sbanditi che rompessero il bando: non però di ucciderli e nemmeno di
perseguitarli fuor dei confini. «Chi ucciderà o sarà cagione di morte
ad un omicida che s’astiene da’ mercati conterminali (cioè dai paesi
confinanti), dai ludi e dai sagrifici anfizionici, sarà colpevole come
se avesse spento un Ateniese.» «Chi fuor dei confini travaglierà con
persecuzioni o carcere od altra molestia qualche omicida spatriato,
che sia immune da confisca, sarà condannato in multa, come se in paese
fosse venuto a tali eccessi.» Demost., _Contro Aristocr._: «Legge
umana e bellissima! — esclama Demostene nel commentarla. — Pensava
il legislatore che ben convenisse sbandeggiare l’omicida se scampò
trafugandosi: ma ucciderlo ovunque gli parve nefando: perchè l’esempio
inciterebbe gli altri, onde l’unico estremo scampo verrebbe meno ai
raminghi, il posare in terra da loro non insanguinata... E in verità
non è egli atroce che quei fuorbanditi a cui la legge, purchè non
tocchino le cose loro interdette, concede riposata vita, sieno invece
ludibrio di ferocia e si veggano contesa quella consolazione di cure
che tutti, sebbene prosperità ci sorrida, dobbiamo alla sventura,
incerti delle sorti a noi serbate dai cieli?» (Demost., _ibid._ —
Meurs., _Them. Att._, I, 20).
[376] Tucid., _G. Pelop._, VIII, 14-25.
[377] Tucid., VIII, 18. Il trattato fra la Persia e i Lacedemoni (anno
412 av. l’E. V.), di cui a questo paragrafo Tucidide ci trasmise il
testo, dovette, al pari dei principali successi della guerra, esser
opera massimamente d’Alcibiade; come si arguisce dallo stesso Tucidide
(VIII, 14, 17) e da Plutarco, secondo il quale la voce pubblica in
Isparta attribuiva ad Alcibiade «la prospera direzione della maggior
parte degli affari» (Plut., _Alcib._, 25).
[378] Le _scitale_ (σκυτάλη) in uso fra gli Spartani per la
corrispondenza segreta di Stato, erano bastoncini di legno nero,
rotondo, lungo e levigato. Di due scitale perfettamente uguali l’una si
dava al capitano che partiva per la guerra, l’altra era ritenuta dagli
efori. Volendo questi scrivere una lettera al capitano o viceversa,
che non fosse letta da alcuno, voltolavano intorno alla scitala una
striscia lunga e stretta di cuojo o d’altro, bianca, a foggia di
spirale, e sovr’essa scrivevano; quindi svolta la banda e piegatala
in vari doppi, la davano a portare all’araldo. Il capitano ricevendola
spiegava la striscia, la rigirava sulla sua scitala e così i lineamenti
delle lettere sparsi sulle varie parti della striscia tornando a
combinarsi per la identità del bastoncino, egli potea leggere l’ordine
ricevuto (Tucid., I, 131; Pind., _Od._, VI scol.; Plut. in _Alcib._;
Ttzetzes., _Chil._, IX, c. 258; Suida a q. v.; Auson. _ad Paul._, ep.
23).
[379] Del poter militare e politico degli efori, sopraintendenti
in tempo di guerra alla direzione delle operazioni militari, alla
conclusione dei trattati, ecc., si è accennato sopra alla nota 11
(Confr. su questi poteri militari e politici, Tucid., V, 19, 36; VI,
88; VIII, 12; Senof., _Anab._, II, 6; _St. Ell._, II, 4; III, 1, 2; IV,
2; V, 2, 4; VI, 4; _Rep. Lac._, 11; Plut. in _Lisand., Cleom._).
[380] Si è già notato altrove che nell’esercizio di quella loro
autorità militare e politica, gli efori agivano come mandatari e
rappresentanti dell’assemblea del popolo (ἐκκλησία), alla quale
prendean parte tutti i cittadini, con voto deliberativo, benchè,
sembra, solo gli efori e i magistrati vi avessero diritto a parlare; e
le cui decisioni approvate si promulgavano come decreti dei magistrati.
«Parve agli efori e _all’assemblea esser necessario uscire in guerra_»
(Senof., _St. Ell._, IV, 6). «_Gli efori e il popolo della città_»
(ib., V, 2). «_L’assemblea dei Lacedemoni delibera_» (Tucid., V, 77). —
Cfr. Müller, _Dorier_, lib. III, 5.
[381] Essendo gli Spartani nelle cose di guerra osservantissimi dei
segni celesti, l’accorto Alcibiade, capitano di Sparta, non era uomo da
trascurarli. Una legge di Licurgo vietava uscir ad oste o dar battaglia
innanzi al plenilunio «_perchè credeva non avesse eguale potenza la
luna crescente e la mancante, e che ogni cosa fosse governata dalla
luna_» (Luciano, _Astrol._). — Indi ricordavansi per proverbio le _lune
laconiche_ (λακωνικαὶ σελήναι) (Diogenian., _Cent._, VI; _Prov._, 30) a
proposito del troppo indugiare in una cosa, aspettando l’opportunità.
Ricordavano gli Spartani di Eurota loro re, che per aver voluto dar
battaglia agli Ateniesi, senza osservare quella legge, e sprezzando
i segni astronomici, perdette la battaglia e la vita, e gettossi
nel fiume che da lui prese il nome (Plut., _De flum._). All’epoca
dell’invasione di Dario, Sparta, richiesta da Atene di soccorsi, li
indugiò aspettando il plenilunio: onde gli Ateniesi dovettero pugnar
soli a Maratona (Pausan., _Attic._). Bensì Ermogene riferisce che dopo
appunto la battaglia di Maratona gli Spartani trattarono di abolire
quella legge (Hermog., _De invent._, II); ma nè da Ermogene stesso,
nè altronde si rileva che l’abolizione seguisse effettivamente (Cfr.
Cragius, _Rep. Lac._, III, 12; Meurs., _Misc. Lac._, II, 9).
[382] Gelosissima era Sparta nell’accordar l’ambito onore della
propria cittadinanza: tanto che Erodoto non ricorda se non in via di
eccezione l’esempio di Tisameno e di suo fratello Egia, come dei _due
soli_ stranieri ai quali quell’onore venisse, in un caso di suprema
importanza, conceduto (Erod., IX). Di altri stranieri che nei tempi più
antichi ottenessero la cittadinanza di Sparta, ricordavasi ancora il
solo Tirteo: _al quale l’abbiam data_, diceva re Pausania, _affinchè
non paja e si dica che abbiam avuto un capitano forestiere_ (Plut.,
_Apof. Lac._; Plat., _Leg._, I, 629). La quale osservazione applicavasi
esattamente al caso di Alcibiade (Cfr. lo scoliaste di Tucid. al lib.
I, 77: e il Meurs., _Misc. Lac._, IV, 10). Circa i vincoli antichi di
ospitalità che già univano Alcibiade a Sparta, vedi sopra nota 17.
[383] «_Ibi_ (Spartae) _ut ipse praedicare consueverat, non adversus
patriam sed inimicos suos bellum gessit quod iidem hostes essent
civitatis_» (Corn. Nep., _Alcib._, 4). Così pure nel discorso agli
Spartani, riferito da Tucidide, Alcibiade dice: «Niuno di voi prenda
sinistra opinione di me, perchè, riputato una volta amator della
patria, adesso di conserva co’ suoi capitali nemici vigorosamente
l’assalgo... Esule, sì, io fuggo la nequizia di coloro che mi
cacciarono. I nemici peggiori non sono quelli che come voi recarono
qualche danno al loro nemico, ma bensì coloro che costrinsero gli amici
a diventar nemici» (Tucid., _G. Pel._, VI, 92).
[384] Nello stesso discorso agli Spartani, Alcibiade prosegue: «La
carità di patria io la pongo non dove sono oltraggiato, ma dove con
sicurezza godo della cittadinanza: nè credo di andar adesso contro una
patria ancor mia, ma di riacquistare quella che non è più mia. Giacchè
giusto amator della patria non è quegli che avendola ingiustamente
perduta si astiene dall’assalirla, ma chi per desiderio di lei tenta
ogni modo di ricuperarla» (Tucid., _G. Pel._, VI, 92).
[385] _Alcib._ Io non vorrei neppur vivere se fossi codardo (οὐδὲ ζῆν
ἀν ἐγὼ δεξαὶμην δειλός ὦν). — _Socr._ E ti sembra, n’è vero, la viltà
il maggior dei mali? — _Alcib._ Mi sembra. — _Socr._ Eguale persino
alla morte? — _Alcib._ Eguale (Platone, _Primo Alcib._, p. 115).
[386] Plut. in _Alcib._ — La famosa _zuppa_ o _brodo nero_ (μέλας
ζωμός) formava insieme colla maza (vedi nota 8) il principalissimo
alimento spartano. Che non dovesse essere un cibo delizioso, è lecito
arguirlo dall’aneddoto del tiranno Dionigi di Siracusa, il quale,
per curiosità, avendo ordinato ad un suo cuoco, spartano, di fargli
la zuppa nera, appena assaggiatala, la sputò fuori nauseato: di che
il cuoco gli affermò di non sorprendersi, «dacchè alla zuppa mancava
il meglio dei condimenti: cioè _la fatica nella caccia, il sudore, i
bagni freddi nell’Eurota, la fame e la sete: con tali cose condiscono
i Lacedemoni i loro cibi_» (Plut., _Instit. Lac._, _Lic._, _Agide_;
Stobeo, _Serm._, 29; Cicer., _Tuscul._, V).
[387] Plutarco in _Arist_. — Corn. Nep., _Arist_.
[388] Intorno a Pausania, re di Sparta, al suo tradimento verso la
patria, alla sua morte ignominiosa, vedi la vita di lui in Cornelio
Nepote; e Tucidide, I, 95, 128-134.
[389] Vedi quadro I, nota 37.
[390] Alla battaglia di Coronea combattuta dagli Ateniesi contro i
Beozj (447 av. l’E. V.) rimase morto il padre di Alcibiade, Clinia: e
perciò ai morti di Coronea si riferisce l’epigrafe citata da Timandra
in questo punto; la quale propriamente fu tradotta — salve alcune
abbreviazioni e modificazioni mie — da quella di una lapide eretta in
onor degli Ateniesi morti a Potidea, che fu trovata in una pianura
dell’Accademia presso Atene e passò a far parte della raccolta dei
marmi di lord Elgin (Boeckh, _Corpus Inscript. graec._, I, p. 300).
Un’altra epigrafe sui morti nella battaglia di Cheronea (contro Filippo
il Macedone), meno bella, abbiamo in Demostene, _Corona_. Intorno
all’uso delle iscrizioni sui monumenti sepolcrali fra i Greci, vedi
anche Gallus, III, p. 300; Becker, Char., III, 111; Robinson, _Anticq._
[391] Sugli onori e sulle offerte che davano i Greci alle tombe — e
che erano destinati a placare le divinità infernali e i mani degli
estinti, — vedi Esch., _Pers._, _Coef._; Sof., _Elett._, _Antig._;
Eurip., _Elett._, _Alcest._, _Orest._, _If._ in _Taur._; Anacr.;
Om., _Odiss._; Luciano, _Del lutto_, _Caronte_, ecc. Consistevano
in ciocche di capelli, ed erbe e fiori sparsi sulle tombe — rose,
mirti, amaranti, viole, prezzemolo (indi il proverbio _abbisognar di
prezzemolo_, σελίνου δεῖσθαι, Plut., _Timol._, per indicar persona in
punto di morte); in profumi preziosi e in libazioni (ἐνάγισμα, χοαὶ)
di sangue, di vino, di latte fresco, di miele, di acqua. In ispecie
il miele, come _emblema della morte_, θανάτου σύμβολον, raramente
dimenticavasi nelle libazioni: indi il nome di μέλισσαι dato alle
anime dei defunti, e di μειλίχιοι agli dèi infernali. I fanciulli non
ancor giunti all’adolescenza, e i morti sotto l’imputazione di delitti
commessi o di una condotta disonorante, non avean diritto nè alle
libazioni, nè agli altri onori. Queste cerimonie avean luogo il nono e
il trentesimo giorno dopo i funerali del morto; ma rinnovavansi in dati
giorni del mese di antesterione, consacrati ai morti (μιαραὶ ἡμέραι
— Esich.) — e in altri anniversarj detti _giorni nemesj_ (νεμέσια —
Suid.) da Némesi, sotto i cui auspicj si celebravano; nei quali giorni
credevasi che i mani degli estinti abbandonassero per alcuni istanti
le eterne dimore e venissero a raccogliere le lagrime dell’amicizia
(Lucian., _Caronte_). È ad uno di questi giorni che accenna Timandra
in questa scena. — Gli Ateniesi si distinguevano poi fra tutti i Greci
nell’onoranze agli estinti e nell’osservanza delle sepolture. Sappiamo
da Euripide (_Suppl._) ch’essi intrapresero una guerra al solo fine
di ottener sepoltura ai sette duci di Argo, caduti sotto Tebe; ed è
nota la condanna dei capitani ateniesi vincitori degli Spartani alle
Arginuse, puniti di morte per non aver ripescato dal mare e seppelliti
i cadaveri degli Ateniesi morti nella battaglia (Diod. Sic., XIII, 18).
E Demostene vanta gli Ateniesi perchè «soli fra tutti i popoli, agli
estinti per la patria diedero onoranza di tombe e di funebri elogi ad
eternar le gesta dei forti» (Demost., _Ad Leptin._) — Massimi infatti
erano, fra tutti, gli onori ai caduti in guerra, ai benemeriti, pei
grandi servigi, della patria, eguagliati agli dèi (ἰσόθεοι): sui quali
onori funebri vedi Platone, _Meness._; Arist., _Panaten._; Diod. Sic.,
XI, _ecc._
[392] Questa idea religiosa di Timandra trovava un riscontro non solo
nelle idee, ma anche nelle leggi ateniesi, che dichiaravano irrite
e nulle _le cose fatte nell’ira_ (Siriano in _Hermog_.; Sulp. Vict.,
_Instit. Orat_. — Meursius, _Themis Att_., II, 23).
[393] L’asta (δόρυ) era veramente l’arma nazionale laconica; nel cui
maneggio la fanteria spartana primeggiava terribile fra tutti i Greci
(Plut, in _Agesil_.; Procopio, _ep. ad Musaeum_; Greg. Naz., ep.
139). Indi Sparta medesima gloriavasi del titolo: _coronata d’aste_,
δορυστέφανος (Diogen. Laerz. in _Chil_., 1). L’asta spartana sembra
fosse all’epoca del dramma ancor quella dei tempi eroici: lunga, di
frassino o altro legno duro, con punta di ferro. Più tardi Cleomene
sostituì all’asta spartana la _sarissa_ maneggiabile a due mani (Plut.
in _Cleom_. — Cfr. Meursius, _Misc. Lac_., II, 1).
[394] La siela (ξυήλη) era la spada spartana: o più propriamente, a
differenza della spada propriamente detta (ξίφος), la siela non era
che un pugnale di forma ricurva o falcata, e cortissimo: del quale
gli Spartani, usi assalire in ordinanza coll’aste, non si servivano
che al bisogno, quando trovavansi impegnati nella lotta corpo a corpo
(Senof., _Anab._, IV; Poll., I, 10; X, 6; Esich.). Indi, a un ateniese
che scherzava sulla brevità delle siele spartane, dicendole tanto corte
che un cerretano le poteva ingojare, il re Agide rispondeva: _Eppure
con esse noi raggiungiamo i nemici!_ (Plut. in _Licurgo_). E Antalcida
a chi gli chiedeva perchè i suoi concittadini adoprassero pugnali
così corti: _Per poter combattere coi nemici più da vicino_ (Plut.,
_Apoft. Lac_.). Fra gli Ateniesi, la siela spartana era nota, come arma
speciale, sotto il nome di κνῆστις.
[395] Nello scolio di Ibria lo scudo (ἀσπὶς) dei Lacedemoni e in genere
dei Dori è chiamato propriamente λαισηῖον; ch’era una targa fatta di
foglie metalliche e pelli di bue non preparate, sovrapposte le une alle
altre. Gli Spartani attribuivansi l’invenzione di quest’arma: — usavano
servirsene col mezzo di correggie tese e attaccate con anelli; per le
quali correggie (τελαμών) sospendevano, nel portarlo seco in marcia,
lo scudo dietro le spalle; più tardi dell’epoca del dramma, Cleomene
vi sostituì le anse (ὀχάνη) a forma di bracciale (Plut. in _Cleom_.;
Stefano; Meurs, _Misc. Lac_., II, 2).
[396] Eustazio, _ad Iliad_, β’. — Pausan., _Messen_., 28.
[397] Portavano gli Spartani in guerra tuniche rosse (πυτὰ, φοινικὶδες)
per ornamento militare e per nascondere il sangue delle ferite (Senof.,
_Rep. Lac_.; Plut., _Lic_.; Elian., _V. St_., VI, 6; Esichio; —
Cragius, _Rep. Lac_., III, 6; Müller, _Dorier_, lib. III, 12). Alle
tuniche poi sovrapponevano piccole e strette corazze di feltro, cioè
fatte di lana costipata, macerata nell’aceto, come arguiscono il Peyron
e lo scoliaste di Tucidide al lib. IV, 34.
[398] Il pileo (πῖλος) era la copertura del capo degli Spartani che
serviva loro in battaglia da elmo, a riparo dall’aste e dalle frecce
(Tucid., IV, 34; Festo; Licofr., _Cass_.). Lo portavano nella milizia i
soli cittadini; e coperti del pileo raffiguravansi i due Dioscuri; onde
il loro soprannome di _fratelli pileati_ (Catul., _Epigr._, 38; Paus.,
_Mess_., 27). Il pileo era fatto esso pure di feltro e aveva la forma
appunto di una calotta o propriamente di un mezzo uovo: poichè diceasi
che Castore e Polluce, generati dall’uovo di Giove trasformato in
cigno, si servissero ciascuno del rispettivo mezzo uovo a guisa d’elmo
(Tzetzes; Meurs., _Misc. Lac_., I, 17).
[399] Allude al fortissimo Brasida che sconfisse Cleone e gli Ateniesi
nella battaglia di Amfipoli, dove morì (vedi Tucidide, libro V; Plut.,
_Apoft. Lac._).
[400] Oltremodo avari e parchi di ricompense militari addita Demostene
gli Spartani: «Per piegarvi (o Ateniesi) a lasciare inonorata ogni
azione di merito, mi si contrapporranno i Lacedemoni, maestri di civile
sapienza, ed i Tebani, i quali non concedono siffatte onoranze, eppur
non mancano di valorosi» (Demost., _C. Leptin._). Però come l’infamia
accompagnava i codardi, così la gloria e la riverenza universale
dei cittadini, erano massima ricompensa ai valorosi (vedi Tirteo,
_Elegie_).
[401] ἤ ταύταν ἤ ἐπὶ ταύταν — così apostrofavano, com’è noto, le madri
spartane i loro figli, partenti per la guerra, nel consegnar loro le
scudo: perdere il quale in battaglia era massima infamia (Aristot. pr.
Stobeo, _Serm._, VII; Sesto Empir., _Pirr. Ipotip._, III, 24; Aristen.,
_Lett._, II, 17).
[402] Intorno alla pianta e topografia di Atene, vedasi l’opera, fra le
tante la più completa, del Wachsmuth, _Die Stadt Athen_.
[403] Ὅ Φαῖβ’ Ἄπολλον καὶ θεοὶ καὶ δαὶμονες (Aristof., _Pluto_, v. 81.
— Cifr. Alcifr., _Lett_., I, 20; III, 29).
[404] Plut., _Alcib_., 32; Senof., _St. Ellen_., I, 4. — La esitanza di
Alcibiade a scendere a terra, era giustificata dal fatto che sebbene
egli fosse stato richiamato dal popolo, tuttavia la sentenza di morte
contro di lui non era ancora legalmente annullata.
[405] περὶ ονου σκιᾶς, _per l’ombra dell’asino_ — ossia per una inezia,
per una causa futile, _per una man di noccioli_. Proverbio fra i
Greci usitatissimo, per significare il bisticciarsi o andar in collera
per cose da nulla (Aristof., _Vespe_, 191; Plat., _Fedro_; Luciano,
_Ermot_.; Demost., _Della pace_; Procop. Sof., _Lett_., 33). Demostene,
con arguzia ateniese, fece un dì la storia di questo proverbio
(proverbio più antico di lui, siccome già usato da Aristofane e
Platone) in una pubblica aringa. E cominciò col narrar la favola di due
uomini che facean viaggio insieme, dei quali l’uno conduceva l’asino
dell’altro. Essendo cocentissimo il sole, nacque contesa fra i due per
l’ombra dell’asino, la quale ciascuno di essi voleva godere per sè. Il
padrone dell’asino diceva di aver noleggiato l’opera dell’asino e non
già la sua ombra, l’altro replicava che l’ombra era parte dell’opera.
Qui, Demostene tace: e il popolo a insistere curioso, chiedendo che
narri come la contesa andò a finire: e Demostene subito: _Ah dunque a
parlarvi dell’ombra dell’asino state attenti ad ascoltare; e quando vi
si parla degli affari della Repubblica, non volete saperne!_ (Plut.,
1558).
[406] «_Sic enim populo erat persuasum, et adversas superiores et
praesentes secundas res accidisse ejus_ (Alcibiadis) _opera. Itaque et
Siciliae amissum et Lacedaemoniorum victorias culpae suae tribuebant;
quod talem virum et civitate expulissent.... Nam postquam exercitui
praeesse ceperat, neque terra, neque mari hostes pares esse potuerant_»
(Corn. Nep., _Alcib_., VI). — Cfr. intorno ai mutati sentimenti del
popolo ateniese verso Alcibiade, quali si accennano in questa scena, e
ai trasporti di entusiasmo popolare succitati dal suo ritorno. — Plut.,
_Alcib_., 32; Diod. Sicul., XIII, 68; Senof., _St. Ellen_., I; Aten.,
_Deipnos_, XII, 535 e.
[407] L’azione pubblica era diritto in Atene di ogni cittadino:
concesso a chiunque il trarre un cittadino in giudizio, sotto l’accusa
di delitti contro la religione o lo Stato, d’infrazione alle leggi,
ecc. _Sicofanti_ (συκοφάνται) dicevansi gli accusatori; ai quali, se
non riuscivano a provar l’accusa, era inflitta la multa di mille dramme
(Plat., _Apol_., c. 25; Demost., _C. Timocr_.). Però in origine il
nome (da σῦκα φαῖνειν, _palesare i fichi_) applicavasi propriamente ai
denunziatori dei cittadini che esportassero fichi dall’Attica; poichè
in tempo di carestia, saliti gli alimenti a prezzi eccessivi, una legge
aveva vietato l’esportazione dei fichi e dei prodotti in genere, ad
eccezione delle olive, sotto pena di essere maledetto dall’arconte o
multato in 100 dramme; e non essendo stata in appresso quella legge
revocata, uomini abbietti se ne valsero per denunciare i cittadini
che davansi a quel genere di commercio. In seguito il nome significò
accusatori in genere: quando poi la manìa dei litigi, sviluppando fra
gli Ateniesi la manìa delle denunzie e delle false accuse, moltiplicò
fra di loro la razza dei sicofanti di professione, quel nome diventò
anche sinonimo di _calunniatore_ e di _falso testimonio_ (Isocr., _De
permut_.; Demost., _pro Phorm_.; Scol. in Aristof., _Pluto, Caval._;
Plut., _Solone_; Ulpiano; Suida).
[408] φιλολὰκων, _amico degli Spartani_, epiteto sotto il quale la
sospettosa democrazia ateniese designava quei cittadini ch’erano in
voce di parteggiare segretamente per gli Spartani e di cospirare per
ristabilir in Atene la tirannide. Queste due accuse significavano
pressochè la stessa cosa: poichè gli uomini del partito aristocratico
in Atene erano in generale accusati di simpatizzare per l’oligarchia
spartana e di maneggiarsi a introdurre in Atene gli stessi ordinamenti
politici. L’epiteto poi di _filolácone_ era divenuto, durante la guerra
del Peloponneso, comunissimo e quasi equivalente di traditore (Cfr.
quadro IV, n. 16).
[409] νὴ τὰς φίλας Ὥρας — _per le care Ore!_ (Aristea., _Lett_., I,
11). — Le _Ore_, ossiano le _stagioni_ (perchè ὡραὶ in Omero non vuol
dir altro, e la parola conservò tra i Greci lo stesso significato),
aveano tempj e riti e feste proprie in Atene, Corinto ed altre città.
Le si imploravano nella lor festa annua in Atene, siccome dee autrici
della fecondità o sterilità del suolo, del bel tempo e del sereno; per
aver propizie le stagioni e tener lontana la siccità, la grandine, ecc.
Libavasi ad esse insieme che alle Grazie ed a Bacco (Omero, _Iliad_.,
V; Esiod., _Teog._; Orfeo; Aten., II, 36 d.; 38 c.; XIV, 656 a. —
Casaub., 933. — Pausan., _Attic. Corint_., ecc.).
[410] πάλαι ποτ’ ἤσαν ἄλκιμοι Μιλήσιοι (Aristof., _Pluto_, 1002, 1075;
cfr. _Vespe_, 1060; Sinesio, _Lettere_, LXXXI). Proverbio significante:
_non sei più lo stesso d’una volta; son passati quei tempi_, ecc. Nella
parabasi delle _Vespe_ è il coro dei vecchi ateniesi che adopera,
applicandolo a sè stesso, e rimpiangendo la vigoria degli anni
giovanili, quella frase del proverbio.
[411] Apoll. Rod., _Argon_.; Alcifr., _Lett_., III, 38; Plauto,
_Anfitrione_. Indi l’epiteto di τριέσπερος che in Luciano e in
Licofrone è dato ad Ercole perchè generato in tre sere.
[412] Mercurio o Ermete (Ἑρμῆς) era invocato come loro speciale
protettore dagli usurai, dai trecconi, dai mercanti, dai barattieri e
simil gente. Al che accennano parecchi de’ tanti soprannomi ch’eran
dati a questo Dio: lo si chiamava infatti κερδῶς, _apportator de’
guadagni_ (Alcifr., _Lett._, III, 47); ἐριούνιος, _assai giovevole_,
portator di cose utili (Arist., _Rane_, v. 1144; Omero); ἀγοραῖος
_preside dei mercati_ (Arist., _Cav_., v. 297), nel qual caso gli
si poneva in mano una borsa; στροφαῖος, _astuto_ (Aristof., _Pluto_,
1153); ἐμπολαῖος, _presiedente ai contratti_ (Aristof., _Pluto_, 1155);
δόλιος, _conciliator delle furberie_ (Aristof., _Pluto,_ 1157; _Tesm_.,
1202). Lo si chiamava pure, secondo gli altri suoi vari attributi ed
officj, Mercurio ἀλεξίκακος, _stornator dei mali_ (Aristof., _Pace_,
422); χθόνιος, _terrestre, sotterraneo, guidator delle anime dei morti_
(Sof., _Elet_., 110; Aristof., _Rane_, 1126, 1145; Omero, _Odissea_,
24); ἔναγώνιος, _preside de’ giuochi agonali_ (Aristof., _Pluto_,
1161); δίακονος, _ministro degli Dei_; ἠγεμόνιος, _guida nei viaggi_
(Aristof., _Pluto_, 1559); πυλαῖος, _guardiano delle porte_; νόμιος,
_pastorale_ (Aristof., _Tesm_., 977). Cfr. sui molteplici officj di
Mercurio, Luciano, _Dial. degli Dei; Dial. dei morti_; ed Erasmo.
[413] Allusione proverbiale ad alcuni versi di Esiodo (_Oper._, v. 288
seg.). Così, per esempio, in Luciano: «La casa della virtù sta lontano
assai, come dice Esiodo...» (_Ermot._, 2).
[414] Cfr. in Aristofane: «Nemmeno una delle donne d’oggidì tu potresti
chiamar Penelope; Fedre le puoi chiamar tutte» (_Tesmof._, 549).
[415] Allusione proverbiale al verso di Omero nell’_Odissea_: Ἀσπάσιον
λέκτοριο παλαιοῦ θεσμὸν ἴκοντο. Dello sfoggiar di erudizione dei
parassiti in genere, e del nostro Cimoto in ispecie, si è già accennato
al quadro III, n. 37, 38.
[416] Sugli _arconti_, vedi quadro II, nota 6.
[417] Dacchè in Atene s’istaurò il governo popolare, il comando delle
milizie fu ripartito fra dieci capitani o _strategi_ (στρατηγοί),
eletti dall’assemblea del popolo a maggioranza di suffragi, uno per
ciascuna delle dieci tribù. È noto il frizzo di Filippo il Macedone,
che diceva di invidiar gli Ateniesi perchè tutti gli anni trovavano
dieci uomini capaci di fare il generale, mentr’egli in tanti anni
non era riuscito a trovarne che uno solo. Tutti i cittadini, anche
dell’ultima classe, meno quelli colpiti d’infamia o morte civile
(ἀτιμία), potevano essere eletti a quella carica, purchè provassero
in apposito esame (δοκιμασία) di possedere i requisiti voluti dalla
legge per l’esercizio di una funzione pubblica (esser nato di genitori
liberi ed ateniesi, aver compiuto i doveri figliali verso di loro,
venerare gli Dei della città, aver servito onoratamente nell’esercito,
non aver commesso azioni disonoranti): e alcuni speciali prescritti
per la carica: aver figli e poderi nell’Attica, non aver liti pendenti
in giudizio, ecc. — Gli strategi venivano eletti, come tutti gli altri
magistrati, per un solo anno; potevano però essere rieletti; avevano
potere eguale, con attribuzioni diverse, e ciascuno di essi, per turno
quotidiano, avea il comando supremo; decidevano adunati in consiglio di
guerra, a maggioranza di voti; in caso di divisione di pareri, a evitar
ritardi nelle risoluzioni, aggiungevasi ai dieci capitani un altro
magistrato, il _polemarco_ (πολέμαρχος), il cui voto era in tal caso
decisivo. Al _polemarco_ spettava pure di diritto il comando dell’ala
sinistra dell’esercito. Gli strategi, insieme col comando supremo delle
forze di terra e di mare e con tutte le attribuzioni inerenti (liste
di leva, congedi, equipaggiamento, tribunali militari, ecc.), avevano
anche il diritto di convocare il popolo in assemblea straordinaria:
diritto non concesso che ad essi ed ai pritani del Senato. Essi erano
poi strettamente responsabili del loro operato in guerra e della
loro gestione all’assemblea. — Quanto al grado di capitano supremo
(στρατηγὸς, αὐτοκράτωρ), che fu dato ad Alcibiade al suo ritorno,
e il quale gli attribuiva la supremazia sugli altri nove strategi,
era un grado affatto eccezionale e non conferito che in circostanze
straordinarie. Per tutto il tempo che durò la repubblica d’Atene,
quattro soli ateniesi ne furono investiti.
Ai dieci strategi erano addetti, uno per ciascuno, e sotto la loro
immediata dipendenza, dieci _tassiarchi_ (ταξίαρχοι), che noi diremmo
_intendenti_, incaricati delle riviste, delle provvigioni, ecc. La loro
giurisdizione limitavasi alla fanteria.
La cavalleria era comandata, sempre sotto gli ordini degli strategi,
da due _ipparchi_ (ἴππαρχοι), i quali avevano alla loro volta sotto i
loro ordini dieci _filarchi_ (φύλαρχοι), uno pei cavalieri di ciascuna
tribù.
Gli ufficiali inferiori traevano poi il nome dalla specie delle armi o
dal numero degli uomini che comandavano. Tali i _chiliarchi_ (che noi
diremmo _colonnelli_), comandanti una chiliarchia (1,000 uomini, oltre
24 subalterni); i _pentacosiarchi_ (grado equivalente a un dipresso al
nostro di _maggiore_), comandanti 512 uomini; gli _ecatontarchi_ (che
sarebbero i nostri _capitani_), comandanti una compagnia, τάξις, di 128
uomini, a ciascuna delle quali era addetto un alfiere o portainsegna,
un trombetta e un furiere; i _tetrarchi_ (che diremmo _luogotenenti_),
comandanti una mezza compagnia o pelottone di 64 uomini, divisi in
4 lochi; i _locaghi_ (_sergenti_), comandanti un loco o squadra di
16 uomini; i _pempadarchi_ (_caporali_), comandanti una pattuglia di
5 uomini (Vedi Tucidide, Erodoto, Senofonte, Plutarco, Demostene,
Polieno, Arriano, Eliano, ecc. — Cfr. Suida, Arpocr.; Potterus,
_Archeol. gr._; Robinson, _Antiq. gr._, Grote, ecc.).
[418] Demostene, _C. Lettine_.
[419] Ad Abido ed a Cizico, dove Alcibiade sconfisse in due gloriose
battaglie navali (411 e 410 av. l’E. V.) la flotta spartana di Mindaro,
si trovarono a combattere sotto gli ordini di Mindaro e come alleate
di Sparta anche le navi siracusane condotte da Ermocrate (Vedi Senof.,
_St. Ellen._, I; Diod. Siculo, XIII).
[420] «Raunato il popolo, dei mali sofferti Alcibiade non incolpò
che leggermente il popolo stesso, attribuendo la causa di tutto a una
qualche cattiva fortuna e a un demone geloso» (τινὶ τύχη πονηρᾷ καὶ
φθονερῷ δαίμονι) (Plut., _Alcib._, 33).
[421] «Si distese poscia a parlare intorno ai nemici, empiendo gli
Ateniesi di buone speranze» (Plut., _ibid._; Senof., _St. Ellen._, I;
Diod. Sic., XIII, 69).
[422] «Dalle navi, o Ateniesi, dipendono i nostri destini» (Demost.,
_Contro Androz._ — Cfr. il mio opuscolo _Alcibiade e la critica_, Op.,
IV, 283).
[423] «Ricordatevi, Ateniesi, i tempi in cui la gratitudine ai
benefattori della patria era sacra, e la colonna di Diofante, già
rammentata da Formione, nella quale è scritto, e voi lo giuraste, di
premiare _come Armodio ed Aristogitone, chi affronta danni e pericoli
per la libertà_» (Demost., _C. Lett._). Di un decreto simile di
ricompense per grandi servigi in guerra, promulgato in favor di Conone,
e inscritto dal popolo sopra una colonna o _stile_, è pur cenno nella
stessa orazione: «Conone ruppe in mare i Lacedemoni e ne cacciò dalle
isole i magistrati e rialzò le vostre mura, e primo vi fece emuli
di maggioranza a Sparta. Perciò a lui solo di tutti nella colonna
fu scritto: _perchè Conone liberò i confederati di Atene_... Donde i
contemporanei non pur gli concessero immunità dai pubblici pesi, ma a
lui primo, quale ad Armodio ed Aristogitone, posero statue in bronzo:
ben giudicando che non aveva spenta piccola tirannide l’oppressore
della possa spartana» (Demost., _ibid._).
[424] «Sovra tutto impose Solone di pubblicar le leggi innanzi
alle statue degli eroi e consegnarle al cancelliere, il quale nelle
pubbliche adunanze le legga, affinchè ciascuno, dal frequente udirle,
ratifichi sempre il giusto e l’utile» (Demost, _C. Lettine_). E
γραμματεῖς, _cancellieri_ o _notaj_, dicevansi appunto codesti
incaricati della custodia delle leggi e degli atti pubblici, dei quali
avean obbligo, in caso di richiesta, di dar copia e lettura al popolo
ed al Senato. Se ne nominavano tre: uno scelto dal popolo e incaricato
della lettura degli atti; gli altri due, scelti dal Senato e addetti
l’uno al protocollo delle leggi, l’altro agli archivi pubblici.
Venivano scelti ad ogni pritania: e duravano in funzione trenta giorni,
dopo i quali davan conto della gestione. Era, del resto, in Atene una
professione disprezzata dai cittadini e abbandonata ordinariamente ai
δημόσιοι, o servi pubblici, la maggior parte trascelti tra gli schiavi
forniti di qualche istruzione (Polluce, lib. 8; Ulpiano, sulla 2.ª
_Olint._; Libanio, sull’oraz. _Parapresb._).
[425] Il formulario delle leggi e dei decreti (νὸμος, ψήφισμα) presso
gli Ateniesi era comunemente quello che vediamo, con poche varianti
dall’uno all’altro, nei molti esempj citati nelle orazioni di Demostene
e degli altri oratori: e sulla scorta dei quali mi regolai nella
redazione del decreto di cui l’arconte ordina in questa scena la
lettura. Nelle sue formole più complete, il decreto d’ordinario recava
prima il nome dell’arconte epónimo in carica; poi successivamente
e per ordine, la data, la pritania, la designazione di chi aveva
convocato l’assemblea in cui il decreto era stato votato (se i pritani
o gli strategi, o secondo che trattavasi di assemblea ordinaria o
straordinaria); il nome di chi avea proposto il decreto; indi il
disposto del decreto; infine la indicazione dei funzionari incaricati
della esecuzione, e da ultimo la ripetizione del nome dell’autore della
proposta (Vedi Demost., _Corona_; _C. Timocr._, ecc.).
[426] Ossia il 25 di Targelione (Vedi quadro III, n. 7).
[427] Vedi sulle pritanie, e sull’assemblee del popolo, quadro II, n.
59.
[428] Vedi sulle tribù di Atene, quadro I, n. 55. — Cfr. quadro II, n.
55.
[429] Plut. _Alc_., 33; Senof., _St. Ellen_., I, 4; Corn. Nep., _Alc_.,
6; Diod. Sic., XIII. 69.
[430] Delle Panatenée o feste di Minerva, vedi al quadro III, n. 59.
Le _Dionisiache_ o _Dionisie_ o _Baccanali_ (Διονύσια, Βακχεῖα),
ossia feste di Bacco, celebravansi nell’Attica con maggior pompa
di cerimonie e di riti che in tutte l’altre città della Grecia. Una
turba farneticante di uomini, gli uni travestiti da Satiri, da Pani e
da Sileni, gli altri raffiguranti Bacco, e il suo trionfo dell’India
e le sue gesta, inghirlandati di edera e di pampini, percorreva le
vie, trascinando capri destinati al sacrifizio, agitando in mano
i tirsi, e intrecciando danze disordinate al suon di flauti e di
tamburi, e a canzoni licenziose e alle grida di _Jacco! Jacco! Evoè!_
Dietro costoro venivano i portatori di vasi sacri, e i deputati
delle tribù, e fanciulle (_canèfore_) di distinta nascita recanti
sul capo canestri d’oro, pieni di frutta; indi una schiera di uomini
(_fallófori_) portanti i falli sospesi a lunghe pertiche; poi altri
uomini (_itifalli_) travestiti da donne, inghirlandati e contraffacenti
gli ubbriachi, poi i _licnofori_ o portatori del ventilabro mistico di
Bacco. — La processione, sfilando di notte, fermavasi ne’ campi e nelle
piazze a offerir vittime a Bacco, tra un concorso immenso di forestieri
e popolo accalcato sui tetti e nelle vie, e al chiarore delle migliaia
di fiaccole scintillanti. Durante le Dionisiache era grave delitto dar
molestia qualsiasi a un cittadino, foss’anche un debitore. — Di tali
feste ve n’erano parecchie: _le grandi Dionisìache_ o _Dionisìache
urbane_, fra tutte le più celebrate, si festeggiavano dentro la città,
con pompa affatto eccezionale, nel mese di Elafebolione, tra la fine
di marzo e i primi d’aprile. Le _piccole Dionisìache_ o _Dionìsie
rurali_, _Baccanali campestri_, servivano di preparazione alle prime e
si celebravano d’autunno alla campagna. — Altre feste infine, dedicate
a Bacco, erano le _Dionisie Lenée_, o _Lenée_ semplicemente (ληναῖα),
cioè _feste dei torchi_ o strettoj. Eran dette anche _Antesterie_ o
_floreali_. Festeggiavansi alla campagna, in onor di Bacco Leneo, ossia
_torchiatore_ (λήναιος), nel mese di Antesterione (febbrajo-marzo) e
duravano tre giorni. Il primo di essi, ch’era l’11 del mese, dicevasi
festa delle _botti_ (πιθοιγία), perchè in esso si spillavan le botti;
il secondo festa delle _coe_ o _cogna_ (χοεύς), ossia delle _libazioni
mortuarie_, in cui cioncavasi copiosamente, e chi riusciva a bere la
misura di un cogno aveva in premio un otre e una ghirlanda. Il terzo,
festa dei _chitri_, ossia delle pignatte (χύτροι), in cui offerivansi
legumi cotti entro una gran pignatta, in suffragio dei morti, a
Mercurio sotterraneo.
Le _Panatenée_, le _Dionisìache_ e le _Lenée_ erano le tre solennità
dell’anno in cui avean luogo le gare teatrali delle tragedie e
delle commedie nuove. Concorrevano al premio i tragici e i comici,
presentando le loro composizioni al primo arconte, il quale, dopo
approvatele, assegnava al poeta un coro, la spesa del quale e del
rimanente apparato era a carico dei più ricchi cittadini (vedi
quadro IV, n. 29) e teneasi ad onore grandissimo. Il poeta sceglieva
allora tra gli attori quello in cui avea più fiducia per dargli la
direzione dello spettacolo, e si adoperava di concerto con lui perchè
tutto andasse per il meglio. Venuto il dì della rappresentazione,
la sorte fissava l’ordine in cui i drammi dei concorrenti doveano
rappresentarsi: e finita la recita, cinque giudici a ciò delegati
proclamavano il vincitore in ciascuna delle gare. Tutti i comici e gli
istrioni erano obbligati a ritrovarsi per il tempo di queste gare in
Atene sotto pena di ammenda: come toccò al comico Atenodoro: tanta era
l’importanza che annettevano gli Ateniesi a questi spettacoli, nello
allestimento dei quali si profondevano tesori (Cfr. _Alcib., la critica
e il secolo di Pericle_, Op. IV, 294). — (Vedi Aristof., _Acarn., Ucc.,
Rane_ e scol.; Eurip., _Bacc_.; Demost., _C. Lett., C. Mid., Corona_;
Alcifr., _Lett_.; Corsini, Meursius, Potter, Robinson, ecc.).
[431] Vedi in Demostene, nell’orazione per la _Corona_, intorno al
premio della corona d’oro, per servizi militari o politici, e al bando
della stessa nei giorni delle gare teatrali, l’accusa di Eschine contro
Demostene, il decreto di Aristonico e i decreti di Callia Frearrio e
di Ctesifonte Anaflistio, nonchè la legge ivi citata. «_Se alcuno è
incoronato da un borgo, il bando si faccia nel borgo istesso; ma se la
corona è data dal popolo ateniese o dal Senato, sia lecito pubblicarla
in teatro ne’ Baccanali_» (Cfr. Eschine, _C. Ctesif_., p. 58).
[432] Vedi in Demostene (_Corona_) i decreti citati di Aristonico e di
Callia Frearrio. — _Agonotéti_ diceansi i magistrati sopraintendenti
ai giuochi e agli spettacoli teatrali. Fra le loro attribuzioni
era il bando della corona da conferirsi in occasione dei certami
drammatici, e la facoltà di punire gl’istrioni che negli spettacoli
non rappresentassero convenientemente la loro parte (Demost., _ibid._ —
Cfr. Luciano, _Pescatore_).
[433] Plutarco (_Alcib_., 33) nomina espressamente Crizia figlio
di Callescro, il medesimo che fu poi uno dei trenta tiranni, come
autore del decreto pel richiamo di Alcibiade. Al qual richiamo il
popolo aggiunse in favor di Alcibiade le altre disposizioni, revoca
della confisca, corona d’oro, ribenedizione, ecc., che in Plutarco si
leggono.
[434] Scriveva l’accusatore, o la parte civile, nell’accusa la pena
di cui chiedeva l’applicazione. Vedi, per esempio, in Diog. Laerzio,
l’accusa di Melito: «Socrate delinque corrompendo i giovani, non
credendo i Numi che la città crede, ma sì altre nuove cose demoniache.
_Pena la morte_.» — E in altra legge sul buon costume: «Se un Ateniese
farà oltraggio a un libero fanciullo, lo accusi ai tesmoteti chi ha in
balia il fanciullo, _e scriva la pena_. Se condannato nella persona,
sia ucciso lo stesso dì» (Esch., _C. Tim_.).
[435] Gli _Undici_ (οἴ ἔνδεκα), così chiamati dal loro numero,
erano una magistratura di dieci cittadini, scelti uno per tribù, cui
aggiungevasi per undecimo un cancelliere. Avevano la custodia delle
prigioni e sorvegliavano l’esecuzione dei condannati a morte, che ad
essi venivano dopo la condanna consegnati; avevano pure il diritto
di arrestar le persone sospettate di furto e anche di porle a morte,
se rei confessi, e di trascinare davanti agli eliasti quelli che
ricusavano il servizio militare o che abbandonavano in guerra i loro
posti. Il così detto _servitore degli Undici_ (ὄ τῶν ἔνδεκα ὑπερὲτης)
era il carnefice (Plat., _Fed._, 216; Demost., _C. Midia, C. Timoc.,
C. Lacrit._; Aristof., _Vespe_; Alcifr., _Lett._., III, 22; Lisia, _C.
Agorat._; Esch., _C. Ctesif._, ecc.).
[436] Vedi intorno alle classi d’Atene, e alle cifre rispettive del
reddito e dell’imposte, la nota 3 all’elenco dei personaggi.
[437] Cfr. quadro II, nota 26. — Nei tempi eroici la ripartizione
delle spoglie fu riservata tra i Greci al capitano supremo, che se
ne teneva una parte, e distribuiva il rimanente fra i subalterni ed
i soldati (Omero, _Iliad_., 9; _Odiss_., lib. 9, 14). Al tempo della
guerra persiana, vediam le spoglie prese dai Greci a Platea ripartirsi
fra i soldati, dopo levatane una parte per i templi degli Dei e una
parte per le ricompense ai migliori (Erod., lib. 9; Plut. in _Arist_.).
Più tardi, all’epoca del dramma nostro, benchè la legge attribuisse
ai capitani le spoglie (Siriano in _Hermog_.; Meurs., _Them. Att_.,
I, 11), vediamo i capitani depositarle nel tesoro pubblico, dopo
trattenutane una parte — qualche volta il terzo — per sè e una parte
per i soldati segnalatisi maggiormente (Plut., _Cim., Agesil_.; Corn.
Nep., _Timot., Cim., Agesil_.; Senof., _St.ª Ell., Agesil_.; Polieno,
_Stratag_., ecc.).
[438] Modo proverbiale «Una fune d’Aliarto mi occorre, e penzolerò
appiccato davanti alla porta Dipila, se la fortuna non pensa ad
aiutarmi» (Alcifr., _Lett_., III, 49). — Aliarto, città in Beozia sul
lago Copaide, ove si fabbricavano ottime funi.
[439] L’usanza degli elogi e delle orazioni funebri sembra d’origine
antichissima tra i Greci; Cicerone la riguarda come esistente fra
loro sin dai tempi di Cecrope (_de Legib_., II, 25). Ma la legge che
prescriveva queste orazioni come appendice ai funebri onori, è dallo
scoliasta di Tucidide (II, 35) attribuita propriamente a Solone: vero
è che, prima delle guerre persiane non riscontrandosi di pubblici
elogi funebri esempio alcuno, Dionigi d’Alicarnasso e Diodoro Siculo
ne assegnano al tempo di quelle guerre la introduzione. «_Tardi gli
Ateniesi aggiunsero alla legge dei funebri onori la orazione funebre,
avendo cominciato a recitarla su quelli che per la patria erano morti
o ad Artemisio o a Salamina o a Platea o a Maratona_» (Dion. Alic.,
_Antiq. Rom_., V, 291). Ancor più preciso Diodoro dice l’uso di questi
discorsi introdotto dopo la battaglia di Platea (Diod. Sic., XI,
33): e il Peyron (_note_ a Tucidide) si attiene senz’altro a Diodoro.
Meglio forse il Bulwer (_Atene_, lib. V, c. 3) spiega la discordanza
in questo senso, che l’usanza dei discorsi funebri andò man mano,
dai tempi eroici remotissimi in poi, perdendo d’importanza durante le
piccole gare fra gli Stati greci: ma dopo le guerre persiane quella
usanza fu rinnovata con solennità per la grandezza della lotta e la
dignità e la santità della causa a cui i morti eransi consacrati. Il
primo esempio a noi giunto di discorso funebre ateniese è quello di
Pericle pei morti di Samo: ove i guerrieri caduti per la patria son
_pareggiati agli Immortali_, e li si piangono _così scomparsi dalla
città come se dall’anno fosse tolta la primavera_ (Plut., _Peric_.;
Aristot., _Rhetor_., III, 10). Ma di tal genere d’eloquenza due modelli
perfetti fra tutti rimasero meritamente celebratissimi nell’antichità:
il discorso di Pericle pei morti nella guerra del Peloponneso che
Tucidide udì e ci trasmise (II, 35), e l’altro sullo stesso argomento
che Platone pose in bocca ad Aspasia nel _Menesseno_. Altri esempj,
meno insigni, a noi giunti, sono i discorsi funebri di Lisia sugli
Ateniesi andati in soccorso ai Corinzj, di Demostene pei morti di
Cheronea, e di Iperide pei morti nella guerra Lamìaca. — Caduta poi la
Grecia sotto il giogo dei Romani, e sparita da Atene l’antica dignità
dei costumi repubblicani, le orazioni funebri cessarono di essere
quello che Demostene (_C. Lett._) ricordava come un vanto di Atene,
cioè un onore impartito solo ai fortissimi e ai benemeriti della città;
ma si moltiplicarono per chicchessia, fino a divenire anche in Atene
quel banale e bugiardo esercizio di retorica, che è spesso ai dì nostri
fra noi: tanto che a persona spregiatissima e inferiore ad ogni lode
si dica per proverbio: οὔκ ἐπαινεθείης οὐδ ἔν περιδείπνῳ — _non sarai
lodato neppur con orazion funebre_ — ch’è tutto dire! (Confr. quadro V,
n. 60).
[440] Sugli Eumòlpidi, e dignità sacerdotali, vedi quadro II, nota 72;
quadro IV, nota 14.
[441] Cerere e Proserpina. In quella guisa ch’elle formavano un ciclo
mitico distinto dal resto della mitologia greca, così pure affatto
distinto da quello degli altri dèi dell’Olimpo raggruppati intorno
a Giove, e presiedenti alla _vita_ degli umani, era il culto che
fra i Greci avevano Cerere e Proserpina e in generale tutta quella
categoria di divinità dai Greci venerate sotto il nome di _ctoniche_
o _sotterranee_: Numi presiedenti dall’oscurità profonda, dalle
viscere della terra, ai destini d’_oltre tomba_ ed alla vita futura.
Da codesto isolamento derivò al culto di queste divinità il carattere
di _misteri_, ossia di riti religiosi, a cui nessuno senza speciale
iniziamento poteva assistere: e la dottrina stessa dell’immortalità,
su cui questi riti si appoggiavano, aveva appunto nel mito di Cerere
e Proserpina, adorate al ritorno di primavera fra i misteri d’Eleusi,
la sua simbolica rappresentazione. Proserpina (Persefone) nell’autunno
di ogni anno è rapita alla luce del mondo di quassù e trasportata nel
tenebroso regno dell’Orco (Αἶδης), ov’è assunta all’impero sulle ombre
dei morti; ma ad ogni primavera ella ritorna nel mondo superiore, fra
le braccia di sua madre, la terra (Δῆ μήτηρ, γῆ μήτηρ), splendida di
rinnovata bellezza giovanile; è il ritorno della vita vegetativa nella
vicenda delle stagioni: ma se la dea della morta natura era pur quella
che esercitava il dominio sui trapassati, il suo ritorno alla luce
dovea significare anche per l’uomo una palingenesi, un rinnovamento
di vita. Indi Pindaro celebrando i misteri sacri in Eleusi alle due
Dee «_Beato_, cantava, _chi li ha veduti, e poi discende sotto la cava
terra: egli conosce il fine della vita, e il principio di essa dato da
Dio!_»
[442]
.... veggo in supplichevol atto
Là un uom seder, sangue la man grondante,
Nudo il ferro nel pugno... Dorme
Stesa sopra i sedili intorno a lui
Una di donne orribilmente strana
Torma... Donne non già: Gorgoni dico...
Ma nè Gorgoni pur, nè somiglianti
Sono a quell’altre che dipinte vidi
Rapir le cene di Finéo. Senz’ali
Son queste e negre e abominande in tutto.
Russan con ributtanti aliti: un tristo
Umor cola dagli occhi; il vestimento
Qual non lice indossar nè visitando
I seggi degli Dei nè dei mortali
Le case entrando. Una simil genìa
Non vidi io mai: terra non è che possa
Di nutrir cotal razza impunemente
Senza dolor nè lagrime vantarsi.
(Eschilo, _Eumen._, V, 40-59, trad. Bellotti).
Tale è il terribile ritratto con cui il genio di Eschilo presentava
alle fantasie ateniesi le _Furie_ od _Erinni_, dormenti intorno al
matricida Oreste; persecutrici implacabili, secondo l’idee greche,
di qualsivoglia misfatto anche involontario, e però simboleggianti
non tanto il grado della colpa e del rimorso interno, quanto, e più
propriamente, l’orrore che accompagna ogni delitto, siccome quello
che, per qualsiasi causa commesso, sconvolge sempre l’ordine di
natura (cfr. quadro IV, nota 15). Epperò in Eschilo le Erinni, siccome
ministre dello spettro di Clitennestra, vendicano il matricidio senza
pur chiedere nè delle cagioni, nè d’altro; ma come per una legge
inesorabile del destino, più forte della clemenza stessa dei Numi,
indipendente dai tormenti minacciati ai colpevoli nell’Erebo. «_È
legge che ogni stilla di sangue sparso sulla terra chiami altro sangue:
poichè alla vendetta grida l’Erinni e aggiunge morte a morte_» (Esch.,
_Coef._, 392). Perciò sovr’esse non può nulla, neppure la purificazione
che Apollo ha concesso ad Oreste in Delfo; e della quale appunto esse
si lagnano accusando il Nume come violatore dei _diritti delle Parche_.
Apollo non ha potuto che immergerle per poco in un sonno leggiero da
cui subito, alla chiamata dello spettro dell’ucciso, elle si levano
per inseguire Oreste; ed è infine con Apollo stesso, ch’elle non
esitano di venir a contesa per i propri diritti sul matricida, dinanzi
all’Areopago d’Atene. Ma qui i voti dei giudici si pareggiano, e solo
il voto di Minerva decide a favor di Oreste la lite. Allora tocca a
Minerva placar di nuovo gli sdegni delle Dee defraudate della preda:
finchè da Minerva ammansate, accettano da lei l’invito di fermar dimora
in Atene e promettono di esser sempre benefiche a quella città.
Sì, con Minerva accetto
Qui fermar mia dimora, e mai nè spregio
Opporrò nè dispetto
A questo suolo egregio
D’are cultor... e con benigna mente
Che nel futuro vede
Qui pregherò che ognor fulgida e pura
Luce spargendo il sole
Copia produca d’ogni ben natura.
(Eschilo, _Eumen._, 922 seg.)
Ed ecco come le _Furie_ od _Erinni_ (Εριννύες) — le _terribili dive,
figlie della terra e della notte_ (Sofocl., _Ed. a Col._, v. 39;
Esch., _Eumen._, 424), le _ancelle dell’Orco_ (Plut., _De exil._),
_nate dal sangue_ di Urano sparso sulla terra (Esiod., _Teog._, 185),
le dee _inespugnabili, tremende a nominarsi_ (Sofocl., _Ed. a Col._,
124), succhiatrici del sangue dei viventi (Esch., _Eum._, 258, 269),
— si trasformassero in divinità benefiche od _Eumenidi_ (Εὐμενίδες); e
ottenessero culto ed are e sacrifici sotto il nome di _Dee venerande_
(σημναί), protettrici di Atene. Eccole fatte pietose allo stesso misero
Edipo; e là in Colono, nel bosco sacro e nel santuario di quelle Dee
da cui fu sì a lungo perseguitato, Edipo ritrova la pace e la fine
dei suoi patimenti (Sof., _Ed. a Col._). È all’ara delle Eumenidi che
accorsero a cercare misericordia ed asilo Cilone e i suoi complici;
e aver violato l’asilo fu tenuto per massimo sacrilegio verso le Dee
(Tucid., I, 145. — Cfr. quadro III, n. 45; quadro IV, n. 32).
[443] «Decretarono pure (gli Ateniesi) che gli Eumolpidi e i banditori
(_cérici_) ritrar dovessero le maledizioni che contro lui fatte avevano
per commissione del popolo» (Plut., _Alcib._, 33).
[444] Il _cradies nomos_, ossia, tradotto, l’_aria del ramo di fico_
(κραδίης νόμος), era una particolare melodia la quale cantavasi nelle
feste Targelie. (ricorrente nell’Attica, al mese di Targelione, ch’è
appunto il mese in cui avvenne il ritorno di Alcibiade e in cui
qui supponesi l’azione): e s’intonava nel momento in cui, durante
quelle feste, gli uomini colpiti dalle maledizioni (φαρμακοί) erano
discacciati, con rami di fico, dalla città, affinchè questa fosse
purificata. — Il poeta elegiaco Mimnermo, verso il 620 av. l’E. V., ne
fu l’inventore, secondo attesta Ipponatte (Plutarco, _Della musica_,
9). — Esichio, alla voce κραδίης νόμος.
[445] _Iidemque illi Eumolpidae sacerdotes rursus resacrare sunt
coacti, qui eum devoverant: pilaeque illae, in quibus devotio fuerat
scripta, in mare precipitatae_ (Corn. Nep., _Alcib._, 6). Dell’uso
greco di gettare lapidi o masse roventi di ferro in mare, praticato nei
riti delle imprecazioni, si hanno parecchi esempi. Così allorquando
la confederazione jonica strinse in Delo il patto federale, Aristide
lo fece giurare agli altri Greci, lo giurò poi egli stesso in
nome di Atene, e quindi fatte le imprecazioni contro chi lo avesse
violato, gettò in mare, a suggello delle medesime, le masse di ferro
arroventate; a significare che se mai il giuramento degli alleati
non durasse più del ferro, la loro vita dovesse spegnersi così presto
come il calor del metallo nell’acqua (Erod., I, 165. — Cfr. Callim.,
_Inni_).
[446] Vedi quadro III, n. 45.
[447] Qualche critico erudito, credendo dar prova di gusto fino,
classificò, arricciando con sussiego il naso, questo dialogo del
sacerdote fra le allusioni banali d’attualità, e le solite volgari
tirate contro i preti, a cui ricorrono gli autoruzzi per aver gli
applausi del popolino. Se i preti al dì d’oggi sian sempre su per
giù gli stessi d’una volta, non è questione che mi riguarda; e
proprio non ci ho pensato: ma che il sacerdote mio sia fratello
carnale dei sacerdoti ed indovini di cui, all’epoca del dramma mio,
i comici satireggiavano come proverbiali la rapacità e l’impostura
e l’avidità degli inviti a pranzo e dei succulenti sagrificj — di
questo basterebbe, ad accorgersene, il dare una scorsa al _Pluto_,
o alla _Pace_, o agli _Uccelli_ di Aristofane. Taccio degli altri
comici; e taccio di Luciano. Senza di che, niente potrebbe immaginarsi
di più satirico del racconto che fa ingenuamente il buon Plutarco di
questa stessa palinodia delle maledizioni contro Alcibiade revocate; e
questo obbligavami a porre in iscena cogli altri tipi caratteristici
dell’epoca anche quello dei sacerdoti, il dipingerli diversi da quel
che essi erano, e che Aristofane li dipingeva, mi sarebbe parsa una
_finezza di gusto_... che lascio ai critici _eruditi_ dal _gusto fino_
(Cfr. quadro II, n. 53).
[448] Del disinteresse di Socrate, sprezzatore di regali e di
ricchezze, e del come egli ricusasse in parecchie occasioni i doni e
le liberalità di Alcibiade, è testimonianza in Platone (_Simposio_,
219 e.; Elian., _V. St._, IX, 29; Stobeo, 17). Per i quali rifiuti
Alcibiade diceva di lui, ch’era più difficile il vincerlo coi doni e
coll’oro che non il vincere Ajace col ferro (Plat., _ibid_.).
[449] Vedi quadro III, n. 16. — È superfluo avvertire che i _cenotafj_
(κενοτάφια ossia _tombe vuote_) distinguevansi dai veri sepolcri
(τάφος, τύμβος) o monumenti sepolcrali (μνημεῖον), per questo ch’essi
non contenevano le ceneri del defunto (Eurip., _Elen_., 1255; Callim.,
_Epigr_., 18). V’eran due sorta di cenotafj: quelli innalzati alla
memoria dei morti ch’erano sepolti altrove (Pausan., _Attic_.,
_Messen_.) e quelli dedicati ai morti di cui non si era potuto più
ritrovare il cadavere. Secondo la credenza volgare, le anime dei
morti privi di sepoltura erravano cento anni sulle rive di Stige,
senza poter metter piede nell’Erebo; perciò i cenotafj dovevano por
fine ai loro patimenti (Senof., _Anab._, VI; Tucid., II, 34). Indi la
cura del sepolcro era tanta che quelli i quali trovavansi in procinto
di naufragare si mettevano a bella posta in tasca quant’oro avevano
per trovare più facilmente chi si prendesse il pietoso incarico di
seppellirli (Sines., _Lett._, 4. — Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 10). I
cenotafj recavano per segno distintivo un frantume di nave (ι᾽κρίον)
a significare che le persone a cui erano dedicati erano morte lontano
dalla patria (Cfr. quadro V, n. 60; e Robinson, _Antiq. gr._; Becker.
_Char._, ecc.).
[450] Vedi quadro III, nota 49. — Dell’affezione e riverenza di
Alcibiade per Socrate si è già accennato nella scena prima ed ultima
del quadro I e nelle note alle medesime, nonchè nelle note 47-50
del quadro III. Potrebb’essere qui il luogo di toccare la questione
troppo più delicata, della natura dei rapporti fra Socrate ed
Alcibiade, e della taccia rimasta nella volgare tradizione, siccome
una turpe macchia pel nome del grande filosofo. Questione trattata,
pro e contro, da parecchi, e assai superficialmente, a parer mio:
cioè senza prima risalire alla vera origine e al carattere primitivo
dell’amor maschile fra i Greci, considerato come antica istituzione
ellenica; sia che di questa istituzione vogliansi già ritrovare, con
Eschine (_C. Tim._) le traccie nella fratellanza d’armi di Achille e
di Patroclo, o con Luciano (_Amori_, 47) nell’amicizia di Oreste e di
Pilade. Luciano stesso, pur riserbando le sue opinioni un po’ diverse
sulla materia, fa una pittura vivace e caratteristica (_ivi_, 46) di
quel sentimento primitivo; sentimento in cui di certo avevano parte
l’inclinazione _sensualmente artistica_ e il culto tutto proprio de’
Greci per la bellezza fisica, per la giovinezza, per la vigoria: ma
che ciò nullameno l’antica civiltà greca concepiva essenzialmente in
un senso elevato, come un’intima e pura corrispondenza delle anime,
come un vincolo inteso a rafforzare nei giovani il valore e la virtù
col cemento dell’affetto e dell’emulazione (Cfr. Plat., _Simp._, 178 e
seg., _Rep._, III, 403; Senof., _Rep. Lac._, 2, 13; Plut., _Pelop._):
vincolo affatto scevro da ogni idea del turpe vizio che i Greci
conobbero più tardi con quel nome:
_Pudico amore che a virtù congiunto_
_D’ogni alma esser dovria dolce sospiro — _
lo chiama lo stesso Euripide, da Eschine citato (_C. Timarc_.). Vero
è che questa facoltà di _astrazione_ in un sentimento di tal natura,
questa facoltà di intenderlo come un sentimento puro ed etereo, in
quella guisa che appare assai poco spiegabile e molto equivoca alle
idee moderne, così prestava già il fianco agli epigrammi del malizioso
Luciano il quale, vivendo all’epoca della corruzione romana, aveva
le sue buone ragioni di esser incredulo: ma certo essa esisteva
realmente nelle idee e nel costume dell’antica Grecia, se in tempi
già corrotti, potè strappare a Filippo il Macedone, dinanzi ai
cadaveri del battaglione degli amanti tebani, caduti eroicamente a
Cheronea, la famosa apostrofe: _Maledetti coloro i quali sospetteranno
che siffatti giovani potessero mai commettere o subire alcuna cosa
turpe!_ (Plut., _Pelop_., 18). E certo astraevano i Greci da ogni idea
d’amor turpe, allorchè celebravano come affetto sublime e glorioso
l’amor di Achille e di Patroclo, di Ercole e di Jolao, di Armodio e
di Aristogitone (Esch., _C. Tim_.; Plut., _Pelop_.; Plat., _Simp_.,
179), e attribuivano a quell’amore la potenza di _infondere la virtù
nell’animo più ignobile_, e l’amante esaltavano come _uomo divino, più
ancor dell’amato, perchè pieno dello spirito di un Dio_ (θειότερον
γὰρ ἐραστὴς παιδικῶν, ἔνθεος γάρ ἔστι — Plat., _ib_.). È appunto di
quella distinzione fra l’amore onesto dei fanciulli e l’amor turpe che
parla Callimaco (_Framm_., 107) raccomandando il primo coll’autorità di
Senofonte:
«_Voi che ai fanciulli avete gli occhi ghiotti_
_Se li amaste così come vi dice_
_L’Erchio_ (Senofonte) _di amarli, la città di prodi_
_E valenti garzoni fiorirebbe_» (πόλιν κεύανδρον ἔχοιτε).
E Callicratide, commentando que’ versi nella disputa degli Amori:
«Con questa intenzione o giovani accostatevi modestamente ai buoni
fanciulli e _non nascondete libidini sotto falsa amicizia, ma adorando
l’amore celeste,_ serbate dalla fanciullezza alla vecchiaia _puri_ e
saldi i vostri affetti: quelli che così amano di nessuna disonestà la
coscienza li rimorde, e dopo la morte vanno celebrati nel mondo» (Luc.,
_Am_., 49). Di fronte ai quali elogi dell’amor puro, appare doppiamente
caratteristica la nota di infamia di cui i Greci stessi segnarono la
criminosa passione del tebano re Lajo per Crisippo, stimmatizzati da
Eschilo e da Euripide come i primi introduttori del vizio abominando
(Cfr. Plut. in _Pelop_.).
Che poi quella distinzione, fra amore e amore, la quale a noi sembra
necessariamente strana, esistesse positivamente non soltanto nelle
idee, ma anco nelle leggi della Grecia antica, in ispecie dei popoli
dorici, ne abbiam documenti in Cicerone, il quale attesta che fra’
Lacedemoni ogni attestato di simpatia era permesso nell’amor dei
giovani, tranne lo stupro («_omnia concedunt in amore juvenum praeter
stuprum_.» — Cic., _De rep_., 4, 4): e in Eliano, che afferma: «l’amore
maschile a Sparta _nulla conobbe di turpe_» (αἰσχρὸν οὔκ οἴδεν. — _V.
St_., III, 12); e documento ancor più irrefragabile in Senofonte:
«Licurgo determinò che se un uomo per bene, acceso della bellezza
di un fanciullo, bramasse farlosi amico virtuosamente, e conversar
seco, si lodasse un tale affetto e si giudicasse questo costume per
onoratissimo. Ma se veniva a luce che alcuno desiderasse il corpo
del fanciullo, questa cosa parendogli sozza fuor di modo, ordinò che
fra’ Lacedemoni gli _amanti si guardassero da usare coi fanciulli
amati, non altrimenti che ne’ piaceri amorosi i padri si guardino de’
figliuoli, i fratelli dai fratelli_» (Sen., _Rep. Lac._, II. — Cfr.
Elian., _V. St._, III, 10): proprio le stesse parole che Alcibiade
adopera nel _Simposio_ di Platone, riguardo a’ proprj rapporti con
Socrate (_Simp_., 219). Un’ultima testimonianza è in Massimo Tirio;
ed è fra tutte la più notevole, perchè ritrae mirabilmente qual parte
avesse in quell’affetto il senso artistico particolare dei Greci: «Non
doveva uno Spartano amare un giovane che _come avrebbe amato una bella
statua_, ἑρᾷν μόνον ᾤς ἀγάλματος καλοῦ. — Infine sappiamo da Plutarco e
da Eliano che lo stupro fra gli amanti era a Sparta notato di perpetua
infamia (Plut., _Istit. Lac_.) e punito coll’esilio e colla morte
(Elian., _V. St_., III, 12).
Naturalmente, che rapporti di tal fatta tra uomo e uomo non fossero,
pure in mezzo all’austerità e _sofrosine_ dorica, affatto immuni da
pericolo e potessero dar luogo ad abusi, queste leggi stesse di Licurgo
lo provano: troppo _tenue muro_, per dirla con Cicerone, separava il
lecito dall’illecito (_tenui sane muro dissaepiunt — Lacedaemoni — id
quod excipiunt_. — _De rep_., 4, 4): e Luciano, che pare la sapesse
lunga, trovando che «_non è cosa piacevole star gli interi giorni
con un garzone e patir le pene di Tantalo_» e che «_Amore va per una
scala di cui la virtù non è che il primo gradino_,» si divertì anche a
dimostrar in che modo il muro facilmente potesse essere scavalcato. Non
è quindi meraviglia se fra popolazioni meno austere delle doriche, e
più dedite ai piaceri, lecito ed illecito si confondessero: e dai molli
climi della Lidia e della Jonia si propagasse nella Grecia in tempi
posteriori la nefanda usanza che Senofonte già ne addita (_Rep. Lac_.,
I, c.) invalsa a’ suoi tempi fra gli Elei, e che le leggi ad Atene
come a Sparta e in altre parti della Grecia vegliavano severamente a
reprimere, fino a che più forte delle leggi divenne la corruzione dei
costumi, foriera della conquista macedone e romana.
Ora che Socrate proseguisse d’intenso affetto Alcibiade, rilevasi
senz’altro dalle numerose testimonianze di Senofonte e di Platone: e
difficilmente si saprebbe, per troppo scrupolo, fare differenza fra
quell’amor maschile che Licurgo (l’ideale della scuola socratica)
iscriveva nelle sue leggi, che Euripide, che Callimaco, che Plutarco
commendavano, e il sentimento che traeva Socrate assiduamente e
_sempre_ e _in ogni luogo_, sulle peste del suo alunno, proprio come
«_alla caccia della bellezza di lui_» fino al punto d’infastidirlo
certe volte di quella sua assiduità (Plat., _Prim. Alc_., 104;
_Protag_., 309). Ma da qui al vizio turpe che fu poi a Socrate
attribuito, correa, come vedemmo, nelle idee greche la stessa
distanza che dalla virtù all’infamia: ed è un fatto incontrastabile
e notevolissimo che quella odiosa accusa contro Socrate non partì da
nessuno dei suoi contemporanei, ma solo da scrittori di data assai
posteriore, viventi in tempi di corruzione, in cui quella infamia
era generalmente penetrata nei costumi. È sulla fede di poche linee
del calunnioso Aristosseno (frammenti 25, 27, 28) che quell’accusa fu
ciecamente riprodotta senz’esame e ben tardi da Cicerone, da Plutarco
e dal caustico Luciano, il quale ci mostra Socrate nell’inferno
alla caccia dei bei garzoni: e altrove scherzando sull’assicurazione
di Platone, che cioè Alcibiade avesse dormito con Socrate sotto la
stessa clamide come dorme un figliuolo con suo padre (Plat., _Simp_.),
tentenna il capo con incredulità maliziosa e objetta malignando che
«_Socrate era un amadore come ogni altro, e se Alcibiade si corcò
con lui sotto la stessa coltre, non se la passò così netta_» (Luc.,
_Amori_). E altrove ancora: «_Socrate giurava di non far cattivi
pensieri quando accostavasi ai garzoni: ma molti temevano che Socrate
spergiurasse_» (Luc., _Storia vera_). Alcuni aggiunsero agli accusatori
Giovenale, in causa d’un suo verso — _Inter Socraticos notissima
fossa cynaedos_ (Sat., II, v. 10), — dove probabilmente, secondo
molti commentatori, l’error di un copista pose _Socraticos_ invece
di _Sotadicos_ — dal nome non di Socrate, ma di _Sotade_, poeta per
lascivie famoso e autore di versi oscenissimi, da Suida qualificati
_versus cynaedos_. Ma per l’opposto, come dissi, sta il fatto che
finchè Socrate visse, e nei tempi a lui più vicini, quell’accusa
non gli fu mossa da nessuno, neppure (ciò che più importa) da’ suoi
stessi nemici. Nè Aristofane nelle _Nubi_, nè Melito nella sua accusa
(Plat., _Apol_.; Diog. Laerz., _Socr_. — Cfr. Senof., _Apol_.) ne fanno
menzione. È vero che Melito accusa Socrate di _corrompere la gioventù_
(ἄδικει δὲ καὶ τος νὲους διαφθείρων), ed anzi è da questa frase
staccata che si credette poter indurre il maggior argomento a sostegno
della turpe taccia. Ma quelle parole non sono se non il commento delle
altre dell’accusa a cui immediatamente si legano, che cioè Socrate
delinque _non credendo gli Dei che la città crede, bensì altre nuove
cose demoniache_ (οὔς μὲν ἤ πόλις νομίζει θεοὺς οὔ νομίζων, ἕτερα δὲ
δαιμόνια καινά) e che ciò sia, che cioè l’imputazione di Melito si
riferisse puramente e solamente alla dottrina religiosa e politica
di Socrate, si rileva in modo irrefragabile, a non dubitarne, dalla
risposta di Socrate stesso: «Rispondi, o Melito: Come corrompo io,
per tuo dire, i giovanetti? Non forse, _siccome dal tenore dell’accusa
scritta_ (ὄτι κατὰ τὴν γραφὴν), insegnando a non credere i Numi che la
città crede, sibbene altre cose demoniache nuove? non di’ tu _ch’egli
è insegnando tai cose_ (ὄτι ταῦτα διδάσκων) ch’io li corrompo? —
Mel. _Al tutto dico così_» (Plat., _Apol_., c. 14). Neppure dunque
la più piccola, la più lontana allusione allo infame vizio; e sì,
Melito non era l’uomo da lasciarsela sfuggire: ed è ben a credersi,
che quei suoi nemici implacabili non avrebbero taciuto in simile
circostanza, se appena appena fosse stato loro possibile di accusare
quell’uomo, il quale erigevasi a modello di virtù e di continenza, di
una impudicizia brutale che le leggi attiche, non meno in ciò rigorose
delle lacedemoni, severissimamente punivano e d’interdizione da ogni
pubblico ufficio e d’infamia e di morte (Eschin., _C. Tim_.; Demost.,
_C. Androz._; Senof., _Simp._, 8). E notisi che Eschine, nella stessa
aringa in cui cita quelle leggi, non solo _nomina Socrate con elogio_,
ma è il primo a confessare per proprio conto di frequentare i ginnasj
e coltivare l’amor puro dei giovanetti e gloriarsene, come di «_segno
d’animo gentile:_» e ricorda in proposito, a titolo di lode, gli
esempj non pur di Achille fra gli antichi, ma fra gli stessi Ateniesi
suoi contemporanei, di uomini liberi e bellissimi fra tutti i Greci,
«_onestamente vissuti e alieni da cosa turpe_, i quali _ebbero amatori
molti e modesti e niuno li vituperò mai_.» Egli è che appunto non di
quell’amore si trattava nelle leggi ateniesi contro l’impudicizia:
e non era già contro di esso che stava scritto: «Se un Ateniese farà
oltraggio a un libero fanciullo, lo accusi ai tesmoteti chi ha in balìa
il fanciullo e scriva la pena. Condannato nella persona, sia ucciso
lo stesso giorno... Se un Ateniese si prostituirà non potrà esser
uno degli arconti; nè fare ufficio sacro; nè giudicare col popolo;
nè esercitare un magistrato, nè dentro nè fuori, nè a sorte nè per
suffragio; nè andare araldo, nè dire il proprio parere; nè entrare
nei pubblici templi; nè portar corona nelle feste solenni; nè andar
nella piazza purificata dall’acqua lustrale. Il trasgressore di questi
ordini, convinto di impudicizia, sarà punito colla morte» (Esch., _l.
c_.).
È evidentemente, ripeto, impossibile lo ammettere che i nemici di
Socrate, i quali lo ricercavano con tanto accanimento di condanna
capitale, non pensassero ad invocare, nelle loro accuse, se appena lo
avessero potuto, come Eschine ben li invocò contro Timarco, simili
articoli di legge: il cui tenore è talmente esplicito, che, posti a
raffronto col testo dell’accusa di Melito, la quale tace completamente
di quel reato, basterebbero questi documenti soli a decidere in favore
dell’innocenza di Socrate.
Solo alcune espressioni amorose nei dialoghi di Platone si
presterebbero ad essere fraintese (come le fraintese di fatti Cornelio
Nepote in _Alcib_.) da chi non abbia una chiara idea di quelle teorie
sull’amor delle anime, su le attinenze fra la bellezza fisica e la
bellezza spirituale, sull’amore inteso come il bisogno di produzione
nella bellezza secondo il corpo e lo spirito, — che formano una delle
parti più caratteristiche e più elevate della filosofia socratica
(Senof., _Simpos_., 8; Plat., _Simp_., 209 seg.; _Fedr.; Prim. Acib_.;
_Rep_., III, 403). Un bel corpo, diceva Socrate, promette sempre una
bell’anima: e se questa non l’è, bisogna che sia stata negletta: indi
Massimo di Tiro (_Dissert_., 9) distingue elegantemente dalla lubrica
passione di cui molti antichi filosofi si macchiarono, il virtuoso
affetto che Socrate portava a’ suoi discepoli, sopratutto ad Alcibiade,
del quale soleva dire che egli era nato per la salvezza o lo sterminio
della Grecia, secondo che nel suo spirito sarebbe prevalso il suo buono
o il suo mal genio: per cui studiavasi di sviluppare in lui l’amore
del bello e del buono e di distorlo cogli amorevoli rimproveri dagli
eccessi di ambizione e dalle voluttà (Cfr. quadro II, nota 52). Nello
stesso ordine di idee Plutarco narra come Socrate raccomandasse sovente
a’ suoi discepoli di guardarsi nello specchio, affinchè se eran belli
procurassero non macchiare quella bellezza con nessun vizio: se brutti,
si applicassero a riparare alla bruttezza colle virtù (Diog. Laerz.,
_Socr._).
Che se infine da nessuno dei dialoghi di Platone si può indurre alcun
fondamento alla calunnia scagliata contro Socrate — abbondano invece
le positive affermazioni in contrario, e nei dialoghi stessi, e quel
che più monta, negli scritti di Senofonte, fra tutti i discepoli di
Socrate il più veridico e il più coscienzioso. Nessuna testimonianza
più esplicita di quella che Senofonte nei _Memorabili_ (I, 2, 3) rende
all’austerità dei principj e dei costumi di Socrate; e nulla di più
severo ed acerbo delle rampogne con cui Socrate ivi cerca appunto
distogliere Crizia dall’amore impuro di Eutidemo, di ciò svergognandolo
siccome di vizio «_servile, laido, bestiale_,» e per cagion di tal
vizio, paragonando Crizia _ai porci_ (_Mem_., I, 2). Di che Senofonte
aggiunge che Crizia legossela al dito, e prese tal odio a Socrate, che
giunto al potere se ne vendicò: per credere poi che Socrate potesse
bruttarsi di un costume ch’egli non si peritava di qualificare in altri
a quel modo, bisognerebbe inventare un Socrate tutto diverso da quello
che la storia ci tramandò, e fare di lui il tipo del più sfacciato
tra gli impostori. E leggansi ancora, se non bastasse, in Senofonte,
gli altri rimproveri di Socrate a Critobulo per distoglier lui pure
dall’immondo vizio (_Memor_., I, 3); e la ragione che Socrate ci dà nel
_Simposio_ senofonteo dell’amor puro delle anime e dell’amor sensuale;
e quello esaltare come figlio di Venere celeste, vituperar questo come
_costume da servo_; lo si oda narrare come Giove di quanti mortali amò
solo la bellezza fisica, li lasciò mortali com’erano, ma di quanti amò
i pregi dell’anima li fece tutti immortali; e all’asserto di Agatone,
che un esercito d’amanti sarebbe fortissimo, lo si oda contraddire
affermando che quelli che son usi a non aversi più riguardo tra loro,
non ponno arrossire di commettere viltà in faccia un dell’altro; lo
si veda ammaestrar Callia a meritarsi l’amor di Autolico, studiando
con qual’arte Temistocle facesse libera la Grecia, e con quale Pericle
facesse grande Atene; — intendasi in Platone stesso, nel _Fedro_,
la confutazione di Socrate contro Lisia intorno all’amore — e nel
_Filebo_ la sua definizione della voluttà — e nel _Simposio_ la solenne
testimonianza che Alcibiade gli rende, — e si converrà di averne
di testimonianze, troppo più del bisogno, per concludere senz’altro
alla assoluzione del più grande e virtuoso tra i filosofi antichi nel
processo d’immoralità intentatogli dai posteri.
Su codesta questione dei rapporti fra Socrate ed Alcibiade, cfr.
Gesner, _Socrates sanctus pederasta_; Cooper, _Life of Socrates_;
Mendelshon, _Fedone_ (nella vita di Socrate); Hecker, _de Alcib.
moribus_; Schweighauser, _Mores Socratis_; Houssaye, _Hist. d’Alcib_.;
Wieland, _Aristippo_, ecc.
[451] Storicamente questa scena che qui vien supposta ancora nel cuor
della state del 407, cioè dentro il mese immediatamente successivo
al ritorno di Alcibiade in Atene, dovrebbe invece riferirsi a un sei
mesi circa più tardi, cioè a Posideone di quell’anno (dicembre 407
— gennaio 406). Alcibiade partì da Atene per la nuova campagna di
guerra, quattro mesi dopo il suo ritorno trionfale, cioè agli ultimi di
Boedromione (ottobre) del 407: e ottobre e novembre erano scorsi nelle
prime operazioni di guerra contro le isole nemiche di Andro, di Rodi,
di Coo; intanto la flotta spartana erasi rannodata, sotto gli ordini
di Lisandro, ad Efeso, e lì presso avvenne in dicembre la disfatta di
Antioco, di cui qui si parla. Qualche settimana dopo, nel gennaio 406,
Alcibiade caduto di nuovo in disgrazia, rifugiavasi in Tracia.
[452] A determinate ore di sera e di notte, negli accampamenti greci,
gli ufficiali di ronda (περὶπολωι) facevano la visita del campo e
dei posti delle sentinelle (φυλακαὶ). Per assicurarsi che queste non
dormissero, l’uffiziale portava seco un campanello (κώδων), al suono
del quale la sentinella doveva rispondere, dichiarando la parola
d’ordine o di riconoscimento. Indi κωδωνίζειμ, _scampanellare_,
diceasi il far la ronda. La parola d’ordine era data dallo stratego:
Senofonte nell’_Anabasi_ ne ricorda parecchie, _Giove salvatore, Ercole
condottiero; Giove salvatore e la Vittoria; spada e pugnale,_ ecc. Più
tardi Ificrate abolì il campanello e stabilì che della parola d’ordine
la prima metà fosse data dall’uffiziale, l’altra metà dalla sentinella
(Senof., _Anab_., I, VI, VII; Tucid., IV; Ulpiano in _Demost_.,
_Parapresb_.; Arist., _Rane_, ecc.).
[453] Nózio, piccola rada dell’Jonia, tra Colofone ed Efeso, presso
alla foce del Caistro e quasi rimpetto all’isola di Samo, della quale
isola la flotta ateniese aveva fatto in questa campagna la base delle
sue operazioni, come gli Spartani se l’erano fatta di Efeso.
[454] Senof., _St. Ellen_., 1, 5, 6; Diod. Sic., _Bibl_., XIII, 71-73;
Plutarco, _Alcib_., 35; Corn. Nep., _Alcib_., 7. Essendo Alcibiade
nella nuova campagna navale ancorato colla flotta nella rada di Nózio,
trovavasi in grandi angustie per penuria di danaro. Mentre la flotta
spartana comandata da Lisandro era fornita di tutto a larga mano
dall’oro persiano, e i nocchieri della medesima toccavano quattro
oboli di paga, forniti dall’erario di Ciro, quei della flotta ateniese,
che a stento potevano averne tre soli, cominciavano alto a mormorare;
molti disertavano; il malcontento cresceva ogni giorno; e lo Spartano,
che vi faceva assegnamento, tirava in lungo a bella posta la guerra.
Alcibiade ben vide che bisognava uscirne al più presto. Decise quindi
una spedizione per recarsi a prelevare dalle città alleate del litorale
di Jonia e di Caria il danaro che occorrevagli a pagar gli arretrati
delle truppe, visitare nello stesso tempo le fortificazioni che lo
stratego ateniese Trasibulo stava costruendo a Focea sul golfo ermeo
e concertarsi secolui sul modo d’affrettar le operazioni. Si avviò
quindi a quella volta, lasciando la cura delle navi ad Antioco, il
quale era bensì, dice Plutarco, buon pilota, ma uomo inconsiderato
e prosuntuoso. A costui commise espressamente di non dar battaglia
in sua assenza, neppur se i nemici fossero venuti a provocarlo. Ma
Antioco, trasgredito il comando, con la sua propria trireme e un’altra
del corpo della flotta, s’inoltrò sin dentro il porto di Efeso,
rasentando le prode delle navi nemiche, con gran petulanza tanto di
fatti che di parole. Lisandro, da prima, uscì fuori con poche navi ad
inseguirlo; ma vedendo gli Ateniesi venir in soccorso di Antioco con
altre navi, mosse pur egli tutte le sue. Così vennero a battaglia; le
navi spartane in compatta ordinanza, e le ateniesi uscenti alla sfilata
fuor di Nózio una dopo l’altra e andando qua e là sparse finchè perdute
quindici galere voltarono le spalle. Lisandro prese quelle navi e
molti prigioni, e rimasto ucciso nella mischia Antioco stesso, drizzò
in Nózio il trofeo e fe’ ritorno ad Efeso. Gli Ateniesi si ridussero
a Samo. — Così Plutarco e Senofonte raccontano il fatto che originò la
seconda disgrazia di Alcibiade: e del quale, come dell’altre operazioni
di guerra, si modificarono qua e là in questo quadro le circostanze di
luogo e di tempo, a seconda delle esigenze drammatiche.
[455] Diod. Sic., _Bibl._, XIII, 73; Plut., _Alcib._, 35; Senof., _St.
Ellen._, 1, 4.
[456] È noto che Anacreonte — il cantore di Bacco e degli Amori — era
nativo dell’isola di Teo, e visse lungamente alla corte di Policrate
tiranno di Samo.
[457] _Libazioni della partenza:_ vedine esempio in Tucidide, nel
racconto della partenza della flotta ateniese per la impresa di
Sicilia: «... Come le navi furono piene della gente, lo squillo della
tromba intimò silenzio e si fecero le preghiere consuete innanzi la
partenza... quindi per tutta l’armata si mesceva il vino nei crateri,
e i soldati non meno dei capitani libavano con tazze d’oro e di
argento... Poichè ebbero cantato il peana e terminate le libazioni,
salparono...» (Tucid., _Guer. Pel._, VI, 32). E in Omero, alla partenza
di Telemaco: «Legati i remi ai fianchi della celere nave, incoronarono
di vino puro le tazze e libarono agli Dei immortali sempreviventi, ma,
sopra tutti, alla figlia occhi-azzurra di Giove» (_Odiss._ β. 430 seg.
— Cfr. Virgil., _Aen._, III, 118).
[458] _Coronare la tazza_, κρατῆρα ἐπιστέφειν, diceasi il _ricolmarla
fino all’orlo_: come appunto era uso di rigore nelle libazioni, perchè
sarebbesi riguardato come insulto agli Dei il propinare ad essi con
tazze non colme, ossia offrir libamenti che non fossero _interi e
perfetti_ (τέλειον καὶ ὄλον). (Aten., XV, 674). E _coronate di vino_,
ἐπιστεφέας οἴνοιο (Omer., _Odiss._ β 431 — cfr. Aten., I, 3 d.)
diceansi le tazze dei libamenti, così ricolme; però che il licore
sporgesse in su dell’orlo a guisa di corona. _Coronarono le tazze colme
di vino puro_, στήσαντο κρητῆρας ἐπιστεφέας οἴνοιο (Om., _l. c._).
— _Coronò di vino le tazze d’oro_, κρυσέους κρητῆρας ἔστεψε (Eurip.,
_Jon._) — «_Crateras magnos statuunt et vina coronant_» (Virg., _Aen._,
I). — «_At pater Anchises magnum cratera corona — Induit implevitque
mero_» (Virg., _Aen._, III). — «_Coronatus stabat et ipse calyx_»
(Tibul.).
[459] Aristof., _Vespe_, 525.
[460] _Mare di Icaro_ o d’Icaria diceasi quel tratto dell’Arcipelago
che si stende fra l’isole di Patmo, di Icaria e di Samo, e le coste
della Caria, dalla foce del Meandro e da Mileto al golfo di Iaso e ad
Alicarnasso. — Fu reso celebre dal volo di Icaro che gli diede il nome.
[461] Fu lo stratego Trasibulo, il maggior nemico che avesse Alcibiade
nella flotta, che si affrettò a portar ad Atene la nuova del disastro
di Nózio, e accagionandone l’incuria di Alcibiade, lo trasse di nuovo
in disgrazia del popolo. Di che Plutarco scrive: «Se mai fu alcuno
a cui la sua propria gloria abbia portato ruina, questi fu certo
Alcibiade. Perocchè grande essendo questa sua gloria, ed essendo ei
riputato pieno di coraggio e di prudenza per le belle imprese che fatte
egli avea, se per sorte non ne avesse condotta alcuna a buon fine,
si sospettava che ciò fosse perch’egli non vi si fosse applicato con
tutta volontà, non potendo credere alcuno che egli non avesse potuto;
ma tenendosi per sicuro che a lui non dovesse andar fallita veruna cosa
che venisse da lui con premura intrapresa» (Plut., _Alcib._, 35). E
Cornelio: «_Nihil enim eum non efficere posse ducebant. Ex quo fiebat
ut omnia minus prospere gesta ejus culpae tribuerent, quum eum aut
negligenter aut malitiose fecisse loquerentur: sicut tum accidit. Nam
corruptum a rege cepere Cymen noluisse arguebant_» (Corn. Nep., _Alc._,
7. — Cfr. Senof., _St. Ell._, I, 4, 5; Diod. Sic., XIII, 73, 74).
[462] Ramoscello dei supplici, κετῶν ἐγχειρίδιον (Esch., _Suppl._,
22), κλαδος ικτήριος (Sof., _Ed. re_, 3), ἰκετηρία (Aristof., _Pluto_,
383), ecc. Usavano i _supplici_ (ἰκέται), ossia le persone imploranti
dagli Dei o dagli uomini soccorso o compassione o grazia o asilo,
siccome colpite da sventura o da persecuzioni o sbandite dalla patria,
o ricercate di pena per delitti commessi, seder presso gli altari
tenendo in mano un ramoscello verde di olivo o di lauro, avvolto
in fascie bianche di lana. Il supplice toccava con questi rami le
ginocchia del Nume o del mortale di cui implorava il favore. «Veggo
nel sacro antro un uomo inviso a Dio, bruttato di sangue, _sedente in
atto supplichevole, stendendo le mani, e protendendo un alto ramo di
olivo, coronato di larghe fascie di lana candidissima_» (Esch., _Eum._,
40 seg.). «_Supplice degli Ateniesi, sedea presso gli altari pallido
colla rossa sua veste_» (Arist., _Lisistr._, 1140). «_Io veggo uno che
siederà sopra l’altare tenendo in mano il ramo dei supplici insieme
coi pargoli e la moglie_» (Aristof., _Pluto_, 382 seg.). — All’ara
di Minerva sull’Acropoli andarono a sedersi supplichevoli, cercando
scampo, Cilone e i suoi compagni proscritti dagli Ateniesi (Tucid., I,
126. — Cfr. Omero, _Iliad._ α; Esch., _Suppl._; Eurip., _Supp., Jon,
Alceste, Eracl._, ecc.).
[463] Più tardi — troppo tardi — gli Ateniesi dovevano pentirsi
d’essersi un’altra volta privati della spada di Alcibiade (Plut.,
_Alcib._, 38). Quanto agli Spartani, essi stessi confessarono che la
vittoria di Nózio era da principio in sè stessa ben poco o nulla, ma
divenne _tutto_ per loro, poichè trasse seco la caduta di Alcibiade e
tolse ad Atene il più formidabile de’ suoi difensori (Plut. _Lisand._,
5).
[464] Senofonte celebra i Persiani siccome severissimi contro
l’ingratitudine. «Puniscono essi quel peccato per cui gli uomini
si odiano l’un l’altro sommamente, senza citarsi in giudizio, che è
l’_ingratitudine_: e se vengono a conoscere che alcuno, potendolo fare,
non abbia mostrato prova di essere grato, gli danno aspro castigo.
Perciocchè pensano che gli ingrati non fan conto nè degli Dei, nè dei
parenti, nè della patria, nè degli amici» (Senof., _Ciropedia_, I, 1).
[465] I Traci, che da Teiras discendente di Giapeto furono chiamati
_Teíres_ (Joseph., _Ant. Iud_., I, 6) e poi _Traci_ (Θρήικες, Θρᾶκες),
occuparono anticamente un vasto paese che comprendeva una parte della
Macedonia e la regione stendentesi da occidente ad oriente tra il
fiume Strimone e il Ponto Eusino; e da settentrione a mezzodì, fra la
catena del monte Emo e il mar Egeo. Quest’era la Tracia propriamente
detta (ossia l’odierna Romelia): però sotto il nome generico di Traci
si chiamarono dai Greci anche i popoli a settentrione dell’Emo, fra
l’Emo e il Danubio, come i Geti confinanti cogli Sciti, i Treri, i
Triballi, ecc. (Erod., V; Strab., VII; Tucid., II). Erano divisi in
varj popoli. Gli uni, come i Bessi, crudeli e feroci, assai temuti e
poco noti, non vivevano che di rapina. Gli altri, truppe mercenarie,
prestavano soccorso a chi li chiamava, e sotto la condotta di un capo
della loro nazione, servivano indifferentemente partiti contrari —
come gli Svizzeri dell’Evo moderno. Tali gli Odomanti, di cui parla
Tucidide, che fornivano truppe agli Ateniesi: tali quelli che abitavano
le montagne, e gli _autónomi_ (Dii, Triballi, ecc.), di cui Sitalce
compose il suo esercito: tali ancora tutti quei corpi di Traci che
erano al servizio d’Atene, di Lacedemone, e dei re di Macedonia e
d’Asia. Infine, i terzi, retti a forma monarchica, eran governati da
re. Dai tempi delle guerre di Troja vedonsi menzionati Reso e Polti
re di Tracia; poco dopo, uno dei figli di Teseo sposò la figlia di un
re di Tracia. La migrazione dei Traci in Asia di cui parlano Erodoto,
Strabone ed Eusebio ci dà il nome di alcuni antichi re traci. Omero
ne nomina parecchi del Chersoneso e delle altre parti della Tracia:
e Reineccio cita gli autori che ne fan conoscere altri (Tucidide, II,
V; Polib., V; Erodoto, I, III, VII; Strabone, VII; Euseb., _Chron_. —
Freinshem., _Supp_., Q. Curio, I, 5).
Ma questo fatto, come quelli che riferisce Diodoro Siculo (lib. III)
delle conquiste di Bacco nella Tracia e di alcuni re di questa nazione,
appartengono a tempi mitici o tenebrosi; solo alcuni secoli dopo si
può tener dietro alla dinastia di questi re, quando cioè la Tracia
propriamente detta, sotto la potenza del re degli Odrisj, si stendeva
dall’occidente all’oriente, dal fiume Strimone sui confini della
Macedonia al Ponto Eusino: e dal settentrione al mezzodì, dall’Emo al
mar Egeo, abbracciando dal lato del mare tutta la costa da Abdera sino
alla foce dell’Istro o Danubio (Tucid., II, 96). Di questo reame degli
Odrisj faceano parte, a occidente lungo lo Strimone, i varj popoli
dei Peoni di cui parlano Omero (_Iliad_., X, 428), Tucidide (II, 96),
Euripide (_Reso_); ad oriente, verso il mar di Marmara, i Tinj, i
Tranipsi, i Melandepti, su cui Seute rivendicava la sua signoria (Sen.,
_Anab_., VII, 2).
Si vedono, è vero, comparire qua e là altri re traci; ma sia che la
loro potenza si limitasse in breve contrada, sia che non fossero che
capi di tribù barbare, sono appena nominati nella storia. Solo il regno
degli Odrisj, la più considerevole delle dinastie di Tracia, fornisce
una successione di re che faccia parte della storia greca e romana.
Teres o Tyres (Erod., VII) ne fu il fondatore (da non confondersi con
Tereo noto per la favola di Progne e Filomela).
[466] _Patti_, allo sbocco dell’Ellesponto sulla Propontide, a circa
150 stadj da Egospótamo. Castello di Tracia ove si recò Alcibiade, dopo
lasciata la flotta, secondo Diodoro Siculo (XIII, 13).