diverse. Nella PRIMA SERIE, il possessore di oggetti incantati li
perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta,
delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito
dall'altra. Nella SECONDA SERIE, manca questa ultima parte ed il
possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di
frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nella TERZA SERIE finalmente,
due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti
e riacquistati mediante il terzo, che suol' essere un bastone, il
quale batte comandato senza remissione. Alla PRIMA SERIE di riscontri
appartengono:--I.--_Gesta Romanorum_, il capitolo CXX (dove i fichi
fanno diventar lebbroso).--II.--_La vurza, lu firriolu, e lu cornu
'nfatatu_ (PITRÈ. Op. cit.) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni
della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel
venderla, una borsa denaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un
corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le
cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le
corna, e da cui se le fa restituire, per guarirla.--III.--_Von dem
Schäfer, der die Koenigstochter zum Lachen brachte_ (GONZENBACH. Op.
cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che
fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene
per ottenere la Reginotta promessa in isposa a chi la farà ridere.
Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba
loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo
lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa;
ma il Re sdegnato il manda in carcere, dove poi, mantenendo egli
allegra la brigata de' prigioni co' tre oggetti incantati, questi
gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi
bianchi e neri: i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi.
Ne vende alla Principessa, che, afflitta, disperata, fuor di sè, per
farsi guarire dalle escrescenze gli restituisce anello, tovagliuolo,
borsa e fischietto. Così riacquista le sue quattro coserelle ed
ottiene poi la Reginotta in moglie.--Alla SECONDA SERIE di riscontri,
appartengono:--I.--_Il figliuolo del Pecorajo_ (IMBRIANI. _Novellaja
Fiorentina_).--II.--_Petru lu Massariotu_ (PITRÈ. Op. cit.)--Alla
TERZA SERIE di riscontri finalmente spettano:--I.--_Lo cunto de l'
Uerco_ (BASILE. _Pentamerone_).--«Antuono de Marigliano, ped essere
l' arcenfanfano de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li
servizie de 'n' Uerco, da lo quale, volenno vedere la casa ssoja,
è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro.
All' utemo le da' 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia ssoja, fa
pagare la penetenzia all'Oste de la furbaria et arrecchisce la casa
ssoja.»--II.--_Il Racconto dell' Orca_ (nel già citato _Conto de'
Conti_,) che sarà bene riprodur qui per intero.--«Ebbero gran ragione i
Filosofi antichi di chiamar cieca la Fortuna, poichè le sue operazioni
son regolate alla cieca, ne, se crediamo all'esperienza, v'è cosa
più mutabile della Fortuna istessa, stantechè il più delle volte si
compiace d'innalzare in alto e sublime grado le genti dappoco e di niun
valore; ed all'incontro deprime in basso stato ed abbietto il fiore
degli uomini, come vi farò sentire. Eravi nella Città di Biserta una
donna dabbene, chiamata Drusilla, la quale, oltre a sei figlie femmine,
avea un figlio maschio, tanto sciocco e scimonito, che la povera madre
perciò ne stava scontentissima. Nè v'era giorno, che non l'avvertiva,
ora correggendolo dolcemente, ed ora al dolce delle correzioni vi
mescolava l'asprezza dell'invettive, ed anche, se v'era di bisogno,
delle bastonate. Con tutto ciò, non furono queste cose bastanti a far
sì, che Rodomonte si fosse riavuto dalla sua dappocaggine. Per la qual
cosa, vedendo Drusilla non esservi speranza, che suo figlio ravveduto
si fosse della sua sciocchezza, (quasichè il difetto di natura stato
fosse in lui cagionato per colpa sua) un giorno fra gli altri con un
bastone lo battè di maniera, che poco vi mancò a non romperle tutte
le ossa. Rodomonte, che videsi così mal concio, per isfuggire dalle
mani della sdegnata sua madre, si partì dalla casa. E tanto camminò,
sinchè un giorno, sul tramontar del Sole, arrivò ad una montagna così
erta, che nascondeva le sue cime tra le nuvole. Giuntovi sopra a gran
fatica, vide vicino ad alcuni alberi di pioppo una grotta, nella cui
bocca vi stava seduta una orribile Orca, che avrebbe spaventata ogni
persona, che l'avesse veduta. Ma Rodomonte, che, come s'è detto, era
sciocchissimo, senza prendersi timore, salutando l'Orca, le disse:
_Addio Signora, che si fa? come la passate in salute? comandate
niente? Quanto v' è da questo al luogo, dove debbo andare_. L'Orca,
che intese questo discorso, che non avea connessione alcuna, si pose
a ridere; e, perchè le piacque l'umore di Rodomonte, le disse: _Vuoi
stare a padrone?_ E Rodomonte replicò, _Quanto mi dai al mese?_ E
l'Orca ritornò a dire: _Attendi a servire onoratamente, che sarà la
tua fortuna_. Così concluso, Rodomonte restò a servire l'Orca, la
quale talmente lo ben trattava, che Rodomonte, nello spazio di due
anni, stiede felicissimamente, ed allegramente. Ma dopo questo tempo,
venuto in fastidio de'ben trattamenti dell'Orca, le venne desiderio
di rivedere la sua madre e le sorelle; e, pensando alla casa sua,
stava afflitto, e malinconico. L'Orca, che conobbe subito il pensiero
di Rodomonte, chiamollo da parte, e le disse: _Rodomonte mio, io sò,
ch'hai una grande ardenza di veder la casa tua; perciò, volendoti bene,
quanto le viscere mie, mi contento di darti gusto, purchè ritorni
subito. Pigliati adunque quest'Asinello, che servirà per alleviarti la
fatica del viaggio. Ma stà attento a non dirli mai: Arre cacaure; chè
te ne pentirai_. Rodomonte presosi l'Asino, senza licenziarsi, salitovi
sopra, si pose a correr di trotto; ma non avea dato ancora cento passi,
che, smontato dall'Asino, incomincia a dire: _Arre cacaure_. Appena
disse queste parole, che l'Asino incominciò a cacare perle, rubini,
smeraldi, zaffiri e diamanti più grossi d'una noce l'uno. Rodomonte,
in vedere tante pietre preziose, per l'allegrezza non credendo appieno
se era vero o no, ciò che avea veduto, prese un panno, e dentro ve le
avvolse, e ritornò a cavalcare. E, toccando di buon passo, giunse ad
una Osteria, dove smontato, la prima cosa, che disse all'Oste, fu:
_Te', lega quest'Asino alla mangiatoia, e dagli bene a mangiare. Ma
avverti a non dire: Arre cacaure; perchè te ne pentirai. E conservami
queste coselline in parte sicura_. L'Oste, che era malizioso, avendo
inteso di botto questa proposta di Rodomonte, e vedute le gioie,
che molto valevano, venne in curiosità di vedere, che significavano
queste parole. Perciò, dato un buon desinare a Rodomonte, e fattolo
bere ben bene, lo lasciò in un profondissimo sonno. Dopo di che,
andando frettolosamente alla stalla, disse all'Asino: _Arre cacaure_.
Il quale, in virtù di dette parole, fece la solita operazione, con
evacuare tante gemme e pietre preziose, che non è possibile divisarlo.
Vedutosi dall'Oste questa preziosa evacuazione, fe pensiero di cambiare
l'Asino, e d'ingannare la sciocchezza di Rodomonte. Per la qual cosa,
svegliatosi Rodomonte la mattina a buon'ora, chiamando l'Oste, le
pagò ciò, che dovea; e, pigliatosi l'Asino cambiato, col sacchetto
pieno di pietre, in vece delle gioie, che riposte vi avea dentro,
s'incamminò frettolosamente verso Biserta. E, prima di metter piede
in casa, incominciò a gridare: _Corri, Madre mia cara; corri, che
ti voglio arricchire. Spandi in terra una gran tovaglia, che vedrai
tesori_. La Madre con allegrezza grande, aperta una cassa, cavò fuori
molti lenzuoli, spandendoli in terra. Sopra de'quali postovi l'Asino,
principiò a gridare: _Arre cacaure_. Ma che _arre cacaure_! che l'Asino
punto da tali parole non si moveva. Tuttavia replicando Rodomonte tre e
quattro volte l'istesse parole, e vedendo, ch'erano gettate al vento,
prese un bastone; e tanto lo battè, che il povero Asino, non potendo
resistere al dolore delle bastonate, incominciò talmente a cacare, che
imbrattò tutti quelli bianchi lenzuoli di maniera, che appestò tutta la
casa. La povera Drusilla, che pensava di arricchire la sua povertà, in
vedere così imbrattati quei panni, che altri non avea, ed in sentire
tanto puzzore, diè di piglio ad un bastone; e tanto lo battè, che
appena Rodomonte poteasi muovere. Per la qual cosa, riavutosi Rodomonte
dal dolore delle bastonate, ritornò di nuovo all'Orca, che, vedendolo
venire e sapendo ciò, che l'era accaduto (perchè era affatata), le
fece un'acre riprensione, chiamandolo poltrone, semplice e sciocco,
per aversi fatto ingannare da un Oste. Tanto che Rodomonte giurò di
mai più lasciarsi burlar da persona vivente. Ma non passò un altro
anno, che le venne lo stesso desiderio di vedere le genti di casa sua.
L'Orca, ch'era brutta di faccia e bella di cuore, dandoli licenza,
le regalò un tovagliolo, e le disse: _Porta questo a tua Madre; e,
finchè non giungi a tua casa, non dire: Apriti e serrati, tovagliolo.
Perchè se t'accade qualch'altra disgrazia, il danno è tuo; ora va col
buon anno e torna presto_. Partitosi Rodomonte dall'Orca e poco lungi
essendo, pose il tovagliolo a terra, ed in dire: _Apriti, tovagliolo_;
(cosa mirabile a vedersi) uscirono da quello tante galanterie, ch'è
incredibile a divisarlo quanto erano di gran prezzo e valore. La
qual cosa vedutasi da Rodomonte, disse: _Serrati, tovagliolo_; e,
serratavi dentro ogni cosa, s'incaminò verso la medesima Osteria.
Nella quale entrando, disse all'Oste: _Conservami questo tovagliolo.
Ma avverti a non dire: Apriti, e serrati, tovagliolo_. L'Oste, ch'era
maliziosissimo, disse: _non dubitare_. E datogli ben bene a mangiare
ed a bere, lo mandò a dormire. E pigliato egli stesso il tovagliolo,
disse: _Apriti, tovagliolo_! E 'l tovagliolo cacciò fuora tante cose di
prezzo, che fu uno stupore a vedersi. Per la qual cosa, ritrovato un
altro tovagliolo, simile a quello, lo cambiò; ed essendosi risvegliato
Rodomonte, ce lo consegnò. Ed indi a poco di là partitosi, arrivò a
casa sua; e, nel giungere che ivi fece, disse alla Madre: _Ora sì,
che daremo un calcio alla miseria_. E, ponendo a terra il tovagliolo,
incominciò a dire: Apriti, tovagliolo. Ma perchè era stato cambiato,
vi perdeva il tempo: onde, sdegnandosi contro dell'Oste, giurò, che
l'avrebbe fatto pentire del suo inganno; e, senza dir altro, partendosi
di nuovo dalla casa, si portò dall'Orca. La quale, riprendendolo più
acremente dell'altra volta, le fece a poco a poco conoscere, che,
per essere stato così sciocco e così facile a palesare il secreto,
avesse perduto una e due volte la Fortuna. Venuto Rodomonte in qualche
maniera in sè, seguitò a servire l'Orca, senza più pensare alla casa
sua. Ma, dopo tre altri anni, le venne l'istessa voglia di prima,
perciò chiese licenza all'Orca, che, per togliersi quella continua
vessazione, ce la concedè. Prima di partirsi, le diede una mazza ben
lavorata, che l'avesse conservata per sua memoria, ma che si fosse
guardato dal dire: _Auzate, mazza_; e: _Corcate, mazza_. Rodomonte
partissi di nuovo verso la casa; ma non fu lungi di là un mezzo miglio,
che disse: _Auzate, mazza_. Non fu parola questa, ma arte d'incanto;
perchè subito la mazza incominciò a lavorare d'intorno alle spalle del
misero Rodomonte, tanto che le bastonate piovevano a cielo aperto, e
l'una non aspettava l'altra. Il povero Uomo, non sapendo cosa l'era
succeduta, disse subito: _Corcate, mazza_; e la mazza in un istante
si fermò, ne più andò in giro. Per la qual cosa imparando a sue spese
Rodomonte, si portò frettolosamente alla solita Osteria, ove fu
ricevuto con maggiore accoglienza delle altre volte. Onde Rodomonte,
in arrivare, disse all'Oste: _Conservami questo bastone. Ma non dire:
Auzate, mazza; perchè te ne pentirai_. L'Oste, tutto allegro di questa
terza venuta, dopo averlo fatto ben bene mangiare e bere, lo lasciò
dormire; e, prendendo la mazza, con chiamar la moglie a questa festa,
disse: _Auzate, mazza_. La quale incominciò di maniera a battere
l'Oste, che, non sapendo cosa l'era succeduto, gridava misericordia.
Onde, svegliatosi al romore Rodomonte, e veduto l'uccello dentro la
pania, disse. _Non v'è rimedio! tu morirai, se non mi restituisci
tutte le robe mie._ L'Oste, che si vedeva a mal partito, principiò a
gridare: _Pigliati quanto posseggo, purchè mi liberi da tale incontro_;
e, per maggiormente assicurare Rodomonte, fè venire tutto ciò, che
rubato l'avea. Del quale impadronitosi Rodomonte, con dire e: _Corcate
mazza_, lo liberò da tanta vessazione. Per la qual cosa, pigliandosi
l'Asino, il Tovagliolo e la Mazza, ritornossene a casa. E facendo ivi
dell'uno e dell'altro esperienza, sollevò la casa poverissima, con
maritare le sorelle, e con lasciar ricca la Madre, facendo avverare il
motto: _che a' Pazzi ed a' Fanciulli dio l'ajuta_».--III.--_La fola
dl' Om Salvadg_ (nella _Chiaqlira dla Banzola_ succitata).--IV.--_Lu
scarpareddu mortu di fami_; (PITRÉ. Op. cit.)--V.--_La Munachedda_
(Ibid.).--VI.--_Zaubergerte, Goldesel, Knüppelchen schlagt zu_
(GONZENBACH. Op. cit)--VII.--_Ari, Ari, cagadanari_ (BERNONI. Fiabe e
Novelle popolari Veneziane)--VIII.--_Bastoncrocchia_ (DE GUBERNATIS.
Le Novelline di Santo Stefano). Riproduciamo per esteso quest'ultima
versione:--«Un padre aveva tre figliuoli. Va il primo di essi a cercar
fortuna e trova per via un vecchio: gli era Gesù in persona, che gli si
fa compagno. Ma, vedendo di non avere nessun lieto incontro, si perde
d'animo e vuol tornare a casa. Allora Gesù gli regala un tavolino a
tre piedi, cui basta dire: _parecchiati_, ed ei si parecchia di ogni
grazia di dio. Arriva il nostro giovine all'osteria e dalla contentezza
non si tiene, ch'ei non iscopra il segreto, ch'egli ha. La notte, il
tavolino gli viene scambiato dall'oste. Ei torna a casa e si vanta a'
fratelli del miracolo, ch'egli ha portato con sè; ma, alla prova, gli
convien pigliarsi con pace la berta, che i fratelli gli danno. Parte,
alla volta sua, anche il secondo de' fratelli. Ed ancor esso incontra
il vecchio Gesù, che gli si accompagna. Non trovando tuttavia da far
fortuna con Gesù, dice il giovine, ch'ei vuol tornare a casa. E Gesù
gli regala una pecora marcia, che ha virtù di versare, per le parte
deretane, luigi d'oro. Ma, arrivato alla stessa osteria, ove il maggior
fratello era capitato, il malaccorto si lascia scappare il prodigioso
animale, ch'ei porta con sè. E, la notte, la pecora marcia gli vien
scambiata. Ei torna a casa ed è burlato ancor lui, mentre s'attendeva
esser portato in trionfo. Parte il minor fratello e trova anch'esso
Gesù; e si accompagnano insieme. Ma viene il tempo, in cui il giovine
vuole andarsene, perch'ei non trova a far fortuna. E gli lascia per
ricordo un bastone, cui basta dire: _Baston crocchia_, ed ei si mette a
bastonare per ogni verso; e: _Resta_, perch'ei cessi dalle bastonature.
Per via ei ne vuole far la prova con tre ricchi signori. E la prova gli
riesce così bene, che i tre signori, pur ch'ei comandi al bastone di
cessare, gli lasciano quanto essi hanno. Arrivato all'osteria medesima,
ov'erano capitati i suoi due fratelli, ei dice al bastone: _Baston,
crocchia_. E il bastone a bastonare senza pietà e misericordia l'oste
ed i suoi. Nè cesserebbe, se l'oste non s'affrettasse a rendere il
tavolino a tre piedi, che si parecchia da sè, e la pecora marcia, che
ha quella certa virtù, che abbiamo detta di sopra. E il giovine ritorna
a casa pieno di ricchezza e di contento».--il De Gubernatis annota, in
altra versione empolese soggiungersi:--«che, col bastone, il giovine
uccise tutti i parenti, fu padrone di tutto, fece un bel castello,
diventò un gran principe e sposò una bella principessa. L'eroe (_sic_)
di questa stessa novellina è chiamato nella tradizione piemontese,
_Giovannino senza paura e senza rimprocci_. Ma, invece della _pecora
marcia_, vi si trova l'_asino_; invece di _Gesù_, vi si trova il
_diavolo_».--La sola prima parte della fiaba (e guasta) si ritrova in
_Die Geschichte von Ciccu_ (GONZENBACH. Op. cit.).
[2] _Vegnì giò de cera_, manca nel Vocabolario Milanese Italiano
di Francesco Cherubini, dove però si trova _Vess giò de cera_, che
significa _aver mala cera, essere sparuto_.
[3] _Memoria_, ricordo, pegno, dono.
[4] Nell'_Adone_ del cavalier MARINO (Canto XII, stanze CCLXX-CCLXXII,)
l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono d'una
moneta,
Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.
Se la spendessi mille volte il giorno,
Mille volte in tua man farà ritorno.
Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,
La cui virtù meravigliosa è molto
Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,
E rende al doppio più, che non n'è tolto.
Vedrai, se l'apri, tosto da sè stesso
Moltiplicarsi quel, che v'è raccolto:
Se poi vota la lassi e d'oro scarca,
Ve ne ritrovi almen sempre una marca.
La lucertola avrai da le due code,
Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ec.
Tra le _Novelle morali_ del Chierico Regolare Somasco FRANCESCO SOAVE,
ce n'è una intitolata _Alimek o la Felicità, Novella Araba_, il cui
protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.
[5] _Poggioeu_, terrazzino, balcone di sollazzo (da _podium,
podiolum_?) da non confondersi con l'italiano poggiolo, che vale
balaustrata, spalletta. Si noti che _Donna de poggioeu_, viene detto in
mala parte; chè già lo star tutto il dì sulle finestre o su' terrazzini
non sembra essere il distintivo delle donnine ammodo.
[6] _De botta_, manca nel Cherubini.
[7] _Coi bej e coi bonn_, tanto fece che.
[8] Oppure: _in manch de quella_, in men ch'io nol dico. Nel _Meneghin
sott' ai franzes_, deplorando la rapina delle chiese, dice l'autore:
Ne serv el piansg, no gh'è nè lu ne lee;
E in manch de quella s' è veduu spojàa
Altar e sacrestii, e fin pelaa
On' altra voeulta San Bartolamee.
Alludendo alla statua di San Bartolommeo scorticato, ch'è nel duomo
milanese e sotto alla quale si legge: _Non me Praxiteles sed Marcus
finxit Agrates_. Dichiarazione per lo meno superflua, giacchè nessun
uomo al mondo, senza rendersi immortale per un tanto alto d'insipienza,
potrebbe prender per opera greca quel marmo lì.
[9] _Pestàa_, zombato, battuto, pesto. _Ghell_, quattrinello.
[10] _Andà foeura de la grazia de dio_, dar nelle furie. Nel curioso
libretto intitolato: _Peregrinazione | nella Liguria e nel Piemonte |
o | Lettere | scritte di là | dal | Dott. D..i G......i | al | Dott.
N....i G......o || Codogno | Dalla Tipografia di Luigi Cairo | 1830_; è
usata la frase _andare fuori della grazia di dio_ e vien giustificata
con la nota seguente:--«L'espressione _andar fuori della grazia di dio_
equivale, in alcuni luoghi di Lombardia, al _montar sulle furie_; e
l'autore, scrivendo questa lettera, contento di essere inteso, non si
prese la pena di assicurarsi, se era una espressione da _crusca_ o da
_farina di semola_».--Qui in Pomigliano d'Arco dicono: _piglià' 'na
scigna_ (prendere una scimmia!)
[11] _Portà de pes_, manca nel Cherubini, dove è però _levà de pes_,
fare una canata.
[12] In _Alimek_, novella del SOAVE, il protagonista ha un anello, che
il trasporta tostamente dovunque gli è in grado. L'anello di Gige e
quello di Angelica sono diventati proverbiali.
[13] _Ghe faseva el muson_, le teneva il broncio.
[14] _Toeu su el duu de copp_, partirsi, levarla. Nel _Meneghin sott'
ai franzes_:
L'èprest ditt _Toeu el duu de copp_,
Marcia, corr, mena i polpett;
Ma on maslrans' c, che va a pè zopp,
Senz' avegh gnanca on mulett,
Nè on cavall, nè on brucc in stalla,
In sto cas, com' ha de falla?
Dicesi od almeno dicevasi anche semplicemente _Toeu el duu_. (Vedi
_Nova, e curiosa | Bosinaa | intitolada | Viva i Sgrazitt | cont i
Sgrazon || In Pavia, per li Fratelli Porri in Piazza | Grande. Con
Licenza de' Superiori_:
Dopò mangiàa e ben bevuu,
Sti Sgrazon han tolt el duu,
E da par mì là sont restaa,
Che l' ost da mi voeus ess pagàa).
Per _Bosinaa_ o meglio _Bosinada_, s'intende una storia, o composizione
in versi vernacoli milanesi, da _Bosin_ che sarebber gli uomini, che le
andavano cantando o recitando per le vie, i rapsodi.
[15] _Candirin_, candeluzza, candeletta.
[16] _Scherzàa_, burlato.
[17] _Pianta de figh_, ficaja, fico (l'albero) che del resto si dice
anche _figh_ e _fighee_, e _fighera_. Ma _fighera_ è propriamente quel
fico, il quale, da un grosso ceppo terragnuolo, manda fuori molti e
larghissimi bracciuoli. È così detto per distinguerlo dall'albero
da fico a pedale alto, il quale chiamano semplicemente _figh_.
Intorno a' fichi sarebbe da vedere l'opera curiosa, che non ho potuto
procacciarmi, di G. F. ANGELITA: _I pomi d'oro, dove si contengono due
lettioni de'fichi l'una e de' melloni l'altra. Aggiuntavi una lettione
delle lumache_ (in quarto, Ricanati, MDCVII) la quale mi si afferma
trattar non solo della fichicoltura e della mellonicultura, anzi pure
di antichità, proverbi, eccetera.
[18] _Dondà_ e _dondinà_, dondolare. Nella _Noeuva Bosinaa d'on
contrast tra la patrona e la serva. (In Milano, per li fratelli
Bolzani, con licenza de' Superiori, 1717)_ dice la padrona alla serva
pigra:
_E te ve dree dondand par cà
Fin che ven vora de disnà._
[19] _Coa_ o _Cova_, coda.
[20] _Dida_ lo stesso che _did_, dita.
[21] _Inzebì_ o _insebì_, (trovasi nel Supplimento al Vocabolario del
Cherubini) esibire.
[22] _Cavagnoeu_, canestrello, canestruolo.
[23] Non posso, come pur bramerei, dare un elenco delle voci, che usano
adesso i venditori ambulanti di Milano; ma posso bensì riprodurre una
storia popolare dal secolo scorso (_In Milano per Carlo Bolzani. Con
licenza de' Superiori_) nella quale son registrate le principali di
allora. Miglioro alquanto l'ortografia scorretta del raro originale:
UVA BOSINAA,
Che de present l'è sta stampàa
Sopra tugg quang i mestèe
Che va sbragiand (_gridando_) per i contràa:
_Sciò mo_, _Donn_, _chilò_ (qui) _comprèe_.
L'è dedicàa sta Bosinàa
A quij Donn, ch'hin intrigàa
D'avè el coeur inscia ignà
Par proved alla sova cà.
Voeui parlàa de tugg sti art;
E ogn'un per la sova part,
Che va sbragiand per tutt i port,
_Che voeur quest_, _che voeur quest'olt_,
Conforma ogn'un nel so mestee
_Sciò mo_, _Donn_, _chilò comprèe_.
I. _O Squel e Bochàa_!
Sciò mo, Donn, chilò comprèe
Chì, dal vost solet squellèe,
Buon pugnatt e buon baslott,
Bei stuvin (_pignatto_) e padelott,
Tacin, olitt e di bochàa.
G'hoodi vas anch perforàa
E di basla da pissà,
Piatt e tond da mangià;
G'hoo del tutt del me mestèe,
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
II. _Conscia Lavesc e Padella_!
O Donn, l'è chì el Colderèe,
Che el forla l'hoo chì adrèe,
E anch la bolgia e l'usedell.
Consci lechard e di sedell,
Di caldar e caldarin.
G'hoo la tenaia, el stachettin,
E di chiaf e saradur,
De varij sort so figur.
Tutt i voeult no me trovèe,
Sciò mo, Donn, chilò comprè.
III. _O strinch e bindell_!
De foeura, Donn, che hin arivàa'.
Vej daròo a buon marcaa.
Strinch da corda e da bindell
Ghe n'hoo de seda e firisell,
Per i Masc e Gentilomm.
Ghe n'hoo de ricch e poveromm,
De bindell largh e stregg,
De color ghe n'hoo paregg.
Vegnì donqua coi danèe;
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
IV. _Bella tira cambraia_!
Che voeur la tira da fa scosàa
Gh'hoo di bei pizz par i colàa,
Gh'è bella robba par colitt.
Che voeur rens da fa i panitt,
Per camis e per fodretta
Lavorin, reff e tarnetta,
Bella Cambraia e bei batizz!
D'ogna sort mi gh'hoo de pizz.
I bei boton a hin poeu i mè,
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
V. _Peten e Coron e Ogiàa_!
Scià che voeur crompà i ogiàa,
D'ogna sort mi n'hoo portàa
E per tegnì i cavij nett.
Gh'è pechian e pechianett,
E cortij e tamperin.
Al gh'è di spegg e coronin,
Gh'hoo crosett e di medaj,
Di granad e di coraj,
Spaza-oregg, sef diletèe.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
VI. _O cribbi e boffitt_!
Al gh'è nissun, che voeur comprà
On cribbi da fà passà
O la sciendra, o'l sabion,
E drovall fin che l'è buon?
Gh'hoo sedazz e di boffitt,
De grand e piscinitt;
Gh'hoo trapar da chiapà ratt.
Se vorì anch faroo baratt
Sont pur anch mi on somenzee
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
VII. _Zofreghitt, e stopin, che al veder rott_.
O Donn de sora, vegnì de sott;
Portèe sciò el veder rott,
Se vorì prei d'azzalin,
Zofreghitt o del stopin,
Di gugitt e di gugion,
Di stringhitt e di stringhon.
Gh'hoo la lisca in d'on borsin,
Vej daroo par ses quattrin,
A sti prezij mai ghe rivèe!
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
VIII. _Fer e strasc_!
O Donn, l'è chì el strascèe
Vegnì sciò, chiapèe danee,
Portèe sciò i strasc e i pezz
Scià savì coss'è el so prezz,
Tant di bianch, come di negher.
Vegnì via pur alegher!
A ben che sian on poo brutt
Toeuj sciavatt e ferr del tutt,
Sont par vend anch de l'asee.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
IX. _Jo fus e rocch_!
Al fa bisogn de rocch e fus
Peston e pirotta per so us,
Oss de pizz e pevarin,
Rocheton, spinn e spinin,
Sarvioeu, busser e bicocch,
Di basloeu (_ciotoletta_) par i pitocch,
Cazzoeu (_mestole_), ruzell (_carrucole_), tacin de brenta,
Di canell per la polenta?
Gh'hoo vertegg (_bandelle_) e candiree;
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
X. _O Zun_!
O Donn, l'è chì el sciavattin.
Hi da bisogn on quaj fodrin?
Gh'hoo el spagh gross e ben impesaa;
Mett sciò el sacch e son seraa
Sont de voeuja da lavoraa
El coeuri ghe l'hoo fin da sorà.
Se non porii poeu incalzalla
Gh'hoo ona forma da slargalla.
Per fa a pianin sont del mestee;
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XI. _Mora cortij e fores_.
Car i me Donn, l'è chi el moletta.
Vorii, che mora la foresetta,
Cortij, schisora e tamperin?
Vegnì con folg o segurin,
Trinchitt, scopij e rasò,
Quel, chi bisogn, portèe pur sciò,
Che hoo la moeura martelàa
Sarii servii in veritàa
Droeuf la schienna e i man e i pè.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XII. _O pomm o pomm_!
Che voeur pomm e che voeur per?
Hin cattaa nomà l'oltrèr.
Pomm ravas e pomm popin,
Ona livra tri quattrin;
Pomm verdes e bergamott;
Se i vorii roeus nol fa nagott.
Gh'hoo pravisan e frascon;
Ma se i vorii mangiaj buon,
Toeuij di apij o santè.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XIII. _Mascarpina grossa e butter_!
O Donn, l'è chì la bergamina;
Vorii comprà la mia mascarpina?
Gh'hoo butter e di robioeur,
Di mascarp di quij scur;
Se vorii anch del strachin.
Gh'hoo mascarpon de quij fin
Tastell on poo, s'el ve pias.
Ne guadagn nient asquas;
Al cost vel do in feda dè.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XIV. _Iermesc, Scigoll e Laij_!
Che voeur spinasc e meregord?
Se i vorii, ghe voeur on sold.
Insalata e pampinella,
Zucorrin e erba stella.
Erborin e erb amar,
De sti temp hin on poo car.
Che voeur rav, che voeur navon,
Verz, seler e cardon,
Mirisciao, scigoll assee?
Sciò mo, Donn, chilò comprè.
XV. _Polaster, polaster_!
Che voeur polaster, che voeur capon,
Di polin grass e buon?
Se vorii poeu fa carnevàa
Gajin, puvion a buon marcàa,
Passar, dord, merla, franguij
Lodar, quaij e garganij,
Gilardìn e anedott,
Crian di voeult: l'è chì i gasciott,
Senza andà in su el Verzee.
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XVI. _A pess, a pess_!
Sti recaton, che vend el pess,
Di voeult saraa e di voeult fresch,
Tenchet, agon e perseghitt,
Cavezaij, fusc e gambaritt,
E da quaresma renghitt, rengott,
Saracch, che spuza, nol fa nagott!
E i mostardee se fan sentii:
La par giust merda, che foo mi,
Però da quella de sti fescièe
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XVII. _Fioritt, fioritt_!
O tosann, che fa l'amor,
Sciò, se vorii comprà di fior,
Giacint, narcis e campanitt,
Di bizzar, malgaretitt,
Trombon e toripan,
Roeus, garofor mantovan,
Di ceder e gessumin,
Vetuperos vegnan al fin,
E no foo olter mestee,
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XVIII. _Cardeghai_!
Portee sciò, Donn, i cardeghett,
S'hin da conscià gh'hoo i bacchett,
E la lisca da liscaij
Vej consciaroo senza travaij
Se vorii noeuf, mi n'hoo portaa
De fort e bell da sta asettaa,
De grangg, pinit, de meza tacca,
Fin de fioeu da fa la cacca.
Dee guadagn al cardeghee
Sciò mo, Donn, chilò comprèe.
XIX. _Botton da fazzolett_!
Che voeur botton par i panitt?
Hin firaa come i passaritt,
E poeu, gh'è on' altra invenzion,
Al va a voeulta ciert toson
Cont di scatar sott alla cappa
E sì che san menà la tappa.
Che voeur di carton bej
E di rizz par i cavej
Gh'è nissun, che m' da danee?
Sciò mo, Donn, chilò comprèe!
XX. _O spazzacamin_!
Fornimm on poo con sti latin,
Gh'è schieppalegn, spazzacamin,
Teng brutt come el peccaa
E sbragian su par i contraa.
Canester o zainae incoster fin,
O lagg, e poeu quell di scovin,
Che cria stoeurij, sprella, sprella!
On c.... che i sbudella
Portee in voeulta anch'i miee
Sciò mo, Donn, chilò comprèe!
_Schieppalegn_, spaccalegna, o schiappazocco. (Come è detto in
_Le piacevoli_ | _et ridicolose_ | _facetie_ | _di M. Poncino_ |
_dalla Torre Cremonese_. | _Di novo ristampate_ | _con l'aggionta
d'alcune altre_, _che nella prima_ | _impressione mancavano_. | _In
Venetia_, _M. DC. XXVIII._ _Apresso Gerardo_, _et Iseppo Lamberti_.
Facezia II:--«Quivi M. Poncino condusse uno schiappazocco gagliardo
et membruto; et gli diede denari, perchè troncasse et fendesse il
trave.»--).
[24] _Spansciada_, spanciata, scorpacciata.
[25] _Scagn_, seggiola, sedia (corrisponde etimologicamente allo
_scanno_ italiano).
[26] _Donzella_, cameriera.
[27] _Pinola_, pillola.
III. ter. A' REGGENELLA[1]
(_Variante raccolta in Pomigliano d'Arco_)
'Na vota nce steva 'nu padre. Teneva tre figli. 'E mannava a scavà'
'e grammegne[2]. 'E duje primme fatecavane; l' urteme poche ne vuleva
'ncuorpe, e 'o padre cchiù poche mangià' le reve. 'Nu juorne chisto
jette a terà' 'na ceppa 'e 'rammegna: nun 'a puteva terà'. Tira e
tira, esce 'na vorza.--«Mo' jamme buone! Hagge 'a verè' 'sta vorza
'e che è capace 'e fà'!»--Rice:--«Vorza, fa tu!»--'A vorza cacciave
tanta renare. Piglia isso, tutto allegro, iette addò 'o padre.--«'Sti
poche 'rammegne hê fatte?»--«I' nu' n'hagge potute fà'. So' ghiute
pe' terà' 'na ceppa e hagge terate 'sta vorza, ca mme ra renare; e
mo' mme ne voglie ì'».--«No, mo' t'haje sta ccà».--«No: mme n'hagge
'a ì'».--E sse n'iette. Arrevave a 'na città, trasette rinto a 'na
cantina; truvave 'a figlia r' 'o Re, 'a Reggenella, che steva iucanne
e binceve a tutte quante. Isso sse nce vulette mettere a ghiucà' e
perdette 'nu sacch' 'e renare. Comme feneva chille, che teneva 'mmane,
sse votave vicino 'â vorza:--«Vorza, fa tu!»--e aveva tanta renare.
'A Reggenella sse n' addunave. Ammente chillo penzava a ghiucà' e
teneva 'a vorza 'ngoppa 'ô renucchie, essa nce 'a sceppava[3] e sse
ne fujette. Chillo le currette appriesso:--«Ramme 'a vorza! ramme
'a vorza!»--Ma iessa sse ne scappava.--«Papà, Papà! chisto mme vo'
vattere».--'O Re ascette 'a fora:--«Mettìte carcerate a chisso!»--E
chillu puverielle p'aggiunte 'e ruotele, avette ì' pure carcerate.
'Ncape 'e tiempe fuje cacciate. Jette 'n'ata vota addò 'o padre:--«Ta',
mme vulite rà' a mangià'?»--«Tantu tiempe addò' si' state?»--«Ta',
accussì accussì. 'A Reggenella mm'ha 'rrubbate 'a vorza».--'O padre
'o rètte a mangià' e 'o mannave a fà' pure 'e grammegne fora. Chisto
iette. Terava terava 'na ceppa e chella manche vuleva venì'. Tira
tira, nc'esce 'a sotto, 'nu cuorne.--«E verimme 'sto cuorne, che sape
fà'!»--Ss' 'o mettette 'mmocca, vuttave 'o fiate e ascette 'na truppe
'e surdate; terave, 'e surdate sse ne trasettere.[4]--«Mo', jamme
buone!»--Jètte addò 'o padre.--«Tante poche 'rammegne hê fatte?»--«Tà',
ì' nu' poteva terà' 'na ceppa; ma po' tanta fatica hagge fatte 'nfino
ch' aggio terato e nc'è asciuto 'stu cuorne; e mo' mme n'hagge 'a
ì'.»--«Vire, ca se tuorne 'n' ata vota ccà, ì' nun te ronche cchiù a
mangià'.»--Chisto sse n'iette; arrivave a chella città, truvave pure
'a Reggenella iuchanne. Rice:--«Vulite iucà' cu' mme?»--«Sine.»--Sse
mettettere a ghiucà', e chella vencette. Sse vutave isso:--«I'nun
tenghe renare pe' te pavà'; ma te voglio fa verè' 'na cosa».--Cacciave
'o cuorne; ss' 'o mettette 'mmocca e ascettere 'e surdate. Terave 'o
sciato: 'e surdate sse ne trasettere. Recette 'a Reggenella.--«Voglio
fà' ì pure».--Ss' 'o mettette 'mmocca, cacciave 'e surdate; e po'
ss' 'e turnave a terà'[5] e sse ne fujette cu' tutto 'o cuorne.
Chisto le currette appriesso. Quanno fuje addò 'o padre.--«Papà,
papà, chisto mme vo' vattere».--Piglia 'o Re, 'o facette afferrà' e
'o facette mettere carcerate; 'o facette sta treie, quatte iuorne e
'o cacciave. Chisto sse n' iette addò 'o padre 'n'ata vota.--«Ta',
mme vulite rà' a mangià'?»--Recette 'o padre:--«Addò' si' state
fino a mo?»--Rice:--«Mm' è succieso accussì accussì; 'a Reggenella
mm'ha luvate 'o cuorne».--«Vattenne 'a ro' si' benute».--«Ta', i'
fatiche».--«E statte».--'O mannave a fatecà'. Chisto 'n'ata vota iette
a terà' 'na ceppa 'e 'rammegna: terave 'nu cappotte. Ss' 'o mettette
'ncuolle e nu' nze vereva cchiù; ss' 'o luvave e sse vereva. Sse piglia
'ô cappotte e sse ne fuje 'n'ata vota a chella città. Truvave 'a
Reggenella rinto a chella stessa cantina, ca pure steva juchenne. Sse
nce mettette a ghiucà' e pure perdette. Rice:--«I' manche tenghe renare
pe' ve pavà', ma mo' ve facce abberè' 'na cosa».--Cacciave 'ô cappotte;
ss' 'o mettette 'ncuolle, e 'a Reggenella nun 'o vereva cchiù.
Rice:--«'O voglio verè', 'o voglio verè'!»--Ss' 'o pigliave 'mmane; ss'
'o mettette 'ncuolle e sse ne fujette[6]. Chillo nun 'a verette cchiù,
sse ne turnava a ghì'. Venimmoncenne mo' 'â Reggenella. Carette malate;
steva pe' murì'. Mannavene chiammenne 'nu prèvete p' 'a fà' cunfessà.
'O sapette chill'omme; sse vestette 'a prèvete e 'a jette a cumbessà'.
Quanno fuje all'urtemo le spiava:--«Tu avisse arrubbate cocche vote
caccosa?»--«Gnernò!»--«Ricordatelle buone, 'a malatia t'âvesse fatte
scurdà'?»--«Mo' mme ricordo: 'na vota a 'n omme l'arrubbaje 'na vorza,
'nu cuorne e 'nu cappotte».--«Embè', rancelle».--«Vene ccà e nce 'o
donche».--«Rammelle a mme, ca nce 'o porte i'».--Chesta nce 'o dette.
Isso sse pigliava tutte cosa e sse ne fujette. 'A matina appriesso,
ievano trovanne chillu prèvete, ca serveva 'n'ata vota, e nun 'o
putettere arrivà' a truvà'. Chiammavene 'n ato. E chillo sse n'era
fiuto[7] cu' tutt'e tre 'e cose ssoje. Cucherecù! Ssi 'o vuò' cchiù
bello t' 'o rice tu.
NOTE
[1] È una lezione, che appartiene alla SECONDA SERIE delle
varianti, indicate nella prima Nota alla versione milanese precedente
(Ved. pag. 88). _Reggenella_, vale a dire figliuola del Re, Principessa
Ereditaria; in Siciliano _Regginotta_.
[2] _Grammegna_, _'rammegna_, gramigna. NICCOLÒ LOMBARDI,
nella _Ciucceide_, ne ricava spiritosamente l'etimologia di Gragnano,
dove pone la Reggia de' Ciuchi.
Sett'a 'na gran montagna de la _Costa_,
Da la banna de _Napole_, è 'nomonte,
Che poco da _Sorriento_ sse descosta
E la _Torre_ co' _Buosco_ le sta' 'nfronte;
Bello, che pare propio fatto apposta
Pe' marchise, pe' princepe e pe' cuonte;
Detto, da la grammegna, Grammegnano;
Po' sse corroppe e sse chiammò _Gragnano_.
Racconta il DOMENICHI, che--«Don Bernardin Velasco, il quale fu....
Gran Contestabile di Spagna, persona molto nobile et galante, era
grandemente innamorato d'una donzella della Reina, et, secondo il
costume di Spagna, affezionatamente la serviva. Et perchè egli le
voleva tutto il suo bene, diceva: _che non le mancava nulla a farla
perfettamente bella, se non che ella avesse un poco più carne_;
perciocchè ella era magretta, anzi che no, come ordinariamente sono
le fanciulle. Questa fanciulla, come s'usa in corte, avea donata una
impresa di color verde al suo innamorato Velasco, confortandolo in
quel modo a sperar bene del suo amore, acciò che egli vestisse la sua
famiglia di quel colore. Comparendo dunque il Velasco et avendo vestito
tutti gli staffieri et servidori suoi di verde, se gli fece incontra
Consalvo; et lodando quella nuova livrea, disse: _Voi l'avete inteso
benissimo, Signor Velasco; perciocchè con cotesto verde ingrasserà ella
tosto_. Burlando in questo modo la sua innamorata magra, et pigliando
l'acutezza del motto dalla pastura delle mule. Perchè gli spagnuoli
chiamano _verde_ la gramigna fresca et la brocca, che essi danno di
primavera alle mule per farle ingrassare. [Il motto parve bellissimo et
vivo a tutti i galantuomini di quella corte]».--
[3] _Sceppà'_, _scippà'_; graffiare, sgraffiare; strappare; rubare.
Il Padre Casalicchio ha tentato di aulicizzar la parola:--«Scippare
continuamente i canuti capelli di mezzo ai negri (IV. 3. IV.)»--
[4] _Trasì'_, entrare. BASILE:
Non ghire summo summo,
Non ghire scorza scorza,
Ma spercia e trase dinto;
Ca chi non pesca 'nfunno
È 'no bello catammaro a 'sto munno.
[5] Che potenza di polmoni! Ricorda le millanterie di Orlando, nel
_Ciapo Tutore_ del FAGIUOLI:--«Non v'era pure una nave... Ne veddi
alcune da lungi, che avevan già fatto vela. Io mi posi sul lido, e con
veemenza grande, tirando a me il fiato addietro, a dispetto de' venti
contrarii, feci retrocedere una di quelle navi maggiori; dove subito
entrato, mi condussi prosperamente a Livorno».--