Prezzemolina e il figliolo del Re furno ritornati nelle su' persone
di prima e che erano a male brighe lontani cinque miglia dalla città
reale, disse il giovanotto:--«Senti, Prezzemolina, io a questo modo
non ti ci posso condurre al palazzo del mi' babbo. Bisogna, che lo
faccia sapere alla corte, che ho trovo la sposa; e che poi ti vienga
a pigliare colla carrozza e le guardie in figura di Principessa e tu
sia vestita da signora. Dunque, ti lasserò qui a questo albergo; e
fra tre giorni al più i' sarò di ritorno, com'i' t'ho detto».--Dice
Prezzemolina:--«Fate la pace vostra, che io sto a quel, che voi
comandate. Ma arricordatevi, che la mamma nun vi baci; perchè l'Orco,
lo sapete, ci ha dato quel brutto avviso e ci maladisse».--«Chè, chè,
nun aver temenza, Prezzemolina»,--gli arrispose Giannino:--«La mamma
non lasserò, che mi baci».--E, doppo averla raccomandata all'oste,
il figliolo del Re si partiede per la su' città. Alla corte, quando
Giannino entrò in palazzo, nacque un chiasso e una festa, chè la gente
corse tutta a vedere quel, che era stato.--«Ben'arrivato! ben'arrivato!
Gli era tanti mesi, che nun si sapeva più dove Lei era, se era
morto oppuramente vivo. Si steva in pena, sa; anco il su' babbo e la
su' mamma».--Questi discorsi a Giannino gliegli facevano lì, in nel
mentre, che lui saliva le scale del palazzo; e, sul pianerottolo, gli
viensero incontro il Re e la Regina colle lagrime agli occhi; ma lui,
non ci fu versi, che si lassasse baciare da su' madre; e lei gli era
mezza disperata e nun si poteva capacitare, che il su' figliolo fosse
tanto senza core. Lui però gli disse, per rabbonirla, che ce l'aveva
una ragione, e che gli perdonassi, perchè poi a su' tempo si sarebbe
lassato baciare a su' piacimento. Insomma, finiti i complimenti, si
messano a cena; e in quel mentre, che mangiavano, Giannino raccontò la
su' vita, e che aveva trovato una bella sposa, e che sarebbe andato a
pigliarla nell'osteria assieme a tutta la corte e colla carrozza e co'
cavalli del Re; e doppo, quando fu tardi, che stiedero molto a tavola,
i servitori gli accompagnorno ognuno alla su' cammera per dormire. A
male brighe che il sole spuntò, la Regina, che nun aveva potuto serrare
un occhio in tutta la notte dalla pena, che il su' figliolo nun s'era
lassato baciare da lei, sortì dal letto; e in peduli se ne andiede in
camera di Giannino, che dormiva tavia come un loppo; e, senza nemmanco
svegliarlo, gli saltò al collo e lo baciò quanto volse. A tutto quel
tramestio Giannino si riscosse, vedde su' madre, gli rese i baci e
intanto della su' sposa Prezzemolina se n' era bell' e scordato. E
accosì passorno tre giorni, passorno tre mesi, senza che lui pensassi
mai alle su' promesse e a quella poera dibandonata, che l'aspettava
nell'osteria. Infrattanto la Regina pensò di dargli moglie; e fu trova
per lui una figliola di Re; e s'era già incomincio a fare l'apparecchio
delle feste per le nozze; e i bandi gli appiccicorno in tutti i
paesi del Regno. Torniamo ora a Prezzemolina a quel mo' solingola in
un'osteria e che si struggeva dalla pena. Poerina! lei diceva tra di
sè:--«Di certo Giannino s'è lassato baciare dalla su' mamma, epperò
di me se n'è scordato. Oh! com'i' ho da fare?»--E figuratevi poi se
la pianse, poera sciaurata, quando sentì i bandi dello sposalizio
del figliolo del Re! Ma pure, gli viense in capo di provare la su'
bacchetta fatata; e fece apparire du' be' piccioni, un mastio e una
femmina, che tutt'e due parlavano come Cristiani, e gli mandò a
discorire sulla finestra della cammera del su' giovanotto, quando lui
era sempre a letto. Dunque, i piccioni s'eran messi lì sul davanzale: e
il mastio figurava di non gli voler dare retta alla su' sposa, e quella
gli diceva:--«Nun te n'arricordi, quando volasti su in quella torre,
dove stevo serrata; e i' ti messi nel mi' nidio?»--E il mastio:--«Sì,
sì, ora me n'arricordo».--E la femmina daccapo:--«O di que' giorni,
che ti trasmutai in fascino di legne e poi in porcellino, perchè la
mi' mamma nun ti ricognoscesse; e di quando si feciano i maccheroni e
si diedano a tutti, fori che alla cassetta della spazzatura, e che poi
si scappò assieme, nun te n'arricordi più?»--E il mastio:--«È vero, è
vero, ora me n'arricordo».--E la femmina a seguitare:--«Che ti sie'
scordato anco di quando s'era per la strada? E che l'Orco ci corse
dietro per tre volte? E io da prima feci comparire una siepe di spini;
poi ci si trasmutò in una chiesa con te dientro a dire la messa e il
ragazzo guarda-pecore sul prato; e poi si diventò du' be' pesci in
mezzo a un lago, e che l'Orco ci maladisse?»--Dice il mastio:--«No ve'!
e' mi rinvengono in mente queste cose».--E la femmina:--«O che l'Orco
disse a me:
«_A un'osteria ti lasserà;_
«_E, quando su' madre lo bacerà,_
«_Di te si scorderà;_
e che te davvero mi lassasti a quell'osteria, colla promessa di
tornarmi a pigliare fra tre giorni al più, nun l'arricordi, mi'
sposo? Che dunque la tu' mamma t'ha baciato?»--In nel sentire questi
ragionamenti de' due piccioni, il povero Principe si scionnò; e
si messe a ripensare alla su' vita passata; e finì col ricordarsi
d'ugni cosa e della Prezzemolina, che l'aspettava da tanto tempo in
quell'osteria; sicchè, dunque, salta infurito dal letto, sona tutti i
campanelli e comincia a urlare: che venghino i servitori e il su' babbo
e la su' mamma. A quel buggianchio, che lui faceva, corsano a vedere
quel, che era successo. E Giannino si messe a raccontare i discorsi,
che aveva sentuti da' piccioni sulla finestra, e che loro erano stati
quelli, che gli avevano fatto ricordare della su' sposa Prezzemolina,
dibandonata all'osteria a motivo de' baci di su' madre e della
maladizione dell'Orco.--«Presto,»--dice:--«Si vadia colle carrozze
a cercar la Prezzemolina».--In senza indugio attaccorno i cavalli;
e tutta la corte andette a pigliare Prezzemolina. E la portorno in
trionfo al palazzo, dove si feciano le nozze con gran feste e giostre e
desinari, e con invito a tutte le persone del Regno. E accossì finirno
le pene di Prezzemolina e lei stiede allegra e contenta col su' sposo
in sin che campò.
NOTE
[1] Raccolta dal prof. avv. Gherardo Nerucci, cui la dettava la
Luisa Ginanni. Corrisponde, nella seconda parte, alla Novella VII
della Giornata II del Pentamerone: _La Palomma_:--«'No Prencepe,
pe' 'na jastemma datole da 'na vecchia, corze gran travaglio; lo
quale sse fece cchiù peo pe' la mardezione de 'n' Orca. A la fine,
pe' 'nnustria de la figlia de l'Orca, passa tutte li pericole e sse
accasano 'nsiemme».--Nel _Conto de'Conti_, questa Novella è intitolata
_la Palomba_:--«Il figlio del Re di Castromonte, essendo bestemmiato
da una vecchia, passò gran travagli; i quali vennero maggiori par
la maledizione di una Orca. Alla fine, per industria della figlia
dell'Orca, supera tutti i pericoli, e diventano sposi».--Riporterò qui
questa versione, secondo ho fatto ne'casi simili:--«Eravi una volta,
nella Città di Rocca Pelosa, una vecchiarella miserabile e carica assai
d'anni, che, per mantenersi, andava elemosinando. Li fu dato per carità
una pignata di fagioli. La quale, andatasene a sua casa, li pose sopra
di un finestrino; e, trovatosi a passare il figlio del Re, che andava
alla caccia, e visto questa pignata sopra al finestrino, li venne
volontà di far una scommessa con le genti di sua corte, a primo colpo
frantumare la pignata. Come infatti, prese un sasso; e, buttatelo,
fe la pignata mille pezzi. E venuta la vecchia nell'istesso tempo, e
veduta la pignata ridotta in mille pezzi, li diede la maledizione,
_che si fosse innamorato della figlia di un'Orca; e che dalla socera
fosse maltrattato in maniera, che sarebbe meglio per lui il morire,
che vivere in così misero stato_. E, se bene soglia dirsi, che le
bestemmie, che da persone scelerate ci s'irrogano, il più delle volte
soglionsi spargere ai venti, tuttavia colsero al Principe; tantochè in
men di due ore n'esperimentò gli effetti, mentre, essendosi smarrito
per quel bosco, nè sapendo dove aggirarsi, vide per casualità una donna
così leggiadra e bella, nominata Filadoro, che, in mirarla solamente,
restò talmente sorpreso dalla sua bellezza, che, divenuto estatico
per qualche tempo, non sapeva comprendere ancora, s'era umana cosa,
o divina. Indi, venuto in sè e fattosi animo, procurava con le più
espressive parole amorose divisare gli affetti del suo cuore verso di
lei e di esprimere la vittoria, ch'ella, in quella guerra di amore,
aveva ottenuta sopra di sè. A quali parole corrispondendo Filadoro
con altrettanta cordialità d'affetto, quanto era vaga, poteva dirsi,
e con ragione, essersi tra di loro scambievolmente invaghiti. Ma,
perchè le contentezze del mondo sono per lo più asperse dall'assenzio
di qualche disavventura, accadde, che nel tempo tra di loro parlavano,
fu sopraggiunto Ricciardetto dalla madre di Filadoro (ch'era una
bruttissima Orca) e Ricciardetto subito tirò fuori la spada per
ucciderla. Quale dalla medesima fu incantato, e condotto alla sua casa,
ove disse l'Orca: _attendi a lavorare come un cane, altrimenti sarai
ucciso come un porco_; facendoli assaggiare i più spaventevoli strazj,
che avrebbero atterrito ogni magnanimo cuore. Onde l'Orca impose a
Ricciardetto, _che per la sera l'avesse fatto ritrovare sei canne di
legna spaccate; e per ciascun legno ne facesse quattro pezzi. Con la
promessa, che, se le dette legna non l'avrebbe trovate tutte spaccate,
avrebbe fatto lui in pezzi come si fa un piccatiglio_. A cotali parole,
Ricciardetto si prese tanto timore, in sentir darsi quest'ordine
dall'Orca, che restò estatico. Ma Filadoro fu subito a ristorarlo, e
dissegli: _Non dubitare, perchè io son fatata; e, per questa sera, farò
trovare le legna spaccate a mia madre._ E venuta la sera, l'Orca si
portò in sua casa; ed andato a vedere, se Ricciardetto avea spaccate
le legna, le ritrovò tutte spaccate, secondo l'aveva ordinato. Onde
l'Orca pigliò in sospetto la figlia, e volle far un'altra pruova. Disse
di nuovo a Ricciardetto, _che, per la ventura sera, l'avesse fatto
ritrovare spazzata una cisterna, che teneva mille botti d'acqua; e, se
faceva il contrario, l'avrebbe ucciso, facendosene quattro bocconi_.
Filadoro, vedendo il suo caro amante star assai afflitto, li fe animo,
e dissegli: _Sta di buon cuore ed allegramente, perchè già è passato
il tempo, che stava impedita la mia fatazione, ed io voglio venirmene
teco, o viva o morta._ Ricciardetto, sentendo questa nuova, cominciò
con tanti gestri amorosi a farli carezzi, fin tanto che Filadoro fè un
buco per sotto d'un giardino, che ivi era un condotto; e se n'uscirono
fuori della strada, caminando frettolosamente verso la casa del padre
di Ricciardetto. Ed arrivati ad un'osteria, poco lontano dalla casa del
Padre, disse a Filadoro, _che si fosse ivi trattenuta, che andava a
sua casa a prendere cavalli, carrozze e servitori_. Filadoro, restando
a quell'osteria, e Ricciardetto, già incamminatosi verso la casa
paterna ed arrivato, cominciò a salire le scale, la sua madre subito
li fu addosso abbracciandolo; e, baciandolo, li fè molte carezze. Ma,
per la bestemmia, ch'avea avuta dall'Orca, subito l'uscì di cervello
Filadoro. Onde la madre di Ricciardetto l'esortava, _che non fusse più
andato alla caccia, e che si fusse accasato_. Ricciardetto subito
disse di sì. E la madre l'accasò con una gran signora, ch'era di
Fiandra. Ora, facendo gran festa, ed avendo fatto un gran convito di
gente, bisognavano de' cuochi; e, sparso per tutto quello Reame sì gran
festino, venne all'orecchio di Filadoro. La quale, vestitasi da uomo,
s'incamminò verso il palazzo reale; ed ivi, pregato i cuochi di cucina,
la presero per guattero; e, postosi le tavole reali, tutti li signori
e dame si posero a desinare. E Filadoro, avendo fatto di sua propria
mano un grandissimo pastone, lo scalco, cominciato a tagliarlo, ne
uscì una palomba così bella, che li signori e dame convitati restarono
a mirare questa bellissima cosa. La quale con voce pietosa li disse:
_Avete desinato cervello di gatta, o Principe, che vi siete scordato
dell'affezione di Filadoro? Oh sconoscente, così paghi li beneficj,
che ti sono stati fatti, per averti levato dalle granfi dell'Orca,
con averti dato la vita, e questa mercè le dai!_ E, dette queste ed
altre parole, sparì fuori della finestra, che se la prese il vento.
Il Principe, inteso questa doglianza, volle sapere da dove era venuto
questo pastone; ed inteso dallo scalco, che l'avea lavorato un guattero
di cucina, preso questo per bisogno, il Principe se lo fè venire in
sua presenza. E, buttatosi a' suoi piedi piangendo gli dicea: _Che ti
ho fatto io?_ Il Principe, per la vaga bellezza di Filadoro, e per
virtù della fatagione, che avea, si ricordò dell'obbligazione, che
l'avea; e subito la fece alzare e sedere appresso di esso, raccontando
a sua madre l'obbligo grande, che le dovea a cotesta bella giovane,
e quanto avea adoperato per esso, e per la parola datagli, che era
di necessario d'attendercela. La madre gli disse: _Figliuol mio, fa
quello, che a te piace, purchè sia onorata e la volontà di questa
Signorella, che ti hai presa per moglie._ Rispose la zita: _Io vi
dico il vero, che stava di mala volontà in questa città, ma voglio
ritornarmene in casa di mio padre_. Dove, inteso questo, il Principe
gli offerse vascelli e servitù per farli compagnia. E subito fè vestire
Filadoro con vesti reali, e si cominciorno i festini. E in un subito
s'intese un gran rumore per le scale, salendo un brutto mascarone in
mezzo della sala, quale disse di esser l'ombra della vecchia, che
Ricciardetto l'avea fracassata la pignata, che per la fame era morta,
e dissegli: _Io ti biastemai, che fossi inciampato nelle mani di
un'Orca: di già furno esaudite le mie preghiere, e, per la forza di
quella bellissima fata, ne scampasti. E di più ti diede la maledizione
l'Orca, che allo primo bacio ti fussi scordato di Filadoro; dove ti
baciò tua madre, e Filadoro ti passò dalla mente. Ed adesso ti ritorno
a maledire, che sempre ti possa ritrovare i fagioli d'avanti, che mi
buttasti, e si faccia vero il proverbio, che chi semina fagioli le
nascono corna._ E detto, ch'ebbe questo, subito sparì. La Fata, che
vidde il Principe impallidito, le diede animo; e con festa lo portò al
letto; per confirmare lo istromento della nuova fede datoli, vi fece
firmare due testimonj; e, per li travagli passati, furono più saporiti
li gusti presenti».--Cf. GONZENBACH (Op. cit.) XIV. _Von der schönen
Nzentola_; e LIV. _Fon Autumunti und Paccaredda_. In fondo, questo
conto è tutt'una cosa con _Rosella_, Trattenimento IX della Giornata
III del Pentamerone.--«Lo Gran Turco, pe' farese 'no vagno de sango de
Signore, fa pigliare 'no Prencepe. La figlia sse ne 'nnamora e sse ne
fujeno. La mamma l'arriva e le so' tagliate le mano da lo Prencepe. Lo
Gran Turco ne more de crepantiglia. Ma, 'jastemmata la figlia da la
mamma, lo Prencepe sse ne scorda. Ma, dapò varie astuzie fatta da essa,
torna a mammoria de lo marito, e se gaudeno contiente».--Nel _Conto
dei Conti_, si legge come segue:--«Il Gran Turco leproso, per quanto
s'adoperasse, non poteva trovar rimedio al suo male. Fu consigliato
da' Medici, che si facesse un bagno di sangue ottimo, come quello d'un
Principe. Ansioso il Gran Turco d'esser guarito, subito spiccò varj
corsari per mare, acciò facessero preda di qualche gran Cavaliere
d'alto sangue. Ora li corsari, costeggiando le parti di Fortechiaro,
incontrarono un battello, dentro al quale andava Paulino, figlio del
Re di quel paese, divertendosi; e presolo, subito lo portarono in
Costantinopoli. Li medici, quali avevano consigliato tal bagno, più
tosto per dar tempo all'Imperatore, che per altro, senza frapporvi
tempo, dissero, _che il sangue del Principe reale non era buono, a
causa che stava malinconico, per essere stato fatto schiavo, ma che
era spediente farlo stare alcuni mesi allegro e piacevole_. Il Gran
Turco l'assegnò un appartamento, al quale era contiguo un giardino
delizioso; e, per farlo stare d'animo sollevato, disse alla sua figlia
Rosella, che avesse fatta compagnia al Principe, perchè ce lo voleva
dare per marito. Subito che Rosella vidde la fattezza del Principe,
se ne invaghì; ed il Principe scambievolmente di lei. Per la qual
cosa, avendo gli amanti mezzo udito il segreto, pensarono di fuggire.
Come in fatti, postisi sopra una filuca, principiarono a navigare in
verso Fortechiaro. Il Gran Turco ogni giorno andava nel giardino,
per veder come stava il Principe. Non trovandolo e vedendo, che la
figlia parimenti era fuggita, svegliò la madre; e la fè andare nel
giardino. Quando non vidde sua figlia e nemmeno il Principe, disse al
Re: _Lascia fare a me, che adesso io li accorto il cammino._ E subito
si partì verso la marina; e, buttata una fronde di lauro in mare, fe
nascere una filuca sottile con molti marinari, che vi erano sopra; onde
di tutta fretta si posero a navigare per giungere al Principe e sua
figlia. Ma ella, vedendo venire la madre, che era vicina alla loro
barca, disse al Principe: _Tira mano questa tua spada, e siedi a questa
poppa di barca; e, come sentirai rumori di catene e di crocchi, per
incatenare questa nostra barca, con questa tua spada darai tanti colpi
a chi ci perseguita, altrimenti sarem perduti._ Il Principe, perchè
aveva cara la sua vita, stiede sempre vegliante; e, quando la barca
s'accostò verso di loro, e viddero gettate le catene in mare dalla
Gran-Turchessa, il Principe con la sua spada li diede tanti colpi, che
li tagliò le mani. Quale, gridando ad alta voce, bestemmiò la figlia,
con dirgli: _Il primo piede, che il Principe poneva nella sua terra,
si fosse dimenticato della figlia._ E, ritornata la Gran Turchessa in
Barberia, se n'andò in presenza del Gran Turco con le mani tagliate,
che scaturivan sangue in abbondanza; e li disse: _Ecco, marito mio,
che, nella mensa della fortuna, abbiamo giocato assieme, tu la sanità
ed io la vita_; e, finito di dir queste parole, se ne morì la Gran
Turchessa. Arrivato Paolino alla propria città, disse a Rosella, _che
si fusse trattenuta per poco, acciò egli prima fosse andato a baciar
le mani agli genitori_. Non così presto pose Paolino il piede a terra,
che, vedute le bellezze paterne e gli agi lasciati, si scordò della
sua amante. Fattosi tardi, stimò Rosella espediente calare a terra. Si
pose in cammino verso la città, ove si locò un palazzo dirimpetto al
Re, sperando, che affacciatosi qualche volta Paolino, fosseli venuto
in mente l'antico amore. Appena fu veduta alle finestre Rosella, che
una quantità di cavalieri invaghitisi di lei, principiarono con mille
maniere e vezzi a tentar, se la potevano far condiscendere alle di
loro voglie. Procurò la giovane non isdegnarsi la Nobiltà, la quale
potevale fare arrivare al suo desiderato fine; ma li tratteneva con
varie e sempre dubbie parole. All'ultimo, secretamente si accordò con
un Cavaliere, che le dasse mille scudi ed un abito di gala, e che
fosse venuto la notte, che l'avrebbe contentato. Onde il Cavaliere,
compratoli un bell'abito, tutto con schiuma d'oro, e portatoli mille
scudi, andiede da Rosella; e la trovò coricata nel letto, che pareva
una Venere in mezzo un campo di fiori. La quale disse al Cavaliere,
_che non si fosse coricato, se prima non avesse chiusa la porta_. E,
parendo ad esso di esser cosa di nulla, andò e chiuse la porta, e la
porta si riaprì; e lui tornò a chiuderla e la porta nuovamente ad
aprirsi. Tutta la notte se ne passò in questo spassatempo, senz'aver
adoperato cosa alcuna. Onde, fatto giorno, chiamandolo poltrone ed
altre ingiurie, il Cavaliere fu costretto andarsene. La seconda sera
appuntò con un altro Cavaliere, domandandoli mille altri scudi ed
un vestito ricamato. Subito il Cavaliere le fe fare il vestito; e,
portatolo assieme con i mille scudi, si portò in casa di Rosella, quale
(trovandola coricata) li disse: _Smorza quel lume._ Ed il Cavaliere,
levandosi il cappello e la spada, cominciò a soffiare verso quel
lume. Ma egli quanto più soffiava, più s'accendeva quella luce; dove
tutta la notte non fè altro, che soffiare il lume; e non potè mai
smorzarlo. Onde, fatto giorno, si partì vergognosamente. E venuto un
altro gran Signore, e fatto appuntamento con Rosella, accordandosi
con mille scudi ed una sontuosa veste, subito si portò in casa. Dove
Rosella disse: _Non volersi coricare, se prima non si fosse pettinato
il capo_. Rispose il Cavaliere: _Lasciatelo fare a me._ Onde Rosella
si sedè ad una sedia, ed il Cavaliere ad un'altra. E, postosi il capo
di Rosella nel seno, col pettine alle mani, cominciò a pettinar la
testa di Rosella. E, quanto più pettinava, i capelli di Rosella più
s'imbrogliavano, onde tutta la notte se la passò con questo passatempo,
che non potè mai accomodarle la testa. Fattosi giorno, convenne al
Cavaliere andarsene. E, portatosi nell'anticamera del Re, cominciò a
discorrere con altri suoi pari, raccontando ciò, che li era successo.
Rispose il secondo: _Sta cheto, che se Africa piange, Italia non
ride; e pianto comune è mezzo gaudio_. Rispose il terzo: _Vedete,
che tutti tre siam macchiati di un'istessa pece, e ci possiam dar la
mano senz'invidia; non stà di bene di esser corrivi, ma facciamonela
pentire._ Così si unirono tutti e tre; e andarono dal Re a raccontargli
il fatto. Li Cavalieri, accorgendosi dell'inganno, non volendo restar
burlati e delusi, la fecero chiamare dal Re, cercandole le loro gioje,
abiti e denari; dicendo: _Che ce l'aveano dato in prestito_. La
giovane, senza punto perdersi d'animo, andò dal Re, cui disse: _Sire,
non in altra maniera si poteva mantenere una Real Donzella, come io
sono, fuori della paterna casa. Io son figlia del Gran Signore; e mi
trovo in questa città, per aver liberato dalla morte il vostro Paulino,
e per avermi egli dato la fede di sposo. Adesso corrono più mesi, che
arrivati siamo colla filuca; e, sbarcato in questa Regia. Ed io più non
lo viddi. Nè aveva gran somma di argento da potermi mantenere secondo
lo stato de' miei natali. Li Cavalieri, quali mi querelano, mi diedero
quelle somme, che cercano, ma per fine impudico e disonesto. La mia
necessità mi sforzò a prendere il danaro; ma non per questo dovere
degenerare dall'esser mio, con acconsentire al loro dissoluto appetito.
Questo è, Sire, lo stato mio; fate ora di me quel, che vi piace._
Restò a tale avvento attonito il Re; e, chiamato il figlio, si fece
confirmare quanto per suo affetto operato aveva la generosa donzella.
Si risvegliò allora la memoria del passato affetto di Paulino. Cercando
perdono a Rosella dell'involontario oltraggio, allora, col consenso del
Re, le diede l'anello, e la condusse per la mano nel suo appartamento
da Consorte».--Cf. GONZENBACH. (Op. cit.) LV. Geschichte von Feledico
und Epomata. Tra le Ducento Novelle del Signor Celio Malespini, nelle
quali si raccontano diversi amorosi avvenimenti, così lieti come mesti
et stravaganti ecc. ecc. (_In Venezia, MDCIX, al segno dell'Italia_)
ve ne ha una, che, essendo perfettamente identica, merita d'esser
quì riprodotta. S'intitola: _Matrimonio di Filenia, figliuola del Re
d'Egitto_. Ma dee leggersi _Pirinia_, come vien sempre chiamata nel
corpo del Racconto.
MATRIMONIO DI FILENIA, FIGLIUOLA DEL RE D'EGITTO.