La imminente signoria non sarà nè feudale, nè monarchica, nè pontificia,

nè imperiale; questi principii fermenteranno ancora nella sua forma

originale mentre tutte le altre ne maschereranno, per meglio

proteggerla, la fisonomia; però la sua spontaneità italiana resterà come

una delle nostre glorie maggiori nella storia universale. Con essa si

chiude il medio evo. La signoria è già uno stato moderno creato dalla

storia nella storia con le evoluzioni combinate del regno, dei vescovi,

dei consoli, dei podestà e dei tiranni. Non ha legittimità di titoli, e

quelli che accatta sono tutto al più abili ipocrisie della sua politica;

non si conosce confini, dinastie, eserciti, conquiste. Se comincia quasi

sempre con una tirannia, questo processo non le è obbligatorio, perchè

il suo carattere deriva da una pacificazione delle sètte e da una

dedizione che tutto il comune le fa delle proprie franchigie. Un

misterioso accordo stringe popolo e signore: il tiranno era il settario

più forte, il signore sarà più forte di tutti i settarii. Nessuna

garanzia contro di lui che è la garanzia suprema contro la violenza

anarchica; il governo diventa personale per essere più spedito; la

democrazia accenna alla monarchia per consolidarsi; non più parlamenti

che provocherebbero sedizioni, ma un uomo solo che faccia tutto

nell'interesse di tutti facendo il proprio. Essendo combattuto dagli

avanzi settari, non potrà aggravarsi sul popolo, e come sottomesso ai

poteri astratti della chiesa e dell'impero mutarsi in re; d'altronde

l'esiguità e la rivalità di tutti i comuni lo impedirebbero. Invece

compirà la signoria della città vincente sulle inferiori, annullando

nella propria imparzialità le antiche differenze e disegnando i contorni

del nuovo stato. Così la nuova pace soddisfa certamente tutti i bisogni,

provoca tutte le attività, salva tutti gli orgogli.

Il signore, splendido, forte, abile, dotto, generale, ministro, sovrano,

esprime il nuovo popolo da lui assimilato nel proprio spirito insieme

all'anima degli antichi feudatari, al carattere dei primi borghesi e al

cuore della plebe. Ormai le famiglie non sono più tanti nuclei nemici in

un centro infrangibile; il valore dell'individuo comincia a diventare

unità di misura sociale, e il valore non è più solamente guerresco. Le

idee si dilatano; la signoria slargandosi oltre la città aumenta la

patria; il signore non è più il capo della propria parte o dell'avversa,

o il podestà straniero, servo provvisorio incaricato di funzioni

provvisorie sovrane, ma un rettore che deve comprendere, soddisfare,

eseguire tutto. Il popolo è talmente sicuro di se stesso che non si

premunisce più contro di lui come contro i consoli e il podestà. Nella

politica del signore, che sostituisce il tradimento alla guerra civile,

si bada solo al risultato, perchè ogni ingrandimento di lui diventa

grandezza della città. I partigiani piegano e si mutano in cortigiani o

in sicari, al palazzo di città ne succede un altro, non ancora reggia e

nullameno modello insuperato di tutte le reggie future.

Così il signore, dominando la città, l'emancipa dal papa e

dall'imperatore, cui non chiede più l'investitura e dei quali non tiene

più conto nel legare ai discendenti la propria sovranità come un

patrimonio qualunque. Invano i partiti non ben morti insorgono con moti

di agonia per assassinare il signore ed impedire l'assetto della sua

dinastia; il tradimento settario non arriva all'efficacia del tradimento

di stato, e la successione prosegue, la dinastia si stabilisce, la

signoria si assicura. La sua necessità deriva dall'altra di una

monarchia pacificamente progressiva che rassicuri il commercio,

l'industria, l'agricoltura, le arti e le scienze effervescenti nella

febbre di creare tutto un mondo. Il signore guarantisce la pace del

lavoro per tutti i capolavori imminenti. Il ritorno alla republica è

impossibile; se il signore soccombe ad una cospirazione, il cospiratore

dovrà cangiarsi in signore; se la sua discendenza troppo numerosa

richiamasse i pericoli della passata anarchia, il signore salverà la

società scannando coll'efferatezza dei vecchi sicari tutta la propria

famiglia, perchè le leggi della storia diverse da quelle della morale

sono anche più inflessibili.

La guerra municipale diventa regionale quando le città di secondo ordine

cadono sotto quelle di primo, e le altre incapaci di giungere alla

signoria soccombono al signore più prossimo, le militari alle romane,

atteggiando una geografia politica ben diversa da quella dell'antichità

e del medio evo. La nuova dominazione unifica senza il soffocamento

inevitabile in ogni altra dominazione anteriore; gli stati, che già si

disegnano e non possono ancora consolidarsi, sono tirannici nella

capitale e liberali nelle altre città, industriali nelle tendenze e

militari nelle tradizioni, costretti alla guerra per l'interesse

medesimo della pace e nullameno poco atti a mantenerne gli eserciti

necessari. Questa suprema impotenza diventerà poi causa della loro

rovina.

A Milano la signoria incominciata col tradimento di Matteo Visconti

impone tosto agli emigrati di rientrare, proibisce alle famiglie rivali

ogni guerra intestina, ordina alle truppe di sterminare i briganti, ai

partiti di non più spianare le case dei proscritti. Quindi, pacificata

all'interno, la forte metropoli conquista Piacenza, Bergamo,

Alessandria, Tortona, Pavia, ed alleandosi con altre signorie guelfe o

ghibelline diventa il centro di una lega di signori come nei secoli

scorsi lo era stata per quella dei vescovi e dei consoli. Cangrande

della Scala dietro l'esempio di Matteo Visconti rifiuta il titolo di

capitano del popolo per sottomettere invece il parlamento ed annullare

republica e tirannia in una signoria perpetua, che finge tenere

dall'imperatore; a Padova la famiglia dei Carrara, rappresentanti il

partito medio sorto tra i tiranni neo-guelfi e i proscritti ghibellini,

s'impadronisce della repubblica; Ponzino Ponzoni a Cremona, Cecco

Ordelaffi a Forlì, Francesco Manfredi a Faenza, Rinaldo d'Este a

Ferrara, Alberghetto Chiarelli a Fabriano, Giovanni Gabrielli a Gubbio,

i Malatesta a Rimini, i Vistarini a Lodi, i Trinci a Foligno, i Tarlati

ad Arezzo, senza parlare dei minori, improvvisano altrettante dinastie.

Nelle regioni feudali la signoria si svolge regolarmente aiutata

dall'unità militare e dalla successione dinastica. Così il Monferrato si

acqueta facilmente nella signoria di Teodoro Paleologo e di Giovanni II;

la casa di Savoia, sempre a due facce, guelfa in Piemonte e ghibellina

in Savoia, accorda le proprie differenze lasciando a Amedeo V di

Chambéry la supremazia sopra Filippo signore di Torino per meglio

combinare i tradimenti di entrambi e preparare, slargandolo, l'ancor

piccolo stato al grande intervento savoiardo nella politica italiana.

Mentre Pisa e Lucca si combattono nelle estreme convulsioni della guerra

guelfo-ghibellina con Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani,

i due più grandi soldati dell'epoca e tiranni e signori al tempo stesso,

Firenze invece dorme un sonno agitato sotto la tirannia guelfa di

Roberto re di Napoli da lei invocato al principio del secolo per

sottrarsi alla reazione di Enrico VII di Lussemburgo. Genova, divenuta

guelfa nello strazio degli ultimi furori partigiani, per resistere ai

propri emigrati si sottopone alla medesima tirannia napoletana; tutte le

altre republiche agonizzano nelle stragi settarie, che i tiranni ormai

sorpassati aumentano invece d'impedire. Napoli stessa, incaricata dalla

chiesa di proteggere il guelfismo contro l'ultima reazione feudale, non

presenta più nella storia che il mirabile fenomeno di una grande

influenza senza risultati. La Sicilia, la Corsica, la Sardegna, grande

triade insulare d'Italia, non ricevono le scosse politiche del

continente che indebolite per tutta la distanza delle acque: la Sicilia

è ancora libera contro Napoli cogli Aragonesi; la Corsica dominata ma

non per anco riunita dai genovesi; la Sardegna, sempre litigata fra

pisani e genovesi e concessa ultimamente da Bonifazio VIII a Giacomo

d'Aragona, pare un pomo destinato a riaccendere le discordie, se lo

sfinimento delle parti accennasse a placarle.

Ma l'avvenimento dei signori, legalizzando tutte le rivoluzioni

antecedenti ed affermando i primi articoli del diritto pubblico moderno,

non può passare senza reazione. Tutta l'abilità della diplomazia

signorile, immorale sino all'ingenuità e intrepida oltre ogni delitto,

non basta ad evitare la discussione pregiudiziale del nuovo principio

politico, che consacra in qualunque minimo stato il diritto

all'autonomia. La Signoria, imperiale quanto gli antichi podestà e più

violenta degli ultimi tiranni contro le sètte nell'interesse della nuova

classe popolare cresciuta fra le loro lotte, irrita naturalmente troppe

passioni e sacrifica troppe persone perchè non si alzino appelli contro

di essa ai due supremi poteri costituzionali della chiesa e dell'impero.

Roberto di Napoli e Bertrando del

Poggetto.

Primi alla protesta sono i guelfi maggiormente mortificati dalle grosse

signorie ghibelline. Roberto di Napoli loro capo, nel 1320, forzato

d'indietreggiare su quasi tutti i punti, invoca Giovanni XXII, suo

ospite nel feudo di Avignone, e gli persuade di mandare in Italia il

figlio Bertrando del Poggetto a combattere le signorie dei Visconti,

degli Scaligeri, dei Bonacolsi e del re di Sicilia coll'aiuto di Filippo

di Valois e di Enrico d'Austria. Ma la nuova crociata si limita come

sempre alle forze vive dei guelfi italiani, dei fiorentini, dei

genovesi, dei bolognesi, degli Arcelli di Parma, dei Cavalcabò di

Cremona, dei Lando di Piacenza, tutti egualmente minacciati e destinati

a perire sotto le signorie.

La lotta terribile e varia non fa che eccitare le forze della

rivoluzione e disegnarne le maggiori figure. Matteo Visconti vi spiega

la duttile infrangibilità di un genio che si salva sempre dalla tragedia

nella commedia, servendosi della stessa religione nemica e fecondando le

vittorie della spada colla corruzione della diplomazia; suo figlio

Galeazzo soccombe un istante ma per rialzarsi più forte a riprendere le

proprie conquiste, mentre Cangrande della Scala circondato da ventidue

capi italiani spodestati combatte Treviso, Padova, Aquileja, l'Austria,

minaccia Bologna, soffoca Vicenza. A Rimini Malatestino, rovesciato per

un giorno dalla reazione di Ramberto, ne trionfa e scanna poco dopo

l'avversario col coltello; Castruccio Castracani, signore di Lucca,

moltiplica le vittorie contro i guelfi e accenna a mutare la propria

tirannide in signoria; Ostasio Polenta si fa signore di Ravenna con un

fratricidio, Silvestro Gatti di Viterbo con una strage, Filippo Tedici

con una serie di perfidie, che lo rendono singolare in un'epoca, nella

quale le più tragiche infamie e i più mostruosi tradimenti erano comuni.

Quindi le signorie si espandono come galvanizzate dalla reazione: gli

Appigliaterra si impossessano di Cingoli, i Tarlati di Città di

Castello, i Malatesta di Sant'Arcangelo, Cangrande di Belluno e di

Feltre, i Visconti di Vercelli e di Cremona, i Bunacolsi di Modena.

Altrove il Monferrato si conserva impassibile, la casa di Savoia vigila

nell'immobilità, quella d'Este nella sicurezza, mentre le città incapaci

di fondare signorie si lacerano in stragi settarie riconfermando così la

legittimità della nuova rivoluzione. Infatti San Sepolcro, Urbino,

Osimo, Iesi, Recanati, Fermo, Rieti, Spoleto, Assisi, Orvieto

s'insanguinano e s'incendiano con ferocia maggiore di ogni demenza;

Pisa, caduta in agonia, perde la Sardegna; Firenze, attardata, cede

sotto la protezione napoletana alla tirannia provvisoria del duca

d'Atene; Genova sembra esaurirsi nell'anarchia di quello stesso

patronato che paralizza Alessandria, Tortona, Brescia. Ma la conquista

pontificia non è migliore del patronato napoletano. Le città, che vi si

abbandonano, sono o republiche colpite da marasma come Firenze e Genova,

o città ancora dibattentisi nelle convulsioni delle sètte e quindi

impotenti a comporsi altro governo come Piacenza, Parma, Reggio,

Bologna, Cesena.

La reazione di Giovanni XXII e di Bertrando del Poggetto fallisce quindi

il proprio scopo. Nessuna delle signorie combattute vi soccombe, molte

invece vi si fondano e prosperano: Filippo di Valois, Enrico d'Austria e

Enrico di Fiandra compaiono appena nella lotta; tutta l'energia,

l'originalità e il genio brillano nei personaggi della rivoluzione.

Matteo Visconti è il suo politico più viscido, Cangrande il più

granitico, Filippo Tedici il più raccapricciante; Castruccio Castracani

vi si mostra degno d'un impero, Marco Visconti di una corona; ovunque si

presenta un signore si è sicuri che la sua apparizione copre un dramma

degno di Shakespeare e ha risolti problemi, dei quali le formole

basteranno più tardi ad infamare l'ingegno di Machiavelli. Ma la fede

dei popoli e la loro prosperità seguono il signore; i delitti di questo

rappresentano un'economia sui crimini inevitabili dell'anarchia ed un

progresso del diritto politico giunto all'autogoverno mediante un

segreto accordo fra popolo e signore. La tirannia, le sètte, il podestà,

i consoli, tutte le vecchie forme rivoluzionarie colpite da sterilità o

da epilessia non possono accogliere la nuova vita politica italiana,

della quale è prima necessità mutare i maggiori comuni in stati. Il

sogno reazionario di Giovanni XXII di sottomettere l'Italia all'unità

guelfa napoletana per dominarla come un vecchio feudo, è peggio che

pazzo; l'aspirazione di Cangrande a ritentare l'impresa di Berengario e

di Ezzelino appare come una vanità appena giustificata dalla fortuna

delle vittorie e dall'energia dell'ingegno; il piccolo dominio

improvvisato nelle terre dell'esarcato da Bertrando del Poggetto, figlio

del papa, non resisterà all'imminente reazione imperiale contro le

signorie.

Lodovico il Bavaro e Giovanni di

Boemia.

Infatti le grandi vittorie ottenute dai signori ghibellini contro il re

di Napoli e Bertrando del Poggetto sotto le mura di Bologna e di Firenze

danno un'impazienza così orgogliosa alla rivoluzione che s'invoca la

discesa imperiale di Lodovico il Bavaro per finirla una volta colla

insania della crociata pontificia. Ma al pericolo della reazionaria

unità guelfa del pontefice e di re Roberto succede l'altro della regia

unità ghibellina con Lodovico il Bavaro, fedele alla tradizionale

illusione degli imperatori, e la rivoluzione deve neutralizzare con

nuovi espedienti politici questo medesimo aiuto supplicato. Quindi i

signori s'impettiscono presto contro Lodovico: Cangrande non va alla

dieta ghibellina di Trento se non scortato da un esercito, e ne esce

sdegnato; se Galeazzo Visconti soccombe da principio alla discesa

imperiale invocata contro di lui da Marco e Lodrisio, così che Milano

sembra riprecipitare nella anteriore forma republicana colla rivolta

simultanea delle città rivali, poco dopo Azzo Visconti la rialza

inalberando la bandiera guelfa di Avignone, e il consiglio dei novecento

lo proclama signore perpetuo. Cangrande e Mastino, invincibili nella

marca di Verona, aumentano le vittorie della loro espansione soggiogando

Padova e Treviso; a Mantova Luigi Gonzaga soppianta col più ammirabile

tradimento il tiranno Passerino Bonacolsi e fonda la propria dinastia,

scrivendo con inimitabile ironia sotto al proprio stemma la parola

_Fides_; e Lodovico il Bavaro deve approvarlo. A Lodi Tremacoldo, un

altro servo, imita Luigi Gonzaga contro i Vistarini. Il moto di Lodovico

contro i signori fallisce: le signorie restano immobili, il marchese

d'Este passa al papa, le città forti resistono, quelle che cedono

all'imperatore non ne comprendono l'opera e risentono la sua azione come

una crisi di più nelle proprie convulsioni.

Castruccio Castracani, avendolo chiamato per insignorirsi della Toscana,

profitta della sua presenza per prendersi Pisa, ma gli lesina i soccorsi

e si premunisce contro i suoi possibili tradimenti; cosicchè, alla morte

improvvisa del grande capitano, l'imperatore incapace di dominare nella

Toscana deve mettere Lucca all'asta; Guido Tarlati, nobile vescovo di

Arezzo e modello dei signori, lo insulta; a Roma i Colonna e gli Orsini

gli resistono; intanto Firenze conquista quasi silenziosamente Pistoia e

Valdelsa; la signoria s'alza a Parma coi Rossi, a Reggio coi Fogliani.

L'odio italiano enorme, invisibile, invincibile, circonda, paralizza

l'imperatore; tutto gli falla; non può colpire Napoli, abbattere

Bertrando del Poggetto, sottomettere la Toscana, domare i grossi

signori, affezionarsi i più piccoli; i delitti gli diventano inutili, le

vittorie inconcludenti, le disfatte ignominiose, i risultati sempre

contrari alle intenzioni e queste a rovescio dei tempi, finchè è

costretto ad abbandonare l'Italia satanicamente incomprensibile alla sua

intelligenza di tedesco.

Ma il suo abbandono accrescendo il terrore nelle città esposte alle

annessioni delle grandi signorie, rinasce con Giovanni di Boemia, figlio

di Arrigo VII di Lussemburgo, l'illusione di salvare con altro

intervento l'indipendenza delle città destinate a soccombere. Brescia è

la prima ad invocare il nuovo podestà germanico; dietro di essa Bergamo,

Novara, Vercelli, Pavia, Cremona, Crema, Piacenza, Parma, Modena, Lucca,

tutte le città agonizzanti, tutti i tiranni sfiniti si accalcano al

seguito di lui. Bertrando del Poggetto regna ancora sulle Romagne per

mezzo di vicari, riproducendo a Bologna quella signoria che dovrebbe

negare. Ma Giovanni di Boemia, generale e balordo come un soldato, nulla

intendendo della vita italiana, protegge i nobili contro i borghesi, gli

uomini d'arme contro quelli di commercio, irrita guelfi e repubblicani

sino a spingerli sotto le odiate signorie. E allora, avviluppato dai

Visconti, dagli Scaligeri, dagli Este, dai Gonzaga, perde tutte le città

protette; è battuto, sbertato, annullato. L'espansione delle signorie

prorompe, le annessioni si moltiplicano: Milano, Verona, Mantova,

Ferrara sorgono come tante capitali di piccoli regni.

In quello improvvisato di Bertrando del Poggetto le rivolte federali e

signorili detonano come petardi: Rimini si ribella con Malatesta

Guastafamiglia; Ravenna, Cervia e Bertinoro col fratricida Ostasio da

Polenta; Imola cogli Alidosi, Forlì cogli Ordelaffi, che s'impossessano

di Cesena. Bologna, eccitata da queste ribellioni e tradita nelle

speranze di nuova capitale del pontefice, abbindola con Taddeo Pepoli e

Brandoligi Gozzatini il terribile legato, lo assedia nella fortezza, lo

costringe a capitolare, ad esulare, dissipando come un triste sogno il

suo tentativo di regno guelfo.

La rivoluzione, trionfante secondo la parola del Villani nell'accordo

dei guelfi e dei ghibellini per abbassare il re di Boemia e il furbo

legato, ha contemporaneamente respinto imperatore e papa. Quegli per

decisione di Lodovico il Bavaro prenderà d'ora innanzi il titolo

d'imperatore prima della consacrazione, e rinunzia alle periodiche

discese in Italia, all'intervento diretto colle vecchie teorie

ghibelline; questi, capo della chiesa, è così poco sovrano che, espulso

da Roma e rifugiato ad Avignone, non intenerisce e non impaura alcuno.

Quasi straniero all'Italia, dalla quale Gregorio VII si era alzato

minaccioso sull'impero e nella quale Alessandro III aveva sconfitto il

più grande degli imperatori, la sua ultima invasione con Bertrando del

Poggetto lo ha diminuito alle stesse proporzioni di Enrico di Fiandra e

di Giovanni di Boemia. L'avvenimento dei signori non potrà lasciargli

che una specie di presidenza decorativa delle loro forze, poichè

Marsilio da Padova, araldo del nuovo pensiero, proclama la sovranità del

popolo sul principe e la separazione della chiesa dallo stato in nome di

una più alta interpretazione del principio cristiano. Il doppio

misticismo di S. Tommaso e di Dante dilegua: al lugubre carnevale della

chiesa e dell'impero sta per succedere la tragedia ben più vasta e

profonda dell'individuo e dello stato.

Trionfo dei signori.

Al disopra di questa tragedia spirituale la prosperità dei signori

dispiega dal 1335 al 1358 la propria decorazione. Dopo la ritirata del

re Giovanni di Boemia e di Bertrando del Poggetto le signorie

s'improvvisano come una commedia dell'arte sui teatri di pressochè tutte

le città d'Italia. A Genova l'ispirazione di un cencioso, arrampicatosi

sopra un piuolo per arringare la moltitudine, suggerisce trionfalmente

il dogado di Simone Boccanegra che, secondo le parole della cronaca,

trasferisce l'impero dai nobili al popolo ed opprime le sètte; a Padova,

momentaneamente vassalla di Verona, il tradimento dei fratelli Ubertino

e Marsilio Carrara contro Alberto della Scala, emancipa la città

ricostituendone la signoria; Firenze eseguisce contro il duca di Atene,

soldato francese e proconsole napoletano, la rivolta eternata dallo

stile di Machiavelli; a Bologna Taddeo Pepoli, schiacciando il proprio

alleato Brandoligi Gozzadini, si muta in signore; ad Orvieto Benedetto

Buonconti, moltiplicando i tradimenti coll'abilità di Filippo Tedici e

le coltellate colla precisione di Benvenuto Cellini, s'impossessa della

città; a Pisa morente comanda l'effimera dinastia neo-guelfa dei

Gambacorti; a Gubbio Giovanni Gabrielli domina col tradimento e

coll'aiuto di Milano; Viterbo ripete con Giovanni Vico ghibellino la

signoria di Silvestro Gatti guelfo ucciso da Lodovico il Bavaro; ad

Urbino regna Galasso da Montefeltro; su Fermo preme Gentile da Magliano,

a Jesi, a Volterra, a Pergola spuntano i Simonetti, i Belforti, Ongaro

da Sassoferrato. L'idea della signoria s'impossessa di tutte le regioni

italiane, mascherandosi con tutte le forme, servendosi di tutte le

illusioni. Qualunque ne sia il governo democratico o aristocratico e per

quanto incerta la sua durata, la signoria trionfa come un'avventurosa

combinazione dell'imparzialità del podestà e della supremazia del

tiranno per favorire con la pace interna lo sviluppo della vita civile.

Se derivando da un tradimento e mantenendosi quasi sempre colla

perfidia, essa compie ancora molte stragi, queste esigenze storiche non

sono l'essenza della sua idea e non tolgono alla coscienza publica di

assecondare il signore, giacchè nelle provincie tuttavia in preda

all'anarchia guelfo-ghibellina, o sottoposte alla violenta pressione

partigiana del tiranno, la vita e la civiltà sembrano ogni giorno

decrescere tragicamente.

A Napoli l'imparzialità politica della signoria s'insinua tra le orgie e

i tradimenti della regina Giovanna, frivola e feroce così da strangolare

il suo primo marito, Andrea d'Ungheria, divenuto troppo presto e troppo

imprudentemente ghibellino, e da sposare poco dopo Luigi di Taranto

principe guelfo. Quindi perseguitata con orribile processo da Carlo

Durazzo, essa deve rifugiarsi presso il papa, cui promette la proprietà

di Avignone se la proclami innocente in faccia a tutto il mondo. Il papa

acconsente. Allora richiamata dagli stessi errori del suo avversario,

che aveva attirato nel regno il brutale Luigi d'Ungheria alla vendetta

del fratello Andrea, non ha che aspettare l'assassinio dell'uno e la

partita dell'altro per passare come una santa fra le ovazioni del popolo

e regnare sull'oppressione simultanea delle due sètte. A Palermo i due

partiti si dilacerano anche con maggiore atrocità per calmarsi quasi

istantaneamente col truce omicidio dei due massimi capi, il signore di

Cimina e il ministro Palici, preparandosi nella pacificazione interna

all'imminente signoria di Napoli. In Sardegna il gran giudice di

Oristani, dopo aver soppiantato la signoria ghibellina dei pisani colla

signoria guelfa degli aragonesi, vorrebbe disfarsi di quest'ultimo

coll'aiuto di Genova, ma costretto ad un processo di unificazione regia

contro le quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e

Arborea, è invece sconfitto dalla signoria aragonese, che emancipa tutte

le città imperando sopra di esse alla guisa di Verona e Milano.

Ovunque le signorie distruggono le repubbliche, o entrando nella loro

forma le forzano ad agire come tante signorie. Asti, la più generosa e

vivace città longobarda, si sottomette a Milano. Alessandria, costrutta

dalla lega lombarda quale monumento di vittoria, subisce la stessa

attrazione. Parma benchè più forte e lontana non può sottrarvisi. In

Toscana Pisa e Lucca agonizzano, Siena e Firenze si dilatano e si

spiano: se la prima è forse militarmente più forte, la seconda è

incomparabilmente più abile. Perugia più feroce arriva sino alla

distruzione per assicurarsi la conquista della piccola Bettuna. Dove

invece le repubbliche tardano a morire, lo spettacolo delle stragi

inutili vi è così pazzo, paragonato alla calma operosa delle città

ridotte in signoria, che si direbbe un supremo conato per raggiungere

l'imparzialità da queste ottenuta colla forza. Nulla uguaglia lo slancio

e lo splendore di Milano; e il Monferrato sempre immobile, la Savoia che

si espande, Verona regnante ancora su tante città al disopra di Mantova

che sembra dividerla da Ferrara sempre in aumento, Ravenna, Rimini,

Perugia, Siena, Firenze, Napoli, Palermo, tutte paiono prese nell'orbita

crescente della grossa metropoli lombarda, diventata come il sole di un

nuovo sistema politico.

Cola di Rienzi.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 6 / 30 段