degl'imperatori, la signoria si annunzia invece in un nuovo sogno
d'impero. Cola di Rienzi, povera figura plebea di notaio, mettendosi con
uno sforzo eroico della volontà nel mezzo di tutte le tragedie provocate
da quell'anarchia dell'interregno, se ne assimila tutte le grandezze. La
cornice costituisce questa volta pressochè tutto il valore del quadro,
sul fondo cupo del quale la sua figura brilla un momento nella luce del
trionfo. Immaginoso come un trovatore, eloquente quanto un tribuno,
colto al paro dei notai di allora che spesso erano letterati e poeti,
Cola di Rienzi s'impadronisce della fantasia popolare con una
esposizione di quadri simboleggianti lo stato della città, solleva le
truppe e occupa il Campidoglio.
La sua azione è così rapida, i suoi primi decreti di pacificazione tanto
provvidi che il popolo lo acclama e i baroni lo riveriscono. Ma
l'ampiezza della scena turba la mente dell'attore. Voci fatidiche
salienti a notte dalle rovine di Roma, come echi o profezie di un impero
immortale, impongono alla sua coscienza la fatalità del comando
universale passato dagli imperatori ai papi e da questi a tutti i
ribelli morti combattendo. Il rogo di Arnaldo da Brescia non aveva
potuto bruciare la sua idea. Cola di Rienzi, còlto dalla stessa
vertigine di una risurrezione romana, decide di riunire in fascio tutte
le rivoluzioni italiche e di metterlo in mano al papa, dominandolo
coll'idea di Roma. Non è l'unità italiana, ma una torbida visione romana
che esercita il tribuno. La terribile unità cattolica di Gregorio VII,
il primato italico di Alessandro III capo della lega lombarda, le
pretensioni dominatrici di Bonifazio VIII, sono estranee alla sua idea.
Roma sola ne è la causa, e la signoria, che trionfa in Italia, il
processo. Cola di Rienzi sarebbe così il signore dei signori, come Roma
è la città delle città. La sua idea non acquista coscienza di se
medesima misurandosi colla realtà, ma luminosa e colorata come un sogno
si presenta colla forma fantasmagorica di un concilio italiano, al quale
tutte le città debbono mandare due deputati e un giureconsulto.
Si tratterebbe dunque di una federazione politica italiana contro gli
interventi e le dominazioni estere, ma il modo sultanico d'intimazione
usato dal tribuno di Roma indica subito che siamo ancora nel sogno.
Nullameno l'Italia risponde a quest'invito, che implica la sua
liberazione dai due poteri costituzionali del papato e dell'impero; il
concilio si affolla, e Cola vi rivendica fra un entusiasmo frenetico
l'impero immaginario di Augusto e di Gregorio. Storia, archeologia,
poesia, religione, ne sono le ragioni: echi, imagini, ricordi, fantasmi
che vorrebbero dominare la vita. Quindi trascinato dalla logica delle
parole, egli dichiara romane tutte le rivoluzioni italiane, libera le
città, naturalizza i loro abitanti, dà la propria bandiera ai loro
soldati, cita al proprio tribunale inermi gli imperatori di Germania.
Fraseologia e decorazione lo inebriano: tribuno, solo, poggiato su Roma,
si sente più grande dell'imperatore e più universale del papa.
Ma questi con una sola parola soffia sopra il suo sogno e lo dissipa. La
chiesa scomunica il tribuno, usurpatore di Roma da essa già quasi
perduta. Allora la soggezione religiosa riprende i popoli sbigottiti
dall'anatema scoppiato sulla testa di Rienzi come un fulmine; la sua
idea fantastica svapora, la sua autorità dilegua. Troppo timido per
immolare i baroni da lui stesso imprigionati, fugge di Roma innanzi alla
insurrezione ghibellina del paladino di Altamura per riparare, dietro
l'esempio antico di Temistocle e colla demenza vanitosa dei poeti, a
Praga presso il medesimo imperatore Carlo IV da lui citato alla sbarra;
ma imprigionato da questo gli scrive in stile apocalittico la propria
visione dell'imminente riforma universale con Roma e l'imperatore alla
testa. Deriso si umilia, da profeta discende a buffone, da tribuno si
muta in cortigiano per consigliargli una reazione tedesca sull'Italia al
modo di Enrico VII di Lussemburgo e di Giovanni di Boemia. Allora
l'imperatore lo rimanda al papa, che lo imprigiona; e Cola bacia ancora
le proprie catene, mente, calunnia, si rinnova, si muta, compie la
propria evoluzione uscendo di carcere al seguito del cardinale Albornoz
mandato a ritentare l'impresa di Bertrando del Poggetto. Quindi
nuovamente senatore di Roma si mostra più gonfio, più declamatore, più
falso, più pazzo di prima. Il suo republicanesimo è così assurdo, la sua
volubilità così ignobile, i suoi tradimenti così miserabili, le sue
imposte così avare che una insurrezione lo investe. Egli trema,
dimentica ogni eloquenza, non trova alcun coraggio, getta le armi,
cangia più volte di vesti, finchè ravvolto in un saio da saccomanno è
scoperto dall'odio vigile della plebe e trucidato a' piedi della scalea
capitolina, che non avrebbe mai dovuto salire.
Ma la sua demenza politica e la sua viltà morale non bastarono ad
ucciderlo nella storia. Il suo sogno di unità italico-romana col papato
e dominando il papato si riprodusse; le sue repressioni dei baroni, i
suoi trionfi, le sue peripezie, il suo carattere rimasero nella
tradizione e passarono nell'arte. Non si potè o non si volle capire la
vanità insulsa della sua opera. Le idee politiche, che la sconvolsero e
per le quali non seppe nè agire nè morire, parvero quasi sue idee
personali; guelfi e ghibellini acclamarono la sua memoria, quelli per la
sua liberazione d'Italia concepita col papato e pel papato, questi per
il suo tentativo di mettere Roma al disopra del papa e a capo di una
nuova Italia. Quindi Cola di Rienzi, moltiplicato per la grandezza del
quadro e per l'antichità della cornice, entro la quale aveva recitato
abbastanza malamente la propria parte di signore, parve giganteggiare
fra le massime figure del tempo, tra i Visconti e gli Scaligeri, così
terribilmente trionfanti nella storica realtà. Si è creduto lungamente
che Petrarca gli dedicasse una delle sue più belle canzoni; Wagner, il
maggior musico di questo secolo, cominciava da lui la serie dei propri
melodrammi immortali. Ma oggi una critica più acuta disdice le dedica a
lui della canzone del Petrarca, Wagner rinnegò il proprio melodramma; e
Cola di Rienzi, severamente giudicato dalla storia, che a distanza di
secoli punì della stessa morte il suo tentativo riprodotto da Pellegrino
Rossi, vanisce nell'arte come una di quelle ambigue figure, alle quali
nè il pensiero potè dare la trasparenza luminosa dei fari, nè l'azione
il rilievo inconsumabile dei bronzi.
L'impresa fallita di Rienzi provava solo che il papato non era ancora
maturo alla signoria, e che nullameno nessuno poteva sostituirlo in
Roma.
Difatti Roma, predestinata all'opera del papato, doveva solamente con
esso esaurire tutte le forme politiche, prima di rientrare nella futura
unità italiana.
Il cardinale Albornoz.
Ma l'improvvisa ed eccessiva fortuna della signoria milanese minacciante
tutte le altre determina presto una nuova spaventevole guerra di
reazione. Primo Cola di Rienzi, perduto nel sogno di una unità
republicana, appella al papa e all'imperatore contro i tiranni di
Lombardia; poi nel 1350 Clemente VI manda il proprio parente Durafort a
ritentare col medesimo esito l'impresa di Bertrando del Poggetto; nel
1352 Siena, Firenze e Perugia si alleano contro i Visconti; nell'anno
successivo Mantova, Verona, Ferrara, Padova, Venezia pattuiscono una
lega, che invoca l'imperatore Carlo IV. Questi discende in Italia, e tre
anni dopo si congiunge con Albornoz, vittorioso dei signori romani, per
distruggere la signoria milanese. Il combattimento dura ventisette anni
come quello di Barbarossa, ma riesce alla vittoria di Milano e di tutte
le altre signorie, trionfanti del proprio errore reazionario per la
forza stessa dell'idea che combattono.
In questa lunga crisi l'eroismo politico dei Visconti sfolgora
attraverso tutta la varietà dei loro caratteri individuali nelle più
cupe tragedie, superando tutti gli eventi. Poichè Luchino soccombe
troppo presto avvelenato dalla moglie, l'arcivescovo Giovanni più forte
dell'antico Eriberto resiste al papa minacciando: allorchè Carlo IV
giunge a Milano per ripetervi forse la tremenda condanna di Lodovico il
Bavaro, che gettava Galeazzo nei forni di Monza, i tre fratelli Matteo,
Galeazzo e Bernabò gli oppongono finzione a finzione, e lasciandolo
fuori della mura lo assediano di visite, lo stordiscono di feste. Quindi
fronteggiando in battaglia tutti gli avversari, mescolano tradimenti e
vittorie, intrighi e sconfitte. La passione rivoluzionaria e l'idea
politica del tempo li sostengono. Matteo II, il più vano dei tre
fratelli, è ucciso dagli altri; Bernabò, il più forte di tutti,
rivaleggia con Ezzelino da Romano, sopprime ogni sètta, largheggia col
popolo, innamora la plebe, riordina l'amministrazione, fa inghiottire
sul Lambro ai messi del papa le loro lettere, feroce, tiranno,
imparziale, temerario sino ad avventurarsi ovunque senza guardie,
collerico come un leone, innamorato della propria moglie come l'ultimo
dei borghesi. I republicani lo maledicono, i guelfi lo detestano, la
chiesa lo condanna, ma il popolo lo adora e le cronache lo esaltano come
il capo della rivoluzione, che organizza la vittoria sui campi di
battaglia e stabilisce una legislazione duratura per la felicità dei
lombardi.
La guerra agevola la rivoluzione.
Ai primi baleni della reazione Bologna e Genova si arrendono ai
Visconti; Pavia svillaneggiata dalla mistica demenza di frate Bussolari,
tardo imitatore di Giovanni da Vicenza, è ridestata alla vita dalla sola
presenza di Galeazzo; Bergamo entra nell'orbita di Milano; Reggio
affidata dal signore di Mantova a Feltrino è da questo venduta a
Bernabò; il Conte Verde di Savoia, abile guerriero e politico feroce,
perde ogni impresa contro i Visconti, e vince tutte quelle che
stabiliscono all'interno la sua signoria.
Molte signorie, già al declino e destinate presto a sparire, resistono
nullameno a questa reazione che mette in pericolo il principio della
rivoluzione; Mantova, Ferrara, Padova, Verona, il Monferrato, la Savoia
rimangono immobili, quanto Milano sulle proprie basi; solamente, come a
pena dei propri errori, si veggono compromesso il governo da un ultimo
infuriare delle sètte. Così a Firenze i Ricci e gli Albizzi rinnovano la
contesa degli Uberti e dei Buondelmonti, e all'arrivo dell'imperatore
Carlo IV Pistoia, Arezzo, Volterra, San Miniato s'aggrappano alla sua
porpora per sfuggire alle mani della republica; la quale, dopo una nuova
rivoluzione nel campo imperiale e una nuova guerra contro il papa,
rovescia finalmente nel 1378, ultimo anno della reazione, i popolani coi
plebei avviandosi mutamente verso la signoria dei Medici.
Siena, più crudele, massacra i propri Nove all'arrivo dell'imperatore
per ripetere alla sua partenza una eguale sommossa contro il governo da
lui ordinato, straziandosi per tutta una serie di carneficine
imbrogliata da un'aritmetica politica che varia sempre il numero nei
membri del governo. Finalmente esasperata dal ritorno dell'imperatore,
lo assedia nel proprio palazzo, lo condanna alla fame, lo annienta nel
ridicolo, lo scaccia, e seguita a dibattersi nelle convulsioni della
propria republica destinata a perire sotto la signoria di Firenze.
Indarno l'imperatore decapita pazzamente a Pisa il signore Gambacorti,
giacchè Agnello dei Raspanti lo sostituisce per morire in una identica
tragedia e cedere indi a poco il dominio ai Gambacorti riconfermati. La
reazione imperiale si consuma in tentativi inutili, che non distruggono
nessuna signoria e non salvano l'indipendenza a nessuna città: onde
Firenze riacquista presto i propri dominii, e Genova sempre sotto la
dipendenza dei Visconti prosegue la guerra contro Venezia.
Solamente il cardinale Albornoz, combattente nel nome del papa, passa di
vittoria in vittoria contro i signori romani. Le sue improvvisazioni
infallibili di politico e di guerriero riparano prontamente l'insuccesso
di Durafort e rovesciano tutte le giovani dinastie, i Vico di Viterbo, i
Trinci di Foligno, i Gabrielli di Gubbio, i Gentile di Fermo; tentano i
Varano di Camerino; penetrano tutte le città di Romagna raddoppiando le
vittorie della guerra cogli intrighi della diplomazia. Ma il suo spirito
è troppo grande per un'opera così falsa. Quindi l'ingratitudine del
pontefice, che gli chiede i conti e al quale egli risponde mostrando con
epico gesto un carro carico delle chiavi delle città prese, lo obbliga a
ritirarsi dalla scena. Allora una nuova evoluzione di Firenze contro il
papa trascina alla rivolta ottanta fra città e fortezze, cancellando in
dieci giorni l'opera di ventidue anni.
Il cardinale Roberto di Savoia, sostituito all'Albornoz per ristabilire
la sua conquista, non è più che un pazzo sanguinario, febbricitante nel
furore di una reazione impotente. Il suo interdetto sui fiorentini, i
pisani e i genovesi, nel quale permette a tutti di derubarli e di farli
schiavi; la minaccia contro Bologna di lavarsi i piedi e le mani nel
sangue dei cittadini; l'incredibile strage di Cesena, nella quale
quattromila persone vengono sgozzate e i bambini lattanti sbatacchiati
pei muri, mentre egli seguita ad urlare: voglio sangue, voglio sangue!
determinano alla morte di Gregorio XI, nella questione se il papa debba
risiedere a Roma o ad Avignone, la esplosione del grande scisma. Lo
slancio dei Visconti nel riadergere quanto l'impeto di Albornoz aveva
abbattuto, il nuovo entusiasmo d'Italia per un'altra guerra civile e
politica contro la cieca democrazia cattolica del medio evo, e la stessa
tirannia reazionaria dei papi d'Avignone strappano al conclave, quasi
interamente francese, l'elezione di Urbano VI ghibellino, mentre il
popolo grida: romano lo vogliamo o almeno italiano! E quando il
conclave, riparando timidamente a Fondi, rinnova con criteri assassini
l'elezione per proclamare papa guelfo lo stesso cardinale Roberto di
Savoia, stupidamente sanguinario ed insanguinato, nel tuono degli
anatemi barattati tra i due papi s'intende la voce trionfale della
rivoluzione che gitta a tutta l'Europa l'appello della ragione contro
una fede diventata insufficiente al pensiero e in contraddizione colla
storia.
L'unità ideale italiana.
Ma la tradizione regia di Verona iniziata da Berengario, seguita fra le
stragi da Ezzelino, accarezzata nel trasporto di un sogno glorioso dai
primi Scaligeri, turba la cronaca milanese. Le vittorie viscontee danno
alla grossa metropoli lombarda le vertigini del regno. Così quando
Giovanni Galeazzo, il più ammirabile ipocrita del secolo, getta
improvvisamente il proprio terribile zio nel castello di Trezzo, e la
signoria milanese dilagando colla foga di un torrente s'impadronisce nel
1387 di Verona e Vicenza, nel 1388 di Padova, nel 1399 di Pisa, poi di
Perugia, di Lucca, di Assisi, di Novara, di Spoleto, di Bologna,
portando il proprio signore al titolo di duca, sembra davvero che tutte
le rivoluzioni anteriori abbiano mirato a questa sua sovrana
indipendenza per arrivare con essa all'unità politica nazionale
d'Italia. I cronisti Fiamma e Mussi, scrivendo l'apologia di Milano,
formulano nell'ingenuità vantatrice del proprio entusiasmo municipale le
pretese regie della nuova capitale con una arditezza che non arretra
nemmeno dinanzi al papa.
Ma l'unità politica è impossibile nella storia italiana predestinata a
svolgersi federalmente nell'interesse della storia europea. La conquista
milanese produrrebbe l'oppressione di tutti gli stati, distruggendo col
terribile livello del proprio dispotismo tutte le fisonomie del pensiero
italico. Mantova, Genova, Ferrara, Firenze, Venezia, Roma, Napoli,
Palermo scomparirebbero dalla storia per discendere a grado di città
subalterne e perdere in una sterilità senza compensi la fecondità del
loro genio incaricato di elaborare i materiali e le idee della nuova
civiltà europea. D'altronde le varie coscienze regionali non dominate
ancora da una più alta coscienza nazionale, giacchè cittadino e stato
italiano non esistono ancora, contrasterebbero alla dominazione unitaria
milanese così ferocemente da ricondurre fra l'antica barbarie del regno
longobardo gli ultimi orrori della guerra guelfo-ghibellina. Prima di
raggiungere l'unità politica, l'Italia deve esaurire tutta la varietà
dei propri caratteri servendosi dei confini interni come di tante egide,
delle guerre incessanti come di un tonico, della religione come di una
poesia e dell'empietà come di una indipendenza; esperimentando il regno
nelle due Sicilie, la teocrazia a Roma, la oligarchia a Venezia, tutte
le basse forme monarchiche nelle signorie, tutti i modi democratici
nelle republiche. La sua arte, la sua scienza, la sua filosofia, il suo
commercio, la sua industria, i suoi capolavori moltiplicati in tutte le
opere, la sua sapienza che utilizza tutti i disastri, la sua virtù che
resiste a tutte le colpe, i suoi vizi che si parano di tutte le
bellezze, il suo primato in Europa, dipendono dalla sua mancanza di
unità. Ognuno de' suoi piccoli stati può ottenervi così l'importanza e
influenza di una nazione. L'Italia, necessaria ancora per molti secoli
come campo di battaglia all'Europa, riducendosi per opera dei Visconti
troppo presto ad unità nazionale, imporrebbe alla storia europea
tutt'altro sviluppo.
Quindi la guerra ai Visconti, minaccianti di assorbimento regio le
signorie, diviene una necessità italiana, nella quale Firenze, più
nobile e fine di Atene, rappresenta col proprio contrasto a Milano, la
grande tradizione federale, che dava già ad ogni borgo una così
originale bellezza e a tutte le rivoluzioni anteriori la gloria di una
inimitabile invincibilità. Nel proprio federalismo equanime Firenze è
quasi italiana, giacchè i suoi cronisti, a rovescio dei milanesi chiusi
nell'orbita della propria città come in un cerchio incantato, si
occupano di ogni vicenda in ogni parte d'Italia e anche fuori. La sua
azione politica limitata alla Toscana vi propaga irresistibilmente la
propria influenza; la sua mente libera da ogni vapore di sogno precisa e
sminuzza cose e idee; l'egoismo restringendola l'acumina; il
regionalismo isolandola la perfeziona. Milano, troppo vasta per una
signoria e troppo piccola per un regno, soccomberà; Firenze, mutata in
ducato, arriverà sino alla grande rivoluzione nazionale, allora che
Cavour, slargando l'ingegno politico del suo Guicciardini, e Mazzini,
aggiungendo l'eroismo del carattere al patriottismo rettorico del suo
Machiavelli, riuniranno l'indipendenza della nazione alla libertà dei
municipii.
Petrarca e Boccaccio.
Se il suo Dante ha creato col maggior poema del mondo la lingua
nazionale, Petrarca, librato nell'estasi della bellezza al disopra delle
passioni che hanno tratto all'Inferno il grande ghibellino, mette nella
parola una tale dolcezza, insinua nel verso una melodia così
accarezzante, confonde siffattamente nel proprio entusiasmo l'erudizione
romana e l'ignoranza politica del proprio tempo ancora tanto pieno di
eccidi, che il mondo oramai pacificato nella signoria s'innamora di lui
sino all'adorazione. Popoli, papi, imperatori, signori e republiche,
tutti s'inchinano alla bellezza plastica di questo genio, che vede tutto
attraverso gli splendori di una visione, nobilita tutto nello stile,
unifica tutto colla parola. Se Dante è fiorentino, Petrarca è già più
italiano che toscano; se la Beatrice di quello è meno che donna, la
Laura di questo è al tempo stesso una Venere e una madonna dalla
bellezza voluttuosa a forza di essere soave. Il dramma della signoria
non turba il Petrarca. Egualmente amico dei vincitori e dei vinti, egli
prodiga a tutti lettere e versi; sonnambulo nella lotta che gli ferve
d'intorno, sembra non scorgervi che larve e concetti di storia antica
avviantisi verso una misteriosa storia moderna. Le sue canzoni
trasfigurano gli eroi, cui sono indirizzate; le sue evocazioni
politiche, possenti e malinconiche, passano attraverso un crepuscolo
colla grandezza e l'immunità di una profezia. Solo contro il papato di
Avignone il suo classico sdegno diventa ira e le parole gli scoppiano
dalle labbra stridendo come nelle terzine di Dante, quando fra i lembi
di una rotta visione gli si para dinanzi il cadavere della chiesa
corroso da tutte le cancrene. E allora la rivoluzione trionfante anche
del suo genio contemplativo e del suo temperamento sensuale e serafico
compie l'ultima vittoria, strappando al più immateriale dei poeti la più
concreta delle invettive.
Ma se il Petrarca sembra obliare il medio evo e il proprio tempo per
discendere nell'antichità come Dante nell'inferno, o per salire in un
cielo ancora terrestre di colori e di profumi, il Boccaccio dimentica
egualmente tutto nella gioia della nuova vita. Le sue novelle
inconsapevolmente nazionali ospitano fiorentini, genovesi, veneziani,
napoletani, palermitani: deridono tutti i partiti, sbertano tutte le
passioni. Infallibili di verità, salgono coll'ironia fino alla sapienza
più antica e serena della vita, trattando collo stesso sorriso prelati e
mercanti, frati e re, Dio e il diavolo, l'amore e la politica, la
scienza e la religione, la fede e la lussuria, l'usura e l'eroismo, la
virtù e il vizio. Il loro scetticismo è quello medesimo del popolo, che
accetta la signoria per liberarsi in una sola volta di tutto il passato;
la loro originalità contiene tutta una flora artistica, che Dante non
avrebbe sospettato e che il Petrarca scandolezzato non intende. Ma il
Boccaccio prosegue più libero e moderno di entrambi, sorridendo delle
passioni che avevano ucciso il primo, ghignando sulle bellezze ancora
troppo vaporose che innamorano il secondo, opponendo al terrore della
peste l'eroismo di un'allegria che esprime finalmente l'emancipazione
dello spirito umano da tutte le superstizioni religiose e le barbarie
storiche. Se Dante ritto sul proprio immenso poema domina colla fronte
livida e luminosa tutto il medio evo, Petrarca e Boccaccio si presentano
sulla soglia dell'evo moderno, l'uno col sorriso della bellezza che
dovrà inspirare Raffaello, l'altro col riso della vita che animerà
l'Ariosto.
CAPITOLO QUARTO.
Venezia nella storia italiana
Ancorata nelle lagune, come un'immensa nave, Venezia sembra nella
propria storia piuttosto assistere che partecipare a quella d'Italia.
Il patto della chiesa e dell'impero, chiudendo in una infrangibile
parentesi la vita italiana, non vincola la sua; le agitazioni
rivoluzionarie e gl'interventi stranieri, come condizioni inevitabili
dello sviluppo italico, non mutano l'indole del suo governo. Le
rivoluzioni dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, la guerra
ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile, si acquetano nelle
sue lagune producendovi appena qualche ondulazione.
Da lungo tempo Venezia, quasi ignorata sul continente, è celebre e
poderosa in Oriente. Le sue navi entrano in tutti i porti, il suo
commercio sfrutta tutte le terre, le sue ricchezze superano quelle
riunite di tutta l'Europa, i suoi patrizi sono più splendidi dei re, i
loro palazzi somigliano piuttosto a reggie che a fortezze: il suo popolo
che arricchisce nei traffici, la sua plebe che si espande sui mari,
paiono non occuparsi del reggimento interno affidato ad una aristocrazia
muta e solenne, duttile ed inflessibile. Fino dal 1040, dopo una
sommossa, questa statuisce che nessun doge potrà più nè indicare il
proprio successore, nè darsi un collega fondando così una dinastia
civica. La democrazia elettiva dei conti entra dunque nel dogado senza
che il popolo si scateni o il patriarca s'imponga. Amalfi, Gaeta,
Sorrento, Bari, incapaci di sollevare tant'alto il proprio doge, lo
lasciavano invece cadere, e cadevano con lui sotto i Normanni.