Dopo Ottone I i conti non hanno più assoluto potere sulle città; nessun

re concentra più le loro forze; ogni traccia dell'organizzazione

unitaria scompare; ogni centro ducale si frange: i municipii si

preparano già a lottare fra loro per ripetere colla grandezza delle

vecchie marche la gloria di una vita, che la storia ammirerà per tutti i

secoli. Invano alla morte di Ottone I Arduino d'Ivrea ritenta i moti di

Berengario, ultimo pretendente; la sua proclamazione non è più che una

commedia, la sua rivoluzione una rivolta, la sua impresa uno sbaraglio,

la sua vita un brigantaggio, la sua fine in un convento una codardia.

Quando più tardi nel 1024 un'altra cospirazione offre il regno italico a

Guglielmo III duca di Aquitania, questi meno spaventato ancora da una

guerra colla Germania che dalla sacrilega necessità di deporre tutti i

vescovi ostili, declina l'offerta. I vescovi sono dunque i difensori

della rivoluzione, che secondo l'antico disegno sviluppa il progresso

della democrazia col tragico mezzo di una decadenza politica.

Ma la distruzione del regno, ottenuta con tanto sagace fermezza di

propositi dalla chiesa, colpisce il dogado romano creato dai papi di

Teodora e di Marozia, e distrugge la vecchia aristocrazia romana,

mutando il nuovo papa in un vice-Dio delle moltitudini. La feudalità del

contado insorge contro il patriziato romano, mentre per la recente

donazione di Ottone le città romane si atteggiano invece a democrazia

federale contro Roma umiliata dal pontefice oramai più imperiale che

romano, e la suprema reazione repubblicana di Crescenzio, idealizzato

poi da un patriottismo archeologico e allora abbandonato da tutte le

forze vive del tempo, soccombe in un dramma mescolato di assassinio.

Così per impadronirsi di tutta l'Italia Ottone I, invertendo la propria

politica, cerca invano di ricostituire intorno a Capua, la feroce, un

ducato vasto quanto un regno, giacchè non ostante l'aiuto di Pandolfo

Testa di Ferro, feudatario e bandito di genio, ogni tentativo vi

fallisce. Tutte le repubbliche si collegano con Bisanzio per sottrarsi a

questa nuova minaccia di dominazione unitaria, Napoli insorge, Amalfi

resiste, Venezia ricusa ogni tributo, Bari accetta il Catapane bizantino

e diventa la Ravenna del mezzogiorno, finchè Capua stessa, presa nel

movimento greco, si desta per sempre dal proprio ultimo sogno

longobardo, e del regno si dissipa persino il ricordo.

Vescovi e consoli.

Il comune è la prima grande originalità della nuova storia. Romani e

barbari, regno ed impero, non si mostrano più nella sua formazione:

l'antica città greca e romana, che sviluppando l'idea dello stato

politico aveva riempita la storia antica, non risorge nel comune,

creazione di nuovi uomini in lotta per nuove libertà e che posseggono

già le due idee universali della chiesa e dell'impero. Il comune non

vuole diventare regno, non cerca la sovranità politica ma l'indipendenza

sociale. L'impero è lo stato, la chiesa l'umanità; esso invece è la

patria composta forse di poche case, circoscritta a un minimo

territorio, che l'ombra della cattedrale basta a coprire e a difendere.

Il comune, agglomerazione di famiglie ed associazioni d'industrie

livellate dagl'invasori coll'oppressione ed uguagliate dalla chiesa

colla propria libertà spirituale, deve svolgersi; se non riuscisse a

crescere bisognerebbe ritornare al sistema pagano della servitù per

mantenere la produzione, e il regresso nella storia è impossibile.

Stranieri l'uno all'altro, i comuni non hanno nazione: chiusi

nell'egoismo come in una corazza infrangibile, resistono a tutti i

colpi, si dilatano senza mutare idea; sempre preoccupati di produrre

tutto in se stessi e per se stessi, paiono la negazione delle due grandi

unità mondiali della chiesa e dell'impero, ed invece ne sono la

conferma, giacchè la nuova patria separata dall'idea di nazione potrà

nella futura fusione dei comuni e nella formazione dei massimi stati

evitare la separazione dell'antico mondo, nel quale ciascun popolo

considerava barbari e nemici tutti gli altri.

Le guerre dei comuni non avranno, per quanto atroci, i due caratteri

antichi dell'odio di razze e della conquista politica, ma i grandi

comuni assorbiranno i piccoli, lasciando loro i più essenziali

caratteri. Gli interessi agricoli, commerciali, industriali saranno i

motivi della politica comunale, mobile, feroce, senza scrupoli, piena

d'indulgenze, di ritorni, di contraddizioni; capace di prendere le più

varie forme politiche, di resistere a tutti i drammi, di sottomettersi a

tutte le autorità, di ribellarsi a tutti i dominii per accrescere la

libertà sociale, di agire, di produrre, di arricchirsi, di creare tutta

quella civiltà, che dura ancora ed ebbe nel Rinascimento un meriggio

senza pari nei giorni di tutte le storie.

L'Italia comunale non volle mai unificarsi in regno come molti storici

dell'attuale periodo rivoluzionario hanno preteso: le due lotte del

regno contro l'impero romano e il bizantino, e dell'impero franco e

germanico contro il regno, non avevano nella storia altro scopo, e non

vi rimasero con altro significato che la formazione del comune; il quale

percorrendo tutta la propria gamma doveva sviluppare il concetto e la

forma dello stato moderno. Soffocarlo allora per la formazione di un

regno nazionale sarebbe stato un capovolgere le leggi storiche, e un

volere la fine negando il principio.

La nuova lotta dei comuni contro l'impero non era per distruggere la sua

tirannia ideale, ma per togliergli la dominazione ereditata dal regno,

colla quale contrastava allo svolgersi della nuova vita. L'èra dei

comuni si chiude come in una parentesi fra la caduta del regno e il

sorgere dei principati. La rivoluzione comunale procede contro nobili,

regi e feudali vigilanti come scolte nemiche; la cattedrale è la sola

fortezza del comune, il campanile la sua unica torre.

Alla caduta del regno ogni città ha due capi, il conte e il vescovo. Il

primo, anche se indigeno, è ancora uno straniero della razza distrutta

degli invasori e ne conserva i diritti; comanda, non lavora, non

produce. Sua legge è la spada, suo costume la rapina, sua virtù la

violenza. Il secondo è del popolo, nel popolo, col popolo; nullo in

diritto, muta in armi le proprie immunità e ne copre parte della

popolazione; padrone di Dio, può dirigerlo contro ogni nemico; arbitro

della religione, può schiacciare le più dure coscienze. Divampa la

lotta: il conte per vivere deve decimare, taglieggiare, rubare; il

popolo per vivere deve isolare, allontanare, sopprimere il conte. Ma

davanti al vescovo, protetto e protettore dell'impero, il conte deve

fermarsi; ecco il baluardo dietro il quale il popolo fulmina il conte,

che l'impero abbandona seguitando nella distruzione politica del regno.

La lotta eguale in tutti i comuni, grandi o piccoli, si svolge per fasi

predeterminate: una prima rivolta, una prima espulsione del conte,

probabilmente un suo ritorno, la sua cacciata definitiva, dalla quale

viene l'esaltazione del vescovo, che sostituendosi al conte nella

giurisdizione regia muta il comune in una specie di piccola teocrazia.

Quindi la prima costituzione del popolo non esprime ancora che la

fusione delle maggiori famiglie del comune, cioè della nobiltà del

vescovado colla superstite corte del conte, mentre il resto del comune è

appena il resto; ma la convocazione dell'assemblea popolare nella

chiesa, cangiata così in parlamento e aperta a tutte le discussioni per

abituare fra non molto al pericolo di tutte le congiure, rivela presto i

primi lineamenti del nuovo stato. Ogni forma politica della storia

attuale è dunque nata in chiesa e colla chiesa.

Milano, eroica avanguardia della nazione, condensa tutta la storia del

tempo nella propria cronaca. Le vicende della guerra sono molte, il suo

moto si propaga torcendosi sulle terre della chiesa contro i conti o i

rettori nominati dal papa, si giova del terrore religioso gettato in

tutte le coscienze cristiane dall'anno mille, investe i feudi incapaci

di abbattere i loro capi feudali senza suicidarsi, costringe tutte le

dinastie a popolarizzarsi. La famiglia di Canossa sfolgoreggia, l'altra

dei Savoia aumenta, quella d'Este ramifica, e intorno ne spuntano altre

cento. La rivoluzione guadagna Corsica e Sardegna, passa il Garigliano

abolendo dogi e duchi, sollevando tutti i popoli del Mezzogiorno,

riunendoli all'antica Italia, dalla quale si erano staccati all'urto

della prima discesa longobarda. Mello, il grande eroe di Bari, per

rovesciare la dominazione bizantina dei Catapani chiama i normanni

dandosi all'imperatore Arrigo II; in Roma Gregorio VII, nemico dei conti

e dei patrizi, compie contro l'imperatore, inteso a padroneggiare la

grande urbe, sostenendovi i conti di Tuscolo, la stessa rivoluzione dei

vescovi, e chiude per sempre il doppio periodo di Teodora e di

Crescenzio.

Ma i continui appelli dei conti traccheggiati, sconfitti, scannati

decidono l'impero ad una reazione.

Corrado II di Weibelingen discende le Alpi per mantenere in Italia

l'equazione stabilitavi da Ottone I; la guerra è dunque fra legalità e

progresso, tradizione ed innovazione, aristocrazia e democrazia.

Senonchè la reazione, debole dappertutto, si logora in pochi scontri.

Gli eroi della rivoluzione grandeggiano: Eriberto arcivescovo di Milano

inventa il carroccio e lo addobba colle bandiere della vittoria; tutte

le città sono chiuse, Bonifacio marchese di Toscana tratta

coll'imperatore da pari a pari, l'esercito invasore o non vince o non

conserva se non quanto può occupare. E la riconciliazione tra i vescovi

e l'imperatore Arrigo III consacra presto la loro rivoluzione, mentre i

normanni, poeti di un dramma fulgente quanto breve, ne precipitano la

soluzione impadronendosi di tutto il mezzogiorno per riceverne

ginocchioni l'investitura dal pontefice loro prigioniero, e che

finalmente realizza così tutta l'antica donazione di Pipino e di

Carlomagno.

Ma le città italiane non possono fermarsi all'espulsione del conte

abbandonato nell'esilio dall'imperatore, poichè questi conservando il

diritto di nominare i vescovi, può, collo sceglierli nella aristocrazia

ostile al popolo, rialzare la tirannia abbattuta. Quindi la guerra

ricomincia contro l'impero e nella regione della chiesa contro il papa

per affidare l'elezione del vescovo ai preti e ai canonici del capitolo

sempre in comunicazione diretta colla città.

Nella nuova lotta, anche più ricca di drammi, Milano conserva ancora il

posto d'onore. Arioaldo è il santo, Erlembardo l'eroe di questa seconda

guerra, che si ripete in tutte le città regie e romane guidate da un

altro santo e da un altro eroe, S. Pier Damiano e frate Ildebrando di

Soana. Pullulano i miracoli, risorgono le ordalie, tutti gli

strattagemmi e tutte le armi sono impiegate per assicurare

contemporaneamente la libertà del comune e della chiesa colla libera

elezione dei vescovi e dei papi. Infatti frate Ildebrando, gigantesca

figura di atleta fra tutti quei minuti combattenti, austero fino alla

inflessibilità e nullameno duttile sino alla menzogna, instancabile,

intrepido, infallibile, prosegue la rivoluzione nella libera elezione

dei papi, finchè, papa egli stesso, dichiara la guerra del sacerdozio

all'impero. Questa volta l'urto non è tra pontefice e imperatore, ma fra

i principii che rappresentano; il conflitto accidentale delle loro

volontà sovrane si cangia in un'antitesi inconciliabile di due idee.

Gregorio VII con uno sforzo sublime di ardimento dichiara l'idea della

chiesa superiore ad ogni altra e le sottopone conti, re, imperatori,

città e popoli: reclama la libertà di tutte le nomine, di tutti i beni e

di tutti i giudizi ecclesiastici. Il patto di Carlomagno si rompe,

l'impero negato nella idea diventa pari all'antico regno longobardo.

Mentre il papa ricusa di essere eletto dall'imperatore, questi ha d'uopo

della consacrazione pontificia per essere tale. Gli imperatori sempre

superiori al papato, che avevano salvato e ingrandito colle donazioni,

vengono degradati da un loro vassallo; il papa, povero prete e semplice

vescovo, che altre volte aveva pellegrinato mendicando al loro trono

assolvendo i loro crimini e così spesso santificando i loro vizi, si

erge improvvisamente loro innanzi come un giudice divino e un sovrano

troppo alto perchè alcuna arma possa abbatterlo o qualche patto legarlo.

Ma nella mistura dei poteri politici di allora l'affermazione di

Gregorio VII concludeva alla distruzione dell'impero, nel quale avrebbe

nominato vescovi, grandi elettori, con un dispotismo unitario più

terribile di quello stesso imperiale. Quindi la rivoluzione si scinde

tosto passando con forti masse nel campo dell'impero. I preti stessi

incalzati dalla riforma, onde l'austero pontefice li minaccia,

recalcitrano opponendo al papa la storia del papato, accusando di utopia

la sua idea, imbrogliandone il dibattimento; mentre la battaglia sta per

avvampare colla forza indomabile di due principii sintetizzanti gli

interessi di due mondi, e il popolo, sempre sicuro nell'istinto della

propria storia, si prepara a rovesciare il vecchio impero sotto i colpi

di Gregorio VII e il nuovo papato sotto quelli di un altro cesare

rigenerato.

Nei quarantacinque anni della guerra per le investiture, dal 1077 al

1122, papa ed imperatore sembrano oscillare inesplicabilmente dalla

sconfitta alla vittoria, poichè le città li seguono o li abbandonano

secondo l'interesse della propria libertà; e quando cesare trionfa, le

città lombarde passano al papa per ricondurlo sul campo di battaglia;

quando questi prevale, Roma e le città della donazione passano

all'imperatore per moderare il loro capo legittimo. Ma il vinto,

rialzato sempre dalla politica cittadina contro il vincitore, è

naturalmente condannato ad accettare il progresso dovuto alla propria

sconfitta. Per governarsi in così difficili ed improvvise inversioni il

popolo non ha che a guardare in faccia i nobili, i suoi eterni nemici, e

a gittarsi ciecamente contro la vittoria imperiale o pontificia che li

ha insuperbiti; finchè il moto arrestandosi lascia l'Italia emancipata e

capovolta, colle città lombarde strette al papa e le pontificie alleate

coll'imperatore.

Gli eroi di questa immensa tragedia finiscono tutti dolorosamente:

Gregorio VII muore nell'esilio, Arrigo IV aspira invano al suicidio,

incatenato dal destino alla vita come ad un supplizio; la contessa

Matilde discende nel sepolcro avvolta nell'odio universale come in un

sudario che le abbia gelato il sangue; ma nell'azione forse mai si

videro più energiche e complesse figure.

Così, mentre Roma si era sollevata contro il papa e la Germania in

ritardo si rivoltava contro l'imperatore moltiplicando le antitesi

italiane per le proprie contraddizioni tedesche, la testa ancora troppo

giovane di Arrigo IV aveva come girato su se stessa. Invano il cardinale

Ugo Bianco e l'arcivescovo Gualberto di Ravenna lo guidavano contro il

papa, da essi scomunicato alla dieta di Worms e al concilio di Pavia;

l'imperatore atterrito dalle rivoluzioni cattoliche della Germania era

venuto a scalpicciare seminudo e scalzo sulla neve nel cortile di

Canossa, implorando perdono da Gregorio e dalla contessa Matilde. Ma,

perdonato e ribenedetto, si era destato come da un brutto sogno al primo

soffio della rivoluzione italiana, che lo respingeva irresistibile

contro il papato. Quindi da abbietto penitente mutato in magnifico

imperatore e in terribile generale stava già per sopraffare Gregorio VII

e la contessa, quando la rivoluzione germanica lo arrestava ancora,

l'imperatrice Adelaide lo copriva di calunnie. Milano incoronava suo

figlio Corrado re d'Italia, la crociata di Pietro eremita gli scoppiava

sul capo come un uragano, il papa consacrava l'anticesare Rodolfo,

l'Italia spaventata dalle vittorie imperiali si riconciliava col papa, e

la Germania lo aggirava per un laberinto di tradimenti nei quali perdeva

se stesso e la vita. Così dopo settantadue battaglie Arrigo IV errava

mendico come Belisario e fra tanta gloria moriva quasi sconosciuto. Però

la guerra, cessata con Arrigo V suo figlio, si riaccendeva per

sospendersi ancora ad un primo ed incredibile compromesso, nel quale

papa ed imperatore rinunciavano ad ogni reciproca pretensione, l'uno a

tutte le antiche donazioni, l'altro a tutte le investiture; finchè

scoppiando come una rissa nella basilica di San Pietro al momento

dell'incoronazione finiva al trionfo del pontefice Pasquale II e della

rivoluzione liberata dal doppio patto di Carlomagno e di Ottone.

La chiesa e l'impero, rimasti alleati saranno d'ora innanzi nemici:

quella armata della teologia e del vangelo, questo della giurisprudenza

e della tradizione. La chiesa, separata dai propri credenti, è un

istituto autonomo e autocefalo che ha conquistato un posto unico nella

storia, al disopra di tutti i regni e di tutte le leggi. L'universalità

della sua missione, la divinità della sua origine, l'unità del suo

principio danno ai suoi sacerdoti il potere sul mondo. Siccome abbraccia

tutti, nulla le sfugge, nè un individuo, nè un'idea.

Ma contro di essa sta l'impero, vivente nella tradizione politica e

sociale del mondo antico, vivo di tutte le libertà e i progressi del

mondo moderno, custode della legge e protettore dell'indipendenza

federale. Se il papa, arbitro di Dio, può dispensare da ogni obbligo e

assolvere da ogni peccato, l'imperatore impone la fedeltà a tutti i

contratti e punisce tutti i delitti; l'uno rappresenta l'arbitrio che

unifica le leggi annullandole, l'altro la legalità che le precisa e le

conserva. E in mezzo all'impero e alla chiesa, condannati ad estenuarsi

nello sforzo impossibile di sopprimersi reciprocamente, la rivoluzione

libera e liberatrice prepara nei comuni gli stati moderni formando negli

individui ancora imperfettamente eguagliati dal cristianesimo ed

emancipati dalla federazione, i futuri cittadini di Machiavelli e di

Mazzini.

Intanto la geografia politica d'Italia si è profondamente mutata. Il

papa regna su tutta l'Italia greca all'infuori di Venezia; in Sardegna,

in Sicilia, in Corsica rappresenta la rivoluzione vescovile e la

democrazia cattolica, alla quale deve restare fedele per non perdere i

benefizi delle donazioni ottenute per dedizioni spontanee. L'antico

regno conquistato da Carlomagno e mantenuto imperialmente da Ottone I è

una federazione repubblicana, che ha la sua dieta a Roncaglia, le

proprie democrazie nelle città dei vescovi, le proprie aristocrazie nei

feudi dei conti, e costringe l'imperatore ad essere libero e legale.

Questi due alti dominii, dividendo l'Italia in due grandi parti, nord e

sud, dovranno urtarsi daccapo sotto la pressione di un progresso

costretto ad equilibrarsi con uno scambio continuo.

Infatti la guerra si dichiara immediatamente fra i due trionfatori

rivoluzionari, il vescovo e il popolo: l'uno personaggio prodigioso,

interprete del cielo a nome di Dio e signore di tutto il dominio

temporale, perchè solo dinanzi a lui cessa la legge feudale del conte,

ultramondano nel significato e nella tendenza della propria politica; il

secondo, strano, multiplo, produttore, commerciante, così innamorato

della terra da atteggiare la speranza del paradiso come una ripetizione

della vita terrestre. All'ombra protettrice del duomo questi ha

costituito il proprio organismo e sbozzata la propria forma; la sua

testa sono i consoli, tutte le sue altre membra la moltitudine; dopo

aver acquistata la coscienza della propria originalità coll'associarsi

al vescovo nella lotta contro il conte, comprende ora la differenza

della propria bottega coll'altare, dei giudizi consolari nelle liti di

terra e di mare colle ordalie. Ma circospetto nella propria audacia

perseverante, si limita ad insinuare la propria libertà fra quelle dei

conti, dei vescovi, degli abati, delle diete, dei re, senza nulla

modificare delle apparenze, e come un diritto non meno antico dei loro.

Quindi i consoli affettano abilmente la propria antichità: le

corporazioni delle arti si mutano in compagnie guerriere non ubbidienti

più che alla loro voce laica: il primo popolo composto dei notabili

della curia vescovile e comitale, annettendosi nuove famiglie estratte

dalla moltitudine, seguita a rappresentarla per un diritto aristocratico

di nascita simile a quello dei nobili: laonde distribuisce ai propri

membri ogni funzione mutandosi in secondo popolo, più numeroso e

compatto, più organico e più forte. Il vescovo è presto spodestato. I

consoli, di minori fatti maggiori, invece di essere immobili nel proprio

grado, come i vescovi e i conti, vi sono così fluidi da parere effimeri.

Laonde, rinnovati continuamente sotto l'occhio vigile del popolo, non ne

sono che i commessi. La necessità per loro di derivare ogni forza dai

cittadini, non avendo come il vescovo influenza di religione o autorità

di tradizione, li costringe a supplirvi con un consiglio di anziani

scelto proporzionalmente fra i vari quartieri e rinnovabili ad ogni sei

o dodici mesi. Ma questo consiglio, del quale si trova l'embrione anche

nell'epoca di Carlomagno, diventa una specie di senato pei massimi

affari della repubblica nascente, al disopra del grande consiglio o

assemblea riunita la prima volta da Arioaldo e da Erlembaldo nelle lotte

vescovili di Milano. Il parlamentarismo essendo iniziato, presto se ne

stabiliscono le regole. Infatti l'assemblea universale non viene

riserbata che ai casi estremi, nei quali la città venga compromessa

dall'accettare o ricusare ordini pontificii o imperiali: la sua

influenza scema ogni giorno sotto l'azione aristocratica del secondo

popolo, che organizzandosi si sovrappone alla moltitudine.

Il sistema elettorale del nuovo parlamentarismo, imitato su quello della

chiesa che lascia alle proprie gerarchie la nomina dei membri, permette

ai consoli di eleggere gli anziani, i membri della credenza, persino i

propri successori. Il popolo è dunque un'aristocrazia borghese

formantesi al disopra della moltitudine per concessione della

moltitudine stessa. Tutti gli statuti comunali italiani del tempo

provano abbondantemente tale forma di diritto elettorale, ma questa

usurpazione del popolo è così accetta alla moltitudine che passa come

inavvertita, e i primi anni dell'èra consolare sino al 1133

rappresentano l'età dell'oro nella storia italiana; tutto è fatto in

pubblico per il pubblico; moltitudine e popolo, rappresentato e

rappresentante, si confondono in una sola idea e in una stessa volontà,

mentre la rivoluzione consolare prosegue la vescovile ritorcendo il

diritto romano contro il diritto longobardo. Giustiniano diventa un

idolo, Pepo ed Irnerio sono i nuovi eroi dell'epoca, tutta la politica

dei consoli si riassume nell'accettare la posizione intervertita delle

città imperiali e pontificie, rimanendo amici dell'imperatore e del papa

a rovescio della loro sovranità.

Ma la rivoluzione consolare, per uscire nel secondo momento dalla

propria oscurità e soppiantare il vescovo indarno resistente, deve

elaborare la propria organizzazione parlamentare. Infatti i poteri al

tempo stesso militari e civili dei consoli, troppo simili a quelli del

conte, si scindono colla creazione dei consoli del comune e dei placiti,

il numero dei quali, determinato come a Genova dal numero dei quartieri,

cresce colla cifra variabile che rappresenta l'intensità della

democrazia. Roma e Milano, quella coll'antipapa Anacleto II, questa col

proprio vescovo Anselmo, affermano il secondo momento della rivoluzione

consolare, affrettandolo anche nelle città regie, sempre più retrive

delle romane, e sconvolgendo le regioni feudali per mutarne in consoli

gli ultimi feudatari.

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 2 / 30 段