Ma presto i consoli eletti annualmente appaiono insufficienti. La loro

magistratura troppo breve per diventare autorevole consuma un numero

prodigioso di uomini, che, costretti a diventare personaggi, dovrebbero

tutti averne le capacità. Appena ridivenuti cittadini, gli odii destati

dalla loro amministrazione li perseguitano; prima di essere nominati

consoli diffidenze e calunnie li hanno già viziati; troppo partigiani

per essere imparziali e troppo effimeri per inspirare timore, non

rappresentano più che quella fase della rivoluzione, nella quale il

comune uno ed unanime aveva fuori di se stesso l'obiettivo della guerra.

D'altronde il giuoco della loro elezione, troppo facilmente falsato

dalla corruzione del danaro o dalla violenza di una sommossa, tenta

troppe cupidigie e si complica di troppe incertezze perchè duri

lungamente in una lotta di tumulti incessanti e di passioni

indisciplinabili. Laonde occorre un potere o tribunale più alto, solido

e duraturo, cittadino insieme e feudale, che, dominando tutte le

fazioni, costringa gli opposti diritti a rispettare il diritto comune.

Una reminiscenza dei messi imperiali o dei giudici mandati nella prima

reazione di Barbarossa a frenare i consoli suggerisce al comune il

governo del podestà.

Il podestà.

Questo funzionario unico, investito di ogni funzione politica e

giuridica dei consoli, è uno straniero. La sua autorità civica e feudale

sovrasta all'anarchia; tiene corte come un sovrano, è magistrato come un

cittadino, impera da soldato e da giurista ai due partiti, sui quali

eseguisce egli stesso le proprie sentenze. Può chiamare all'armi i

cittadini, trarre fuori dalle porte il carroccio, guidare la guerra,

firmare la pace. Assedia i ribelli nei loro palazzi e li spiana, rende

tutta una famiglia responsabile del crimine di uno solo, esilia i

sospetti, amnistia i colpevoli, concilia, reprime, opprime, sopprime. Il

suo dispotismo supera quello di tutti i tiranni perchè ha per scopo la

libertà. Se non che il popolo non gli si sottomette senza garanzie, e

però conserva i consoli riunendoli ad un maggiore consiglio di anziani,

ne elegge un altro del podestà, quasi giunta amministrativa che lo

consigli e diriga, mantiene la grande assemblea, e finalmente esige da

lui un giuramento di fedeltà agli statuti e a tutte le giurisdizioni

acquistate nelle vittorie contro i castellani. Qualunque trasgressione o

distrazione del podestà è tariffata e multata: non gli si permettono

parenti nella città o dimestichezze con alcun cittadino. Come un

generale, che nessun'altra cura può distogliere dalla vigilanza del

campo, egli non può nemmeno condurre nel proprio palazzo la moglie:

finchè spirato il tempo della carica viene sottoposto ad un processo,

nel quale ogni cittadino da lui offeso ha diritto di presentare la

propria azione.

La rivoluzione dei consoli sale dunque di un grado col podestà,

decidendo questioni di alta sovranità senza permesso nè del papa, nè

dell'imperatore. Tutto un nuovo ordine di legislazione s'inizia. Se le

prime leggi giurate dal podestà non sono che le prime costituzioni del

popolo persistenti come usi e costumi, nel nuovo esercizio, che egli ne

fa come magistrato straniero, se ne precisano le formole; e a poco a

poco ordinanze e regolamenti si moltiplicano, si applicano alla finanza,

all'edilità, ai diritti personali e reali, cancellando il diritto

longobardo col diritto romano, formando i cento statuti della nuova

Italia.

Non sempre il podestà raggiunge lo scopo della propria carica, ora egli

stesso concittadino di nascita e cittadino di parte, o cittadino di

nascita e concittadino di parte; ma la sua azione fatalmente ostile

all'aristocrazia feudale è sempre benefica pei cittadini, e quella

sottomette alla legge comune e questi educa colla costante

rappresentazione dell'unità civile del governo. Infatti la sua crudele

ed arbitraria imparzialità soffoca presto ogni tumulto, mentre la

qualità di straniero necessaria alla sua carica, togliendo ad ambo le

fazioni la possibilità d'impadronirsene, spoglia a poco a poco i loro

misfatti di ogni carattere politico per lasciarli ricadere condannati

nell'ignobile prosaicità dei delitti comuni. E quando esplode contro di

lui la reazione pontificia ed imperiale, tutta la perfidia dei papi e il

genio di Federico II non bastano a vincerlo.

Questi, costretto a sdoppiare il proprio carattere nell'antitesi delle

due nazioni sulle quali regna, combatte i podestà dell'alta Italia come

despoti nomadi e democratici in guerra coi castellani, ultimi sudditi e

soldati dell'impero. La rivoluzione tedesca uscita dal trattato di

Costanza impone un altro combattimento alla rivoluzione italiana

trionfante della guerra ai castelli. Ma il tempo di Barbarossa è

passato; la stessa guerra municipale di città contro città sembra quasi

rallentarsi per lasciare il campo a quella intestina di ogni comune.

Federico II non trova più i numerosi e furibondi alleati di Barbarossa:

il suo appoggio ai concittadini contro i cittadini invocanti il podestà

come ultimo termine di un sillogismo, del quale i vescovi e i consoli

erano stati le premesse, ridestando il terrore di una ripristinazione

del regno, concorda contro di lui tutte le forze dormienti delle vecchie

rivoluzioni. La reazione condannata al regresso si frange contro tutte

le impossibilità della vita: quando i concittadini la seguono, i

cittadini più numerosi la combattono; se i cittadini delle città

militari la sostengono, i concittadini aiutati dalla lega lombarda

l'osteggiano; nessuno dei due partiti può soggiogare l'altro mercè la

dispotica neutralità del podestà, che esprime appunto l'equivalenza

delle loro forze. Federico II avrebbe dovuto imporre a tutte le città un

podestà straniero e strettamente imperiale, che cancellando ogni legge e

franchigia dei comuni li pacificasse nella soggezione all'impero; ma il

regno sarebbe così risorto sulle conquiste dei vescovi, dei comuni, dei

consoli, ed era impossibile.

Quindi la vita e il genio di Federico II si dibattono vanamente entro

quest'impresa, che tenta tutti i problemi e accenna a tutte le soluzioni

senza darne alcuna; la sua guerra non rimane che un tentativo di

reazione contro la guerra interna dei comuni. L'imperatore, anche là

dove trionfa, non può mettere unità o direzione nel moto sparpagliantesi

a lui d'intorno; il pontefice suo signore per l'investitura delle due

Sicilie lo scomunica, gl'insidia Palermo, fomenta contro di lui tutta la

reazione della bassa Italia per disfarne l'unità, nella quale è perito

l'alto diritto della Santa Sede. L'immensa donazione delle provincie

meridionali ottenuta da Carlomagno e da Ottone I non è più che un

rimpianto per il papato, il quale aveva dovuto investirne i normanni e

la vedeva, oramai fusa coll'impero nella persona di Federico II. Laonde

il papa non risparmia perfidie a combatterlo. Ogni arma è buona, ogni

delitto diviene santo per la santità dell'intenzione, che vuole

sottrarre la chiesa al pericolo di soccombere all'impero. Federico più

forte del papa, fa scacciare da Roma Gregorio IX, salta di Terrasanta in

Terra di Lavoro, quando questi gli invade le Puglie, lo umilia, lo

costringe a sconfessarsi. Più tardi Gregorio IX predica inutilmente la

crociata contro l'imperatore e convoca un concilio per deporlo: il suo

successore Innocenzo IV, esule da Roma, lo ritenta a Lione, ma ogni

rivolta viene soffocata nelle stragi, l'insidia di Pier delle Vigne è

punita colla cecità, tedeschi e saraceni difendono Palermo nei posti più

avanzati del regno, perchè l'imperatore vi è egli stesso invincibile

quale podestà.

Invece i papi soccombono a Roma nella lotta contro il senatore e il

podestà. Innocenzo III non resiste che per cedere negli ultimi giorni,

Onorio III è scacciato due volte; Gregorio IX, che esordisce

scomunicando l'imperatore Federico II, è inseguito fino a Perugia ed

espulso altre due volte; Celestino IV muore avvelenato dopo sedici

giorni, e la fuga di tutti i cardinali sospende ogni nuova elezione,

finchè Francia ed Inghilterra imponendo allo stesso Federico di

sollecitarla, viene nominato Innocenzo IV. Ma sotto di lui trionfa

appunto la rivoluzione del podestà colla nomina del bolognese

Brancaleone dell'Andalò, al quale vengono accordati tre anni di

dispotismo e numerosi ostaggi contro l'odio del pontefice. E tosto

s'infervora la lotta fra i due poteri: Innocenzo IV, assediato nel

proprio palazzo dai creditori come un castellano fallito, deve

sollecitare la sprezzante protezione del podestà; più tardi Alessandro

IV, riparato in Anagni, dirige la reazione feudale contro Brancaleone,

che vinto è nuovamente reintegrato dal popolo e vendica con terribile

giustizia l'effimera sconfitta.

Tutte le predicazioni del papa contro l'imperatore, tutte le battaglie

dell'imperatore contro il papa, tutta la guerra d'entrambi contro la

rivoluzione finiscono al trionfo del podestà, primo magistrato e sola

giustizia dell'epoca fra le carneficine di due partiti incapaci di

schiacciarsi e la necessità del progresso, che sbozza nella sua

magistratura, impersonale a forza di essere straniera, la figura del

moderno magistrato indipendente dai governi ed astratto quanto la legge.

Persino nel campo chiuso della teologia imperversa la grande guerra

della democrazia contro la feudalità; e nel 1247 Giovanni da Parma,

generale dell'ordine francescano, spingendo troppo in alto l'ascetismo

del suo fondatore, predica la virtù di una nuova rivelazione superiore a

quella di Cristo. Sarebbe il regno dello Spirito Santo, annunziato come

distruzione del regno del figlio nella stessa guisa che questi aveva nel

mosaismo distrutto il regno del padre. Ma Guglielmo di Saint-Amour alla

testa dei dottori di Parigi, perorando nella chiesa una insurrezione

quasi feudale, accusa di demagogia la libertà democratica dei

francescani e mostra nelle incessanti tragedie di Roma la rovina della

religione; finchè il papa, imparziale fra ì due partiti estremi come un

podestà, soffoca la rivolta mistica dell'uno e l'insurrezione laica

dell'altro per inaugurare nella scolastica la riconciliazione della

scienza colla fede. Aristotele, già proscritto, diventa il maestro dei

nuovi dottori; dogmi, miracoli, misteri primitivi, tutto è dichiarato

evidente e quindi indiscutibile; ragione e natura sono egualmente

rivelazione divina, ma si possono e si debbono interpretare per trovare

il punto dove combaciano colla rivelazione cristiana: le contraddizioni

fra la tradizione umana e la religiosa, fra il dramma della filosofia e

la tragedia della rivoluzione, fra Dio e la natura, fra l'uomo e Dio,

non sono che apparenze, illusioni della mente o vizi del cuore. La

libertà è dunque permessa entro l'ambito della fede, mentre S. Tomaso e

S. Bonaventura, i due genii dell'epoca, che ne consigliano nel pontefice

il podestà universale, spengono tutte le strambe ed inutili sedizioni

del pensiero religioso anteriore, preparando l'uno nella più vasta

enciclopedia filosofica, l'altro nella più solida metafisica del

cattolicismo il terreno alla filosofia del rinascimento.

I guelfi e i ghibellini.

Il trionfo del podestà nell'equilibrio di due partiti cessa quando,

nell'impossibilità di sopprimersi reciprocamente e nel lungo esercizio

della lotta, le due sètte sono troppo cresciute di numero e di forze. Il

podestà, dittatore e giudice al tempo stesso, non può comandare che

nell'infanzia e quindi nella debolezza delle due parti; appena la città

è tutta divisa e il popolo da un canto e i grandi colla plebe dall'altro

si scagliano al combattimento, la sua repressione dittatoriale e la sua

giustizia arbitraria rimangono impotenti. La guerra sociale diventa

civile, e si moltiplica tingendosi di tutti i colori della guerra

municipale. Ai concittadini e ai cittadini, cioè ai feudali e ai

borghesi, succedono nelle battaglie i guelfi e i ghibellini.

La loro origine, nella quale si sono fanciullescamente perdute le

fantasie dei primi cronisti, l'acume del Machiavelli e l'erudizione del

Muratori, sta nelle rivoluzioni anteriori a quella del podestà; la loro

ragione nella necessità di proseguirle. Mentre i primi castellani

deportati nella città l'odiavano e dovevano essere frenati dal podestà,

i loro discendenti naturalizzati nel nuovo ambiente invece di sognarne

la distruzione ne ambiscono la conquista. Il podestà è dunque inutile

dal momento che la città non è più in pericolo. Nella nuova lotta

impegnata nelle vie e per le piazze è scopo il possesso indiviso della

città e il suo reggimento democratico o aristocratico.

La vita degli individui si sviluppa nel partito e si consuma pel

partito. La neutralità è assurda. Tutti i casi dell'esistenza si

prestano a drammi politici, nei quali la morte falcia i personaggi a

tutte le scene; i ghibellini sono i prosecutori degli antichi

castellani, i guelfi i discendenti dei primi borghesi.

La guerra, propagandosi in tutte le città e assorbendo odii municipali,

inimicizie storiche, rivalità economiche, pretensioni politiche, dissidi

sociali, si complica così da non parere più che un disordine di

battaglie, una marea di espulsioni e di ritorni, un tumulto di vita e di

morte, nel quale si distinguono solo i colori dei combattenti. Poichè

tutte le città hanno un partito esiliato, le alleanze si stringono per

parte, e ognuno trova la propria italianità e quindi la propria

nazionalità nell'esilio. L'idea municipale è quindi sorpassata da quella

di setta, mentre la persecuzione inflitta o patita per un principio non

più angustamente cittadino crea rapporti, provoca sentimenti, concorda

pensieri, unisce opere prima non solo sconosciute ma inconoscibili.

Guelfi e ghibellini irreconciliabilmente nemici e reciprocamente

invincibili, non sono che due forme del medesimo fatto e due momenti

della stessa idea. Gli uni rappresentano una democrazia mal destra nelle

armi se abile al governo, avara, nemica di ogni grandezza individuale e

di ogni intellettuale libertà per rabbioso sentimento di uguaglianza;

gli altri sono un'aristocrazia armigera, prodiga, altera di libertà

legale, irrigidita entro vecchie formole e quindi incapace di

comprendere gli interessi mobili e multipli del popolo. La storia,

imponendo loro un combattimento secolare senza vittorie, ottiene dai

guelfi il progresso, la ricchezza, l'uguaglianza, la democrazia; dai

ghibellini, il genio, il carattere, la libertà. Nella loro epoca intanto

entrambi snaturano i due principii della chiesa e dell'impero, dai quali

s'intitolano e pei quali sembrano battersi così fanaticamente da

ingannare cronisti e storici. Infatti sul cominciare della lotta, nel

1250, l'impero è vacante e più tardi nel fervore degli scontri

cittadini, Rodolfo di Asburgo è in pace colla chiesa: più tardi ancora

imperatore e pontefice, capi ideali, restano fuori della guerra, cui

discendono invertendola Nicola IV, Martino III, Giulio II, Leone X,

Clemente VII come pontefici ghibellini, e Rodolfo d'Asburgo, Carlo IV e

Roberto come imperatori guelfi. Le vittorie alternate dei due partiti

consacrano tutto il progresso ottenuto dal vinto prima della sconfitta:

la plebe, insondabile fondo nel quale ambe le sètte pescano forze,

accoglie tutti i caduti e si alza con tutti i sorgenti: i suoi individui

senza nome diventano cittadini combattendo nella città per la città; il

partito è scuola di guerra, di diplomazia, di governo, di viaggi,

d'eguaglianza, di libertà, di nazionalità, di italianità. Mentre il

palazzo del grande minacciando la casa del borghese protegge il tugurio

del povero; la casa del mercante attira nobili e plebei: il denaro e il

potere, il mezzo e lo scopo della guerra disciplinano ed avvicinano

tutti coloro che vorrebbero divergere. Quando trionfano i guelfi, arti e

mestieri raddoppiano la massa del popolo ufficiale; quando prevalgono i

ghibellini, le arti minori, i più vili mestieri, le industrie più

spregiate, il popolo magro, i Ciompi, invadono la scena e vi conquistano

un posto.

Il Capitano del popolo.

Quindi l'ordinamento della città subisce profonde mutazioni:

all'arbitrato del podestà, che manteneva l'imparzialità, succede il

regno delle parti. La dittatura scade al capitano del popolo, generale

dei vincitori e proscrittore dei vinti, padrone e custode della

repubblica, mentre il podestà scelto nel partito e dal partito

trionfante, mantenendo appena le funzioni giudiziarie, si muta a grado a

grado in carnefice.

Ma il capitano, onnipotente e semplice cittadino, ha per organi e freni

del governo il consiglio del popolo da lui presieduto in un palazzo

speciale, il consiglio del comune presieduto dal podestà per le materie

amministrative, l'antico consiglio degli anziani spesso diviso in due,

la credenza per gli affari segreti di diplomazia e di polizia, il gran

consiglio colle maggiori ampliazioni possibili allorquando si tratti di

compromettere il maggior numero dei cittadini nelle publiche vendette; e

il consiglio eslege, tirannico, assoluto, rappresenta il governo nel

governo come la parte è il governo nello stato. Naturalmente tutte le

corporazioni imitando l'esempio della repubblica costituiscono i loro

consoli, i parlamenti, il capitano, si armano, sono partito ed esercito,

vincitrici e vinte.

E la guerra guelfo-ghibellina irrompe in tutte le città d'Italia,

sconvolgendo con tale furore le posizioni politiche della guerra

municipale che i vinti di un partito riparano presso il medesimo partito

di una città anche nemica, e vi trovano accoglienze ed aiuti. Le nuove

rivoluzioni sembrano propagate dal vento, esplodono come tanti gas

ammorbando l'aria ed offuscando la luce. Poichè tutti i cittadini si

fanno partigiani, tutti i banditi si arruolano nelle due parti. Ma

presto i due disegni storici della guerra municipale e della guerra

guelfo-ghibellina, entrambe generate dalla stessa guerra sociale

indispensabile alla formazione del comune e del cittadino, s'incorporano

assestandosi sulla base delle rivalità geografiche. Nelle città romane

prevalgono i guelfi, nelle città regie trionfano i ghibellini attraverso

vicende così confuse, che i cronisti vi si perdono e gli storici non

possono inoltrarvi.

A Firenze il dramma degli Uberti e dei Buondelmonti crea Farinata, che

vietando ai ghibellini vincitori, ghibellino egli stesso, la distruzione

di Firenze, afferma la differenza della nuova guerra colla precedente

delle città contro i castelli: borghesi e feudali, cittadini e

concittadini, guelfi e ghibellini, la patria è per tutti la stessa

città. Quindi in ognuna di esse la rivalità si produce e prende nome da

due delle maggiori famiglie dei due partiti, quasi ad accennare che

nella futura rivoluzione, quando le parti saranno esauste e gl'interessi

intermedi cresciuti, le famiglie vincenti ripeteranno il podestà sotto

forma di tiranno. A Milano il duello comincia tra i Torriani e i

Visconti, a Bologna lottano i Gallucci e i Carbonesi, a Modena gli

Aigoni e i Grasolfi, a Faenza gli Accarisi e i Manfredi, a Bergamo i

Colleoni e i Soardi, a Orvieto i Monaldeschi e i Filippeschi, ad

Alessandria i Lanzavecchia e i Guasco, a Reggio i Roberti e i Sessi, a

Camerino i Baschi e i Varano; mentre nelle città militari i partiti

capovolgendosi mostrano la democrazia ghibellina e l'aristocrazia

guelfa. Così Genova e le città nemiche di Firenze e di Milano sono tutte

ghibelline di popolo e guelfe di nobiltà per meglio resistere

all'espansione delle due grandi città odiate, che potrebbero col più

fuggevole accordo imporre loro una durevole soggezione.

Ezzelino da Romano.

Ma fra tanta grandezza di drammi politici e guerreschi, nei quali talora

è personaggio tutto un popolo o un solo individuo sembra centuplicarne

la forza, assorbendone la vita collettiva nella propria unità

passionale, nessuno uguaglia nemmeno nelle città militari quello

ghibellino di Verona. Il suo eroe Ezzelino III da Romano, ariano figlio

di ariano, diventa così grande che la sua epoca non può contenerlo e

Dante solo, il poeta ghibellino di Firenze, potrà poi essergli

paragonato. Dotto, incredulo, più freddo di un filosofo e più sensibile

di un poeta, capitano fulmineo e politico improvvisatore, egli ha tutte

le passioni del proprio tempo nel cuore e tutte le idee del rinascimento

nella testa. Appena scoppia la guerra fra le due sètte Ezzelino stermina

i guelfi, si associa in un triunvirato Buoso da Doara e Oberto

Pelavicino, li dirige, li minaccia con sì terribile prontezza ed

irresistibile abilità che tutta Italia piega sotto la sua mano, e le

vittorie gli strappano in un grido d'entusiasmo il segreto del suo

genio: io sorpasserò Carlomagno! Ma a questa minaccia la lega lombarda

diventa guelfa, la Romagna si unisce alla lega, Treviso alla Romagna e

l'assalgono. Ezzelino non piega, raddoppia i supplizi, prende Brescia,

assedia Mantova, fronteggia tutti i nemici che aumentano e si mutano

contro di lui in crociati; difende Padova, ritrascina Treviso nella

propria alleanza, accampandosi con una temerità solamente giustificabile

dal genio o dalla disperazione sotto le mura di Milano. Allora l'idea

regia di Berengario, che lo trasportava così alto, vanisce come uno dei

tanti miraggi della storia: le rivolte divampano sotto i piedi di

Ezzelino, i tradimenti lo cingono, gli abbandoni lo scoprono. Solo, è

ancora così terribile che la sua ritirata pare un trionfo, ma una ferita

cogliendolo al tallone come Achille dissipa il terrore del suo nome e

della sua spada. Ezzelino è vinto, preso, calpestato dai villani,

riparato nella tenda dei traditori dalla loro stessa ammirazione, ove

muore senza gettare un lamento, più sublime nella superbia di

quest'ultimo silenzio che nel fracasso di tante incredibili vittorie. Ma

Verona, da lui indimenticabilmente tiranneggiata, resta fedele alla sua

opera, che ha democratizzato il senato degli ottanta, salariati e tolti

alla nobiltà i magistrati, sconfitti i castellani delle campagne,

prostrate le città nemiche, agguerrito il suo popolo sino a mutarlo in

un invincibile esercito.

A Palermo, altra città militare e ghibellina, l'idea regia di Ezzelino

trionfa con Manfredi, bastardo di Federico II, che a forza di tradimenti

carpisce il regno e vi si fonda contro il papa, dal quale sulle prime

aveva ottenuto l'appoggio come capo ostile alla Germania e poco

temibile. Invece Manfredi fa spargere la falsa notizia della morte di

Corradino, gli prodiga funerali, si dichiara indipendente, favorisce i

ghibellini di Roma, soccorre quelli di Toscana, s'affratella cogli altri

dell'alta Italia, più piccolo e finalmente non più fortunato che

Ezzelino, perchè i guelfi di Milano, di Firenze, delle Marche, di

Napoli, di Messina, di Ascoli affrettano sul quadrante della storia

l'ora della sua caduta.

Tutta Italia è in fiamme; il Monferriato ghibellino sostiene Torino

contro i conti di Savoia che vengono espulsi: la Corsica si strazia col

partito trasmontano di Simoncello della Rocca e quello cismontano di

Giovanninello della Pietra; la Sardegna si lacera fra Pisa e Genova;

Ferrara ingrossa sul Po preparandosi all'urto di Venezia che sta per

avanzarsi sulla terraferma; Brescia sanguina al seguito di Pelavicino;

Parma e Piacenza si annodano come due serpenti, e non potendo soffocarsi

si mordono; fra Cremona e Milano, Crema si sfinisce nella paura della

prima e si perde nell'amicizia della seconda. Roma, riconoscendo

l'impotenza del podestà a governarla, entra nel periodo delle due sètte

colla nomina di due capitani del popolo; gli uni voglion Riccardo di

Cornovaglia e gli altri Manfredi; i ghibellini Pietro d'Aragona e i

guelfi Carlo d'Angiò.

La guerra comprime tutte le forze della nazione per trarne scatti ed

esplosioni senza numero e senza nome.

Carlo d'Angiò.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 4 / 30 段