A Roma, sempre città universale malgrado la doppia perdita dei papi e

degl'imperatori, la signoria si annunzia invece in un nuovo sogno

d'impero. Cola di Rienzi, povera figura plebea di notaio, mettendosi con

uno sforzo eroico della volontà nel mezzo di tutte le tragedie provocate

da quell'anarchia dell'interregno, se ne assimila tutte le grandezze. La

cornice costituisce questa volta pressochè tutto il valore del quadro,

sul fondo cupo del quale la sua figura brilla un momento nella luce del

trionfo. Immaginoso come un trovatore, eloquente quanto un tribuno,

colto al paro dei notai di allora che spesso erano letterati e poeti,

Cola di Rienzi s'impadronisce della fantasia popolare con una

esposizione di quadri simboleggianti lo stato della città, solleva le

truppe e occupa il Campidoglio.

La sua azione è così rapida, i suoi primi decreti di pacificazione tanto

provvidi che il popolo lo acclama e i baroni lo riveriscono. Ma

l'ampiezza della scena turba la mente dell'attore. Voci fatidiche

salienti a notte dalle rovine di Roma, come echi o profezie di un impero

immortale, impongono alla sua coscienza la fatalità del comando

universale passato dagli imperatori ai papi e da questi a tutti i

ribelli morti combattendo. Il rogo di Arnaldo da Brescia non aveva

potuto bruciare la sua idea. Cola di Rienzi, còlto dalla stessa

vertigine di una risurrezione romana, decide di riunire in fascio tutte

le rivoluzioni italiche e di metterlo in mano al papa, dominandolo

coll'idea di Roma. Non è l'unità italiana, ma una torbida visione romana

che esercita il tribuno. La terribile unità cattolica di Gregorio VII,

il primato italico di Alessandro III capo della lega lombarda, le

pretensioni dominatrici di Bonifazio VIII, sono estranee alla sua idea.

Roma sola ne è la causa, e la signoria, che trionfa in Italia, il

processo. Cola di Rienzi sarebbe così il signore dei signori, come Roma

è la città delle città. La sua idea non acquista coscienza di se

medesima misurandosi colla realtà, ma luminosa e colorata come un sogno

si presenta colla forma fantasmagorica di un concilio italiano, al quale

tutte le città debbono mandare due deputati e un giureconsulto.

Si tratterebbe dunque di una federazione politica italiana contro gli

interventi e le dominazioni estere, ma il modo sultanico d'intimazione

usato dal tribuno di Roma indica subito che siamo ancora nel sogno.

Nullameno l'Italia risponde a quest'invito, che implica la sua

liberazione dai due poteri costituzionali del papato e dell'impero; il

concilio si affolla, e Cola vi rivendica fra un entusiasmo frenetico

l'impero immaginario di Augusto e di Gregorio. Storia, archeologia,

poesia, religione, ne sono le ragioni: echi, imagini, ricordi, fantasmi

che vorrebbero dominare la vita. Quindi trascinato dalla logica delle

parole, egli dichiara romane tutte le rivoluzioni italiane, libera le

città, naturalizza i loro abitanti, dà la propria bandiera ai loro

soldati, cita al proprio tribunale inermi gli imperatori di Germania.

Fraseologia e decorazione lo inebriano: tribuno, solo, poggiato su Roma,

si sente più grande dell'imperatore e più universale del papa.

Ma questi con una sola parola soffia sopra il suo sogno e lo dissipa. La

chiesa scomunica il tribuno, usurpatore di Roma da essa già quasi

perduta. Allora la soggezione religiosa riprende i popoli sbigottiti

dall'anatema scoppiato sulla testa di Rienzi come un fulmine; la sua

idea fantastica svapora, la sua autorità dilegua. Troppo timido per

immolare i baroni da lui stesso imprigionati, fugge di Roma innanzi alla

insurrezione ghibellina del paladino di Altamura per riparare, dietro

l'esempio antico di Temistocle e colla demenza vanitosa dei poeti, a

Praga presso il medesimo imperatore Carlo IV da lui citato alla sbarra;

ma imprigionato da questo gli scrive in stile apocalittico la propria

visione dell'imminente riforma universale con Roma e l'imperatore alla

testa. Deriso si umilia, da profeta discende a buffone, da tribuno si

muta in cortigiano per consigliargli una reazione tedesca sull'Italia al

modo di Enrico VII di Lussemburgo e di Giovanni di Boemia. Allora

l'imperatore lo rimanda al papa, che lo imprigiona; e Cola bacia ancora

le proprie catene, mente, calunnia, si rinnova, si muta, compie la

propria evoluzione uscendo di carcere al seguito del cardinale Albornoz

mandato a ritentare l'impresa di Bertrando del Poggetto. Quindi

nuovamente senatore di Roma si mostra più gonfio, più declamatore, più

falso, più pazzo di prima. Il suo republicanesimo è così assurdo, la sua

volubilità così ignobile, i suoi tradimenti così miserabili, le sue

imposte così avare che una insurrezione lo investe. Egli trema,

dimentica ogni eloquenza, non trova alcun coraggio, getta le armi,

cangia più volte di vesti, finchè ravvolto in un saio da saccomanno è

scoperto dall'odio vigile della plebe e trucidato a' piedi della scalea

capitolina, che non avrebbe mai dovuto salire.

Ma la sua demenza politica e la sua viltà morale non bastarono ad

ucciderlo nella storia. Il suo sogno di unità italico-romana col papato

e dominando il papato si riprodusse; le sue repressioni dei baroni, i

suoi trionfi, le sue peripezie, il suo carattere rimasero nella

tradizione e passarono nell'arte. Non si potè o non si volle capire la

vanità insulsa della sua opera. Le idee politiche, che la sconvolsero e

per le quali non seppe nè agire nè morire, parvero quasi sue idee

personali; guelfi e ghibellini acclamarono la sua memoria, quelli per la

sua liberazione d'Italia concepita col papato e pel papato, questi per

il suo tentativo di mettere Roma al disopra del papa e a capo di una

nuova Italia. Quindi Cola di Rienzi, moltiplicato per la grandezza del

quadro e per l'antichità della cornice, entro la quale aveva recitato

abbastanza malamente la propria parte di signore, parve giganteggiare

fra le massime figure del tempo, tra i Visconti e gli Scaligeri, così

terribilmente trionfanti nella storica realtà. Si è creduto lungamente

che Petrarca gli dedicasse una delle sue più belle canzoni; Wagner, il

maggior musico di questo secolo, cominciava da lui la serie dei propri

melodrammi immortali. Ma oggi una critica più acuta disdice le dedica a

lui della canzone del Petrarca, Wagner rinnegò il proprio melodramma; e

Cola di Rienzi, severamente giudicato dalla storia, che a distanza di

secoli punì della stessa morte il suo tentativo riprodotto da Pellegrino

Rossi, vanisce nell'arte come una di quelle ambigue figure, alle quali

nè il pensiero potè dare la trasparenza luminosa dei fari, nè l'azione

il rilievo inconsumabile dei bronzi.

L'impresa fallita di Rienzi provava solo che il papato non era ancora

maturo alla signoria, e che nullameno nessuno poteva sostituirlo in

Roma.

Difatti Roma, predestinata all'opera del papato, doveva solamente con

esso esaurire tutte le forme politiche, prima di rientrare nella futura

unità italiana.

Il cardinale Albornoz.

Ma l'improvvisa ed eccessiva fortuna della signoria milanese minacciante

tutte le altre determina presto una nuova spaventevole guerra di

reazione. Primo Cola di Rienzi, perduto nel sogno di una unità

republicana, appella al papa e all'imperatore contro i tiranni di

Lombardia; poi nel 1350 Clemente VI manda il proprio parente Durafort a

ritentare col medesimo esito l'impresa di Bertrando del Poggetto; nel

1352 Siena, Firenze e Perugia si alleano contro i Visconti; nell'anno

successivo Mantova, Verona, Ferrara, Padova, Venezia pattuiscono una

lega, che invoca l'imperatore Carlo IV. Questi discende in Italia, e tre

anni dopo si congiunge con Albornoz, vittorioso dei signori romani, per

distruggere la signoria milanese. Il combattimento dura ventisette anni

come quello di Barbarossa, ma riesce alla vittoria di Milano e di tutte

le altre signorie, trionfanti del proprio errore reazionario per la

forza stessa dell'idea che combattono.

In questa lunga crisi l'eroismo politico dei Visconti sfolgora

attraverso tutta la varietà dei loro caratteri individuali nelle più

cupe tragedie, superando tutti gli eventi. Poichè Luchino soccombe

troppo presto avvelenato dalla moglie, l'arcivescovo Giovanni più forte

dell'antico Eriberto resiste al papa minacciando: allorchè Carlo IV

giunge a Milano per ripetervi forse la tremenda condanna di Lodovico il

Bavaro, che gettava Galeazzo nei forni di Monza, i tre fratelli Matteo,

Galeazzo e Bernabò gli oppongono finzione a finzione, e lasciandolo

fuori della mura lo assediano di visite, lo stordiscono di feste. Quindi

fronteggiando in battaglia tutti gli avversari, mescolano tradimenti e

vittorie, intrighi e sconfitte. La passione rivoluzionaria e l'idea

politica del tempo li sostengono. Matteo II, il più vano dei tre

fratelli, è ucciso dagli altri; Bernabò, il più forte di tutti,

rivaleggia con Ezzelino da Romano, sopprime ogni sètta, largheggia col

popolo, innamora la plebe, riordina l'amministrazione, fa inghiottire

sul Lambro ai messi del papa le loro lettere, feroce, tiranno,

imparziale, temerario sino ad avventurarsi ovunque senza guardie,

collerico come un leone, innamorato della propria moglie come l'ultimo

dei borghesi. I republicani lo maledicono, i guelfi lo detestano, la

chiesa lo condanna, ma il popolo lo adora e le cronache lo esaltano come

il capo della rivoluzione, che organizza la vittoria sui campi di

battaglia e stabilisce una legislazione duratura per la felicità dei

lombardi.

La guerra agevola la rivoluzione.

Ai primi baleni della reazione Bologna e Genova si arrendono ai

Visconti; Pavia svillaneggiata dalla mistica demenza di frate Bussolari,

tardo imitatore di Giovanni da Vicenza, è ridestata alla vita dalla sola

presenza di Galeazzo; Bergamo entra nell'orbita di Milano; Reggio

affidata dal signore di Mantova a Feltrino è da questo venduta a

Bernabò; il Conte Verde di Savoia, abile guerriero e politico feroce,

perde ogni impresa contro i Visconti, e vince tutte quelle che

stabiliscono all'interno la sua signoria.

Molte signorie, già al declino e destinate presto a sparire, resistono

nullameno a questa reazione che mette in pericolo il principio della

rivoluzione; Mantova, Ferrara, Padova, Verona, il Monferrato, la Savoia

rimangono immobili, quanto Milano sulle proprie basi; solamente, come a

pena dei propri errori, si veggono compromesso il governo da un ultimo

infuriare delle sètte. Così a Firenze i Ricci e gli Albizzi rinnovano la

contesa degli Uberti e dei Buondelmonti, e all'arrivo dell'imperatore

Carlo IV Pistoia, Arezzo, Volterra, San Miniato s'aggrappano alla sua

porpora per sfuggire alle mani della republica; la quale, dopo una nuova

rivoluzione nel campo imperiale e una nuova guerra contro il papa,

rovescia finalmente nel 1378, ultimo anno della reazione, i popolani coi

plebei avviandosi mutamente verso la signoria dei Medici.

Siena, più crudele, massacra i propri Nove all'arrivo dell'imperatore

per ripetere alla sua partenza una eguale sommossa contro il governo da

lui ordinato, straziandosi per tutta una serie di carneficine

imbrogliata da un'aritmetica politica che varia sempre il numero nei

membri del governo. Finalmente esasperata dal ritorno dell'imperatore,

lo assedia nel proprio palazzo, lo condanna alla fame, lo annienta nel

ridicolo, lo scaccia, e seguita a dibattersi nelle convulsioni della

propria republica destinata a perire sotto la signoria di Firenze.

Indarno l'imperatore decapita pazzamente a Pisa il signore Gambacorti,

giacchè Agnello dei Raspanti lo sostituisce per morire in una identica

tragedia e cedere indi a poco il dominio ai Gambacorti riconfermati. La

reazione imperiale si consuma in tentativi inutili, che non distruggono

nessuna signoria e non salvano l'indipendenza a nessuna città: onde

Firenze riacquista presto i propri dominii, e Genova sempre sotto la

dipendenza dei Visconti prosegue la guerra contro Venezia.

Solamente il cardinale Albornoz, combattente nel nome del papa, passa di

vittoria in vittoria contro i signori romani. Le sue improvvisazioni

infallibili di politico e di guerriero riparano prontamente l'insuccesso

di Durafort e rovesciano tutte le giovani dinastie, i Vico di Viterbo, i

Trinci di Foligno, i Gabrielli di Gubbio, i Gentile di Fermo; tentano i

Varano di Camerino; penetrano tutte le città di Romagna raddoppiando le

vittorie della guerra cogli intrighi della diplomazia. Ma il suo spirito

è troppo grande per un'opera così falsa. Quindi l'ingratitudine del

pontefice, che gli chiede i conti e al quale egli risponde mostrando con

epico gesto un carro carico delle chiavi delle città prese, lo obbliga a

ritirarsi dalla scena. Allora una nuova evoluzione di Firenze contro il

papa trascina alla rivolta ottanta fra città e fortezze, cancellando in

dieci giorni l'opera di ventidue anni.

Il cardinale Roberto di Savoia, sostituito all'Albornoz per ristabilire

la sua conquista, non è più che un pazzo sanguinario, febbricitante nel

furore di una reazione impotente. Il suo interdetto sui fiorentini, i

pisani e i genovesi, nel quale permette a tutti di derubarli e di farli

schiavi; la minaccia contro Bologna di lavarsi i piedi e le mani nel

sangue dei cittadini; l'incredibile strage di Cesena, nella quale

quattromila persone vengono sgozzate e i bambini lattanti sbatacchiati

pei muri, mentre egli seguita ad urlare: voglio sangue, voglio sangue!

determinano alla morte di Gregorio XI, nella questione se il papa debba

risiedere a Roma o ad Avignone, la esplosione del grande scisma. Lo

slancio dei Visconti nel riadergere quanto l'impeto di Albornoz aveva

abbattuto, il nuovo entusiasmo d'Italia per un'altra guerra civile e

politica contro la cieca democrazia cattolica del medio evo, e la stessa

tirannia reazionaria dei papi d'Avignone strappano al conclave, quasi

interamente francese, l'elezione di Urbano VI ghibellino, mentre il

popolo grida: romano lo vogliamo o almeno italiano! E quando il

conclave, riparando timidamente a Fondi, rinnova con criteri assassini

l'elezione per proclamare papa guelfo lo stesso cardinale Roberto di

Savoia, stupidamente sanguinario ed insanguinato, nel tuono degli

anatemi barattati tra i due papi s'intende la voce trionfale della

rivoluzione che gitta a tutta l'Europa l'appello della ragione contro

una fede diventata insufficiente al pensiero e in contraddizione colla

storia.

L'unità ideale italiana.

Ma la tradizione regia di Verona iniziata da Berengario, seguita fra le

stragi da Ezzelino, accarezzata nel trasporto di un sogno glorioso dai

primi Scaligeri, turba la cronaca milanese. Le vittorie viscontee danno

alla grossa metropoli lombarda le vertigini del regno. Così quando

Giovanni Galeazzo, il più ammirabile ipocrita del secolo, getta

improvvisamente il proprio terribile zio nel castello di Trezzo, e la

signoria milanese dilagando colla foga di un torrente s'impadronisce nel

1387 di Verona e Vicenza, nel 1388 di Padova, nel 1399 di Pisa, poi di

Perugia, di Lucca, di Assisi, di Novara, di Spoleto, di Bologna,

portando il proprio signore al titolo di duca, sembra davvero che tutte

le rivoluzioni anteriori abbiano mirato a questa sua sovrana

indipendenza per arrivare con essa all'unità politica nazionale

d'Italia. I cronisti Fiamma e Mussi, scrivendo l'apologia di Milano,

formulano nell'ingenuità vantatrice del proprio entusiasmo municipale le

pretese regie della nuova capitale con una arditezza che non arretra

nemmeno dinanzi al papa.

Ma l'unità politica è impossibile nella storia italiana predestinata a

svolgersi federalmente nell'interesse della storia europea. La conquista

milanese produrrebbe l'oppressione di tutti gli stati, distruggendo col

terribile livello del proprio dispotismo tutte le fisonomie del pensiero

italico. Mantova, Genova, Ferrara, Firenze, Venezia, Roma, Napoli,

Palermo scomparirebbero dalla storia per discendere a grado di città

subalterne e perdere in una sterilità senza compensi la fecondità del

loro genio incaricato di elaborare i materiali e le idee della nuova

civiltà europea. D'altronde le varie coscienze regionali non dominate

ancora da una più alta coscienza nazionale, giacchè cittadino e stato

italiano non esistono ancora, contrasterebbero alla dominazione unitaria

milanese così ferocemente da ricondurre fra l'antica barbarie del regno

longobardo gli ultimi orrori della guerra guelfo-ghibellina. Prima di

raggiungere l'unità politica, l'Italia deve esaurire tutta la varietà

dei propri caratteri servendosi dei confini interni come di tante egide,

delle guerre incessanti come di un tonico, della religione come di una

poesia e dell'empietà come di una indipendenza; esperimentando il regno

nelle due Sicilie, la teocrazia a Roma, la oligarchia a Venezia, tutte

le basse forme monarchiche nelle signorie, tutti i modi democratici

nelle republiche. La sua arte, la sua scienza, la sua filosofia, il suo

commercio, la sua industria, i suoi capolavori moltiplicati in tutte le

opere, la sua sapienza che utilizza tutti i disastri, la sua virtù che

resiste a tutte le colpe, i suoi vizi che si parano di tutte le

bellezze, il suo primato in Europa, dipendono dalla sua mancanza di

unità. Ognuno de' suoi piccoli stati può ottenervi così l'importanza e

influenza di una nazione. L'Italia, necessaria ancora per molti secoli

come campo di battaglia all'Europa, riducendosi per opera dei Visconti

troppo presto ad unità nazionale, imporrebbe alla storia europea

tutt'altro sviluppo.

Quindi la guerra ai Visconti, minaccianti di assorbimento regio le

signorie, diviene una necessità italiana, nella quale Firenze, più

nobile e fine di Atene, rappresenta col proprio contrasto a Milano, la

grande tradizione federale, che dava già ad ogni borgo una così

originale bellezza e a tutte le rivoluzioni anteriori la gloria di una

inimitabile invincibilità. Nel proprio federalismo equanime Firenze è

quasi italiana, giacchè i suoi cronisti, a rovescio dei milanesi chiusi

nell'orbita della propria città come in un cerchio incantato, si

occupano di ogni vicenda in ogni parte d'Italia e anche fuori. La sua

azione politica limitata alla Toscana vi propaga irresistibilmente la

propria influenza; la sua mente libera da ogni vapore di sogno precisa e

sminuzza cose e idee; l'egoismo restringendola l'acumina; il

regionalismo isolandola la perfeziona. Milano, troppo vasta per una

signoria e troppo piccola per un regno, soccomberà; Firenze, mutata in

ducato, arriverà sino alla grande rivoluzione nazionale, allora che

Cavour, slargando l'ingegno politico del suo Guicciardini, e Mazzini,

aggiungendo l'eroismo del carattere al patriottismo rettorico del suo

Machiavelli, riuniranno l'indipendenza della nazione alla libertà dei

municipii.

Petrarca e Boccaccio.

Se il suo Dante ha creato col maggior poema del mondo la lingua

nazionale, Petrarca, librato nell'estasi della bellezza al disopra delle

passioni che hanno tratto all'Inferno il grande ghibellino, mette nella

parola una tale dolcezza, insinua nel verso una melodia così

accarezzante, confonde siffattamente nel proprio entusiasmo l'erudizione

romana e l'ignoranza politica del proprio tempo ancora tanto pieno di

eccidi, che il mondo oramai pacificato nella signoria s'innamora di lui

sino all'adorazione. Popoli, papi, imperatori, signori e republiche,

tutti s'inchinano alla bellezza plastica di questo genio, che vede tutto

attraverso gli splendori di una visione, nobilita tutto nello stile,

unifica tutto colla parola. Se Dante è fiorentino, Petrarca è già più

italiano che toscano; se la Beatrice di quello è meno che donna, la

Laura di questo è al tempo stesso una Venere e una madonna dalla

bellezza voluttuosa a forza di essere soave. Il dramma della signoria

non turba il Petrarca. Egualmente amico dei vincitori e dei vinti, egli

prodiga a tutti lettere e versi; sonnambulo nella lotta che gli ferve

d'intorno, sembra non scorgervi che larve e concetti di storia antica

avviantisi verso una misteriosa storia moderna. Le sue canzoni

trasfigurano gli eroi, cui sono indirizzate; le sue evocazioni

politiche, possenti e malinconiche, passano attraverso un crepuscolo

colla grandezza e l'immunità di una profezia. Solo contro il papato di

Avignone il suo classico sdegno diventa ira e le parole gli scoppiano

dalle labbra stridendo come nelle terzine di Dante, quando fra i lembi

di una rotta visione gli si para dinanzi il cadavere della chiesa

corroso da tutte le cancrene. E allora la rivoluzione trionfante anche

del suo genio contemplativo e del suo temperamento sensuale e serafico

compie l'ultima vittoria, strappando al più immateriale dei poeti la più

concreta delle invettive.

Ma se il Petrarca sembra obliare il medio evo e il proprio tempo per

discendere nell'antichità come Dante nell'inferno, o per salire in un

cielo ancora terrestre di colori e di profumi, il Boccaccio dimentica

egualmente tutto nella gioia della nuova vita. Le sue novelle

inconsapevolmente nazionali ospitano fiorentini, genovesi, veneziani,

napoletani, palermitani: deridono tutti i partiti, sbertano tutte le

passioni. Infallibili di verità, salgono coll'ironia fino alla sapienza

più antica e serena della vita, trattando collo stesso sorriso prelati e

mercanti, frati e re, Dio e il diavolo, l'amore e la politica, la

scienza e la religione, la fede e la lussuria, l'usura e l'eroismo, la

virtù e il vizio. Il loro scetticismo è quello medesimo del popolo, che

accetta la signoria per liberarsi in una sola volta di tutto il passato;

la loro originalità contiene tutta una flora artistica, che Dante non

avrebbe sospettato e che il Petrarca scandolezzato non intende. Ma il

Boccaccio prosegue più libero e moderno di entrambi, sorridendo delle

passioni che avevano ucciso il primo, ghignando sulle bellezze ancora

troppo vaporose che innamorano il secondo, opponendo al terrore della

peste l'eroismo di un'allegria che esprime finalmente l'emancipazione

dello spirito umano da tutte le superstizioni religiose e le barbarie

storiche. Se Dante ritto sul proprio immenso poema domina colla fronte

livida e luminosa tutto il medio evo, Petrarca e Boccaccio si presentano

sulla soglia dell'evo moderno, l'uno col sorriso della bellezza che

dovrà inspirare Raffaello, l'altro col riso della vita che animerà

l'Ariosto.

CAPITOLO QUARTO.

Venezia nella storia italiana

Ancorata nelle lagune, come un'immensa nave, Venezia sembra nella

propria storia piuttosto assistere che partecipare a quella d'Italia.

Il patto della chiesa e dell'impero, chiudendo in una infrangibile

parentesi la vita italiana, non vincola la sua; le agitazioni

rivoluzionarie e gl'interventi stranieri, come condizioni inevitabili

dello sviluppo italico, non mutano l'indole del suo governo. Le

rivoluzioni dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, la guerra

ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile, si acquetano nelle

sue lagune producendovi appena qualche ondulazione.

Da lungo tempo Venezia, quasi ignorata sul continente, è celebre e

poderosa in Oriente. Le sue navi entrano in tutti i porti, il suo

commercio sfrutta tutte le terre, le sue ricchezze superano quelle

riunite di tutta l'Europa, i suoi patrizi sono più splendidi dei re, i

loro palazzi somigliano piuttosto a reggie che a fortezze: il suo popolo

che arricchisce nei traffici, la sua plebe che si espande sui mari,

paiono non occuparsi del reggimento interno affidato ad una aristocrazia

muta e solenne, duttile ed inflessibile. Fino dal 1040, dopo una

sommossa, questa statuisce che nessun doge potrà più nè indicare il

proprio successore, nè darsi un collega fondando così una dinastia

civica. La democrazia elettiva dei conti entra dunque nel dogado senza

che il popolo si scateni o il patriarca s'imponga. Amalfi, Gaeta,

Sorrento, Bari, incapaci di sollevare tant'alto il proprio doge, lo

lasciavano invece cadere, e cadevano con lui sotto i Normanni.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 7 / 30 段