici e scavata internamente da misteriose prigioni, mettendo il
consiglio dei tre sopra quello dei dieci, arrivando così all'ultima
condensazione politica di una republica troppo forte per tramontare
colla dittatura in una monarchia. Il nuovo tribunale dei tre
inquisitori, stabilito occultamente dal 1400 al 1450, è ancora più
tremendo ed iniquo di quello dei dieci: la sua esistenza è un mistero,
la sua autorità vigila nell'ombra più grande dell'ombra stessa. La
ragione di stato è il suo solo diritto, la sua giustizia deriva dalla
negazione di tutte le giustizie, la sua idea immota, immensa, eterna, è
Venezia. Tutti gli altri ordini non sono più che strumenti di questo
supremo consiglio, il quale sembrando un triumvirato non contiene nè
differenze di persone, nè gradazione di principii. La rivoluzione della
signoria ha quindi raggiunto in Venezia l'ultima perfezione. Poco dopo
eccola discendere ricca, compatta, silenziosa attraverso l'allegria del
proprio popolo dispensato da ogni pensiero, verso terraferma; ereditare
da Aquileja, la grande città romana, un'altra potenza; dall'Oriente,
invaso lentamente dai musulmani, girare lo sguardo su tutta la Lombardia
oltrepassando il Po, misurando terre ed avversari. Padova, Verona,
Belluno, Vicenza, Rovigo, Treviso, tutto il Friuli è già veneziano;
Guastalla, Brescello, Casalmaggiore sono già comprati, il Po non sarà un
impedimento per un governo che domina sul mare e ha stabilimenti in
tutto l'Oriente. Un'immensa fiamma di orgoglio illumina il genio
veneziano, quando, nel 1421, il senato discute se debbasi continuare la
guerra o sottoscrivere la pace rispettando i confini di Milano,
diventata rivale ben più vicina e più vera di Genova. Foscari senatore
spinge Venezia alla conquista d'Italia in questa guerra spietata di
denari e di condottieri, nella quale la vittoria deve rimanere
infallibilmente al governo più solido e più ricco. Il doge Mocenigo,
atterrito da una conquista che dovrebbe fatalmente mutare il carattere
di Venezia, insiste per la pace, e riesce a mantenerla sino alla propria
morte. Ma Foscari nominato doge torna alla guerra, prende Brescia e
Bergamo, semina l'oro, conquista Lonato, Valeggio, Peschiera, Crema;
passa il Po, entra in Romagna, compra Cervia, acquista Ravenna. Il
denaro di Venezia basta a tutte le guerre, la sua perfidia supera quella
dei condottieri, ai quali dà un esempio indimenticabile decapitando il
Carmagnola.
Alla Venezia marinara succede la Venezia di terraferma: mentre la sua
decorazione e le sue ricchezze sono ancora bizantine, il suo carattere e
la sua azione sono già così italiane che tutti gli stati d'Italia,
spaventati dalla sua subita irresistibile espansione, pensano al come
costringerla nella loro federazione, penoso e prezioso risultato di
tutte le rivoluzioni anteriori.
Trionfo delle capitali.
Poichè i condottieri forzano colla propria crisi finanziaria e militare
le signorie a ricomporsi sopra base più larga di territorio e di
democrazia assumendo le forme di tanti principati indipendenti, tutte
quelle città che non possono mutarsi in capitale, debbono soccombere. La
loro lotta dell'ultim'ora può variare dalla tragedia più cupa alla
commedia più spudorata, ma lo scioglimento ne è pur sempre il medesimo:
il popolo minuto, i plebei di città e di campagna abbandonano i piccoli
signori incapaci di resistere alla politica delle grosse signorie e alle
armi dei grandi condottieri. Al momento della resa alcune città, come
Verona, pesano le forze e le ricchezze di Venezia e di Milano per
servire almeno sotto il più comodo signore; Padova produce nell'ultimo
dei Carraresi forse il suo più simpatico eroe; Obizzo da Polenta offre
spontaneo Ravenna alla servitù e se stesso alla morte, che Venezia gli
riserba; gli Appiani vendono Pisa a Firenze, e col suo prezzo
improvvisano la minuscola signoria di Piombino, rifugio di corsari
mutato così in riparo di barattieri; Corrado Trinci a Foligno sembra
riassumere nell'ultimo giorno di comando ogni demenza e ferocia delle
rivoluzioni anteriori. Mentre la casa di Savoia si dilata verso la
Svizzera e il Monferrato, Milano e Venezia occupano tutto il Lombardo, e
quest'ultima penetra nella Romagna; nel momento che Firenze sovrasta a
tutta la Toscana, contando a Siena gli anni estremi di vita, la chiesa
si espande anch'essa, conquista, spiana città, chiude l'èra delle
ribellioni, sperde perfino i ricordi della feudalità e dei comuni
indipendenti. Diciassette fra piccole signorie e republiche scompaiono,
semplificando la geografia politica dell'Italia, che lavora,
s'insanguina e progredisce verso nuove e maggiori circoscrizioni.
L'indipendenza, necessaria nei secoli anteriori pressochè a ogni comune,
ora si concentra nei massimi; tutti gli altri, incapaci di mutarsi in
stazioni originali del pensiero italico, debbono sottomettersi serbando
intatta la propria vita locale. Il regno è impossibile, i principati
sono necessari. Il popolo livellato da una nuova democrazia, che
sottopone tutto al signore e sta per dare alle guerre l'importanza di un
fatto, nel quale tutte le anime di una regione sono unificate, si
avvicina alla doppia idea del cittadino e dello stato. Le miserabili
autonomie, le selvatiche indipendenze antiche non sarebbero più che un
ostacolo alla nuova vita e un controsenso per la recente ragione: così
malgrado il disperato eroismo, col quale si difendono o tentano di
risorgere, debbono ripiombare nell'impossibilità del passato. Invano
Pavia, Tortona, Vercelli vorrebbero riapparire nella storia, più invano
a Crema, a Lodi, a Cremona, ad Alessandria ripullulano le vecchie
dinastie; più inutilmente ancora i condottieri, sostituendosi a queste
colla loro giovane originalità, ritentano l'assurdo problema di storiche
risurrezioni. L'impeto di Facino Cane, la sanguinaria perfidia di
Othobon Terzi, il genio di Gabrino Fondulo che arriva sino all'idea di
precipitare dall'alto del proprio terrazzo di Cremona l'imperatore e il
papa, suoi ospiti e protettori, e sale il patibolo coll'unico rimorso di
non averlo fatto, sorpassando così colla propria morte i migliori finali
di tutte le tragedie, non possono impedire la razionalità del nuovo
assetto politico. Solo Francesco Sforza, il più profondo di pensiero e
il più sobrio di azione fra tutti, giunge alla signoria di Milano, ma
innestando la propria famiglia sul vecchio albero dei Visconti e
subordinando la propria immensa ambizione alle storiche necessità del
momento. Tutti gli altri scompaiono fra le battaglie o precipitano fra i
tradimenti senza rimpianto, quasi senza gloria. Alberico da Barbiano,
dal quale incomincia la moderna scienza militare, Braccio da Montone,
eroe degno di epoca migliore, Niccolò Piccinino che merita forse il
paragone con Annibale, i Torelli, i Pergola, i Vignate, nessuno di essi
per quanto forte nelle battaglie, abile nella politica, pronto a tutti
gli eccessi, può conquistare solidamente una provincia e fondarvi una
dinastia. Fra popolazioni inermi, signori codardi e republiche inette,
la loro superiorità è utilizzata dal disegno immutabile della storia,
che sembra compiacersi a sottomettere la loro forza all'altrui
debolezza: trionfi e sconfitte, nulla giova loro; vittime della finanza,
alla quale debbono rendere tutte le vittorie di cui abbisogna, passano
da mano a mano come il denaro che ricevono, ignorando come il denaro il
segreto dell'opera propria.
Conseguenze della rivoluzione
militare nel resto d'Italia.
La Corsica, rimasta nella storia come la terra delle implacabili
vendette, benchè divisa dal mare, subisce i contraccolpi di quest'ultima
rivoluzione. Il feroce disordine delle sue scissure è tale che non una
roccia vi rimane senza sangue o una cronaca si conserva intelligibile.
Sempre dominata da Genova e sempre in lotta contro di essa, colla
aristocrazia che vi si vanta di difendere l'indipendenza, e col popolo
che non può accettare la democrazia genovese costretta a fargli pagare
le spese della propria guerra contro i signori, l'isola è finalmente
venduta dalla superba ed abile republica ad una compagnia di cinque
azionisti, detta la Maona, che ne prende in appalto il presente e
l'avvenire. Ma le rivoluzioni proseguono alternandosi con ritmo più
disperato e regolare. Dopo il trionfo e la catastrofe di Arrighetto
Rocca, Vicentello d'Istria oppone a Genova la fiera resistenza dei
Caporali, capi dei comuni, uomini della nobiltà popolana e civica, che
diventano i condottieri della Corsica. Se non che la finanza, dalla
quale dovrebbero essere pagati, per sottrarsi alle spese del loro soldo,
spinge il popolo a vendersi spontaneamente alla banca di S. Giorgio dopo
gli infelici esperimenti del governo di Genova, del protettorato
d'Aragona e della chiesa, di tutte le utopie e follie rivoluzionarie.
Infatti la banca, colla logica insensibile della propria imparzialità,
pacifica l'isola struggendovi i partiti; poi alla riscossa dei loro
inestinguibili residui le due republiche politica e bancaria di Genova,
essendo cadute sotto il protettorato degli Sforza, oppongono agli ultimi
insorti i soldati di Milano; l'estrema insurrezione còrsa infuria ancora
nella più scellerata delle guerre civili per lasciare nel 1492 l'isola
stremata e sottomessa alla signoria della banca regnante colla
democrazia e colla finanza.
La Sardegna invece, calma nelle quattro grandi giudicature di Cagliari,
Torres, Gallura e Arborea, concentra ogni sensibilità rivoluzionaria
nella vecchia capitale di Oristani. Ugo IV, che vi sogna ancora di
riconquistare l'indipendenza di tutta l'isola contro gli Aragonesi
soggiogando le altre giudicature, aggrava così la mano sui propri
sudditi da costringerli a scannarlo colla figlia e a proclamare la
republica nell'inevitabile illusione di tutte le vecchie città militari.
Ma la republica fallisce come dappertutto; quindi Eleonora, sorella di
Ugo, sublime di gentilezza e di virilità, ricompone lo stato, continua
invano la guerra contro gli Aragonesi col proprio marito condottiere e
non può lasciare se non la famosa «carta de locu», statuto di tutte le
giudicature sotto la vincitrice signoria aragonese.
A Napoli la regina Giovanna, invecchiata nella lussuria e nei tradimenti
della signoria, colla quale aveva potuto riconquistare il trono, è
sorpresa nello splendore del proprio tramonto dalla nuova rivoluzione di
Carlo Durazzo, suo figlio adottivo, che, insorgendo all'arrivo in Napoli
del papa francese Clemente VII, la sconfigge, l'assedia nel castello, la
strangola. Ma Luigi d'Angiò, altro figlio adottato dalla regina nelle
ultime ore, gli contende il trono; la guerra diviene inintelligibile coi
due papati, avignonese e romano, favorevoli alternativamente ai due
pretendenti; finalmente Durazzo scompare in una rivoluzione ungherese, e
sua moglie Margherita diventa il primo personaggio della seconda crisi
napoletana. Costei, ancora più avara che insensibile, rappresenta subito
l'elemento finanziario della rivoluzione, dalla quale non pensa che a
spremere denaro anche perdendo il trono, ma colla sicurezza di
riacquistarlo mediante una cassa ben fornita. Infatti, rifugiata a Gaeta
col figlio Ladislao e ricca a quattrini, gli dà in moglie l'erede dei
Chiaramonti di Modica, favolosamente doviziosi e sognanti una corona.
Ladislao, lazzarone e guerriero, politico pieno d'ambizione e senza
scrupoli, ripudia tosto col permesso del papa la moglie tenendosi la
dote, riconquista il regno, vende feudi a ribasso per far denaro con
ogni mezzo, prende Roma, sogna egli pure l'impresa d'Italia, assalta
Perugia e vi muore vittorioso ed avvelenato. Sua sorella Giovanna II
riapre il regno tragicamente voluttuoso della I, passando di amante in
amante fino al marito conte delle Marche, francese di sangue regio, cui
inganna e costringe a riparare in un convento. Cavalieri e condottieri
innamorandosi di lei soggiacciono come ad una forza misteriosa, che
affretta in una specie di saturnale dissoluzione la liquidazione del
vecchio regno. Così questa II regina Giovanna, ripetendo in tutto la
vita dell'altra, adotta due pretendenti, Alfonso d'Aragona e Luigi III
d'Angiò, i quali si combattono, lei viva, senza che la pubblica quiete
ne venga disturbata nemmeno coll'assedio decennale della fortezza di
Napoli; e, lei morta, compiono la rivoluzione. Alfonso d'Aragona
vincitore del rivale, dopo altri sette anni di lotta, atterra l'anarchia
dei condottieri senza disarmare la patria, rinunzia al sogno di un regno
italico, svolge una democrazia borghese sulla feudalità depressa dei
baroni, unifica Napoli e Palermo ricostituendo nel regno delle due
Sicilie il primo e più vasto principato d'Italia. Poco dopo suo figlio
Ferdinando, colla stessa perfidia di Gabrino Fondulo nel castello di
Macastormo, invita gran numero di nobili riottosi ad un banchetto e li
assassina misteriosamente senza che l'aristocrazia insorga o il popolo
si commuova.
A Roma invece la signoria di Urbano VI, strappata al conclave quasi
francese col grido «romano lo vogliamo», passa attraverso un laberinto
di scismi, di elezioni e di guerre: Urbano VI, feroce quanto Giovanni
Maria Visconti, arriva sino a gettare in mare cinque cardinali chiusi
entro sacchi; Bonifazio XIII, suo successore, simile a Margherita di
Napoli, non pensa che a far danaro e mette tutto all'asta, indulgenze e
benefizi; più tardi Baldassarre Cossa, condottiere improvvisato
cardinale, sotto il pretesto di por fine allo scisma di Roma e di
Avignone, insorgendo contro Gregorio XIII, proclama papa Alessandro V
arcivescovo di Milano, cui avvelena poco dopo per succedergli sotto il
nome di Giovanni XXIII. Al papa di Roma e di Avignone si aggiunge così
quello di Bologna, e contro al triplice scisma si aduna il concilio di
Costanza.
Ma la crisi imposta dai condottieri a tutte le signorie seguita a
gravare sulla chiesa, giacchè Martino V, insediato dallo stesso
imperatore Sigismondo in Roma, deve riparare presto a Firenze per
sfuggire alla spada di Braccio da Montone, padrone di Perugia, Todi,
Orvieto, Terni, Iesi, Spello, Narni, Rieti, Roma stessa, e del quale non
trova altro modo a mascherare le conquiste che nominandolo condottiere
della chiesa. Il successore, Eugenio IV, lotta coi Colonna trovandosi
nella stessa condizione in faccia a Francesco Sforza signore di Iesi,
Fermo, Osimo, Recanati, Mogliano, Ascoli, Ancona, Todi, Amelia, e lo
nomina gonfaloniere della chiesa per impedirgli di cedere forse ai
Visconti queste città sottratte al proprio dominio; finchè il cardinale
Vitelleschi, ferocissimo condottiero della chiesa, le riconquista e le
compone in pace sotto il governo ecclesiastico come sotto ad una tenda
di riposo dalla lunga fatica della rivoluzione.