La reazione pontificia ed imperiale, riuscita vana contro la rivoluzione

dei vescovi, deve quindi investire questa dei consoli sotto la doppia

direzione di papa Innocenzo II e di Lotario III imperatore velfo. Il

papa è inerme, l'imperatore poco armato, giacchè per marciare su Roma

non ha che 2000 cavalli, mentre l'antipapa Anacleto II e l'anticesare

Corrado III sono sostenuti dalle maggiori città. San Bernardo è il

grande oratore della reazione, Arnaldo da Brescia l'eroe della

rivoluzione: si assomigliano e si urtano, entrambi austeri, forti

d'ingegno, inflessibili nel carattere. Se l'eloquenza del primo è

maestosa come il corso di un gran fiume, quella del secondo ha l'impeto

e il fragore di un torrente: se quegli illumina, questi abbrucia. San

Bernardo ripete l'utopia di Gregorio VII; ad Arnaldo la rivoluzione

consolare suscita nel pensiero l'utopia di una risurrezione republicana.

Ma tutti i moti di questa reazione, fiacchi e discordi, falliscono; le

grandi città ne trionfano, Ruggero Normanno, invincibile entro Palermo,

vi ospita l'antipapa Anacleto, abbraccia il suo scisma, e riunendo nella

forte mano tutto il mezzogiorno riordina il proprio regno in senso

unitario e consolare, per ritornare poi console vittorioso nel grembo

della chiesa costretta a sanzionare la sua rivoluzione.

Guerre municipali.

Quindi la rivoluzione vincitrice della propria reazione si scatena in un

tumulto inintelligibile di guerre municipali per determinare i contorni

dei municipii educandone le forze. Dissipato ogni ricordo del regno,

cessata la doppia pressione imperiale e pontificia sulle città, e

costituitasi con una prima amministrazione indipendente la loro prima

coscienza politica, tutte si guatano in cagnesco e si assalgono. La sola

patria è il municipio, poichè di nazione non esiste nè ricordo nè

aspirazione. Ogni frammento disgregato del regno animandosi ne ha

concentrato i bisogni e le energie, ogni città vuole espandersi e

soverchiare: le forze locali, le originalità latenti del nuovo sistema

municipale sostituito a quello regio-imperiale esigono la guerra per

prodursi. Ma il vecchio dualismo delle città regie romane dura tuttavia

raddoppiato dalla rivoluzione vescovile e consolare, che avendo

innalzato queste deve degradare quelle. Ecco il segreto della guerra,

susseguente, ignorato dai cronisti, cercato da quasi tutti gli storici,

sfuggito all'acume del Sismondi, colto magistralmente dall'ingegno

divinatore del Ferrari.

Se i motivi della nuova guerra municipale sono economici, la sua vera

ragione è nella necessità per i comuni di svolgersi contro tutte le

superstiti forme feudali, accrescendo le proprie città oltre la cinta

del vescovado, conquistando le campagne ancora tenute dai signori,

liberando le strade pei commerci, emancipando i fiumi, lavorando le

terre, acquistando in fine la sovranità politica e sociale contro i

centri regi sempre in ritardo. Le guerre sono quindi multiple, minute,

spietate, incessanti: premio ne è la vita. Chi soccombe ha torto: tutte

le armi, tutte le arti, tutte le infamie, tutti gli eroismi, vi

cooperano nella stessa misura e vi producono il medesimo risultato. Il

municipalismo italiano a distanza di secoli riproduce la storia greca

per rifare una civiltà non meno splendida ed originale di quella. Nella

feroce disciplina di una tale guerra tutte le idee si elaborano, tutte

le forme si precisano, tutte le funzioni si distinguono; siccome ogni

municipio riconcentra la storia di un regno nella propria cronaca, i

suoi individui vi spiegano la forza dei maggiori uomini storici. Quindi

le guerre senza pace vi paiono spesso senza risultato, appassionate sino

alla demenza, abili oltre ogni genio, inesauste come la vita,

inevitabili quanto la morte.

Ma il loro effetto si mostra giorno per giorno nella crescente

importanza dei comuni vincitori e nel decadimento dei comuni vinti;

s'improvvisano republiche; sorgono fortezze, la strategia delle antiche

vie militari è superata dalla nuova delle strade commerciali: il popolo

inerme diventa un esercito, i mercanti si mutano in statisti, s'inizia

tutta una legislazione, della quale i congegni parlamentari funzionano

mirabilmente fra l'urto delle congiure e lo schianto delle sommosse,

mentre le scienze proseguono tranquillamente negli studi a disseppellire

il mondo antico, e le arti rinate trovano bellezze non meno originali

delle greche o romane.

In tale ambiente medioevale le guerre s'incrociano naturalmente come

duelli tanto più efferati quanto più vi mancano i giudici di campo; gli

avversari si battono senza leggi, si arrendono per ferire l'ultimo

colpo, si assalgono alle spalle, avvelenano le armi. La politica

municipale s'inspira dal duello in tutte le alleanze; nessuna idea

generale o disegno comune. I nemici sono predeterminati dalla storia e

dalla geografia: tutti i comuni debbono battersi entro il sistema

municipale, che riserba la vittoria ai centri romani e produttori contro

i centri regi e militari. Nella Lombardia, Milano, massima città romana

e produttrice, è il centro di tutte le dualità e deve combattere Pavia,

Lodi, Cremona: quindi i suoi duelli si ripetono colla stessa legge fra

le altre città, Brescia e Bergamo, Pavia e Piacenza, Torino e Asti,

Verona e Mantova, Treviso e Cividale, Firenze e Fiesole, Lucca e Pisa,

Orvieto e Spoleto, Perugia e Chiusi, Fano e Pesaro, Roma e Tivoli,

Faenza e Ravenna, Cagliari e Oristano in Sardegna, in tutte le

provincie, nelle vallate più remote, fra i borghi più ignorati, nei

comunelli più esigui, nelle abazie e nelle parrocchie.

Giuseppe Ferrari nelle _Rivoluzioni d'Italia_ ha dato l'enumerazione

cronologica ed alfabetica delle guerre municipali, disegnando la loro

carta storica con incomparabile abilità. In tale quadro sublime di

esattezza e di orrore si veggono 99 città militanti e si contano sino a

119 inimicizie costanti; ma questa tragedia male intesa e quindi

condannata dagli storici posteriori come uno scoppio di malvagità

demente, era nel secolo XII il solo progresso possibile ai comuni per

mutarsi in minimi Stati. Quindi nessuna vittoria generale o pace

definitiva poteva trovarsi a capo di queste guerre, nelle quali i

combattenti acciecati dalle passioni e guidati dall'istinto camminavano

sicuri sulla via della storia. Se il trionfo era riserbato alle città

romane come centri veri della rivoluzione e della civiltà, non tutti i

centri regi dovevano soccombere, perchè o la loro contraddizione storica

all'idea del progresso non era assoluta, o un mutamento nella tattica

stessa della storia li rendeva utilizzabili. Così Roma, Ravenna,

Palermo, combattenti alla testa delle città regie, ne evitavano la sorte

e rivaleggiavano di splendore e di avvenire coi nuovi comuni.

Le discese di Federico Barbarossa.

Mentre l'Italia, dibattendosi nelle convulsioni di una guerra anarchica,

rompe tutte le proprie frontiere interne per frangere quelle del vecchio

diritto imperiale pontificio, Federico Barbarossa alla testa della

rivoluzione vescovile nella Germania, sempre in ritardo, si prepara a

discendere le Alpi per combattere la rivoluzione consolare italiana come

una insurrezione contro l'impero. Lodi e Como spianate da Milano gli

chiedono vendetta: Pavia si ridesta, Cremona si avventa sulla antica

rivale. Ma Federico, cui la Germania non ha accordato che soli 2000

cavalieri, invece di soffocare la guerra municipale diventa il generale

di queste città regie insorte contro Milano; e dopo avere inutilmente

infierito deve ritirarsi imperatore meno stimato di prima, vincitore non

ancora abbastanza temuto. Senonchè la guerra municipale lo richiama.

Superbo come un eroe, testardo nell'idea imperiale di Carlomagno, della

quale gli sfuggono le modificazioni storiche già compiutesi, alla dieta

di Roncaglia ottiene dai quattro dottori discepoli di Irnerio il

verdetto che tutto, regalie e diritti, città e contee, appartiene

all'impero. Questo errore dei quattro grandi giuristi, tante volte

accusati di viltà, indica però solamente che la rivoluzione consolare

non è ancora abbastanza cosciente per negare l'astratta idea

dell'impero.

Ma nemmeno questa volta Federico può battersi come imperatore: il nerbo

del suo esercito è costituito dalle città regie alleate, ogni sua

vittoria contro una città non è che vittoria della città rivale; se

Milano soverchiata dal numero dei nemici capitola, egli capitano

generale deve chiedere o rubare ostaggi a tutti i propri alleati per

guarentirsi da tradimenti troppo improvvisi. Allora il suo ingegno

politico cerca di riparare all'insufficienza della sua opera militare

ordinando un vasto sistema di pacificazioni, che riconduca col terrore

di esagerate penalità tutti i comuni sotto la giurisdizione dell'impero

e tutti i sudditi sotto la legge. Giudici nominati direttamente

dall'imperatore arrivano in ogni città per paralizzare il potere ribelle

dei consoli e frenare gli odii municipali. Ma l'eroica Milano risponde a

questa pacificazione con uno scoppio d'ire, che riaccendono la guerra; e

l'imperatore sempre alla testa delle città regie deve smantellare Crema,

abbattere Milano, seminare stragi, moltiplicare incendi. La vittoria

questa volta è così vasta che par sua; senonchè tutte le città atterrite

dal ritorno dell'antico regno gli si rivoltano subitamente, gli eserciti

di Verona sbarrano i passi alpini quasi ad impedirgli ogni ritirata in

Germania, nella quale non rientra che per rifornirsi di soldati e

ripiombare daccapo sull'Italia. Questa volta la lega lombarda è già

stretta, il papa vi è entrato, Milano è risorta, Alessandria creata

contro Pavia, che capitana la lega regia. La guerra infuria in cento

scontri per concludere nella battaglia di Legnano alla sconfitta

dell'impero e alla emancipazione dei comuni. Il diritto politico moderno

riceve quindi il battesimo al congresso di Costanza, nel quale la lega

lombarda viene riconosciuta come autonoma entro la grande lega

imperiale, e i comuni firmano il trattato come tanti stati.

Ormai la loro sovranità è riconosciuta. Quantunque l'impero riceva

ancora tributi, il suo diritto e la sua supremazia non sono più così

assoluti. Ogni città è libera di seguitare le proprie guerre,

d'ingrandirsi, di mutarsi in capitale di una piccola repubblica o di un

piccolo regno. Il suo ordinamento interno viene lasciato bene proseguire

nel tragico lavoro di selezione perchè la classe politica dei cittadini

meglio si organizzi. Dell'antica Lombardia dei goti, dei longobardi, di

Carlomagno, di Ottone, di Berengario non rimangono più tracce. Intorno

ad essa Venezia sepolta nell'oscurità delle lagune è ancora fuori del

patto di Carlomagno e non partecipa alle crisi della sua negazione; la

Toscana, paralizzata dalla lotta fra Lucca e Pisa e dalle antitesi degli

interessi marinari e terrestri, che tolgono a quest'ultima di accedere a

una delle due leghe, rimane inerte, mentre la marca di Verona e l'antico

esarcato vi entrano a seconda delle loro interessate inimicizie.

E intanto che la lega lombarda ottiene il trionfo del sistema municipale

contro l'impero inteso a soffocarlo con una ripristinazione del regno,

Roma e Palermo ripetono sopra altro terreno e con diversa forma la

stessa rivoluzione. Poichè Federico per mantenersi sulla linea di

Carlomagno appoggia dapprincipio il pontefice contro l'insurrezione dei

romani e disonora la propria prima vittoria consegnando Arnaldo da

Brescia ad Adriano IV, il senato romano, risuscitato alla morte di

questo dallo spirito di Arnaldo, costringe l'imperatore ad entrare nella

rivoluzione municipale col sostenere l'antipapa Vittore III contro

Alessandro III presidente della lega lombarda; poscia alla pace di

Costanza, che sospendendo la guerra ne riconosce le conquiste della

rivoluzione, il senato romano ottiene dal papa Clemente III un trattato

solenne, col quale gli sono riconosciute le stesse franchigie politiche

degli altri comuni, onde poi Arrigo VI nuovo imperatore arrivando in

Roma per incoronarsi deve trattarne contemporaneamente col senato e col

pontefice.

A Palermo invece Guglielmo il Malo, resistendo a tutti i moti della

reazione feudale incoraggiati dalle discese di Federico, regna da vero

capo della democrazia consolare. Maione suo primo ministro, cittadino di

Bari come Mello, ne continua la lotta contro l'aristocrazia, che si

difende assassinandolo per essere tosto dispersa e trucidata da una

insurrezione di popolo. Quindi il re precipita da un'inerzia sospettata

e sospettosa a tanto crudele tirannide da sbigottire anche gli storici

più favorevoli alla causa della Sicilia, insino a che il suo successore

sul finire della reazione viene chiamato Guglielmo il Buono, e Federico,

già in guerra contro Alessandro III, avvisando l'utilità dell'amicizia

con Palermo sempre in lotta coi baroni tutti alleati della chiesa, sposa

al proprio figlio Arrigo VI l'unica erede delle due Sicilie. Così

riconciliato colla grande rivoluzione italiana, dopo aver bruciato Asti,

rovesciata Tortona, distrutta Milano, Federico Barbarossa diventa

improvvisamente l'idolo e l'alleato di tutti contro le pertinaci pretese

della Santa Sede; a Torino frena l'ignobile tirannia del conte Umberto

III di Savoia, in Sardegna, sconfessando le due nomine di re concesse a

Barisone e al duca di Baviera, finisce col vendere per 1300 marchi

d'argento l'isola ai pisani, che sostengono la federazione di Cagliari,

Torres e Gallura contro la regia Oristani.

Ormai l'imperatore e il papa non sono che due consoli di una guerra, che

nè Gregorio VII, nè Arrigo IV avrebbero compreso. Qualunque sieno le

segrete pretensioni del loro pensiero individuale, la loro reciproca

ostilità li costringe a riconoscere come alleati o nemici i nuovi poteri

popolari esorbitanti da ogni formola imperiale o pontificia. Le vecchie

favole giuridiche, già dominatrici del mondo, pesano ancora sul pensiero

universale dell'epoca, ma non impediscono più la formazione dei nuovi

organismi storici, entro i quali stanno riparate le grandi idee future.

Infatti le crociate, splendido sogno ed incomparabile espediente della

rivoluzione anteriore, declinano subitamente nell'èra dei consoli. Alla

terza crociata di Riccardo Cuor di Leone, l'interesse delle colonie

cristiane soverchia già quello della croce; poco dopo, l'altro d'Europa

costringe i principi a ritornare nei propri stati per difendersi dalla

rivoluzione consolare. Alla quarta crociata Arrigo IV non mira che ad

impadronirsi della Sicilia e ad affievolire i signori dell'impero; alla

quinta, predicata da Innocenzo III e accettata solo dalla nobiltà

francese, i veneziani stipendiano i baroni per la conquista dell'impero

bizantino, e l'avventura militare si risolve in una speculazione

mercantile; alla sesta non aderisce che Andrea di Ungheria, re barbaro e

bigotto; alla settima guidata da Federico II, il papa non avrà in mira

che un agguato contro l'imperatore per togliergli le due Sicilie, e vi

soccomberà in sua vece.

Intanto l'entusiasmo politico assorbe già quello religioso, poichè

l'effetto delle crociate a rovescio di ogni intenzione si esplica in una

emancipazione economica delle terre e dei borghi dai feudatari, che ne

hanno ceduto ai vassalli i più grevi diritti pel denaro necessario alla

spedizione. La chiesa stessa, sottraendo nel 1153 al popolo e al clero

volgare l'elezione del papa per affidarla al collegio dei cardinali,

imita la rivoluzione dei consoli, che trasmettono al grande e piccolo

consiglio del secondo popolo tutti i diritti dianzi riconosciuti

nell'assemblea del primo. Dallo stesso anno 1153 ogni canonizzazione

dovendo essere esclusivamente romana, la chiesa domina coll'entusiasmo

pei nuovi santi il cuore delle moltitudini: si fondano gli ordini della

Trinità, della Redenzione degli Schiavi e della Mercede; cinque

congregazioni di eremiti si riuniscono in una, i cavalieri di Cristo si

stringono coi cavalieri Teutonici, finchè la propaganda monacale,

discendendo nella vita politica, irrompe con due nuovi ordini di frati

profondamente originali e terribilmente guerrieri. Eroi della miseria, i

francescani protestano colla moltitudine cenciosa contro la nuova

privilegiata borghesia consolare, denunciando tutte le vanità della

politica, della industria, del commercio; ma inesausti nell'opera

consolano gli stessi dolori che esacerbano, assolvono tutti i peccati

che combattono: nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di

una democrazia senza patria e democratici di un assolutismo

irresponsabile.

Eroi del dogma, i domenicani organizzano invece la inquisizione come un

governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è superiore a

tutte le verità umane, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa, che

fanatizza la moltitudine, bruciano città, disertano campagne, spaventano

re, curvano papi, penetrano case e coscienze, imperano nel pensiero

contro al pensiero; che nullameno respira sotto tutte le pressioni,

sfugge a tutte le strette, esce da tutti i tranelli, brilla su tutti i

roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista, trovando nello

spasimo di questa secolare tragedia le voci più profonde dell'anima, e

nella ginnastica di questo combattimento senza tregua le forze

necessarie alla propria emancipazione finale.

La guerra delle città ai castelli.

Il riconoscimento del diritto di guerra conquistato dalle città nel

trattato di Costanza le volta contro i castelli, che signoreggiando il

contado le cingono come di tanti fortilizi nemici e misurano loro collo

spazio la vita. I castellani sono feudatari discendenti dalle antiche

invasioni, ultimi signori di una conquista, della quale la rivoluzione

non ha ancora potuto trionfare. La lor vita ladra e militare contradice

alla vita industriale dei borghesi: il contado, che si estende dalle

mura di ogni città, è un campo nemico ove nessuno può avventurarsi senza

essere spogliato o tassato; leggi e regolamenti cittadini non hanno

forza oltre la cinta della città. Le vecchie differenze di razza,

sebbene indebolite, sopravvivono tra feudatari e cittadini, dando alle

loro idee una asprezza di antitesi irreducibile. La guerra è necessaria.

Il castello soccomberà perchè l'imperatore, impotente a sostenere la

prevalenza delle città regie, non riuscirà nemmeno a soccorrere i

castellani, lontani gli uni dagli altri e senza lega politica fra sè

medesimi, senza unità d'interesse e senza capo. Ricordàno Malaspina,

fiorentino, è rimasto il più celebre e migliore cronista di questa

guerra ripetuta con parità di drammi e di trionfi in tutte le contrade

d'Italia.

Invano papa ed imperatore, ubbidienti alla propria idea, sostengono i

castellani come alleati naturali del proprio assolutismo; l'imperatore

lontano, il papa inerme, nemici entrambi troppo spesso, non possono

accordarsi in questa difesa degli stessi loro difensori: le città regie

e le romane assaltano simultaneamente i castelli così che i castellani

per ritardare di qualche tempo la loro caduta, debbono diventare soldati

di una città contro un'altra, accettando le leggi della guerra

municipale. Ma la vittoria medesima, alla quale cooperano, li assimila

ai vinti, mentre i tradimenti sciolgono le alleanze strette dalla

perfidia. Sovente i servi stessi, uomini del contado, insorgono contro i

padroni per darsi alle città che, aristocratiche nel proprio assetto

borghese, invece di naturalizzare i borghi li annullano.

L'aggrovigliamento dei modi e delle forme politiche in quest'epoca non è

meno indescrivibile della guerra, onde è prodotto. Così alcune volte il

conte emancipa i grossi villaggi per opporli alla tirannica conquista

della città e seguita a regnare sovra di essi come un moderno sovrano

costituzionale, però sotto il raggio delle grandi città commerciali

anche questo disperato espediente fallisce, e la guerra ai castelli

cresce di ferocia pel ritardo del trionfo finale. Se la conquista

materiale è lunga e penosa, il suo riconoscimento nella legalità

contemporanea presenta anche maggiori difficoltà contro le due formule

imperiale e pontificia, che non si possono nè preterire nè violare.

Quindi il comune, deludendole con abilità apparentemente assurda, è

costretto a dichiarare alleati i vinti e a riconoscerli proprietari

delle terre conquistate, finchè, fatto più sicuro, toglie loro anche

questa falsa indipendenza, li trasporta nella città e li condanna a

risiedervi. Così al secondo popolo ne succede un terzo. La

naturalizzazione delle famiglie feudali trasformate in aristocrazia

cittadina esige che molte altre famiglie borghesi, recentemente o

arricchite o illustrate dalle guerre, vengano chiamate a parte dei

poteri e delle funzioni interne per resistere alla forza dei nuovi

venuti, acquistati alla città, ma pronti a conquistarla.

Infatti questi alzano palazzi simili a fortezze, li decorano di torri,

armano famigliari, si cingono di clienti: le terre degli antichi

dominii, rimaste loro come a proprietari, vincono in ricchezza qualunque

patrimonio bottegaio; le loro attitudini guerresche di signori destano

al tempo stesso l'ammirazione e l'invidia. La moltitudine dei cittadini,

sui quali non gravano più come tanti re, simpatizza per loro contro le

nuove angherie della città; la plebe allettata dalle loro lautezze

attende un loro cenno per sollevarsi contro la borghesia privilegiata

che la schiaccia. Un'altra lotta intestina è dunque inevitabile come la

guerra municipale. I comuni non possono sopprimere la feudalità senza

negare la chiesa e l'impero, i castellani non possono distruggere il

commercio, l'industria e la libertà dei comuni, riconosciuti dalla

chiesa e dall'impero, senza urtare nella stessa negazione e senza

sopprimere la vita. Bisogna perciò che la lotta fra le due forme

aristocratiche della feudalità e della borghesia, logorando le loro

forze, muti la loro fisonomia insino a quando il popolo, ingrossato da

tutti coloro che eccellono nella lotta, e ingrandito dal crescere della

civiltà, si sovrapponga alle due fazioni, assorbendole nel proprio

numero. Nelle prime fasi del combattimento il progresso è ottenuto con

massacri furibondi e minime vittorie; se il palazzo del castellano

concittadino viene abbattuto, le sue terre prosperano; se il castellano

guida una sommossa, è forzato di gittare tutto il proprio denaro alla

plebe che lo trasforma in capitali. La lotta circoscritta alla città vi

affeziona tutti i partiti, i tempi dei castelli si allontanano, le

aspirazioni al comando suppongono il comune signore di se stesso e delle

campagne, la rivalità suddivide i feudali mentre il terrore mantiene

uniti i borghesi. Quelli per comandare dovendo primeggiare, assorbono le

idee della città; questi per non essere dominati trasportano nella

politica le finezze del commercio e la pertinacia delle industrie, colle

quali raddoppiano la propria importanza e la vitalità del comune.

La guerra municipale si complica di giorno in giorno con una guerra

sociale.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 3 / 30 段