accesi fuor di modo et invaghiti delle sue dolci maniere e gentili
costumi, stando tutto il giorno su l'ali, pensando di poter adempire i
vani desiderij loro, conducendogli Amore in modo tale, che l'uno non
sapeva dell'altro. Avedutasi di loro la bellissima Pirinia, fra sè
disse:--«Havendomi il mio sposo tradita, ingannata, obliata; e non più
conosciuta da lui, havendo havuto l'intenzione di mia madre, il suo
desiderato effetto; io voglio cotesti tre, che cotanto mi oppressano
e lusingano (favorendomi però il Cielo) trattargli in modo tale,
che, innanzi ch'eschino fuori del laccio amoroso, tremino nel fuoco
et isfavillino nel ghiaccio».--E per ciò eseguire, ella si lasciava
vagheggiare da tre finestre, che scoprivano diverse strade, hora
dall'uno et hora dall'altro, accrescendo di giorno in giorno le rare
et vniche bellezze sue con diverse preciose gemme, che in grandissima
coppia haveva seco arrecate, potendole cangiare molte volte al giorno,
e prenderne dell'altre più ricche e belle. Et avendo una serva molto
veduta e scaltrita, che gli manteneva in grandissima speranza,
parlandole sovente in vna certa casetta alquanto fuori del vicinato,
non restando di non aggiungere sempre legna al fuoco, conforme all'vso
delle ruffiane, la quale finalmente gli indusse a pagar tutti di molti
scudi, volendo godere dell'amore della sua padrona. Ella si compose
con il primo, che, dandogli per vna notte sola quattromila scudi,
haverebbe havuto la bella Pirinia ad ogni suo piacere, ispicandone la
primiera rosa del suo dolce giardino. Egli, che tutto si distruggeva
per amor suo, gli disse:--«Se non bastano quattromila, gli ne darò
anco diecimila, se tanti ella ne chiederà, i quali già sono in pronto
et apparecchiati. Et da cotesto voi potrete comprendere, se io l'amo
di perfetto core».--E così gli mandò e denari, pregando instantemente
che 'l sole si tuffasse nell'Occidente; perchè non lo potesse vedere
persona alcuna, per ritrovarsi con essa lei. La sagace serva, così
instrutta dalla sua padrona, le disse: _Ch'egli non dovesse venire
innanzi, che non fosse passata vn'hora di notte; e che si riducesse
all'vscio del giardino, che l'haverebbe introdotto._ Or vedendo egli
declinato il giorno e giunta l'hora impostale, se n'andò, sperando
egli d'haver la più dolce e felice notte, ch'havesse havuta giamai.
E, giunto all'vscio del giardino, fu subito introdotto, e condotto
nella camera della leggiadrissima Pirinia, la quale fiammeggiava e
risplendeva, come un proprio sole. Il che egli, rimirandola tale, si
maravigliò oltre modo; e stupefatto, non puotè mai favellare. Poscia
fra sè riprendendosi, disse:--«Che fai tu adunque, sciocco, che tu
sei, a contemplarla tanto? O quanto ti starebbe bene ogni male, che
ti avenisse, potendo tu hora estinguere il tuo gran fuoco, quale non
spegnendolo cotanto t'arde e consuma, lasciandoti distruggere per
viltà di cuore».--E, detto ciò, si mosse per abbracciarla. Ond'Ella
contrariandolo, le disse:--«Voi siete, Signore, tropo frettoloso, et
importuno. Però, potendovi io comandare in casa mia, vorrei che voi
osservaste l'uso del mio paese, qual'è: ch'egli non è lecito ad vn
amante di corcarsi con la sua Dama senza pettinarsi il capo».--Il
perchè, parendogli ciò obbligo e carico, molto facile e lieve, punto
non gli si oppose. Ond'ella, in lieto et amoroso viso, le diede in
mano un pettine d'avorio, incantato in modo tale, che l'astringeva
vbidirle. Mentre ch'egli si pettinava, havendolo destinato a stare
tutta la notte con il pettine in mano, spogliata se ne andò a giacere;
e, schernendolo, lo chiamò, dicendole:--«Venite hoggimai, se voi vi
sete pettinato, che io sono pronta et apparecchiata ad ogni vostro
piacere».--Egli, che non solamente l'vdiva, ma anco la vedeva corcata
nel letto, non guari lunge da lui, nondimeno, violentato dallo
incanto, non vi poteva gire, convenendosi pettinare e star con il
pettine in mano. Di che non vi fu giamai chioccia più ispennacchiata
di lui, cadendogli dal continovo pettinare i capelli, e dolendogli
tutto il capo, dicendo fra sè:--«Chi mi ha egli mai condotto, senza
frutto alcuno, in cotanta servitù? che siagli maladetto Amore, e
chi gli crede, e chi fu mai il primo a risolversi di perseverare
nella fede sua, la quale conduce l'huomo fuori di sè stesso: poi
che per frutti così insipidi et amari, io gitto via il tempo, la
fama et e danari».--Havendo dormito la vaga Pirinia tutto il suo
bisogno, si risvegliò; e, per più dileggiarlo, le disse:--«In vero,
che io in servizio vostro, io mi vergogno, che essendo già vscito
il sole dall'Oriente, parendomi in sogno propriamente; voi non vi
siate fornito di pettinare. O bella prova d'un innamorato, sì come
siete voi!»--Vedendo egli avicinare l'Aurora, languido e stanco,
gli disse:--«Egli non mi duole, se non di me stesso, benchè voi mi
habbiate legato con le vostre diaboliche arti, con questo pettine in
mano, pettinandosi tuttavìa. Ma increscemi bene, che hoggimai voi non
mi liberiate, godendo cotanto del mio dolore et affanno, lasciandomi
gire per i fatti miei. De' quattro mila scudi, che io vi ho donati, non
me ne curo, facciovene dono, mentre che voi mi sciogliate da cotanti
tormenti, innanzi che sieno piene di genti tutte le strade».--«Perchè
non ve ne gite voi?»--disse ella--«potendo, piacendovi, gir liberamente
ad ogni vostro talento; bastando a me di conoscere quanto si vaglia vn
cavagliere Siracusano con le Donne, impiegandosi, in vero, malamente
l'amoroso strale in un corpo, così rozzo et villano, sì come è il
vostro?»--Cotesta così cruda e rigida risposta le parve così strana et
amara, che, trattone il pettine in terra, senza parlare si fuggì fuori
dell'vscio a capo chino; e non attentò giamai di volgersi indietro,
tanto l'assalse la vergogna, che hebbe; e, giunto in casa, ne rimase
con infinito scorno e dolore. Con il secondo Amante quella sagace
serva disse e fece tanto, che lo trasse a pagare tre mila scudi. E,
quando egli si credette di calcare le bianche piume, abbracciatosi con
l'amorosa Pirinia, ch'ella le disse:--«Egli si usa, signore, nel mio
paese, che tutte le volte, che l'amante trova ricetto dalla sua Dama,
di spegnere il lume».--Egli alhora, senza pensar ad altro, disse _di
farlo volentieri_; e, credendosi di spegnerlo incontanente, ella lo
ridusse in stato tale, ch'egli vi spese il fiato infruttuosamente,
soffiando sempre mai tutta la notte. E, dopo ch'ella hebbe dormito
a suo piacere, infingendo, le disse:--«Ah misera a me, che, se si
fusse acceso il fuoco in casa mia, chi mai l'haverebbe spento? poi
che così picciol lume è durato quà tutta tutta la notte? Et voi,
che dovereste spegnere un Mongibello, siete rimaso confuso da così
minimo splendore».--«Ahi, falsa meretrice»,--rispose lui,--«da te io
sono (e non dal lume) stato ingannato, havendomi schernito con le
tue arti, novella Circe, e malvagia incantatrice. Io mi ti offersi,
pensando di essere beato e felice; e tu mi hai escluso non solamente
da cotanto bene, ma anco sommerso in questo baratro infernale, nel
quale io non posso altro che male raccogliere. Degnati hora almeno,
havendomi beffato a modo tuo, di ritornarmi nel mio pristino stato;
essendo cotesta ingiuria troppo grave a sopportare».--Alle cui pietose
preghiere ella sciolse l'incanto. Ond'egli, vedendosi libero da cotanto
impaccio, minacciandola, gli disse:--«Tu mi hai ridotto a tanto, che
io mi posso a gran pena reggere in piedi. Ma non ti pensar già di
rimanere impunita, nè che la tua borsa sìa gonfia e piena a costo d'un
Barone Siracusano: poi che hora fie il tuo incanto da me superato e
vinto».--E, ciò detto, egli se n'andò per sforzarla; ch'ella, vedendo
ciò, non volle comportare, che le ponesse le mani addosso, che gli
parve di essere percosso molte volte, non sapendo da cui, non vedendo
altri, che essa nel letto, che per via più spaventarlo, le disse, _che_,
_se egli non se ne gisse_, _che l'haverebbe trasformato in un asino o in
qualche altro sozzo e vile animale_. Di che l'infelice temendo, che
ciò non gli succedesse, si pose a fuggire, lasciandogli insieme con
la spada il mantello et una catena d'oro; e ritornò a casa, come un
bel fante, in giuppone. Il terzo Amante, che era più de gli altri duo
infiammato, sollecitava giorno e notte la sagace serva, perchè non lo
dovesse tenere più cotanto sospeso et appassionato. La quale, venuta
nella conclusione, le disse:--«Egli vi fie atteso dalla mia padrona
tutto quello, che voi vorrete: ma vi bisognano due mila scudi».--Alla
quale egli rispose:--«Se io non havessi il commodo del danaro, sì come
io ho, impegnarei la propria vita, più tosto che privarmi di cotanto
mio gusto e piacere».--E, datogli il prezzo, ella le diede l'istesso
ordine, che haveva dato a gli altri, due per cogliergli tutti in una
rete et in uno istesso laccio. Ma nissuno de gli altri vi andò così
precipitosamente, sì come fece lui, a traboccarvi dentro. Vedendolo
giunto ella, e caduto nelle insidie, disse fra sè:--«Essendo egli così
vivamente punto, e feruto d'Amore, ogni mio schrezo (sic) gli parerà
propriamente essere uno spasso e giuoco».--Che, per effettuarlo, le
impose, _che dovesse chiudere l'uscio della camera_. Egli, credendo
subito di espedirsene, per poter poi abbracciar la gentil Pirinia,
lo racchiuse; e, vedendolo riaprire, lo riserrò di nuovo. E, quanto
più lo richiudeva, tanto più egli s'apriva, tenendole ella detto
tuttavia:--«Chiudete hoggimai l'uscio, e venite a giacere».--Onde
egli di nuovo riserrandolo:--«Io mi credo»--suggiunse ella,--«che voi
lo vogliate gittare in terra, per far poi una via publica della mia
camera».--«Io sono venuto,»--rispose lui,--«per godervi e festeggiare,
e non per far cotesto esercizio; ma io non mi posso astenere di non
farlo».--Soggiungendo:--«Rammentatevi, che io non sono venuto qua per
ispendere il mio tempo in chiudere gli usci tutta la notte, havendovi
dato, per possedervi solamente una notte, tutto quello, che voi mi
havete dimandato».--«Io non vi ricuso»,--rispose ella,--«havendovi
ricevuto cortesemente nella mia camera, non attendendo altra cosa,
se non che voi riserriate l'uscio et venghiate a letto».--E ciò
detto, rispostogli da lui, vinta dal sonno, si addormentò. Vedendo il
povero amante le cose così indisposte per lui, disse fra sè:--«Egli
non mi vale punto il mio venire qui, quantunque egli mi costi molto
caro».--Soggiungendo:--«Ahi, misero colui, che presta fede a meretrice.
Poi che finalmente egli si trova con il danno occulto e con la perdita
manifesta; e benchè si penti, però non gli giova nulla. Così adiviene
a me, ingannato da cotesta Maga incantatrice, la quale fa prova delle
sue arti a grande costo di cui l'ama e quasi adora, per sottrargli
il senno, la robba e la fama».--E, dette queste parole, spese e
consumò tutto il rimanente della notte senza piacere alcuno, senza
ch'ella mai udisse i lamenti suoi, sin che apparve il giorno, che si
risvegliò: rinfacciandolo severamente, dicendole:--«Voi menate tuttavia
attorno l'uscio!»--Il che vedendosi il meschino così schernito, gli
disse fra sè:--«Se io n'esco quindi, egli non fie poco; e n'haverò
buona derrata».--Poscia, addolorato e mesto, si rivolse verso di lei,
pregandola, _che hormai l'increscesse delle sue cotante pene, e non
lo volesse (non meritandolo, essendo ciò cosa indegna) punire così
severamente e privare d'ogni suo bene_. La quale compassionandolo,
disfece l'incanto. Ed egli, senza parlare, gli si levò davante; e,
sospirando, giunse nel suo albergo. Or ritrovandosi in corte i due
primi Amanti, e non vedendovi il terzo, che era solito di esservi
sempre, se ne maravigliarono molto. Onde uno di loro, vedendo l'altro
sospeso e cangiato di colore, sovenendosi de' suoi danni e della
beffa, subito egli sospettò, che la falsa Pirinia, avezza di porre i
suoi amanti in gabbia, l'havesse schernito et ingabbiato anch'egli.
E non potendosi più allargare, per non essere iscoperto da lui, che
andava considerando tuttavia, quando e quale fusse stato seco il suo
acquisto; e tenendo per fermo, ch'egli fusse caduto nello istesso
frangente, là dove era caduto lui, gli disse:--«Egli non conviene
nascondersi più, poi che volli anch'io nuotare in simile pelago, nè
apena io vi fui entrato, che oltre modo non mi pentissi, non facendo
mai altra cosa, che pettinarmi tutta la notte, potendovi poi voi
imaginare, come la passasse. In oltre, per ischernirmi maggiormente,
ella mi fece pagar quattro mila scudi, che per mettergli insieme, mi
bisognò impegnar tutte le gioie, ch'havevo in mio potere».--Sentendo
ciò l'altro, mestissimo e turbato, rispose:--«Ed io ne ho pagato tre
mila; e, quando io mi pensavo d'appressarmegli, ella mi trattò per un
mantice di cucina, imponendomi, che io dovessi spegnere il lume. Il
che io soffiai cotanto, che quindi non mi è rimasto più fiato; quale
è così poco, e sì debole, siccome ti puoi avedere alla mia languida
e rauca voce. E quando io mi vidi sciolto dallo 'ncanto, affine di
spaventarla, l'assalsi, pensandomi seco adempire le voglie mie. Ella
alhora, affissatimi gli occhi nel viso, mi isbigottì in modo tale,
che io non hebbi ardire più di toccarla; e peggio mi adivenne, che io
fui, nè so da cui, percosso villanamente. E sopportato, che n'hebbi
alquante, minacciandomi di peggio, io ritornai a casa, io ritornai a
casa in giupparello».--Vdendo l'altro simile proposte, si puotè a gran
pena rattenere dalle risa, per il gran piacere, ch'hebbe. Mentre che
insieme discorrevano, sopraggiunse Terminione, dicendogli:--«Ditemi;
io vi priego»--vedendogli così mesti e smarriti--«vi è egli forse
adivenuto disastro od inconveniente alcuno?»--Alhora eglino sospirando,
gli esposero tutto quello, che era loro succeduto, e dove, e quando.
Fazio, che era il terzo amante, sopra arrivò; anch'egli pieno di dolore
e malenconia. Al quale Terminione disse:--«Or tu non sai, Fazio, che
il nostro Andronico è divenuto vn mantice da fucina? E Racclio si è
pettinato in modo tale, che gli sono quasi caduti tutti i capelli
della testa, così ambedui dileggiati da vna signora,»--dicendogli il
nome,--«con la quale facevano l'amore?»--Vdendo ciò il mesto Fazio,
rispose:--«Ed io pure di essa fui fatto portinaio, il cui vfficio molto
mi è spiaciuto».--E così tutti tre esposero a vicenda ciò, che era
loro succeduto; dicendo:--«Se tu, o Terminione, non provedi al nostro
torto e grave male, ella ne spoglierà più d'un paio d'altri. Adunque
non sopportare tu, che una malvagia incantatrice svaligi e rovini tutta
la tua Corte».--Soggiungendo:--«Noi, in vero, malagevolmente potremmo
honorare le nozze tue, trovandosi al verde ognuno di noi. Egli è bene
il vero, che per noi non vi è scusa alcuna; pure ricorriamo da te,
non tanto per il danaro, ch'abbiamo perduto, quanto per lo 'nganno,
ch'ella n'ha fatto, al quale essendo tu giusto giudice, vi doverai
provedere».--Sentendo Terminione cotesti lamenti, e compassionatigli,
n'andò seco dal Re suo Padre, pregandolo caldamente per loro favore.
Ond'egli incontanente fece citare la bella Pirinia innanzi di sè. La
quale, non già perchè temesse di essere punita, ma per rivedere il
suo ingrato Consorte, vi andò. E giunta alla presenza del Re, ornato
di cotanto splendore e magnificenza, rimirò Terminione in modo tale,
che gli fece più volte abbassare gli occhi e dire fra sè:--«Io non
prenderei giamai in moglie altra donna, che questa».--E contemplandola,
gli pareva d'haverla veduta altre volte, dicendo:--«Siasi pure egli
benedetto lo strale, che mi trafigge per costei l'anima et il cuore;
provando io incomparabile diletto nel rimirarla!»--benchè non si
sovenisse dove o quando veduta l'havesse. Havendo vdito il Re tutto
il progresso, egli sentenziò, ch'_ella dovesse attendere a' suoi
amanti, tutto quello, che le haveva promesso; o che restituisse loro
i suoi danari e ristorasse del danno patito per lei_. Ella alhora,
non si perdendo per ciò punto di cuore, nè iscolorì il suo leggiadro
viso, ingenocchiatasele davante, le disse:--«Serenissimo signore e
giustissimo Giudice, havendo voi vdito loro ragioni, voi dovete,
per equità, udire anco le mie. Questi vi hanno dipinto il Paradiso,
e negato lo 'nferno; in modo che voi mi havete senza altra prova
condennata a soddisfargli. Di che, certo, egli mi viene fatto gran
torto; perchè io vi supplico, di rinnovare la sentenza, o sospenderla
almeno, sin che io haverò detto le ragioni mie».--Convinto il Re dalle
sue parole, rispose:--«Poi che voi volete opponere et arguire contra
la vostra accusa, allegate quello, che più vi piace, che, come retto
Giudice, io non inchinarò quinci, nè quindi, se non là dove comporterà
la giustitia».--Alhora diss'ella.--«Se alcuno, o Sacra Corona, si
movesse d'Italia per torvi il vostro Regno e cotesta vostra città, e
ch'egli l'assediasse, vedendo voi l'inimiche squadre, non cercareste al
meglio, che poteste, al diritto et al torto, di havere preso o morto
lo inimico vostro nelle mani?»--«Non solamente,»--rispose il Re,--«che
se movesse un barbaro strano a farmi oltraggio, io l'anciderei, ma non
meno anco il proprio fratello, per la conservatione del mio stato.
Poi che quegli, ch'ha cuore d'huomo nel petto, non s'arrende giamai;
ma si difende coraggiosamente sino alla morte».--«Così appunto, Sire,
ho fatto io,»--diss'ella,--«per conservarmi quello, che perduto, non
vi sarebbe persona alcuna nel mondo, che me la potesse mai ritornare.
Poi che, perdendone la pudicitia, egli pare, che la donna si disarmi
della più preciosa cosa, che le possa dare il Cielo e la natura. E
che mi valerebbe mai la beltà mia, mancandole il debito ornamento,
nel quale solamente consiste l'honestà? Certo, nonnulla. Però io non
mi pento di havere raffrenata la temerità di questi vostri vassalli,
il proponimento dei quali era, d'vsurparmi lo splendore muliebre,
condennandomi in vna perpetua infamia e dishonore. Ma io non ho fatto
però tanto male, come si conveniva al loro delitto; anzi io le ho
posto innanzi gli occhi vn esempio tale, che se lo vederanno sempre
scolpito nel core; acciocchè, quando l'appetito sensuale cercherà
di trargli fuori del diritto sentiero, sovenendosi alhora del danno
passato, subito vi porranno il freno. Ma volendo voi, o Sire, che
io le renda la preda giustamente guadagnata da me, io non vi voglio
contradire, essendo io pronta a farlo, mentre che però si trovi anco
giustitia per me contra vno de' vostri; il quale m'ha ingannata, e
più schernita, che non fu unque mai Ariadna da Theseo, nè Medea
dal nepote di Pelleio. Primieramente, io mi trovo, per la salute
sua d'haver perduto un Regno assai maggiore di tutta la Sicilia; et
ho sostenuto per lui cotante fatiche, che ve ne fareste grandissima
meraviglia, essendo vedute e conosciute dagli occhi vostri. Ma quello,
che più m'affligge e tormenta, egli è, che le sono vscita fuori mente,
mostrando di non mi havere veduta mai più. Egli mi prese in moglie; e
mi giurò di non si ingerire mai, che meco, con donna alcuna. Or voi
potete vedere quale fondamento egli edificasse nella sua ingannevole
impresa! Imperocchè ridotto, per opra mia, a salvamento, egli mi lasciò
in pegno ad un hoste con due serve, in vece di mille, che io havevo a
casa mia. E, per maggior ingratitudine, l'iniquo ha preso una novella
moglie, per la quale io ho sopportato e sopporto, nella solitudine
mia, infinite doglie, e tormenti. Ma alcuno non speri mai felicità
là dove si toglie il senso e divide la ragione. Et avenga, che il
principio paia assai lieto, nondimeno il fine egli è increscevole et
amaro».--«Deh, dinne»,--disse il Re--«(essendo lecito) chi sia cotesto
ingrato e disleale della mia Corte, che ti prometto di farlo morire
miseramente, s'egli non ti trattarà da vera moglie, e consorte».--«Pon
cura, signore,»--rispose ella--«di non mi promettere cosa, la quale,
per una tal morte, non te ne risultarebbe altro, che infinito duolo
et affanno; poi che l'ingrato, che tu cerchi di sapere da me, egli è
il tuo figliuolo Terminione».--Soggiungendo:--«Sappi, o Sire, come io
sono figliuola d'Aristodemo, Re dell'Egitto, e mi chiamo Pirinia, sua
vnica herede, la quale, per trarre egli fuori di pena, io non mi curai
di non volgere il tergo alla mia reggia sede, seguendo l'orme sue,
ripiena d'ogni speranza; il quale, in vece di cotanto beneficio, mi ha
fatta venire qui in giuditio, per meretrice. E, per dimostrare ch'egli
sia quello, che mi ha tradita et ingannata, pon cura diligentemente
a cotesto anello, con il quale egli mi sposò, poichè io lo gittarò
fra le genti.»--E, trattoselo fuori di dito, disse:--«O sommo Giove,
testifica, io ti priego, con qualche evidente segno, com'egli m'accettò
in moglie».--E, ciò detto, io gittò all'insuso, dicendo:--«Vanne a
trovare il mio legitimo marito, non volendo io più rimanere senza di
lui».--Ond'egli andò a porsi nel dito di Terminione. Atto veramente
stupendo e portento maraviglioso, per il quale egli subito riconobbe
la sua amata Pirinia; aprendoselo la memoria, che l'offuscò il materno
incantato bacio. Il che ciò non fu picciola lode e gloria; dimostrando
di non esser venuta, nè mossa a caso, ma ch'ella havesse anteveduto
ogni cosa prudentemente, prima che movesse le piante dal suo palazzo.
Grande egli fu veramente e mirabile il contento et allegrezza di
Terminione, ancorchè il Re suo padre n'havesse infinito affanno e
dispiacere, considerando non già nelle leggiadre operazioni e bei
costumi della sua magnanima nuora, ma nell'altra, che di breve doveva
giugnere con le sue genti a Siracusa, essendo d'uopo di ritornare in
dietro schernita et ingannata delle speranze sue. Stando egli sommerso
fra tanto in così grave pensiero, e quasi fuori di sè stesso, non si
potendo imaginare scusa alcuna, che fusse buona per lui; sopraggiunse
vn messaggieri, che, lagrimando, gli disse:--«Egli è cotanto grande,
Sire, il male, che quasi io non lo posso esprimere. Curzio Pirata,
figliuolo del gran Côrso, ha rubbato la bella Innia, sposa di
Terminione, e cagionatoci grave cordoglio. Havendogli noi però detto,
ch'egli non volesse offendere quegli, che l'haveva già diffeso et
agiutato; e che si tenesse sicuro, che la vendetta horribile e crudele
ne scenderebbe sopra di lui. Il quale, acceso d'ira e di sdegno, ci
disse: _Direte a Terminione, che non gli si conveniva havere costei
per moglie; poichè, vivendo suo padre, me la promisse; però, come
cosa mia, io la ho rapita_».--Vdendo Terminione coteste novelle,
rispose:--«Io le perdono volentieri ogni rapina, quale mi piace
tanto e mi è cotanto grata, sì come egli mi havesse donata tutta la
Sardigna, godendo io oltre modo, che il fatto sia succeduto in cotesto
modo».--Or egli, con infinita festa et allegrezza, sposò di nuovo la
bellissima Pirinia nella presenza di tutta la Corte: le cui regali, e
splendidissime nozze non furono mai vedute simili sotto il sole. Per le
quali i tre baroni rimasero molto attoniti e confusi. Ma, havendo ella
ricuperato il suo sposo, le disse:--«Poi che lo errore vostro è stato
conosciuto innanzi il Re, e che ognuno di voi ne dimostra pentimento,
io vi voglio far restituire e vostri danari, e questa egli vi deve
bastare».--Alhora eglino più e più volte gli chiederono humilmente
perdono, confessando d'haver errato per ignoranza e fragilità; che così
anco loro perdonò Terminione, cangiando i loro dispiaceri in contento
infinito. Il quale, festeggiando più di un mese, tenne sempre corte
bandita. Or vdito il Re Aristodemo il grido e la fama delle grandissime
nozze e trionfi, impose ad vno dei suoi Baroni, che, con molto tesoro,
andasse a ritrovare Terminione in Siracusa, facendogli fede, com'egli
l'haveva creato Re e Signore di tutto l'Egitto; e che in nome suo
gli promettesse piena indulgenza d'ogni passato errore. E ch'egli e
la figliuola potessero ritornare a ripatriare senza timore alcuno,
ch'egli appieno attese et osservò. Il perchè ambodui passarono poi
nell'Egitto, e goderonsi insieme, et vissero per lungo tempo regalmente