Luigi in Francia, chiamato da Urbano IV per soffocare la rivoluzione
delle due sètte, dopo lunghe trattative nelle quali i pontefici tentano
di ridurlo a semplice vassallo della chiesa, giunge a Roma per
conquistare il reame delle due Sicilie. Una terribile reazione guelfa lo
sostiene contro Manfredi, facilitandogli la conquista che si compie con
tutti i furori delle sètte. Palermo detronizzata soccombe a Napoli,
nuova capitale; i francesi si sovrappongono come gli antichi normanni, i
ghibellini sconfitti, dispersi, trucidati a migliaia diventano così
deboli che il tragico tentativo di Corradino per riafferrare la corona
sveva non fa che raddoppiare la loro disfatta. La vittoria guelfa
propaga per tutta l'Italia, mentre il papa, indarno superbo di esserne
l'arbitro supremo per aver chiamato Carlo d'Angiò a limitare il trionfo
ghibellino, prosegue invano nel sogno di podestà imperiale. La Toscana,
tutta ghibellina nel 1262, è tutta guelfa nel 1270; ogni città è
insanguinata, diroccata, incendiata. Le espulsioni e i ritorni
accumulano in pochi anni le tragedie di molti secoli, poichè la guerra
guelfo-ghibellina infuria fra quella municipale e l'altra dei castelli.
Ma le città, inceppanti il moto dell'èra consolare, lasciano ora
circolare la corrente della nuova vita: la libertà, monopolio sotto il
vescovo, i consoli e i podestà, si è estesa giù nelle arti e nei
mestieri della plebe. Colle vecchie famiglie sono svaniti molti antichi
pregiudizi, gli odii viventi hanno assorbito gli odii regi, generazioni
progressive sono succedute alle generazioni granitiche dei primi tempi.
L'Italia rozza e grossolana dei barbari è oramai splendida e rumorosa,
le sue chiese sono ricamate nel marmo, sulle fronti de' suoi minacciosi
palazzi balenano già i sorrisi degli ornati. I suoi feroci partigiani
hanno modi e cultura di cavalieri; alcuni parlano il bel provenzale di
Carlo d'Angiò, altri il delizioso italiano di Federico II. Dante,
Petrarca, Boccaccio, il primo ghibellino, il secondo guelfo, il terzo
imparziale, stanno per riassumere nell'incomparabile originalità dei
propri capolavori la varietà feconda di quest'epoca ingrassata di
lagrime e di sangue, nella quale la frenesia della vita vince il delirio
della morte. L'orrore di tante battaglie è così necessario che le
cronache anzichè esprimerlo sembrano economizzare quei lamenti, onde i
futuri storici fuorviati da idee posteriori saranno prodighi. Le due
tradizioni contradittorie dei guelfi e dei ghibellini, uscendo dai sogni
mitologici e dalle etimologie infantili, si precisano e si elevano:
questi si assimilano la causa dei longobardi contro i pontefici, dei
conti contro i vescovi, dei castellani contro i mercanti, della casa dei
Weibelingen contro la chiesa. Per essi l'imperatore è libertà sopra
tutti e contro tutti, d'opera e di pensiero, capace di anteporre un
astrologo ad un vescovo, Averroe al Vangelo, distinguendo gli uomini
come la natura in forti e in deboli, in grandi e piccoli, coordinandoli
colle gerarchie che consacrano nelle differenze sociali le
disuguaglianze del valore personale. Ma i guelfi, imperiali quanto i
ghibellini colla dinastia dei Welfi, oppongono loro l'eroismo secolare
dei pontefici che vincono la barbarie longobarda, dei vescovi che
limitano la tirannide dei conti, di Gregorio VII che sottomette
l'impero, di Alessandro III capo della lega lombarda che vince
l'imperatore, di un progresso sempre romano che opponeva il diritto di
Giustiniano alle legislazioni barbariche, la propaganda delle
conversioni alle invasioni, l'uguaglianza di tutti alla libertà di
pochi, l'emancipazione del comune all'indipendenza eslege del feudo.
Dopo trenta o quarant'anni di carneficine, dal 1240 al 1280, la
rivoluzione guelfo-ghibellina non è ancora stremata. Attraverso azioni e
reazioni incalcolabili l'armonia del sistema ha migliorato senza
mutarsi; le città militari sono ancora ghibelline. Aquila, Benevento,
Mantova, Forlì, Verona, il Monferrato, Pavia, Asti, Lodi, Pistoia,
Arezzo, Siena, Genova, incrollabili sulle proprie basi, proseguono la
lotta colla tenacità di un odio reso malleabile da una perfidia politica
capace di raggiungere la sapienza; mentre dopo sedici anni di guerra
civile e cinque papi invano imparziali e tre interregni, Roma trascina
finalmente con Nicolò III il papato nel campo ghibellino contro le altre
città romane guelfe; e guerre e rivoluzioni sembrano non dare ancora
risultati. Infatti sotto il governo del capitano del popolo e
l'amministrazione del podestà, lotta e scambio di partiti sono così
disordinatamente rapidi da non potersene cogliere il frutto: bisogna
quindi che la guerra, diventata stato normale della vita, atteggi colle
proprie forme e discipline i governi perchè la vittoria dì una parte
diventi davvero proficua, e la superstite energia dei vinti si canalizzi
attraverso l'opera dei vincitori, fecondandola.
I tiranni.
Dal crescere della rivoluzione guelfo-ghibellina il capitano del popolo,
assorbendo anche le funzioni del podestà, si muta in tiranno. Come capo
e generale del partito, mentre la guerra politica e militare è più
furibonda, questi sorge dalla vittoria per organizzarla: preterisce le
procedure, viola i diritti, oltrepassa le sciocche pacificazioni
predicate dai monaci, disciplina la milizia, riordina il governo colle
idee della propria, parte togliendo che il suo contenuto storico si
consumi in inutili tentativi. Le rivincite del partito sconfitto
diventano così più tarde e difficili. Ogni idea ha tempo di maturarsi, e
lo deve per vincere. La vecchia libertà municipale, troppo precocemente
simile all'indipendenza individuale di noi moderni, svanisce; i consigli
diventano corte o senato del tiranno, che nominandone i membri vi domina
le votazioni. Alla testa del proprio partito e al disopra del partito
vinto, il nuovo tiranno limita col proprio interesse le feroci
rappresaglie della vittoria e mette modo agli odii, ordine alle
vendette; condannato ad essere contemporaneamente amato, odiato e
temuto, favorisce la plebe e frena il popolo, mentre la regolarità da
lui imposta al disordine permanente della guerra asseconda tutti i
lavori, compensando nella coscienza dei più la violazione di quasi tutti
i diritti.
D'altronde la guerra municipale, che involge la guerra
guelfo-ghibellina, giustifica ogni arbitrio del tiranno.
Difendendo la città colle forze meglio organizzate della propria parte e
costringendo quella avversa ad allearsi colle città nemiche, questi
legittima l'assolutismo delle proprie funzioni coll'assicurare con più
vere alleanze e con più formidabili colpi l'avvenire della patria. La
tirannia come unità diventa ragione di vittoria: i comuni, dibattentisi
ancora nelle convulsioni della prima lotta guelfo-ghibellina, non
possono quindi resistere a quelli, che giunti alla seconda fase
posseggono nel tiranno un generale ed un ministro costretto a non
sbagliare mai sotto pena di perdere se stesso, il suo partito e la sua
patria. La rivalità delle grandi famiglie, le insurrezioni subitanee,
gli accidenti drammatici, onde prima era resa impossibile ogni vera
combinazione politica e militare, assoggettati ora alla necessità del
tiranno, si assettano secondo la propria importanza nel partito senza
frangerlo; la fatalità del quale, più evidente nell'unicità del capo,
prepara gli spiriti a quel senso misterioso di abile solidarietà e di
libera sudditanza alla legge necessaria a formare il carattere del
cittadino moderno. Ma tali sentimenti e idee non sono ancora che
rudimentali: il tiranno forzato a meritare la classicità del proprio
nome, o arrivando al potere o mantenendovisi coi supplizi, non può
nemmeno garantirvisi fra passioni ancora troppo selvaggie e una
coscienza publica troppo incerta. Quindi, superbo come un vincitore e
implacabile come un vinto, perfido ed eroico, guelfo col popolo e
ghibellino colla plebe, dovrà consumarsi nell'impossibilità
d'impadronirsi di ogni comando; mentre l'orrore della guerra, dilatando
la sua vita sino alle proporzioni di un dramma fantastico, la sottoporrà
al ritmo disperato di tutte le cadute e di tutte le espulsioni.
L'avvicendamento dei tiranni, ammirabile di precisione a Milano nel
duello dei Visconti coi Torriani, comincia in ogni città secondo le
sorti e le leggi della guerra, a Rimini fra Parcitade e Malatesta, a
Ravenna fra i Polentani e i Traversari, a Ferrara tra Azzo d'Este e
Torelli Salinguerra, a Treviso fra i Camino e i Romano, favorendo una
democrazia dispotica, nella quale si conservano le vecchie cariche e i
vecchi nomi. Le funzioni politiche sono guadagnate dalle nuove dinastie,
gli uffici amministrativi meglio distinti e coordinati diventano invece
sempre più impersonali a servizio del popolo e della plebe cresciuta.
Nelle città militari come Mantova, Verona, Urbino, Pavia, la scena è
anche più cupa perchè meno feconda la vita. Pisa, già sconfitta da
Genova, prepara nella tragedia del conte Ugolino il tema forse al più
tragico fra i canti di Dante, rivelando in un solo fatto lo spaventevole
segreto di tutto un secolo, giacchè, tradita dalla vanità del conte
Ugolino, non può essere salvata nemmeno dalla severità del suo
successore Guido da Montefeltro: Genova si alza raggiante sul mare
coprendolo di navi, inghirlandandolo di colonie e sfidando in Venezia
un'altra rivale ben altrimenti grande e poderosa. Invece Firenze, ancora
atteggiata a repubblica, è divisa come Perugia, Siena, Parma, Bologna
fra comune e popolo, subisce due statuti, suona due campane tiene due
consigli. Poichè il dualismo delle sètte paralizzando lo sviluppo della
sua vita la rende inferiore alle città rivali. Giano della Bella tenta
una rivoluzione contro i grandi, che farebbe di lui un tiranno plebeo;
ma l'astuzia dei nobili lo rovescia, improvvisando invece l'ignobile
tirannia del podestà Monfiorito da Padova senza riparare a nessuno
inconveniente della vecchia libertà consolare. Il disordine della
legislazione è tale nelle città libere, e l'indipendenza dei cittadini
belligeranti così violenta, che una più alta tirannia diviene il più
urgente dei bisogni e il solo mezzo di progresso. Le assemblee
republicane vi si tengono in armi; la gelosia spaventata del popolo
rinnova i consoli ogni trimestre e li imprigiona, li rende invisibili
per mantenerli incorrotti; la penalità esagera il taglione e colpisce i
parenti del reo; la clientela dei grandi è cangiata in compagnia di
armati e la loro insolenza diviene tanto facile, che si debbono dare
cauzioni al popolo per danni non ancora commessi. Così Brescia e
Piacenza non sapendo crearsi un tiranno nominano Carlo d'Angiò, e
pacificate dalla sua pressione svolgono le proprie dinastie.
Nelle regioni feudali la tirannia procede con minori tragedie ma più
scarsi benefizi, perchè nella storia il risultato di una contraddizione
è sempre in ragione diretta della sua vastità e della sua durata. Il
Monferrato, invaso dai Milanesi, salva la propria indipendenza, portando
alla tirannia il figlio di Guglielmo IV Spadalunga caduto prigioniero di
Alessandria; la casa di Savoia, non potendo assurgere all'unità della
tirannia per l'inconciliabile dualismo de' suoi due governi di Piemonte
e di Savoia, si spezza in due tirannie; mentre nelle due Sicilie i
Vespri rompono l'unità francese di Napoli cancellando per metà il lavoro
di Carlo d'Angiò colla resurrezione di Palermo sotto una dinastia
ghibellina ed aragonese; e la grande famiglia dei Colonna, forte nella
tradizione ghibellina del popolo romano, lotta di tirannia con Bonifacio
VIII, equivoco temperamento egli stesso di settario e di tiranno.
Bonifacio VIII e Enrico VII di
Lussemburgo.
Questa loro guerra, propagandosi a tutta l'Italia vi determina un
supremo tentativo contro il progresso, rappresentato dai tiranni
sull'atroce anarchia guelfo-ghibellina. Bonifacio VIII trascinato dalla
ingovernabile molteplicità delle proprie macchinazioni, dopo aver
chiamato Carlo di Valois alla conquista della Sicilia diventata
aragonese e ghibellina, assale l'Aragona colla Francia, ma Giovanni da
Procida, il grande cospiratore, e Ruggero Lauria, il grande ammiraglio,
riparano tutte le debolezze della casa di Aragona mantenendole la
Sicilia contro Napoli e Roma. Pisa evita la reazione nominando con
satanica malizia Bonifacio stesso a proprio tiranno, Genova resiste
collo schiacciare inesorabilmente tutti i guelfi che le rientrano,
mentre i Torriani invece riconquistano Milano, e in tutte le altre città
la reazione accelera il ritmo delle espulsioni senza profitto del
pontefice, spaventato egli medesimo dalle catastrofi settarie della sua
guerra ai tiranni.
In questa nuova crisi le due sètte si suddividono in neo-guelfi e
neo-ghibellini, o in guelfi bianchi e guelfi neri, così che l'intreccio
dei partiti confonde l'esattezza dei cronisti ed offusca le idee degli
storici. Alberto Scotti a Piacenza, Giberto Correggio a Parma, Corso
Donati a Firenze, Maghinardo di Susinana e Uguccione della Faggiola
grandeggiano fra le tenebre e i lampi di questo temporale politico, che
sconvolge tutte le città per sostituirvi la tirannia di un forte a
quella di un debole. Se nella guerra fra i Colonna e Bonifacio VIII la
vittoria resta a quest'ultimo per l'insidioso consiglio di Guido da
Montefeltro, la rivincita di Sciarra, che al soldo del re francese
arresta e malmena in Anagni il papa vincitore, pareggia fra loro il
conto; quindi l'avvelenamento di Benedetto IX perpetrato dai Colonna e
la fuga di Clemente V in Avignone, feudo del re di Napoli, suo vassallo,
emancipano finalmente Roma e guarantiscono il trionfo alla rivoluzione
dei tiranni.
Siamo al 1305, il secolo che resterà classico nella letteratura come
aurora del mondo moderno. Cinque anni dopo l'esilio del pontefice almeno
venti città sono passate dai guelfi ai ghibellini che abbondano di
guerrieri, di capitani, di tiranni, di cronisti, di filosofi. Uguccione
è dittatore a Pisa, Federico d'Aragona liberatore in Sicilia, Spinola
sorpassa i Doria a Genova, Dino Compagni, oggi negato, è il primo
cronista del tempo; Cecco d'Ascoli inizia con Pietro d'Abano la rivolta
filosofica nella quale morirà Giordano Bruno e ne esperimenta il rogo;
la poesia canta le stragi come un'allodola alta nei cieli sopra un campo
di battaglia, e insegna le canzoni a Guido Cavalcanti, il sonetto a
Guittone, educa in Cino da Pistoia il maestro di Petrarca, accarezza in
Jacopone da Todi un'originalità popolaresca, bigotta e ribelle, eroica e
gioviale, apprende a Marco Polo la nostalgia dell'Oriente sconosciuto,
intanto che Dante, cacciato da Firenze alla discesa di Carlo di Valois,
erra pallido e tetro per le terre d'Italia raccogliendo il gemito dei
feriti fra l'urlo dei vincitori, avvelenandosi alla coppa di tutti i
tradimenti, trasalendo di gioia infantile a tutte le bellezze della
natura, fremendo come un eroe e declamando come un profeta a tutte le
catastrofi della rivoluzione, che gli nascondono col polverio delle
rovine i profili dell'epoca nuova. Ma quantunque tutta la tempesta
medioevale infurii nel suo spirito e il suo pensiero abbracci tutto lo
scibile del tempo, egli vi è come uno sconosciuto. Non arriva e non può
arrivare all'idea d'una Italia, ma ne fissa nullameno l'eloquio volgare;
sogna inevitabilmente l'impero, e in questo sogno sembra intravedere
qualche lineamento dello stato moderno; è il più grande cittadino di
tutti i secoli, e la sua patria non è ancora che la sua città. L'esilio,
facendolo nomade per tutta la vita, lo rende italiano, e dà ai suoi vizi
di partigiano l'onnipotenza di una passione, che Eschilo non avrebbe
indovinato e Shakespeare non potrà poi sorpassare. Quindi
incomprensibile ed incompreso riunisce nel proprio genio e nel proprio
poema tutta la natura e tutta la storia, tutto il mondo e tutto Dio, per
creare la lingua più bella, la poesia più profonda, la visione più
fantastica e più reale in un secolo che resterà alla testa di tutti gli
altri come Cesare e Napoleone sulla fronte dei loro eserciti.
E al suo grido di ghibellino invocante un'altra reazione imperiale, che
schiacciando i tumulti di quella rivoluzione dei tiranni permetta alla
neonata civiltà di fecondare il mondo, Arrigo VII, nuovo imperatore di
Germania, scende le Alpi con attardata e magnanima ingenuità. Secondo
l'idea del podestà, da lui rappresentato nelle nove città del
Lussemburgo e nell'impero, ricusa persino di pronunciare i nomi di
guelfo e di ghibellino, valuta i tiranni come avventurieri che la sua
presenza basterà a mettere in fuga, giudica quella guerra civile una
demenza di molti e una ribalderia di pochi intesi ad essere capitani per
mutarsi in padroni. Il segreto dell'epoca gli sfugge insospettato.
Ma la sua discesa provoca invece una reazione ghibellina nella quale
Matteo Visconti sopprimendo Guido Torriani e Antonio Fisiraga, tiranno
di Lodi, sostituisce la propria alla loro tirannia, mentre altri guelfi,
profondamente abili, come Alberto Scotto di Piacenza, sfuggono la
catastrofe secondandola, e ghibellini terribili come Cangrande della
Scala e Bonacolsi di Mantova proseguono nell'opera propria senza degnare
Arrigo VII nemmeno di un omaggio. Perciò la sua opera si esplica in una
perpetua contraddizione che lo trascina d'inganno in inganno,
attirandolo cogli applausi, stordendolo cogli abbandoni, inceppandolo
colle resistenze, evitando sempre i suoi disegni colla perfidia, finchè
la reazione torcendosi contro di lui lo costringe ad uscire
dall'imparzialità per difendersi coll'appoggio di un partito.
Tutte le città sulle quali contava smentono le sue previsioni e
rosseggiano di stragi quasi irridendo alla sua pacificazione di podestà
supremo; così che giungendo a Roma non ha più che Genova e Pisa al
proprio seguito, e anche queste solo per odio del tiranno guelfo di
Napoli, cui molte città come Faenza e Firenze si davano per sfuggire
alla reazione ghibellina.
Allora Arrigo VII, aggirato dai Colonna, dagli Orsini, dal re di Napoli,
dal papa procrastinante la sua incoronazione, diventa il giocattolo di
tutta l'Italia che lo minaccia, lo circuisce, lo insegue, assassina i
suoi partigiani, sconfigge i suoi soldati, dissipa il ricordo della sua
opera più presto ancora che non cancelli l'orma del suo piede fuggente,
e forse gli fa dare un'ostia guelfa avvelenata dai monaci di
Buonconvento. Così finiva la reazione e l'eroe invocato da Dante,
egualmente vinto dai tiranni che aveva dovuto sanzionare come da quelli
che aveva forzatamente nominati, dal re di Napoli che per lui diventa il
protettore guelfo di tutti gli stati incapaci di bastare a se stessi,
dal papa che lo inganna e lo accusa, dall'Italia che aveva bisogno dei
propri tiranni per consumare le proprie sètte ed elaborare le proprie
tirannie.
Nè il papa, nè Roberto di Napoli possono quindi profittare delle sue
sconfitte, o ritentando la sua opera evitarne gli errori.
Dopo di lui la rivoluzione vittoriosa comincia a discutere la propria
vittoria più in alto, entro l'infrangibile dualità della chiesa e
dell'impero, interpretando l'uno colle idee ghibelline dei giureconsulti
e l'altra colle idee guelfe dei teologi. La discussione rivela già una
emancipazione conquistata nella storia contro la chiesa e l'impero dalle
nuove forme politiche, sebbene ancora dominate dall'idealità delle due
astrazioni sempre identiche malgrado la loro antitesi. Il papato di san
Tommaso, di Egidio Colonna e di Tolomeo da Lucca nel _De regimine
principum_ è lo stesso impero di Dante nel _De monarchia_, entrambi
concepiti in una unità che discende nella storia invece di sorgerne,
realizzati da Dio con un sistema del quale la sua rivelazione ci ha
affidata la chiave. Se il papato è religioso e l'impero laico, il loro
fondamento è identico per l'unità del fondatore; le loro differenze non
arrivano a produrre due fisonomie nella dualità dei loro assolutismi.
Invano Dante crede di sottrarre l'impero alla supremazia del papato
invocando la sua anteriorità e le parole di Cristo: il mio regno non è
di questo mondo! L'impero rimane sempre un concetto monoteistico,
ieratico, che toglie ogni libertà alla storia e alla vita. Più assurdo
del papato, che in possesso di una rivelazione continua potrebbe
dirigere l'una e l'altra sul binario delle proprie leggi, deve
soccombere primo nella lotta; e infatti Dante abbandona presto la
polemica filosofica per trasportarla nel poema dove scolpisce nel Dio
cristiano un imperatore romano e un tiranno medioevale, egualmente
impassibile nelle condanne e raffinato nei tormenti. Il suo Inferno è il
riflesso dell'epoca: i dannati vi sentono ancora le passioni della vita,
i loro peccati dispaiono nell'energia del racconto che li evoca, onde ne
rimangono solamente le pene, nelle quali il paziente è spesso così
superiore da umiliare persino Dio. Tutta la politica medioevale segue il
poeta all'Inferno, in Purgatorio, in Paradiso; la sua collera ha le
vampe solfuree delle bolgie, la sua voce scoppia come un fulmine, i suoi
morti sono doppiamente vivi, i suoi aneddoti sono tante tragedie
condensate, come il suo poema è la sintesi del mondo. Ma accettando la
nuova tirannia ghibellina di Arrigo VII e delle corti di Verona e di
Ravenna, egli accoglie dal guelfismo le più belle figure in Paradiso,
perchè nella sua anima immensa la libertà non può separarsi dalla
democrazia, e nel suo istinto infallibile di poeta la realtà
necessariamente tirannica del secolo non contradice alla cordiale
idealità di san Francesco d'Assisi.
CAPITOLO TERZO.
Le Signorie
Loro primi atteggiamenti.
Tutte le idee e le forme delle rivoluzioni anteriori attendono la
consumazione delle due sètte per concentrarsi in una più alta creazione
politica. Il comune e la città sono creati: la loro legislazione ha
disegnato quasi tutte le funzioni necessarie ad uno stato moderno; le
attitudini civili e guerresche esercitate da una lotta secolare hanno
acquistato l'infrangibile pieghevolezza dell'acciaio e plasmato il
carattere dell'uomo nuovo. Naturalmente tutti non sono ancora cittadini
nella propria città, ma nessun cittadino vi ha più il carattere
dell'antico _civis romanus_. L'impero e la chiesa, che sembravano
soffocare in una parentesi mondiale l'infanzia di ogni stato, ne sono
stati l'involucro protettore; la libertà, procedendo per emancipazioni
graduali, per svolte e giravolte, ha superato ogni ostacolo della storia
fecondando tutti i germi della vita. La guerra ai castelli, la guerra
municipale, la guerra civile debbono conchiudersi in una vittoria
collettiva e superiore, per la quale le città vincitrici si mutino in
capitali, i maggiori comuni in stati, i più forti tiranni in signori. Se
quelli erano stati l'espressione di una inevitabile supremazia militare
rappresentante la violenza dell'ordine nella irrefrenabilità del
disordine, questi saranno i mandatari di una sovranità senza titolo,
data e sostenuta da una classe di cittadini cresciuta tra le guerre
delle due sètte.