Venezia, come il papa e l'imperatore rappresentavano la chiesa e
l'impero per tutta Italia, è sottoposto all'autorità di sei consoli o
consiglieri eletti dai sei quartieri di Venezia, e deve conferire sopra
ogni affare di stato coi pregadi o senatori. Questi vengono scelti
annualmente dal gran consiglio, nominato a ogni anno da due elettori per
quartiere, i quali si riuniscono per designare nella massa indistinta
dei cittadini quattrocento settanta deputati. L'imitazione del moto
consolare italiano è evidente, ma con un processo formale invece che con
una rivoluzione. Quindi Venezia stende dinanzi alla propria chiesa di
San Marco, indefinibile tempio, nel quale Oriente ed Occidente sembrano
accordare le proprie religioni in una confusione architettonica
sostituente la fantasia all'unità e la bellezza del particolare alla
logica dell'insieme, la propria piazza come un'immensa sala di
ricevimento per i re e per i papi, che verranno a sollecitare la buona
grazia della republica. La sua prosperità si moltiplica; le sue
costruzioni di marmo sembrerebbero fantasmagorie orientali se il genio
italiano non desse loro la propria euritmia; il suo arsenale è il primo
del mondo; le sue navi corrono tutti i mari. Nessun progresso le rimane
sconosciuto.
All'epoca dei podestà, comprendendo subito il valore di questa suprema
magistratura innalzante il diritto della città al disopra di quello
delle parti, crea gli avogadori col potere dispotico e giudiziario di
sospendere per un mese e un giorno ogni funzionario, di vietare per
incapacità legali o accuse criminali le funzioni ai magistrati, di
giudicare sommariamente come un vero collegio di podestà tutti gli
affari di polizia. Nel 1202 viene nominato l'altro dei corregidori,
despoti supremi del doge, cui giudicano dopo morte, e specie di consulta
per i miglioramenti possibili nella costituzione dello stato; nel 1220
si crea la quarantia, vera riforma dei tribunali compiuta dal doge
Tiepolo correggendo le leggi. Alla rivolta guelfo-ghibellina contro il
podestà, Venezia ha i Tiepolo, capi delle antiche famiglie, e i Dandolo
chiedenti al gran consiglio l'ammissione delle nuove; ma immobili
entrambi entro la sua costituzione secolare difesa dall'anormalità della
sua vita quasi senza contatto con quella di terra. Quindi tutta la
discordia si condensa nella contesa elettorale degl'impieghi. Nel 1268
l'elezione del doge passa per una intricata serie di ballottaggi,
attraverso la quale tutti possono contendersi il dogato. Dapprima trenta
elettori, nominati dal gran consiglio e diminuiti dalla sorte a nove,
designano quaranta nuovi elettori: questi ridotti da un secondo
sorteggio a dodici ne nominano altri quaranta, che ristretti da capo a
nove ne eleggono quarantuno, i quali, presentati finalmente al gran
consiglio, approvati dall'assemblea, isolati in un conclave scelgono il
doge.
Questo capolavoro di diffidenza, invece di abbandonare l'elezione al
caso, la riserba agli uomini più abili nella conoscenza delle persone,
più influenti nelle famiglie, più iniziati ai raggiri, più pratici delle
tradizioni aristocratiche. Infatti la prima elezione, proclamando
Tiepolo, capo delle vecchie famiglie, prova la bontà del nuovo congegno
elettorale. Ma poichè i capi delle recenti grandi famiglie erano spesso
chiamati a Treviso, a Padova, a Ferrara col titolo di podestà, per
timore che essi acquistino pericolose influenze, e trasportino la
demagogia imperiale o papista nella republica, s'inibisce ad ogni
veneziano di accettare funzioni all'estero, proibendo persino ai dogi di
sposare o far sposare ai propri figli donne straniere. Nullameno, i
Tiepolo essendo troppo amati dalla moltitudine ed accennando a diventare
neo-ghibellini come i bianchi di Toscana, l'aristocrazia proclama poco
dopo i Dandolo, e nel 1319 fa passare le decisione solenne che il gran
consiglio non sarà più rinnovato e la republica apparterrà alle seicento
famiglie regnanti. Ecco i tiranni, l'oligarchia è fondata, la democrazia
esclusa per sempre. Venezia republicana, immobile nella marea che sposta
tutti i partiti e le città d'Italia, combatterà fuori di se stessa ogni
istituzione republicana, condensandosi sempre più nella signoria.
Ma una oligarchia di seicento famiglie e un consiglio di tiranni
presieduto da un doge, che è appena una larva di magistrato, non
potrebbero mantenere nella politica quell'unità d'indirizzo necessario
alla sua immobilità costituzionale. Laonde il consiglio dei dieci,
nominato provvisoriamente per scoprire i complici occulti di Baiamonte
Tiepolo insorto a capo della democrazia esclusa dal consiglio,
accorgendosi che il pericolo democratico è permanente, eternizza la
propria funzione portandola più alto del senato, del gran consiglio,
degli avogadori, dei corregidori, del doge stesso, di tutti. Il
consiglio dei dieci, vero signore di Venezia come i Visconti di Milano e
gli Scaligeri di Verona, tradisce tutte le fazioni, umilia tutte le
personalità, sorveglia tutti i magistrati, matura ed eseguisce tutte le
idee. La sua autorità è ancora più misteriosa che tirannica, la sua
giustizia oltrepassa il delitto per giungere all'assoluto colla
preterizione di ogni legalità.
Allora Venezia, sicura sotto questo potere impersonale che porta la
passione del comando nel disinteresse dell'autorità, si svolge superba e
magnifica, aggiungendo risultati a risultati, assorbendo tutti i
progressi e rimanendo nullameno stazionaria. Infallibile nella politica
quanto angusta nel pensiero, lascia il popolo sempre estraneo al governo
e mantiene una costituzione inaccessibile alle nuove idee, elabora una
giustizia sempre al di fuori della coscienza, domina con una civiltà
egualmente violata dalle premesse della sua costituzione e dalle
inevitabili bassezze del suo carattere. Quindi con alleanze, colonie,
impero e tesoro incomparabile è meno conquistatrice di Milano, meno
forte di Genova che la batte, meno colta di Firenze che la supera. La
sua libertà della maschera a tutti i cittadini non compensa l'ipocrita
fisonomia, alla quale costringe i loro volti sempre preoccupati di
nascondere ogni emozione. Così, bizantina d'origine, di pensiero, di
carattere, espia colla incapacità del proprio medesimo progresso la
fortuna di essersi sottratta ai dolori delle prime rivoluzioni italiche.
Il suo governo, nè monarchico, nè repubblicano, opprime colla stessa
inquisizione popolo e doge, costringe Marin Faliero alla rivolta e lo
decapita, rende obbligatorio il dogato e prigioniero il doge,
rivedendogli persino le liste dei fornitori, ritenendogli parte dello
stipendio per i suoi debiti possibili, proibendogli ogni idea o risposta
politica, vietandogli di ricevere qualunque dono o di riscuotere
qualunque somma oltre i confini del dogado, fosse pure un rimborso come
quello del re di Portogallo a Carlo Zeno. Malgrado ogni resistenza
irreligiosa a Roma, l'ateismo di Venezia non è una emancipazione del suo
pensiero politico, ma una altera riottosità del suo governo geloso
contro tutti, anche contro Dio, delle proprie prerogative. Al culmine
della fortuna, quando la sua storia dilatandosi entra finalmente in
quella italiana, al momento della grande contesa fra Firenze e Milano,
la sua idea non può quindi fondervisi interamente, nè la sua opera
acquistarvi l'importanza delle altre due metropoli.
CAPITOLO QUINTO.
La rivoluzione militare
Incapacità militare dell'Italia.
Nella rivoluzione della signoria ne covava un'altra, inavvertita prima,
poi maggiore di essa.
Nessun comune o republica o signoria in Italia aveva mai avuto vero
organamento militare. La nazione divisa in due grandi classi, nobiltà e
popolo, mancava di soldati; la feudalità, composta di famiglie
relativamente scarse rispetto alla massa della nazione e dedite all'uso
dell'armi, raccoglieva in bande i propri vassalli, dominando a stento la
loro ripugnanza al pericolo col timore di una morte anche più certa; la
borghesia, insorgendo contro i castelli, si era improvvisamente armata,
aveva combattuto, aveva vinto, e nullameno all'indomani di ogni vittoria
o disfatta ambo i partiti si trovavano senz'armi, senza munizioni, senza
soldati, senza capitani. La società dibattentesi nella conquista di
forme politiche, che doveva nascondere con abili falsificazioni
all'occhio vigile del papato o dell'impero, non avrebbe potuto
organizzare una milizia, senza dichiararsi prima indipendente in un
nuovo sentimento di patria e stabilire un sistema di finanze e di
gerarchia, incompatibile collo spirito del tempo. Quindi la milizia,
costituita nella feudalità con bande di vassalli guidate dal signore, si
componeva nella città con arruolamenti improvvisati nelle corporazioni,
e il seguimento, come dicevasi allora, non era in ambo i campi che una
specie di volontariato più o meno libero e ripugnante, nel quale il
soldato non sognava che i propri campi o le proprie botteghe. Qualunque
fosse dunque la sua passione di parte, nè il concetto di patria, nè
l'idea del dovere, nè quella tragica necessità che accetta di dare e di
ricevere la morte per ubbidire agli ordini di una virtù superiore,
dirigevano mai la sua coscienza troppo spesso sedotta dalle ferocie
delle vendette o dalle cupidigie dei saccheggi. Di qui la poca mortalità
delle battaglie medioevali e le incredibili carneficine di certe
vittorie. Il console, il capitano, il signore erano l'anima, la gloria,
la durata dell'esercito. Il loro spirito lo attraeva, la loro bravura lo
manteneva, la loro morte lo dissolveva quasi sempre: ogni generale
doveva essere tutto per la propria soldatesca, armarla e nutrirla,
occuparsi di ciascuno e di tutti, farsi adorare e temere per essere
seguìto nella battaglia e non abbandonato nella sconfitta.
I masnadieri.
Quindi in una milizia formata e riformata di bande, atea e
superstiziosa, più feroce che intrepida, più rapace che disciplinata, al
servizio piuttosto di una parte che della patria, non frenata dalla
disciplina di un vero governo, nomade, avventizia, sognante le baldorie
della pace per scialacquare le poche ricchezze rubate nella guerra,
indifferente alle idee dei propri capi dei quali non poteva mai nè
comprendere la politica nè partecipare ai trionfi, era naturale si
formassero delle bande pronte a convertire quell'esercizio in mestiere,
profittando dell'incessante bisogno di soldati e della poca passione
alla milizia nelle moltitudini cittadine e campagnole. Da principio
queste bande non saranno state che avanzi di eserciti disciolti,
specialmente stranieri, chiamati in Italia dalle guerre regie o
imperiali: e che abituati a vivere di guerra e nella guerra, trovandosi
fra popolazioni stanche e poco armate, avranno fatalmente sognato di
vivervi taglieggiando e assassinando, al servizio di qualche feudatario
o di qualche comune. Le critiche del Machiavelli alle compagnie di
ventura, e la mancanza di eserciti nazionali da lui spiegata
coll'influenza ascetica del cristianesimo; le sue accuse all'antico
impero romano di assoldare truppe estere, e ai signori italiani di
copiare questa corruzione dei cesari per meglio corrompere e soggiogare
i cittadini, non sono che puerilità rettoriche. L'Italia non aveva e non
poteva allora avere eserciti nazionali perchè priva dell'idea di stato e
di quell'organizzazione governativa, che dall'unità politica deriva i
mezzi costanti della difesa. Se il combattente è possibile in tutti i
luoghi e in tutti i tempi, il milite è un carattere storico, che
presuppone un ambiente e una serie di fatti politici senza i quali
diviene assolutamente impossibile immaginarlo.
Certo i signori disarmarono l'Italia per meglio regnarvi, ma questa loro
politica fu una necessità del secolo nel quale i soldati non erano che
partigiani e il progresso esigeva l'annullamento di tutti i partiti
nella unità fecondatrice delle signorie. Industria e commercio,
agricoltura e manifattura, arti e scienze non potevano avanzare che a
questa condizione. D'altronde la massa del popolo aveva sempre odiato la
milizia come conseguenza e incarnazione della conquista regia. Tutte le
rivoluzioni dei vescovi, dei consoli, dei podestà, dei capitani del
popolo, dei tiranni racchiudevano quest'odio, giacchè ogni loro movente
veniva da una idea di emancipazione economica o politica, e l'ostacolo
più forte ad ottenerla era appunto la soldatesca. I cittadini, per una
delle solite antitesi della storia, si erano mutati in soldati per odio
alla milizia. Quindi al trionfo della signoria, che rendeva inutile
questo contradditorio sacrificio, il popolo rispose con gridi di una
gioia, della quale si trovano ancora le parole nei cronisti. Una delle
migliori leggi dei Visconti, secondo Azario cronista milanese, fu che il
popolo non andrebbe più alla guerra; il Villani fiorentino è della
stessa opinione, tasse sull'argento, sul sale, sulle campagne,
liberarono dall'obbligo del servizio militare, formando il primo
bilancio della guerra, la quale d'ora innanzi doveva esser fatta dai
mercenari.
Infatti la sostituzione degli avventurieri ai cittadini facilitava la
vittoria alle signorie più ricche contro le vicine republiche più esili
e povere. Dal momento che il moto delle signorie, sommergendo le vecchie
parti, imponeva a tutti il bisogno di una pace più equa di quella dei
podestà e più sicura di quella dei tiranni, le signorie capaci di
assoldare molte soldatesche dovevano fatalmente trionfare di quei liberi
comuni inetti a trasformarsi secondo la nuova idea politica. Torme di
mendicanti armati, lontani discendenti dei gladiatori, percorrevano
dunque tutte le vie d'Italia e ne conquistavano le città dietro gli
ordini di un invisibile signore troppo superbo per degnarsi nemmeno di
assistere alle loro vittorie. Una perfida e sapiente finanza calcolava
quindi nel segreto dei gabinetti quante barbute o fiorini costasse una
città: la vittoria non era più che un conto aritmetico, e il vero campo
di battaglia un banco. Tutto vi era valutato e pesato coll'oro; il
popolo accettava questa nuova originale forma di guerra come la più
economica e rapida liquidazione medioevale: inutile parlare di virtù, di
diritti, di patriottismi. Poichè le unificazioni regionali delle
signorie dovevano trionfare del vecchio atomismo comunale, il modo del
loro trionfo predeterminato dalla storia diventava superiore a tutte le
recriminazioni della morale. Ma in questo commercio militare il
disordine apparente è tale che spesso toglie all'occhio dello storico di
seguire con precisione il corso delle idee e il contorno dei fatti. La
soldatesca, passando da signore a signore, da mercante a mercante,
moltiplica rotte e vittorie, arresta a mezzo ogni impresa, scompagina
tutti i disegni, sembra confondere tutti i risultati. Le signorie basate
sovra di essa oscillano e a certi momenti paiono presso a sommergersi,
ma questo tumulto militare non potendo rompere la propria cornice
storica, ogni signoria conquista finalmente tutto il raggio della
propria naturale espansione.
Fino dall'epoca dei tiranni, bande di mercenari servivano nella guerra
senza vera organizzazione: residui di eserciti e avanzi di forca erano
assoldati e congedati senza troppo pericolo. Ma nel dilatarsi delle
tirannie il numero delle masnade crebbe colla necessità politica nei
governi di avere una forza armata per disarmare le parti; e tutti questi
masnadieri sentirono il bisogno di organizzarsi per facilitare i propri
contratti e sottrarsi ai pericoli della pace, che li abbandonava
affamati e sbandati in mezzo a popolazioni ostili. Senonchè, diversi di
razza, attratti da tutte le contrade d'Europa all'incendio sempre vivo
delle guerre italiane, selvaggi e corrotti, non potevano avere altra
organizzazione che la personalità di un capo, il quale li reggesse
coll'arbitrio e li nutrisse colla vittoria. I Tolomei di Siena, Marco e
Lodrisio Visconti furono i loro primi duci; ma troppo partigiani per
tale ufficio vi perirono o condussero a perdizione le compagnie. A
Guarnieri duca d'Urslingen era riservata la gloria sinistra di
organizzare le compagnie di ventura nel 1342. L'iscrizione «nemico di
Dio, d'ogni pietà e d'ogni misericordia» che egli portava con satanico
orgoglio sul petto, minacciava tutta l'Italia inerme e nullameno ancora
abbastanza forte per mutare questo nuovo torrente di armati in un canale
irrigatore della propria politica.
Infatti il duca Guarnieri, scannando, incendiando, devastando, serviva
sempre la politica del tempo, abbatteva colla propria città nomade tutti
i vecchi ripari guelfo-ghibellini, sollecitava colla propria spada
insanguinata i comuni retrivi, assoldato segretamente o palesemente dai
più grossi signori, ma sempre estraneo ai risultati di tutte le lotte.
Dietro lui spuntano gli imitatori. Frate Moriale perfeziona
l'organamento del campo fino a sorpassarvi l'ordine delle migliori
città; quindi mistico e feroce, mercanteggiando con scrupolosa onestà
ogni più ribaldo ladrocinio, cade in un agguato tesogli da Cola di
Rienzi e vi perde la vita. Annichino Bongarten, Alberto Sterz prendono
il suo posto per sparire nell'ombra spaventevole di Giovanni Hawkwood,
detto Acuto, che alla testa di masnade inglesi supera tutti nella
prontezza delle mosse e nella crudeltà delle devastazioni. Questo
bandito di genio non solo vince i migliori capitani del tempo durante
tutto il periodo delle reazioni imperiali ed aragonesi, ma finisce
genero di Bernabò Visconti, al servizio della chiesa, arricchito ed
ammirato dalla republica di Firenze, che gli erge un monumento.
I condottieri.
Ma il masnadiero mercantilmente imparziale, che si vende a tutte le
ragioni di guerra in un paese incapace di comporsi eserciti nazionali,
deve naturalmente destare la concorrenza dei masnadieri indigeni.
Infatti una forte reazione determinata dagli orribili eccessi di queste
bande, che nessun danaro pagava mai abbastanza e nessun capitano poteva
frenare, prorompe da tutte le contrade d'Italia. Urbano V e Caterina da
Siena eccitano Alberico da Barbiano contro gli inglesi e gli altri
mercenari devastatori: questi li distrugge e diventa così il primo
condottiero d'Italia. Quindi con istinto di gran capitano muta la
tattica, raddoppia la disciplina e l'ascendente nel proprio esercito:
invece di esserne il capo, ne è il padrone; arruola, compra soldati, li
annulla nella propria compagnia, li possiede come tanti alberi di un
podere, che può vendere ad altri o lasciare in eredità al proprio
figlio. Le prime bande nominavano i capi dominandoli come i comuni
facevano coi podestà; il nuovo condottiero applica la signoria
all'esercito e vi diventa signore.
A questo punto si dichiara la guerra tra la signoria mobile del campo e
la signoria ferma della città: questa, costretta a servirsi di quella
per vivere, sente che può soccombere nell'alleanza e destarsi un mattino
avendo cangiato di signore; quella, costretta a vivere di battaglie e a
conquistare città, cerca istintivamente una cornice dove fissarsi. Il
signore temerà spesso le vittorie del condottiero, il condottiero i
tradimenti del signore, ed entrambi periranno entro l'orbita delle
signorie spingendole colla propria lotta alla necessità dei principati.
Si direbbe che l'ondulazione di tutti i campi armati si allarghi sempre
più per annegare signorie e republiche. Dovunque sorgono condottieri
ferrati, impennacchiati come tanti cavalieri di una decorazione
fantastica, cinti d'eserciti rumoreggianti. La loro vita di guerra
impone la prova della guerra a tutti i governi; le conseguenze della
guerra gettano nella miseria tutti i paesi. Il denaro diventa sola
ricchezza e unica forza. I signori disarmati non possono fare a meno dei
condottieri, che alla lor volta debbono essere capi politici per
orientarsi in questo tumulto di battaglie governato dalle necessità
della finanza entro la cerchia naturale delle signorie e illuminato dai
fuochi fatui delle vecchie libertà.
Milano, la più ricca delle signorie, stipendia i più illustri discepoli
di Alberico da Barbiano per schiacciare gli stati limitrofi e proseguire
nel torbido sogno di conquista regia. Ma l'impresa d'Italia, troppo
superiore alla ricchezza di Milano, ne immiserisce così i sudditi che
alla morte di Giovanni Galeazzo, nel 1402, molte rivolte la
compromettono; e Firenze stringe col papa, col marchese d'Este, Venezia,
Padova, Rimini, Ravenna e Alberico da Barbiano una terribile lega di
guerra contro l'unitaria metropoli. Le insurrezioni squarciano come
tante mine lo stato milanese: la reggente ridotta agli estremi cede al
papa Bologna, Perugia ed Assisi; i condottieri milanesi disertando
s'impadroniscono di altre città; il marchese di Monferrato piomba su
Vercelli e Novara: Vicenza, Feltre e Belluno si danno a Venezia; tutto
pare perduto, la reggente muore avvelenata, a Milano stessa i guelfi
inalberano la croce rossa nel quadrivio di Malcantone.
Senonchè la signoria milanese non può perire: i due figli di Galeazzo,
Filippo Maria e Giovanni Maria, resistono l'uno a Pavia e l'altro a
Milano; poi alla morte di questo, pazzamente sanguinario, pugnalato nel
1412 dentro la chiesa di S. Gottardo, e col ritorno all'unità del
potere, la fortuna milanese si ristora. Una stessa crisi finanziaria
strema la grossa metropoli e quasi tutte le città insorte contro di essa
in nome delle vecchie indipendenze comunali storicamente impossibili. Le
autonomie morte non debbono risuscitare; i condottieri conquistando
qualche città non possono mutarvisi in signori sotto pena di dover
tradire l'esercito in una miseria senza paga che lo dissolverebbe.
Quindi Filippo Maria, sposando la vedova di Facino Cane, che gli porta
in dote l'esercito e le città del morto condottiero, riprende tosto
l'offensiva per riconquistare quasi tutto il proprio stato e proseguire
la guerra di Giovanni Galeazzo contro la federazione republicana di
Firenze, di Venezia e della chiesa. I suoi eserciti diventano terribili,
ma egli, più terribile ancora, domina colla propria signoria ferma le
signorie volanti dei condottieri: diffida di loro, li inganna, li
tradisce; tutti soccombono davanti all'impenetrabilità della sua
politica, Carmagnola, Piccinino, lo stesso Francesco Sforza, l'uomo più
grande del secolo che arriva sino a sposare la figlia di lui e deve
fuggirlo, combatterlo, e alla sua morte, nel 1447, non può raccoglierne
l'eredità perchè Milano ritenta in se stessa l'ultima prova della
republica.
Ma in due anni Milano si convince che la republica sarebbe il ritorno
dell'anarchia guelfo-ghibellina colla perdita della Lombardia, per
l'impossibilità militare di difenderla contro Firenze e Venezia senza
gli eserciti di Francesco Sforza. Quindi allo spirare dell'ultimo
contratto, quando questi passa al nemico e assale Milano, la republica
scompare, e la signoria ritorna più forte col nuovo signore che rinuncia
a tutte le pretensioni regie del genio visconteo.