I _fanti leggieri_ regolari (τοξόται) portavano arco, elmo e leggiera
armatura.
I fanti leggieri irregolari (ψιλοὶ) erano di quattro specie:
_peltasti_, recanti una lancia corta e un piccolo scudo detto
_pelta; lanciatori_, che gittavano a mano il lanciotto (ἀκόντικον);
_frombolieri_ che scagliavano sassi con la fionda; e _gittatori di
sassi_ a mano.
Preferendo Atene, per accorgimento politico, impiegare ed addestrare i
suoi proprii cittadini nella marineria — (dacchè alla _forza marittima_
appoggiavasi la sua egemonia fra i Greci, e importava che quella
fosse ateniese, nazionale, e non precaria) — e a mala pena bastando ai
quadri della flotta i _thétes_ dell’ultima classe, così ella assoldava
dall’estero tutte le milizie leggiere di cui abbisognava per il suo
esercito. Per queste non v’erano nè ruoli, nè ordinamenti che ne
prescrivessero le armi e gli esercizii: però Atene li prendeva fra i
Greci od i barbari che in uno od altro esercizio si distinguessero.
Ella aveva quindi peltasti traci; arcieri di Creta; lanciatori locresi
e acarnani; frombolieri di Rodo, ecc. (Vedi Tucidide; Senof., _Anabasi_
e _Cose equestri_; Arriano, _Tattica_; Eliano, _Tattica_; Peyron,
note al II e VIII di Tucidide; Boeckh, _Econ. pol. at._, II; Ferrario,
_Cost_., I, ecc.).
[294] I soldati in guerra portavano seco i viveri per tre giorni
— carne salata, cacio, ulive, cipolle, ecc. (Cfr. Arist, _Acarn_.,
197; _Pace,_ 368; Plut., _Focione_). A quest’uopo ogni soldato aveva
una sportella o valigietta di vimini (γυλιον) della forma di un vaso
lungo, e nella estremità molto stretto (Vedi Suida, Pottero, Scol. di
Aristof.).
[295] Non solo ogni comandante, ma anche ogni _oplìte_ aveva seco
in guerra un servo o scudiero (ὑπασπιστὴς) che gli portava lo scudo,
e alle volte lo seguiva nel folto della mischia; benchè, di solito,
innanzi la battaglia, costoro fossero spediti alla custodia dei bagagli
(Eliano, _V. St._, XI, 9; Senof., _Anab_., IV; Tucid., III; Polieno,
_Strat_., II; Eliano, _Tatt_.).
Probabilmente molti di essi erano _meteci_, che seguivano in quella,
qualità il loro _patrono_ (προστάτης): ossia il cittadino dal quale
ciascun meteco (obbligato al servizio militare, ma escluso dai
diritti politici) dipendeva per farsi da lui rappresentare negli atti
giuridici. (De-Leva, _Somm. pop. ant._, p. 211).
[296] ὄμοιον ὀμοίῳ κατά θεῖον ἀεὶ προσπελάζει (Aristen., _Lett_., I,
10). Antico proverbio che Aristeneto ha preso da Platone (_Simpos_.)
e da Aristotile (_Ethic_., VIII) e tutti da Omero: Ὼς αἰεὶ τὸν ὁμοῖον
ἄγει θεὀς ὼς τὸν ὁμοῖον.
[297] _Ramiferi_, o _tallofori_ (θαλλοφόροι) erano bei vecchioni
impiegati a portar i rami d’ulivo nella processione delle Panatenee;
non potendo per la vecchiezza essere impiegati in altro. Indi diceasi
proverbialmente _buono a fare il ramifero_ per significare _buono a
nulla_. «_Saremo derisi per le vie e chiamati ramiferi_» (Aristof.,
_Vespe_, 542. — Cfr. Eust., _Odiss_., 17; Senof., _Simp_., III; Etym.
M.; Esichio, a q. v.).
[298] Cecrope fu antichissimo re di Atene, vissuto parecchi secoli
innanzi la guerra di Troja. Indi in Alcifrone una cortigiana chiama
per ischerno _Cecropone_ per la sua antichità un vecchio rimbambito
(Alcifr., _Lett._, I, 28). E in Aristofane il vecchio imbecille
Filocleone invoca Cecrope (Arist., _Vespe_, 438).
[299] _Erme_, busti di Mercurio, di cui si parlerà più innanzi. La
iscrizione sulle Erme dei nomi dei valorosi ch’eransi distinti in
guerra, era ricompensa militare anticamente pregiata dagli Ateniesi.
«_Al tempo degli avi fiorirono molti generosi e stette ognuno contento
ad una iscrizione sulle Erme_» (Demost., _Ad Leptin_. — Cfr. Eschine in
_Ctesif_.).
[300] Lo starnuto era tenuto fra gli antichi ora per buono ed ora per
cattivo augurio, secondo i casi. Infausti eran quelli della mattina,
fausti quelli del mezzodì. Così in Aristeneto una fanciulla, mentre
scrivendo si lamenta del suo amore infelice, ad un tratto si rallegra
perchè nello scrivere starnutò. «_Oh come a proposito starnutai! il mio
amante penserebbe egli a me in questo momento?_» (Aristen., _Lett_.,
II, 5). — E in Teocrito: «_Fortunato sposo! a te starnutò qualche
fausto genio, quando venisti a Sparta!_» (Teocr., _Idill_., 18). Un
esempio, invece di starnuto infausto, si ha in Teocr. _Idill_., 7.
[301] _Chiechenei_, bocche aperte, spalancate, sbadiglianti;
appellativo derisorio dato da Aristofane agli Ateniesi, per indicare
con una sola caratteristica parola la curiosità senza senso e senza
scopo, la credulità e la balordaggine della plebe; voce tolta dallo
stupido spalancar di becco delle oche, e degli uccelli piccini
all’appressarsi dei maggiori (Cfr. Luciano, _Scita_; Wieland,
_Aristippo_).
[302] _Agora_ era la piazza maggiore di Atene, ove teneasi il
mercato; la quale metteva da una parte a settentrione al Ceramico e
all’Accademia, e a mezzodì ai Portici (_Pecile, Portico Regio_, ecc.).
[303] _Giove fiscio_, ossia _fuggitivo_ (φύξιος Ζεὺς), veniva invocato
dai fuggenti (Vedi Licofrone, _Cassandra_, v. 288, e lo scoliaste a
quel verso). A _Giove Fiscio_ sagrificò Deucalione cessato il diluvio
(Apollod., _Bibl._, 1. II): e di un’ara dedicata a questo nume fa
menzione Pausania (_Corint_., 4).
[304] Le _triremi_, ch’eran le navi da guerra ateniesi (comandate
ciascuna da un _trierarca_) secondo i calcoli del Boeckh (_Econ. pol.
At._, II, 22), portavano ordinariamente da 200 uomini ciascuna. E cioè:
10 soldati di fanteria navale (ἐπιβάται) destinati alla difesa della
nave; 40 opliti (truppe di sbarco o combattenti sopra coperta); e 150
tra uffiziali della nave, marinaj e rematori. Questi ultimi erano oltre
a cento, ripartiti in tre ordini (indi il nome di _trireme_). Nel primo
ordine, il più alto sopra il livello dell’acqua, erano i _traniti_, con
lunghi remi: nel secondo di mezzo gli _zigiti_, nel terzo e più basso
i _talamj_, i quali ultimi remando poco più su del livello dell’acqua,
avean remi assai corti e sceglievansi quindi fra i più deboli di
forza; questi erano spregiati (Ar., _Rane_, 1106) e non adoperavansi
in alcuna fazione. — Questi tre ordini di rematori eran diretti da un
_regolatore_ (κελευστὴς), ch’era sulla nave il primo in dignità, dopo
il trierarca ed il piloto (κυβερνήτης), (Tucid.; Senof., _Rep. At._, I,
2; Peyron, _Note_ a Tucid.).
[305] Circa l’ambizione di Alcibiade e la sua sete di gloria, vedi
massimamente il _Primo Alcibiade_ di Platone già citato: «La gloria,
che tu Alcibiade — gli dice Socrate — desideri più ardentemente di
quello che uomo giammai abbia desiderato alcuna cosa» (_Pr. Alcib._,
124).
[306] I _Misteri di Eleusi_ (o _Eleusinie_): celebri nella antica
Grecia. Potevano dirsi una imitazione de’ misteri di Samotracia,
salva la sostituzione del mito di Cerere e Proserpina alla favola e
ai riti dei Cabiri. Più in su risalendo, può ritrovarsene l’origine
nelle antiche dottrine orfiche dell’immortalità dell’anima e della
metempsicosi, raccolte più tardi e sviluppate dalla filosofia
pitagorica; colle quali dottrine dovettero avere qualche relazione i
riti simbolici egiziani d’Iside e di Osiride, introdotti probabilmente
nell’Attica dall’egiziano Cecrope. E però Cecrope potrebbe riguardarsi
il vero istitutore de’ misteri eleusini: lo stesso Trittolemo, infatti,
a cui Eusebio e Giustino attribuiscono, insieme colla prima seminagione
nell’Attica, l’istituzione dei misteri di Eleusi, sembra vissuto poco
dopo Cecrope, al tempo di Cranao suo successore.
Diodoro Siculo fa invece istitutore de’ misteri Eretteo, quinto
successore di Cecrope, e come lui egizio di nazione: il quale avendo
dall’Egitto portato nell’Attica, afflitta da carestia, gran copia
di granaglie, gli Ateniesi per gratitudine il fecero loro re; indi
dissero Cerere essere venuta nell’Attica con lui; e aver egli perciò
portati seco _dall’Egitto_ i riti della Dea (τὰ μυστήρια ποιῆσαι,
μετενεγκοντα τὸ περὶ τούτων νὸμινον ἐξ Αἰγύπτου.) e instituiti ad
essa in Eleusi i misteri. Ma Pausania negli _Attici_, parlando della
guerra tra Eretteo e gli Eleusini d’Eumolpo riguarda i misteri come
già esistenti a quel tempo; e solo è a notarsi nella versione di
Diodoro la conferma dell’origine egizia od orientale di quei riti,
contemporanea alla venuta delle colonie nell’Attica. Prima d’allora
la religione fra’ Greci consisteva, più che altro, in un superstizioso
timore delle forze della natura: tutt’al più, se anche prima di Cecrope
e di Cadmo gli _Dei tutelari_ di ciascun popolo, i _lari_ e i _penati_
protettori delle famiglie avean vittime e voti, era per assicurarsene
la protezione e calmarne lo sdegno, da cui faceansi provenire tutti
i mali fisici e morali della vita privata e pubblica. La credenza
che Giove fosse il custode dei diritti dell’ospitalità e il punitore
degli spergiuri, e che qualunque omicidio anche involontario fosse
senza tregua perseguitato dalle Eumenidi, era al più tutto quello che
la religione contribuiva di suo allo svolgersi della vita sociale
fra quelle orde elleniche primitive. Ma i nuovi colonizzatori e
legislatori, venendo in Grecia dai paesi orientali, già mansuefatti
alle idee dei governi teocratrici e alla venerazione e al timore delle
caste sacerdotali, non tardarono a sentire il bisogno di puntellare
con quelle idee l’edificio sociale di quelle loro nuove colonie fra
popolazioni indomite e semiselvaggie. Bisognò rinvigorire la fiacca
autorità delle leggi col sostegno della fede, diffondendo la credenza
che gli Dei prendessero immediata cognizione delle azioni degli uomini;
che essi non solo presiedessero alle prosperità e ai mali fisici
presenti, ma che non contenti di punire il malvagio e premiare il
giusto _in questa vita_, citassero anche le anime dei trapassati ad un
tribunale inesorabile, per essere da questo serbate secondo i meriti o
i demeriti ad una nuova vita di delizie o di orribili tormenti. Questa
dottrina, inculcata al popolo con la sola esposizione orale, non poteva
impressionarlo gran che: ma simboleggiata nei _misteri_ e proposta fra
una quantità di apparati incutenti immediato terrore ai sensi, doveva
di necessità agire potentemente sullo spirito di uomini eccessivamente
sensuali e superstiziosi, che nei sotterranei di Eleusi si trovavano
portati, per via di artificiose illusioni, prima nel Tartaro, poi negli
ameni boschetti dello Eliso. — Indi colla venuta dell’egizio Cecrope e
colla instaurazione dei _misteri_ noi vediam prodursi il contatto più
importante e caratteristico fra la _deisidemonia_, ossia il politeismo
materiale, fisiocratico, degli antichi Elleni e lo spiritualismo delle
religioni orientali, egizia, israelitica, ecc. E come in queste, così
pure nei _misteri Eleusini_ il filosofo scopre, allato ad un intento
presunto spirituale e morale, rivolto alla pratica del vero e del
giusto, un intento più materiale e più concreto: la brama di dominio
e di potenza della casta sacerdotale, volta colle arti dell’impostura
ad impadronirsi dell’uomo nella persona, nell’anima e negli averi.
Le ricchezze prodigiose accumulate dai sacerdoti del tempio di Eleusi
provano come l’intento fosse abbastanza riuscito.
I _misteri Eleusini_ erano di due sorta: i _grandi_, τά μεγάλα ossiano
i veri misteri (μυστήρια) consacrati a Cerere; i _piccoli_, τά μικρά,
ossia _inizj_ dei misteri (τελεταὶ) consacrati a Proserpina. I piccoli
celebravansi nel mese di Antesterione, ed erano propriamente una
preparazione ai grandi misteri. Durante i medesimi, i candidati alla
iniziazione, o iniziati di _primo grado_ (detti _misti_, μύστης)
si purificavano nell’Ilisso, si preparavano con digiuni, preghiere,
sacrificj, e sopratutto con offerte alla Dea. Più queste eran ricche e
più probabilità si aveva di essere iniziati, e meno terribili eran le
prove da subirsi.
Questi _misti_, ossia iniziati ai _piccoli_ misteri, dopo cinque anni,
e per somma grazia dopo un anno, potevano essere ammessi ai _grandi_ —
e allora prendevano il nome di _epopti_ (ἐπὸπτης), ossia _ispettori_,
ossia iniziati di secondo grado. La quale iniziazione ai grandi misteri
celebravasi ogni tre anni, d’autunno, poco prima delle Tesmoforie,
nel mese di Boedromione. Durava nove giorni, dal 15 del mese in poi:
le cerimonie avean luogo la notte: e giammai festa sacra fu tanto
solennizzata nella Grecia come questa. Tutto che la scienza e l’arte
avevan potuto scoprire di più meraviglioso era posto in opera per
colpire la fantasia del candidato, già estenuato anticipatamente dai
digiuni, dalle macerazioni e da altre pratiche tendenti a debilitare il
corpo e la ragione. I primi tre giorni, dei nove, si passavano ad Atene
in sacrificj, digiuni, purificazioni, processioni in riva al mare ed
altre cerimonie preparatorie. In una di queste un fanciullino di puro
sangue ateniese era posto vicino alla fiamma del sacrificio e compiva i
riti espiatorj, in nome dei futuri iniziati. — Il quarto giorno, danze
sacre, pantomime rappresentanti il ratto di Proserpina e l’invenzione
dei processi agronomici di Trittolemo. Portavasi da Eleusi ad Atene il
_calato_ (κάλαθος), canestro sacro di Cerere, sopra un carro seguìto
da una turba acclamante a Cerere, _dea nutrice, dea delle messi._
Seguivano vergini, con panieri o _ceste_ (κίστη) di frutta e dolci, che
servivano, insieme col ciceone, a rompere il digiuno commemorativo del
digiuno di Cerere, giusta la formula degli iniziati: «_ho digiunato, ho
bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta e dopo aver gustato ho deposto
nel calato; ho ripreso dal calato e riposto nella cesta_.» — Il quinto
giorno, cerimonia delle fiaccole, altra imitazione del rito egizio di
Sais. Gli invitati sfilano a due a due in gran silenzio, con in mano
torcie accese, poi scambiano e si ripassano le torcie di mano in mano.
— Il sesto giorno, la statua di Iacco (figlio di Cerere) inghirlandata
di mirto, veniva portata con gran pompa in processione, dall’Eleusinio
in Atene, per la via sacra, sino all’Anattorio o tempio di Eleusi. Il
calato, il rombo, il fallo, seguono la processione, mentre i sacerdoti
cantano gl’inni a Iacco e la turba acclama: _Iacche! evoè! Iacche!_
— Il settimo, ottavo e nono giorno, detti _mistici_, impiegavansi
nella cerimonia della iniziazione degli aspiranti o iniziati di primo
grado (_misti_). Gli iniziati indossano lunghe tuniche di lino, colle
quali devono essere iniziati. Essi attendono la notte nel Pronao, o
vestibolo, che le porte del tempio si aprano: ed ecco, ad un tratto,
là, in mezzo alla più profonda oscurità, scoppiar tuoni e folgori,
tremar la terra e il tempio tutto, come scrollato dalle fondamenta.
Romori spaventevoli e sibili di serpenti e muggiti s’alzano dagli
abissi; fantasmi e spettri ributtanti e cadaveri insanguinati sfilano
alla luce sinistra dei lampi. Più in là appare Ecate tricipite,
circondata da orrendi mostri. Poi tutto ritorna silenzio e buio; poi lo
squarciarsi come d’una cortina metallica annunzia nuove apparizioni. È
il Tartaro co’ suoi fiumi di fiamma, e i suoi odori sulfurei, i suoi
tormenti e tormentati, Sisifo, Tantalo, Issione, le Danaidi, ecc.
Ma il Tartaro scompare, e alle scene spaventose succedono le scene
gioconde: sono i campi Elisj coi prati smaltati di fiori e il dolce
mormorio degli uccelletti e i boschetti profumati, e le ombre amene,
rallegrate dai cori e dalle danze delle coppie dei beati, dai banchetti
di nettare e di ambrosia, dalle mistiche melodie. Dagli Elisj ecco i
novizi passare ad un sotterraneo illuminato da torcie, ove si svolgono
ai loro occhi le vicende di Cerere, di Proserpina e di Iacco, più o
meno lubricamente, più o meno oscenamente rappresentate. Il novizio
là vede dove Iside nascondesse suo figlio Oro dall’ira di Tifone;
e quello che mostrasse a Cerere la vecchietta Baubo per far che la
dea nel colmo della mestizia si scompisciasse dalle risa; e quel che
contenessero i canestri chiusi delle figlie di Cecrope, ecc., ecc.
Terminato lo spettacolo, i novizj son condotti nel recinto sacro fuori
del tempio: e là trovansi ancora nel buio: quand’ecco ad un tratto
le porte del tempio spalancarsi con fracasso; e nella gran navata,
immenso spazio capace di cinquemila persone, in mezzo ad un mare di
luce e di torcie scintillanti, apparire la statua di Cerere tutta oro
e gemme, circondata da’ suoi ministri in ricchissimi paludamenti. È il
_gerofante_ (ἱεροφάντης) supremo pontefice di Cerere, ed in pari tempo
il gran sacerdote dell’Attica, assistito dal _fiaccolifero_ (δᾳδοῦχος),
dall’_araldo_, o _cerice_ (κήρυξ) recante il caduceo, e dagli altri
sacerdoti. All’entrar degli iniziati nel tempio, l’araldo grida:
_lungi i profani, gli empj e tutti quelli di cui l’anima è macchiata di
delitti_: e commina pena di morte a chi non iniziato sarà sorpreso nel
tempio. Poi ad un segnale dell’jerofante gli Dei olimpici appariscono
nel santuario (_teofanìa_) e da quel punto comincia l’iniziazione,
e gli iniziati son proclamati _epopti_, siccome ammessi alla visione
della divinità. Il gerofante li arringa, promettendo loro, dopo morte,
le voluttà degli Elisi, negate ai profani e invitandoli a giurare
per la triplice Ecate il silenzio più assoluto su tutto ciò che hanno
udito ed inteso, sotto minaccie terribili di morte a chi commettesse
la menoma indiscrezione. Tutti gli iniziati prestano il giuramento, ed
escono dal tempio in gran raccoglimento, per recarsi in processione
all’Eleusinio. Il giorno dopo gli iniziati fan festa e si ricreano
dalle fatiche dell’iniziazione nelle braccia delle cortigiane; il nono
ed ultimo giorno infine si rimandano i pusillanimi che non superarono
le prove, e gli epopti celebrano la iniziazione con ricchissime offerte
al tempio di Eleusi — magnifica gazzarra pei sacerdoti.
(Diod. Sic., lib. I; Callimaco, _Inno a Cerere_; Platone, _Fedone,
Gorgia_; Pausan., _Att_., 38; Giustino, lib II; Meursius, _Gr. fer.;
Eleusinia; Reg. Ath._, lib. II; Wieland, _Aristip_., IV, 1; Maury,
_Hist. des relig. de la Gr. ant._; Robinson, _Antiq. of Greece_;
Barthelemy, _Anac_.; Preller, _Demeter und Persephone_; Cl. Bader, _La
femme grecque_, I, cap. 6; Debay, _Nuits Corinthiennes_, ecc.).
[307] _Erme_ (V. sopra, nota 8), così dette da Ἐρμῆς, _Mercurio_, erano
masse di marmo dell’altezza di un uomo, che nella parte superiore
ritraevano la testa di Mercurio, e nella inferiore terminavano in
colonna tetragona. Di queste Erme ve n’erano molte per le vie, nei
vestiboli delle case private e nei templi, — postevi dai privati o
per ordine dei magistrati. Anzi una via intera in Atene chiamavasi
_delle Erme_ perchè tutta decorata di questi busti. Ipparco, figlio di
Pisistrato, ne aveva fatte por molte nel mezzo delle vie tra la città
e i singoli demi rurali, con suvvi iscrizioni o precetti morali, per
esempio: _cura la giustizia — non ingannar l’amico_, ecc. (Platone,
_Ipparco_, 228 seg.; Tucidide, VI., 27; Suida, Arpocraz. a q. v.).
Questi simulacri di Ermete eran riguardati dagli Ateniesi come custodi
tutelari dei lari domestici, delle vie, della prosperità della città,
della pace pubblica e delle istituzioni; e negli Ateniesi, come bene
osserva l’Houssaye, l’idea religiosa associavasi siffattamente alla
idea politica, che una offesa fatta ad un Dio protettore della città,
come quella che poteva attirar su di essa la collera del Dio offeso,
consideravasi quale un attacco contro la repubblica. — Indi il crimine
di tradimento e di sacrilegio eran fatti sinonimi (Senof., _St. Ell_.,
I; Meurs., _Them. Att_., II, 2. — Cfr. Timeo, _Fragm. Hist. gr._; e
Houssaye, _Hist. d’Alc._, II, 42).
Il guasto di queste Erme, che poco innanzi la spedizione di Sicilia
furono trovate una bella mattina quasi tutte mutilate nella faccia, fu
tenuto in Atene per grave sacrilegio e vi destò un’emozione indicibile,
di cui si valsero i nemici d’Alcibiade, per darne la colpa a lui,
collegandovi anco l’accusa di avere in un’orgia contraffatto i misteri
di Eleusi. Sulla mutilazione di queste Erme, sulle accuse di Pitonico
e Andromaco, Dioclide e Teucro, contro Alcibiade, sulla deposizione
di Andocide e Tessalo contro il medesimo, e sul processo relativo che
provocò, oltre il richiamo e la condanna di Alcibiade, molte esecuzioni
capitali di presunti suoi complici, vedi Tucidide, VI, 28, 53, 60,
61; Andoc., _Or. dei misteri_; Lisia, _Contro Andoc_., 36; Ps. Andoc.,
_Contro Alcib_.; Isocr., _De Big._, III; Plutarco in _Nicia_, 13, in
_Alcib_. 18 seg.; Corn. Nep. in _Alcib_. — Cfr. Grote, tom. XI.
Ma il racconto del coscienzioso Tucidide (VI, 60) intorno al modo con
cui fu ottenuta la propalazione d’Andocide, che formò la base della
accusa di Tessalo, e la accusa di Lisia contro Andocide stesso (c. 36),
danno fondamento a dubitare della verità di quell’accusa riguardo ad
Alcibiade. Infatti Tucidide afferma che «niuno nè allora, nè poi potè
mai nulla affermare di certo sugli autori del misfatto, e gli Ateniesi
medesimi non sapevano se la punizione delle vittime fosse giusta»
(ib.).
[308] Tucidide avverte che gli Ateniesi diedero al fatto delle Erme
_maggior importanza_ del dovere «_giudicandola opera d’una cospirazione
tendente ad innovar lo Stato e ad abbattere il governo popolare_» (VI,
27). Della facilità degli Ateniesi a sospettare per ogni cosa di mene
sovvertitrici contro il governo popolare accennai altrove (V. quadro
II; e _Alcib. e la crit_., Op., IV, 321). A questi sospetti associavasi
sempre naturalmente il sospetto di intelligenze coll’aristocratica
Sparta: indi le accuse di _filolacone_ (amico degli Spartani) e di
cospiratore per introdur la tirannide, dal tempo di Ippia in poi,
suonavano in Atene pressochè equivalenti (Cfr. Plut. in _Cimone_,
18; _Nicia_, 10; Aristof., _Lisis_., 619 seg.; Erod., V, 91). Perciò,
appena si intese, dopo il fatto delle Erme, che un piccolo corpo di
Lacedemoni si era inoltrato fino all’Istmo, si sparse subito la voce
per Atene che esso si avanzasse di concerto cogli autori del sacrilegio
per istabilire la tirannia (Tucid., VI, 61).
[309] Ecco il testo preciso dell’accusa contro Alcibiade assente in
Sicilia, quale ci fu conservato da Plutarco: «Tessalo, figliuol di
Cimone Laciade, accusò Alcibiade figliuolo di Clinia Scambonide di
aver commessa iniquità contro le due Dee Proserpina e Cerere, avendone
contraffatti e mostrati i misteri in sua propria casa a’ compagni
suoi, abbigliato con una veste simile a quella che indossa il Gerofante
quando appunto mostra le cose sacre, ed avendo nominato _Gerofante_ sè
stesso, e Polizione _Fiaccolifero_, e Teodoro _Banditore_, e creati gli
altri compagni _Iniziati_ ed _Ispettori_, contro le leggi e gli statuti
degli Eumolpidi, dei banditori e dei sacerdoti di Eleusi. — Per il qual
delitto il popolo lo ha condannato a morte in contumacia, ha confiscato
tutti i suoi beni, e determinato di più che tutti i sacerdoti e le
sacerdotesse lo abbiano a maledire» (Plut., _Alcib_., 22. — Cfr.
Tucid., 61).
Il Dacier unisce erroneamente nella sua versione il testo dell’accusa
coll’esposizione della condanna, che di quel testo non fa parte.
Comunque sta che Alcibiade fu doppiamente condannato, nel capo e nei
beni (Cfr. anche Isocr., _De Big_., 17; Giustino, V, 1; Diod. Sic.,
XIII, 5; Corn. Nep., _Alcib_.; Senof., _St. Ell_., I, 4).
La pena di morte era difatti la pena inflitta tanto ai traditori o rei
di lesa repubblica quanto ai sacrileghi (Licurgo in _Leocr_.; Hermog.,
_Partit. Sect._, V); pure il rigore di quella duplice condanna parrebbe
eccedere la stessa legge ateniese, che vietava impor doppia pena: «_In
qualunque giudizio una sola pena si dia: o corporale o pecuniaria:
entrambe no_» (Demost. _ad Leptin_.); «_l’Etica condanni il convinto a
pena corporale o pecunaria_» (Demost., _C. Timocr_.): conseguenza della
qual legge era la facoltà di optare fra le pene, data ai rei convinti
(Plat., _Apol_.; Eugraphius, in _Andriam_, Act. III; Meurs., _Them.
Att_., II, 22). Così Socrate e Focione furono puniti di morte e non
colla confisca dei beni. Vuolsi però notare che Alcibiade era stato
condannato a morte dopo la sua evasione a Turio, cioè _in contumacia_,
la morte essendo la pena irrogata di diritto al titolo del crimine:
l’opzione poi era concessa solo agli accusati presenti al giudicio; la
sola parte efficace della condanna di Alcibiade era l’esilio perpetuo,
il divieto di esser seppellito nell’Attica, e la confisca dei beni —
le quali appunto erano le pene stabilite pei colpevoli di sacrilegio o
di tradimento, quando questi non si trovavano in mano della giustizia
(Senof., _St. Ell_., I; Meurs., _Them. Att._, II, 2).
[310] _Nave Salaminia_. La _Salaminia_ e la _Pàralo_ (o il _Paralio_)
erano le due principali triremi ateniesi che stavano sempre allestite
e pronte a salpare per recar dovunque gli ordini e i messaggi della
Repubblica (Tucid., VI, 53), accompagnare, occorrendo, per lo stesso
servizio le spedizioni da guerra (Tucid., III, 77), portar le sacre
ambasciate o _Teorie_ ai principali giuochi e ai templi più venerati
della Grecia, come a Delo, e per tale uffizio chiamavansi anche ambedue
_navi sacre_ (Plat., _Fedone_, 58; Arpocr., Suida). Non eran montate,
per il loro servizio geloso di Stato, che da cittadini liberi (Tucid.,
VIII, 73) ed erano fra le più veloci al corso («_Le due velocissime
navi_ Paralo _e_ Salaminia _stan per sciogliere dal lido come foriere
portando gli inquisitori, i quali devono far noto quando s’abbia ad
uscire in guerra_.» — Alcifr., _Lett_., I, 11; Scol. Aristof., _Ucc_.,
1204). La nave _Paralo_ fu la prima che si salvò con Conone dalla
disfatta di Egospotamo e portò ad Atene la infausta nuova (Senof.,
_St. Ell_., II, 1). La _Salaminia_ (così detta dal suo primo piloto
che fu Nausiteo di Salamina) era la nave, in cui, secondo la tradizione
popolare, Teseo erasi imbarcato per Creta alla spedizione del Minotauro
(Plut., _Teseo_). Sovr’essa gli Ateniesi mandavano ogni anno la
_teorìa_ a Delo a sagrificare ad Apollo, in memoria del sacrifizio
fattovi da Teseo quando tornò a Creta vittorioso; e finchè questa nave
non era di ritorno, non era permesso in città far giustiziare nessun
condannato a morte (Plat., _Fedone_, p. 43). Perchè la _Salaminia_
cogli anni non si sfasciasse, di quando in quando rappezzavasi: sicchè
coll’andar del tempo non serbò più del primo naviglio che la forma.
Era una nave di trenta remi — e fu conservata dagli Ateniesi sino al
tempo di Demetrio Falereo. — Fu essa che portò ad Alcibiade in Sicilia
l’ordine di richiamo (Plut. in _Alcib_. e _Teseo_; Tucid., VI, 61).
[311] Intorno a Cimone, vedi Plutarco e Cornelio Nepote nella sua Vita.
[312] Questo anatema fu scolpito su una colonna eretta in una delle
piazze della città (Corn. Nep., _Alcib_., 4).
[313] «Avendolo quindi condannato (Alcibiade) per contumacia e
pubblicate avendone le sostanze, determinarono di più che tutti i
sacerdoti e le sacerdotesse lo avessero a maledire: fra le quali
raccontasi che una sola, chiamata Teano, figliuola di Menone,
sacerdotessa del tempio di Agraulo, ebbe il coraggio di opporsi a
quel decreto, dicendo: _di essere sacerdotessa per benedire e non per
maledire_» εὐχῶν, οὐ καταρῶν ἱέρειαν γεγονέναι (Plut., _Alcib_., 22).
— Sui riti delle maledizioni, vedi Lisia, _Contr. Andoc_.; Plut.,
_Arist_., 24, 25; Erodoto, V, 165. — Cfr. Maury, _Hist. des relig. de
la Gr. ant._
[314] Agraulo, sinonimo di Aglauro. Vedi quadro III, nota 53.
[315] Che una Timandra seguisse Alcibiade allo esercito si rileva da
Ateneo: «Lo stesso (Alcibiade) partito per l’esercito, conduceva seco
in giro Timandra, la madre di Laide Corinzia» (Aten., _Deipn._, XII,
535).
[316] πάν διὰ πυρὸς ἤ ξιφῶν — _anche attraverso i fuochi e le spade!_
— _passar si dovesse anche tra il fuoco e le spade!_ — esclamazione
proverbiale di frequente uso (Diog. Sinop., _Epist_., 30; Cratete,
_Epist_., 6; Chione, _Epist. a Plat_., 17).
[317] Nicia e Lamaco furono i due capitani eletti a colleghi di
Alcibiade nel comando della spedizione di Sicilia. Nicia era abile
capitano, ma prudentissimo sino alla paura; Lamaco audace fino alla
temerità; Alcibiade radunava in sè, da eccellente capitano ch’egli
era, la prudenza del primo e il coraggio del secondo (Plut., _Nicia_;
_Alcib_.; Tucid., VI).
Sul carattere focoso e impetuosissimo di Lamaco, le cui doti
soldatesche appunto lo facevano miglior soldato che condottiero, e il
quale del resto visse virtuoso e povero, e morì in Sicilia da prode,
vedi Aristof., _Acarnesi, Pace_, 1290, seg.; _Rane_, 1039; Tucid., IV,
75; VI, 19, 101; Plut., _Alcib._, 12, 20; Nicia, 14; Elian., _V. st._,
II, 43. — Aristofane stesso che lo canzonò, facendone il tipo d’un
capitan Fracassa de’ suoi tempi, rende omaggio alla sua virtù e ai suoi
meriti verso la patria, nelle _Tesmof._, 841.
[318] «_In prima è probabile che i Numi, fortissimi alleati e campioni,
ci assisteranno_» τούς θεοὺς μεγίστους ἡμῖν ὑπάρχειν συμμάκους κα’
βοηθούς (Demost., _Sulla lettera di Filippo_).
[319] «Mandò (il popolo) ad esso (Alcibiade) la nave _Salaminia_, dando
avvedutamente ordine agli inviati di non mettergli le mani addosso, nè
di fargli violenza alcuna, ma di usar parole moderate, insinuandogli
di venir loro spontaneamente dietro per presentarsi in giudicio,
e render persuaso il popolo della propria innocenza. Usata fu tale
circospezione perchè temevasi altrimenti un qualche tumulto e sedizione
nell’esercito, che trovavasi in paese nemico: _cosa che Alcibiade
suscitar poteva agevolmente se voluto avesse:_ imperocchè per la di
lui partenza i soldati si disanimarono...» (Plut, in _Alcib_., 24). —
E Tucidide: «Mandarono (gli Ateniesi) la nave _Salaminia_, ordinandole
non già di arrestarlo, ma di intimargli che venisse in Atene a
discolparsi. _Così vollero evitare che si eccitasse qualche moto
nelle loro truppe_ di Sicilia od in quelle nemiche, e che partissero
dall’esercito i Mantinei e gli Argivi, i quali, come si credeva, si
erano uniti alla spedizione ad istanza di Alcibiade» (Tucid., VI, 61).
Dinanzi a questa doppia testimonianza di Plutarco e di Tucidide, ci
sembra nel torto il Grote, il quale non crede che Alcibiade avrebbe
potuto così facilmente suscitare una sommossa militare se avesse voluto
resistere all’ordine. Oltre che Alcibiade era forte degli alleati,
venuti espressamente per lui, e a lui devoti, e che formavano il
maggior numero, la popolarità enorme di Alcibiade fra i suoi stessi
concittadini ed il suo ascendente fra i soldati erano notissimi; e i
primi fatti della guerra, sopratutto la presa di Catania a lui dovuta e
la felice riuscita dello stratagemma di cui racconta Polieno (I, 40),
non avevano potuto che accrescerli. — Basta del resto raffigurarsi
le doti geniali del carattere di Alcibiade e la sua arte squisita
di cattivarsi gli animi, per ritenere senz’altro che le simpatie
dell’esercito gli erano assicurate: come lo provò chiaramente la
sfiducia che subentrò alla sua partenza.
[320] _Trierarchi_, capitani di trireme (vedi sopra nota 13).
Volendo alleviare i pesi dell’erario, Atene accollava ai più ricchi
cittadini le spese di alcuni pubblici servizii, detti _liturgie_.
Le liturgie ordinarie erano quattro: la _ginnasiarchia_, per cui
il ginnasiarca provvedeva all’allestimento del luogo pei pubblici
giuochi ginnastici, vitto e paghe dei ginnasiasti, ecc. La _coregia_,
che imponeva al corego una parte delle spese dei cori, nelle gare
teatrali. La _estiasi_: il liturgo, a ciò nominato da ogni singola
tribù, ne allestiva il banchetto pubblico. Infine la _trierarchia_,
ch’era la più onerosa di tutte. Il _trierarca_, che appunto sceglievasi
tra i più ricchi cittadini, era obbligato a montare e corredare di
tutti gli attrezzi una trireme a proprie spese e pagar di suo anche
un complemento di soldo ai marinaj della stessa, oltre la paga che
avevano dallo Stato. Lo Stato non forniva che il corpo della trireme
e l’albero: e malcapitati i trierarchi cui toccavano delle vecchie
carcasse da raggiustare ed armare. I trierarchi quindi nella repubblica
eran tanti quante le triremi o navi da guerra: Senofonte ai suoi tempi
faceva il novero di 400 trierarchi (Senof., _Rep. Aten._; Tucid.,
II, 24; VI, 31). Demostene così cita la legge: «_Nessuno sia esente
dall’armar triremi, fuorchè i nove arconti._ Chi dunque è impotente
al carico di trierarca, paga le taglie di guerra: gli opulenti invece
danno galee e tributi» (Demost., _C. Lept_.). Dal che si rileva che
i cittadini più doviziosi della prima classe (i pentacosiomedimni)
avevano benissimo il modo di soddisfare all’obbligo del servizio
militare — obbligo comune per tutti a cominciar appunto dai più ricchi
(Aristot., _Polit_., V, 2) — anche senza servire nella cavalleria, dove
per cavarsi d’imbarazzo li colloca erroneamente, insieme coi cittadini
di seconda classe, l’Houssaye, a cui quel passo di Demostene sembra
essere sfuggito (Vedi Houss., _Hist. d’Alcib. et de la rep. Ath._, I,
pag. 8, nota 1).
[321] Uno dei tanti tribunali d’Atene, il quale adunavasi in un luogo
appartato del Pireo detto Freatte (da φρέαρ, _pozzo_, perchè ivi era un
pozzo vicino) lungo la spiaggia del mare; e là dinanzi ad esso potevano
venire in sicurezza a discolparsi i cittadini i quali, già sbanditi
per qualche fatto dalla patria, fossero stati, mentre durava ancora il
bando, accusati di qualche delitto nuovo. «L’accusato facendosi presso,
ma non toccando terra, dal bordo della nave si discolpa: i giudici dal
lido odono e giudicano: quegli, se convinto, è sentenziato a castigo
condegno; se immune, ritorna all’esilio» (Demost., _Contro Aristocr_.).
Narrasi che Teucro fosse stato il primo a discolparsi in questa guisa
dell’uccisione di Aiace in presenza di Telamone (Paus., _Attic._, 28;
Poll., VIII, 10; Potter, _Arch_.).
[322] Imprecazione d’uso che precedeva i pubblici giudizj in Atene.
Come è noto, i giudici eliasti e i senatori prestavano giuramento di
esercitare secondo coscienza il loro ufficio: «or quando — prosegue
Demostene — non ira, non furore, non altra rea passione detta a me
giudice il suffragio, io son fedele al giuramento. Fui ingannato? è
iniquo punirmi. Ho mentito a posta? Ne andrò maledetto. _E perciò
l’araldo in ogni adunanza impreca non agli ingannati, ma agli
ingannatori o del Senato o del popolo o dei giudici_» (Demost., _Contro
Aristocr_.).
[323] Le _Eumenidi_, od _Erinni_ vendicatrici (_Furie_), avevano altari
in Atene dai tempi antichissimi, ed eran chiamate per antonomasia le
_Dee Venerande_ come protettrici della città (Vedi Eschilo, _Eumen_.;
Tucidide, I, 125).
[324] Infausto augurio. Reputavasi invece augurio felice se, mentre
faceansi i sacrificj, comparivano aquile volanti a destra (Vedi Omero;
Eschilo, _Agam_.).
[325] «Il mare si va rabbuffando... i venti minacciano metter l’onde
sossopra... e gli intendenti degli astri dicono che stia per nascere in
cielo il Toro. Per lo che coloro che vogliono evitar i pericoli della
burrasca si ritirano in salvo» (Alcifr., _Lett_., I, 10). Le sette
Jadi, che fanno parte della costellazione del Toro, al loro nascere e
al loro tramonto apportano piogge e tempeste.
[326] «In progresso di tempo, sentito avendo (Alcibiade) che gli
Ateniesi condannato aveanlo a morte, _Ma io, disse, mostrerò ben loro
che sono ancor vivo_,» ἄλλ’ ἐγώ δείξω αὐτοῖς ὄτι ζῷ (Plut., _Alcib._).
[327] _Nella recita, per l’effetto scenico, cala la tela a questo
punto._
[328] _Invocar l’aiuto di Crateide_, Κράταιιν σωστρεῖν (ἐπικαλέσασθαι),
starsene al primo danno, prima che non capiti di peggio (Alcifr.,
_Lett._, I, 18). Modo proverbiale, attinto da Omero, dove Circe
ammonisce Ulisse che, invece di vendicare i compagni divoratigli da
Scilla, il mostro marino, preghi Crateide madre del mostro a interporsi
perchè non glie ne siano divorati degli altri (Omero, _Odiss._,
lib. XII, v. 124). Superfluo notare che Lamaco parla sulla spiaggia
siciliana, cioè in vicinanza di Scilla.
[329] Rozze e povere eran tutte le abitazioni spartane; poichè Licurgo
«_cacciò via tutte le arti che troppo squisite erano ed inutili:_»
sicchè «_soltanto_ i mobili di uso continuo e _indispensabile_, come
le tavole e le sedie, erano presso gli Spartani lavorati con perfetto
artificio.» E fra le leggi da Licurgo poste per bandire da Sparta la
sontuosità ed il lusso, «altra ve n’era con cui ordinavasi che ogni
abitazione avesse i palchi fatti colla scure, e le porte lavorate
solamente colla sega, nè che adoprato vi fosse strumento veruno.
Imperocchè Licurgo pensava che una sì fatta abitazione non lasciasse
luogo nè a lusso, nè a magnificenza. Nè v’ha certo alcuno sì goffo
e inconsiderato che in abitazione semplice e triviale portar voglia
letti co’ piedi di argento e coperti di porpora e vasi d’oro ed altre
sontuose suppellettili a queste corrispondenti: ma è necessario che
tutto sia proporzionato e all’abitazione corrispondano gli arredi.
Per una tal costumanza dicesi che Leonida il vecchio, cenando in
Corinto e veggendo il tetto della casa ben laqueato e di grande spesa,
interrogasse l’ospite suo _se presso di loro nascevano i legni lavorati
e riquadrati_» (Plut. in _Licurgo_. — Cfr. Plut., _Reg. apof._, p. 125;
_Lac. ap._, 222; Müller, _Dorier_, lib. IV, c. 1).
[330] στιβάδα chiamavano gli Spartani i giacigli di giunchi e di foglie
su cui dormivano: «fatti da loro medesimi, con rompere colle mani e
senza servirsi di ferro alcuno, le cime delle canne che nascono lungo
le rive dell’Eurota: nel verno poi mescolavano con tali foglie quelle
di una specie di cardi, chiamati licofoni, sembrando che tal materia
avesse un non so che di calido» (Plut. in _Licurgo_ e _Apoft. Lac._).
[331] Il _cóton_ era il bicchiere dei guerrieri spartani: specie di
ciotola di terra cotta, ad una sola ansa. «Molto celebre a Sparta era
quella ciotola detta _cóton laconico_, principalmente per l’uso che,
al dir di Crizia, ne facea la soldatesca: imperocchè quelle acque
che per necessità si beveano, e che al solo vederle erano schifose e
recavan disgusto, nascoste venivano dal color di quel vaso» (Plut. in
_Licurgo_. — Cfr. Scoliaste di Aristof. nei _Caval._ e nella _Pace_;
Polluce, VI, 16; Ateneo, XI, 483; Senof., _Cirop._ — Meurs., _Misc.
Lac._, I, 14).
[332] Vedi quadro III, nota 39.
[333] Euribate fu ladro astutissimo: messo in prigione, insegnò a
rubare perfino a’ suoi carcerieri. Indi passò tra’ Greci il suo nome
in proverbio. «_Neppure Euribate, quel ladro famoso, osò tanto_»
(Aristen., _Lett._, I, 20). Dicevasi anche _azione da Euribate_,
Εὐρυβάτου πράγμα. «_Questo è un agire da Euribate, non da cittadini,
non da gente onorata_» (Demost., _Corona_). — Ed Eschine: «_Nè
Frinonda_ (altro ladro famoso), _nè Euribate, nè altri degli antichi
furfanti furono prestigiatori e ciurmadori come costui_» (Esch., _C.
Ctesif._) — Cfr. Platone, _Protag._, c. 16; Alcifr., _Lett._, III, 20;
Lucian., _Aless._, 4; ed Erasmo, sulla frase proverbiale, εὐρυβατύεσθαι
(_agire da Euribate_).
[334] _Platanisto_ (πλατανιστάς) era a Sparta il luogo di esercizio
per la gioventù, derivante il nome dagli altissimi e folti platani che
l’ombreggiavano. Il fiume Eurota e il ruscello Euripo vi scorrevano
intorno, formandone come un’isola, alla quale mettevano, per un ponte
ciascuna, due strade: nell’una era il simulacro di Ercole, nell’altra
l’effigie di Licurgo. — Nel Platanisto avevano luogo le manovre e i
combattimenti degli efebi (ossia dei giovani spartani dai diciotto ai
venti anni) (Paus., _Lacon._; Luc., _Ginnas._; Teocr., _Idill._, 18. —
Meurs., _Misc. Lac._, II, 13; IV, 15).
[335] _Silfio_, erba adoperata dai Greci e in ispecie dagli Ateniesi
per condimento comunissimo e quasi indispensabile nelle vivande della
loro cucina. La più credibile opinione moderna è ch’ella fosse l’_asa
fetida_ dei botanici. Specialmente dal sugo condensato, estratto dai
fusti e dalle radici, preparavasi quella specie di gomma resinosa
dai Greci chiamata _silfio_ (σιλφιος) e dai Romani _laserpitium_. Le
alture di Cirene erano coperte di questa pianta, che formava un oggetto
d’esportazione lucrosissimo pei Cirenei (Vedi Ateneo, I, 28 d; IV, 170,
e VII, 311 c; 322 d; XIV, 623 b).
[336] _Maza_ (μᾶζα, o in dorico μὰδδα), specie di pane o di focaccia,
di color nero, fatta di farina di frumento: ch’era, insieme col famoso
_brodo nero_, il cibo ordinario nazionale degli Spartani. Infatti ai
banchetti pubblici (_fidizj_) non mangiavasi altro che maza e brodo
nero. — La maza rimase anche nei tempi posteriori, del dominio romano,
il cibo ordinario delle classi povere di Sparta (Plut. in _Agide_,
in _Alcib._ e _Apoft. Lac._, 230 f; Aten., II, 60; IV, 161; III, 115
a; XIV, 636; Aristof., _Caval._, 1104, 1165; _Acarn._, 834; Lucian.,
_Timone, Navig., Epist. Sat._; Platone, _Repub._, II, 372).
[337] _Osservare i tonni_, θυννοσκοπεῖν, diceasi proverbialmente per
_adocchiare con avidità ed intenzione molto intensa_ qualche cosa.
— Su alte rupi collocavano i pescatori di tonni le lor sentinelle,
a spiar di là attente giù nella marina quando e da che parte i
tonni s’accostassero al lido. Indi l’uso metaforico frequente della
parola: «Tu che hai conturbata la città, — dice il coro a Cleone nei
_Cavalieri_, _e adocchj i nostri tributi come i pescatori dall’alto
dello scoglio adocchiano i tonni_,» τοὺς φόρους θυννοσκοπῶν (Arist.,
_Caval._, 313. — Cfr. Teocr., _Idill._, 3).
[338] «Licurgo volle che i fanciulli fossero governati con ampia
potestà da uno di coloro che sogliono essere eletti ai supremi
magistrati: e a costui fu posto nome di _pedónomo_: e gli diede piena
autorità di raunare insieme i fanciulli e di castigarli severamente,
se avesse veduto alcun di loro far qualche cosa trista. Gli consegnò
pure alcuni di quelli ch’eran vicini a metter barba da portargli dietro
le sferze; acciocchè quando faceva bisogno li potessero castigare»
(Senof., _Rep. Laced._, II). — Alla vigilanza del pedónomo (παιδονόμος)
eran soggetti i giovani fino all’età dei vent’anni e in altissimo onore
era tenuta quella dignità nello Stato (Cfr. Senof., _Rep. Lac._, IV;
Esichio. — Müller, _Dorier_, II, 297).
[339] Nella costituzione data da Licurgo a Sparta (810 av. l’E. V.)
il potere dei due _re_ o _arcageti_ (ἀρχαγέται) (in tempo di guerra
esercitanti con facoltà illimitate il comando supremo dell’esercito;
in tempo di pace investiti del supremo sacerdozio, presiedenti ai
pubblici sagrificj, ai rapporti dello Stato col nume di Delfo, alla
custodia degli oracoli, ai giudizî nelle cause civili, ecc.) trovavasi
già limitato dalla istituzione del Senato (γερουσία), composto di
ventotto cittadini o _geronti_, maggiori dei sessant’anni, eletti
dal popolo a vita tra i vecchi più virtuosi. Il Senato, come potere
amministrativo, discuteva insieme coi re le proposte da presentarsi
all’assemblea del popolo (αλία, ἐκκλησία) — cui prendeva parte a
ciascun plenilunio ogni spartano maggiore dei trent’anni — e le
autorizzava con voto preventivo; come tribunale giudicava con diritto
di vita e di morte in tutte le cause criminali, ed era anche investito
della suprema sorveglianza sui costumi dei cittadini: nel che aveva
molta analogia coll’Areopago di Atene. Però il Senato ed i re che di
esso eran parte, esercitando insieme il diritto non solo di convocare
e sciogliere a proprio grado l’assemblea del popolo, ma anco di
annullarne le deliberazioni, — formavano unitamente un solo corpo, una
sola aristocrazia dominante; ed erano essi stessi il vero perno della
costituzione aristocratica dello Stato. È di fronte al Senato ed ai re
che vediam sorgere in tempi posteriori — come un potere di sorveglianza
e di controllo in _opposizione_ ad essi ed emanante dal popolo, —
il magistrato dei _cinque Efori_ (ἔφοροι). La tradizione volgare
vorrebbe assegnarne la origine alla prima guerra messenica (730-710
av. l’E. V.), dove essi sarebbero stati introdotti dallo stesso re
Teopompo per provvedere al governo nell’assenza dei re partiti per
la guerra. Ma più esatto è il cercare l’origine degli Efori in un
antichissimo magistrato popolare, comune ai popoli dorici, ristretto
in origine alla giurisdizione sui contratti e mercati, il quale, come
è nella tendenza dei magistrati d’origine popolare, si venne man
mano allargando, a spese degli altri poteri di origine opposta. Lo
stesso modo di elezione degli Efori, scelti fra il popolo, e la loro
rinnovazione d’anno in anno e la collisione finale col potere del re,
a cui dovettero giungere tosto o tardi, attesta, contro l’opinione che
vorrebbe farne istitutore il re Teopompo, la vera natura democratica
di questo potere, la cui origine, affine a quella dei _tribuni_ di
Roma, segna l’introdursi di un principio di _mobilità_ nel chiuso
della costituzione stazionaria, aristocratica di Sparta: principio che
riuscirà a scuoterne l’immutabilità secolare e a renderla accessibile
alle successive trasformazioni del tempo. Fatto è che gli Efori, da
semplici soprastanti ai mercanti e giudici nelle cause civili, crebbero
man mano di potere, sino ad esercitare il sindacato ed il controllo
su tutti i magistrati (tranne i geronti) con facoltà di sospenderli
e destituirli, di chiamare in giudizio e di arrestare gli stessi
re. Essi ebbero la sorveglianza sull’educazione della gioventù: e il
diritto di convocare il popolo, raccoglierne suffragi, propor leggi:
assunsero in ispecie l’alta direzione degli affari esteri e degli
affari militari (ricevimento degli inviati dei nemici ed alleati,
invio di ambasciatori, stipulazioni di trattati, dichiarazioni di
guerra, leva di truppe, destinazione dei comandi dell’esercito, poter
disciplinare sul medesimo, istruzioni ed ordini ai comandanti, facoltà
di richiamarli a render conto, ecc.), nei quali casi essi agivano non
tanto in nome proprio, quanto siccome rappresentanti dell’assemblea
popolare. La loro autorità giunse poi al segno da poter condannare a
morte chiunque senza assegnarne i motivi: e da essere pareggiata alla
tirannia (ἰσοτὺραννος, Plat., _Leg_., IV). Le conseguenze di un potere
così esteso, che modificava dalle basi l’antico ordinamento politico
di Licurgo e ne preparava il rovesciamento, apparvero già profonde
nelle lotte civili dell’età di Agide e di Cleomene (Vedi Plut., in
_Lic_., _Agid_. e _Cleom_.; Senof., _Rep. Lac_.; _St. Ell_., 2, 3;
Plut., _Instit. Lac_. — Cfr. O. Müller, _Dorier_, lib. III, c. 6, 7;
Robinson, _Antiq. gr_.).
[340] In una palude della città (Limneo) era il tempio e l’effigie in
legno di Artemide o Diana _Ortia_ (Ὀρθία). Oreste ed Ifigenia recarono,
secondo la leggenda, dalla Tauride a Sparta la statua ed il culto della
dea: detta _Ortia_ od _Ortosia_ da ὄρθιος, _erto_, _diritto_, perchè
il suo simulacro fu ritrovato da due spartani (Astrabaco e Alopèco)
in un campo, avviluppato fra vetrici per guisa che non piegavasi nè
da una parte nè dall’altra. All’atto del ritrovarla i due spartani
furon presi da insania. Raccoltisi i cittadini dei varj quartieri di
Sparta (di Limna, di Cinosuro, di Mesoa e di Pitane) per sagrificare
alla Dea, lo spirito di discordia li invase e vennero a rissa tra di
loro. Gli uni cadono uccisi a piedi dell’altare, gli scampati al ferro
sono spenti da occulto morbo. Su ciò consultato l’oracolo, rispose
doversi sagrificare a Diana vittime. Il barbaro uso durò qualche tempo,
fino a che Licurgo lo abolì, ordinando che in cambio si battessero
all’ara di Diana _Ortia_ a colpi di sferza alcuni fanciulli spartani,
sino a che il sangue ne grondasse. La sacerdotessa presiedeva alla
flagellazione, detta _diamastigosi_, διαμαστίγωσις, tenendo in mano
un piccolo e leggiero idoletto della Dea: se gli esecutori, presi
da compassione, rallentavano i colpi, la sacerdotessa gridava di
non poter più sostenere il peso della statuetta, e allora i colpi
rinforzavano. L’educazione addestrava i giovanetti a fare di questi
supplizj una prova di fortezza morale, gareggiando fra loro a chi
meglio li sopportasse con anima serena e volto allegro. Evidentemente
questo rito era la trasformazione elleno-dorica di un rito straniero,
originariamente di umane vittime, importato dall’Asia Minore (Vedi
sulla _diamastigosi_, e su Diana Ortia, Pausan., _Lacon_., 16;
Plut., _Lic_., 18; _Inst. Lac_., p. 254; Aten., VIII, 350; Luciano,
_Icaronem_. — Cfr. Müller, _Dorier_, lib. IV, 8).
[341] πυΘώχρηστοι, _emanate dall’oracolo_, solevano chiamare gli
Spartani, a titolo di vanto, le loro leggi, ossia rétre (ρήτραι):
dappoichè, per procacciare alle medesime autorità ed obbedienza,
circondandole del prestigio religioso, Licurgo le avea poste — alla
maniera di Mosè — sotto gli auspicj del Nume di Delfo, l’oracolo
nazionale dei Dori, siccome ivi trasmessegli dallo stesso Dio. «E
chiamò (Licurgo) le proprie ordinanze col titolo di _rétre_ (ossia
_detti_, _responsi_) per far credere che fossero state dettate da
Apollo medesimo e che fossero piuttosto oracoli che leggi» (Plut.
in _Lic_.). «Avendo (Licurgo) fatta alcuna legge, prima portatala in
Delfo, consultava s’ella fosse utile. La sacerdotessa, corrotta con
denari, sempre rispondeva che sì. Perciò i Lacedemoni per paura del
Dio ubbidirono alle leggi di Licurgo non altrimenti che ad oracoli»
(Polien., _Strat_., I, 16). Così Tirteo nella _Eunomia_, citato dallo
stesso Plutarco: «_Avendo udito la voce di Febo, da Pito riportarono i
messi nella patria gli oracoli e le certissime parole del Dio_» (Plut.
in _Lic_.; Tirt. ediz. mia, _Opere_, III, p. 79). Nel qual passo di
Tirteo si allude ai _Pizj_, ossia ai quattro ambasciatori che i re ed
il Senato di Sparta solevano spedire all’oracolo, e per l’intermediario
dei quali i sacerdoti di Delfo conservarono come una specie di continua
sorveglianza sulla costituzione lacedemone (Cfr. anche Senof., _Rep.
Lac_., 8; Erod., I, 65: Pausan., _Lacon_., 2; Cic., _Divin_., I, 43;
Val. Mass., I, 2; Giustino, III, 3).
[342] ἐθίζουσι αὐτοῦς καὶ κλέπτεν καὶ τὸν ἀλόντα κολάζουσι πληγα’’ς
(Eracl. Pont., _Polit_.) — La famosa legge spartana sul furto,
troppo spesso travisata dal pregiudizio volgare, non era, in fondo, a
Sparta, se non una parte naturalissima dell’educazione militare della
gioventù, in perfetta armonia, del resto, colle abitudini e colle idee
di una stirpe conquistatrice, costretta a vivere, come i Dori nella
Laconia, continuamente sulle difese, a guisa di esercito accampato fra
popolazioni assoggettate colla forza dell’armi: e a fare dell’abilità
e maestria in ogni arte della guerra la preoccupazione suprema dello
Stato. A ciò son intese dalla prima all’ultima tutte le leggi di
Licurgo, questa compresa, di cui Senofonte così parla: «Del cibo volle
Licurgo che ogni fanciullo maschio avesse tanto da non esser gravato di
soverchio, ma piuttosto che imparasse a soffrir qualche poco la fame.
Nondimeno acciocchè non fossero molestati dalla fame oltre il dovere,
concedette loro di potersi pigliare quel che faceva loro bisogno,
ma non senza arte ed industria: permettendo solamente di rubar tanto
quanto bastasse a sfamarsi. E son sicuro ch’ei permise questo non ad
altro fine se non acciocchè chi non aveva altro modo di procacciarsi
il vitto, con questa sorta di industria lo si acquistasse. Perchè è
manifesto che colui il quale disegna di rapir alcuna cosa, bisogna
di necessità che la notte vegli, il giorno tenda insidie ed inganni:
e così egli ammaestrava i fanciulli a divenire più accorti, e per
conseguenza più bellicosi. Ma, dirà alcuno, per qual ragione adunque,
se egli pensava che il furto fosse un certo che di bene, ordinò che
quel tale che veniva colto in fatto si castigasse acerbamente? Perchè,
a parer mio, gli uomini castigano coloro che non fanno bene anco le
altre cose che vengono loro insegnate; ancor essi punivano costoro
che erano colti in fatto, quasi non sapessero rubar bene» (Senof.,
_Rep. Lac_.). Ancor più spiccata appare l’indole affatto militare di
quella legge da un passo dell’_Anabasi_, ove Senofonte tien consiglio
di guerra coi capi dell’esercito: «Sarà miglior consiglio tentar di
occupare, se ci vien fatto, celatamente e senza che i nemici se ne
accorgano, una qualche parte non custodita del monte. E parmi altresì
che qualora fingiamo di assalirli da questa parte, troveremo il
restante del monte sprovveduto... Ma a che parlo io di cose da far
di soppiatto? mentre sento, o Chirisofo, che voi Lacedemoni, quanti
siete del primo ordine (τῶν ὁμοίων), sin da fanciulli vi esercitate
al rubare, e che non è turpe appo voi ma necessario il procacciarsi
di furto quello che la legge non vieta: laonde poi, affinchè rubiate
_quanto più è possibile e vi sforziate di rimaner celati_, è legge
fra voi di esser battuti qualora siate sorpresi rubando. Or dunque,
ti è data una bella opportunità di mostrare la tua educazione, avendo
cura che non siamo sorpresi mentre prenderemo di furto la via dei
monti» (Sen., _Anab_., VI, 4). — E Plutarco: «Furano i giovinetti
ogni sorta di cibo sul quale possan metter le mani, ben esperti a
tendere destramente insidie a quei che dormono o che la guardano con
trascuranza: ma se colti sul fatto, oltre le percosse, n’hanno in pena
lo star senza mangiare» (Plut., _Lic_., _Apoft. Lac_.; Sesto Empir.,
_Contr. Mathem_., III, 24; Aul. Gell., II, 18). Importa anco por
mente all’idea debolissima che della proprietà avevasi fra un popolo
ove delle cose dei vicini, di uso più comune, era lecito servirsi per
il bisogno del momento, come di cose proprie, anche senza permesso del
proprietario (Plut., _Apoft. Lac._), per poter apprezzare al giusto
valore quella usanza; usanza derivata probabilmente dall’originario
metodo di vita delle tribù doriche sui monti della Tessaglia, ivi
costrette a procurarsi il sostentamento lottando di continuo coi
fortunati possessori della parte piana e produttiva della contrada. La
designazione d’altronde delle cose che poteano esser oggetto di questo
esercizio di destrezza, limitata su per giù a quel tanto di cibi che
ogni spartano, in caccia o in guerra, aveva già il permesso di prendere
dalle provvigioni del suo compagno, toglie alla legge in massima parte
il carattere attribuitogli dalle nostre moderne idee (Cragius, _Rep.
Laced._, lib. III; Meurs., _Misc. Lac._; Müller, _Dorier_, lib. IV, c.
5; Peyron, _I pari di Sparta_, ecc.).
[343] I _Dioscuri_, o i _Gemelli_ — Castore e Polluce, i due figliuoli
di Leda e fratelli di Elena — detti anche _Dei Salvatori_ (Διόσκουροι,
Σωτῆρες, σωτῆρες ἄνακτες) — perchè venivano invocati, in soccorso,
come liberatori dai mali, nelle burrasche, nelle gravi malattie, nelle
pestilenze, nelle battaglie, e in generale da chiunque versasse in
pericolo imminente di morte (Teocr., _Idill._, 22; Eurip., _Oreste_;
Teognide; Omer., _Inni_; Paus., _Lacon._; Oraz., lib. 1, od. III;
Artemidoro, _Onirocrit._, II, 42). Onorati a Sparta di specialissimo
culto, per essi i Lacedemoni solevano giurare ed esclamare. La qual
esclamazione spartana — _per i Dioscuri!_ — forma preciso riscontro
alla esclamazione ateniese _per le due Dee!_ La formula infatti
dell’esclamazione era la medesima: _per le due Divinità!_ (νὴ τὼ θεὼ in
dorico ναὶ τὼ σιὼ): solo che per esse ad Atene intendevansi Cerere e
Proserpina, a Sparta i due gemelli di Leda (Aristof., _Pace_, v. 214;
_Lisistr._, v. 142; e lo Scoliaste, _ibid._; Plut., _Apoft. Lac._;
Meurs., _Misc. Lac._, II, 8).
[344] ὤ πολιὰς Αθηνᾶ (Elian., _Var. Stor._, II, 9), oppure
semplicemente ὤ πολιὰς, o _Poliade!_ (Lucian., _Pescat._, 21). — Così
chiamavasi Minerva in Atene, siccome protettrice della città (Cfr.
Arist., _Nubi_, 602; Paus., _Arcad._, 47).
[345] Ogni Stato greco usava tenere nella principale città degli altri
Stati greci un _prosseno_ (πρόξενος) od _ospite pubblico_: quel che
noi diremmo oggi un console; il quale era cittadino della città in cui
abitava, ed adempiva gratuitamente al suo uffizio. Così, per esempio,
il prosseno di Sparta, in Atene, era non uno spartano, ma un ateniese:
egli esercitava l’ospitalità verso i viaggiatori spartani che fossero
venuti in Atene, li indirizzava ed assisteva del proprio credito
nelle loro commissioni ed interessi, procurava loro tutti i comodi
che dipendessero da lui, dava alloggio agli inviati di Sparta, ecc.
Avveniva spesso che un prosseno, siccome partigiano della città da lui
rappresentata, la sovvenisse nascostamente di consigli e informazioni
politiche; così i Mitilenesi, prosseni di Atene, la avvertirono
segretamente che Mitilene macchinava una defezione (Tucid., III, 2).
Che i maggiori di Alcibiade fossero stati _prosseni_ di Sparta si
desume da Tucid., VI, 89: e più avanti Tucidide parla degli «antichi e
stretti vincoli di ospitalità che legavano Alcibiade coll’eforo Endio,
cosicchè la loro famiglia in grazia dell’ospitalità ebbe anche il nome
laconico: quindi questo si chiamava Endio di Alcibiade» (Tucid., VIII,
6. — Cfr. Tucid., I, 29; II, 85; Senof., _St. Ellen._, IV; Eustaz. in
_Iliad._, 3).
[346] Intorno all’autorità ed all’influenza politica acquistatasi in
breve da Alcibiade a Sparta — influenza a cui conferiva in parte anche
l’assenza del re Agide, vedi Plutarco in _Alcib._; Tucid., VI, 93;
VIII, 8.
[347] Rigorosissime ad Atene le leggi contro il furto. Dracone lo
puniva di morte indistintamente a pari del sacrilegio e dell’omicidio:
Solone statuì contro il ladro la multa del doppio, se il derubato
ricuperava il suo; se nol ricuperava, la multa del decuplo, tanto pel
ladro che per ciascun dei complici: senza pregiudizio del carcere:
mantenuta la pena di morte contro chi rubava ad un privato al di sopra
di 50 dramme o rubava nei ginnasi pubblici per l’importo di 10 dramme:
lecito a chiunque uccidere il ladro notturno: e chi avesse denunziato
tre ladri, riceveva un premio (Plut. in _Sol._; Eschine, _C. Timarco_;
Demost., _C. Timocr._; Aul. Gell., XI, 18. — Meurs., _Them. Att._, II,
1).
[348] Egli è certo, nota il Müller (_Dorier_, t. II, 280) che «il
matrimonio a Sparta lo si concepiva sotto una certa naturale nudità,
e senza adombrare di alcun velo di sorta lo scopo essenziale del
medesimo.» Leonida parte per le Termopili e dice per tutto addio a
sua moglie: «_Rimaritati a uomo da bene e partorisci molti figli_.»
Acrotato torna a Sparta vincitore, e le donne lo accompagnano in
trionfo gridandogli: «_Gioisci colla tua Chelidonia e genera a
Sparta prodi figliuoli._» Procrear figli, e robusti: ecco il primo
dovere di ogni spartano e di ogni spartana, perchè di soldati e non
d’altro abbisogna la città; e però a questo mirano _tutte_ le leggi
spartane sul matrimonio; e le prescrizioni sul ratto delle mogli,
sull’accoppiamento clandestino, ecc., per ringagliardire l’amor fisico
degli sposi; e le pene severe contro i celibi, contro le nozze immature
o tardive, o malassortite; e la trasmissione, in dati casi, dei diritti
matrimoniali.
«Ordinò (Licurgo) che mentre fossero nel fior della età si maritassero:
giudicando che questo dovesse giovar grandemente al perfetto generar
dei figliuoli. E se per avventura accadeva che qualche vecchio avesse
la moglie giovane, vedendo che per lo più elleno erano custodite
diligentissimamente, anco in questa parte ordinò certe cose diverse
dagli altri. Perchè volle che questo vecchio conducesse a sua moglie
qualcuno che gli paresse eccellente di animo e di corpo e di lui ne
ricevesse figliuoli. Ma se ci era chi non volesse abitar colla moglie,
e nondimeno bramasse di aver figliuoli onorati, determinò anco questo,
che costui, appostando una donna feconda e generosa, e persuaso il
marito di lei a consentire alle voglie sue, potesse a questo modo
allevarsi poi dei figliuoli. Ed altre cose molte concedette di questa
maniera. Per il che le mogli vengono ad aver due case, e li lor mariti
acquistano fratelli alli propri figliuoli, i quali partecipano insieme
del nascimento e della gagliardia: ma sono esclusi dalla roba. A questo
modo, tenendo diversa opinione dagli altri nel generar figliuoli,
ognun vede come egli facesse gli uomini di Sparta più eccellenti di
grandezza, di corpo e di forze» (Senof., _Rep. Lac._, 1). E Plutarco:
«Era lecito a valentuomo che fosse preso da affetto per alcuna donna
saggia e modesta e feconda di bella prole, il persuadere colui che
l’aveva in isposa a concedergli di usare con esso lei, onde produrre e
ingenerare in quel fruttifero campo figliuoli buoni e valorosi, che de’
buoni e valorosi fossero consanguinei e fratelli» (Plut. in _Licurgo._
— Cfr. Theodor., _Graec. aff._, 9).
Il Meursio, nella _Themis Attica_, I, 7, cita un passo di Sopatro (_in
Hermog_.), da cui arguisce che anche in Atene fosse lecito agli uomini
prestar ad altri la propria moglie — _juxta leges atticas licebat
viro uxorem suam alteri fruendam tradere_ — ma Sopatro non cita che
un esempio eccezionale ed isolato, e se si fosse trattato di un uso
generale, se n’avrebbero altre testimonianze, nè Senofonte l’avrebbe
notato come legge affatto speciale e caratteristica di Sparta.
[349] κατάκλειστοι, _rinserrate_, son chiamate da Saffo e da Callimaco
le fanciulle joniche, siccome appunto cresciute, a differenza delle
doriche, nella più rigorosa clausura domestica (Saffo, _Framm_.,
15, ediz. Wolf). E sembra infatti che le vergini attiche fossero
custodite e chiuse negli appartamenti a loro riservati (_talamo_ o
_partenone_, παρθενών) proprio letteralmente sotto chiave «ὀχυροῖσι
παρθενῶσι φρουροῦνται» (Eurip., _Ifig. Aul_., 738); come appare anche
dal consiglio di Focilide: «Custodisci la vergine nei talami _ben
rinserrati_ (πολύκλειστοις) e non permettere che prima delle nozze la
si lasci vedere innanzi alla casa» (Focil., v. 203). E in Aristeneto
una fanciulla innamorata si lamenta: «A che amore combatte con una
verginella inesperta, _ancor rinserrata nel talamo e circondata di
sentinelle?_» (ἔτι θαλαμευομένη ἔτι φρουρουμένη)? (Aristen., _Lett._,
II, 5). Dall’oscurità del παρθενὼν non uscivano le fanciulle che
in quelle poche solennità o feste religiose a cui erano chiamate a
prender parte (come _portatrici di canestri_ nelle processioni, ecc.):
ed erano quelle le rarissime occasioni in cui potea capitar loro di
innamorarsi di un giovane. — Maggiore, ma non di molto, era la libertà
concessa alle maritate o matrone (ἐλευθέραι). Anch’esse abitavano nella
parte più remota della casa un appartamento riservato o _gineceo_
(γυναικωνίτις) separato affatto dall’_androne_ o appartamento degli
uomini (ἀνδρωνίτις): e nel gineceo, di cui l’accesso era vietato
rigorosamente a qualunque uomo che non fosse stretto congiunto (Corn.
Nep., _Pref._), doveano le matrone vivere appartate e ritirate,
poichè _le porte dell’atrio della casa sono il confine segnato alla
matrona_ (Menand. pr. Stob., _Serm_., 74:) e non le è permesso varcarle
senza soffrirne nell’onore e nella fama (Eurip., _Troad_. 642). Però
rarissime volte poteano uscir di casa il giorno, in date occasioni, e
sempre soltanto col permesso del marito (Aristof., _Tesmof_., 790): nè
poteano viaggiar di notte fuorchè in carrozza, precedute da uno schiavo
recante una fiaccola (Plut. in _Sol._). Uscendo poi dovevano avere
il volto coperto di un velo densissimo (Eur., _Ifig. Taur._, 372),
essere accompagnate da eunuchi e da schiave (Terenz., _Eunuc._; Teofr.
_Carat_.), e modestissimamente vestite. Al che rigorosamente vegliavano
in Atene appositi funzionarj detti _ginecònomi_ (γυναικόνομοι): i quali
punivano di multa le matrone che uscissero di casa in toeletta appena
men che modesta e decentissima; e i nomi di esse, scritte su tavolette,
venivano affissi al platano, destinato a quest’uso, nel Ceramico
interno, cioè nel corso più frequentato della città (Polluce, VIII,
9; Aten., _Deipn_., VI, c. 9). — Pel resto, intorno alla educazione
e la vita domestica delle donne di famiglia in Atene vedi Aristof.,
_Lisistr._, v. 507 seg., _Eccles_., v. 214, _Tesmof._, v. 414 seg., v.
789 seg.; Senof., _Econom_., VII; Eschilo, _Coef_.; Sofocle, _Edipo
a Col_., _Elettra_, _Antigone_; Eurip., _Oreste, Fenisse, Ifig. in
Aul., Ifig. in Taur., Jon, Eracl._; Plut. in _Solone_ e in _Licurgo_;
nei _Prec. matrim_.; e nelle _Quest. rom_.; Demost. in _Evergete_;
Aristot., _Repub_., ecc. — Cfr. Becker ed Hermann, _Char_., II, 250
seg.; Limbourg-Brouwer, _Hist. de la Civilis. des Grecs_, IV; Meiners,
_Gesch. des weiblichen Geschlechts_, tom. I; Wieland, _Aristippo_, tom.
I, Müller, _Dorier_, lib. IV, c. 2, 4; Cl. Bader, _La femme grecque_,
t. II, c. 1; Gauvet, _Organisation de la famille à Athènes_ (nella
_Revue de legistation_ 1845); Fouquières, _Aspasie_, cap. 9; Lasaulx,
_Gesch. und. Philos. der Ehe bei den Griechen_; Van Stegeren, _De
conditione domestica et de conditione civili foeminarum atheniensium_;
Fickler, _Die griech. Frauen im histor. Zeitalter_; Barthel., _Anac._,
t. IV, c. 20; Whiston, _Matrimonium_ (Smith’s _Dictionn_.); Robinson,
_Antiquities_, ecc.
[350] Plutarco, _Solone_, 20.
[351] Due Veneri distinguevano i Greci: la _celeste_ od _Urania_
(Ἀφροδίτη οὐρανία) e la _popolare_ o _volgare_ o _Pandemia_ (Ἀφροδίτη
πάνδημος). La prima, più antica e senza madre, figlia del cielo,
presiedente all’amor puro e virtuoso, del bello e dell’onesto,
all’amore dell’anime; la seconda, più giovine, figlia di Giove e di
Diana, presiedente all’amor sensuale e lascivo, all’amore dei corpi.
Luciano distingue una terza Venere, la _Venere degli Orti_ (ἤ ἔν
κήποις). Nei sagrificj alla Venere celeste era vietato il vino; e ad
essa come a quella degli Orti sagrificavasi una giovenca. Il re Egeo,
padre di Teseo, implorandola per aver prole, dedicò per il primo alla
Venere _Celeste_ tempio e culto in Atene. Alla Venere _Pandemia_,
altrimenti detta Venere amica o _etéra_ o _meretrice_ (ἐταίρα, πόρνη
Ἀφροδίτη), dea tutelare delle cortigiane — il culto della quale fu
introdotto in Atene da Teseo, e a cui Solone dedicò nella città il
primo bordello — offerivasi in sagrificio una bianca capra. Secondo
altri la giovenca offerivasi a Minerva, e a Venere Celeste le colombe.
— Vedi la distinzione caratteristica delle due Veneri in Platone,
_Simp._, c. 8, 9. Cfr. Senof., _Simp._, 5; Aten., XIII, 559, 569, 572;
XIV, 659; Polem. _ad Tymaeum;_ Alcifr., _Lett_., III, 64; Luc., _Dial.
delle etére_; Stobeo, _Eclog. Physic._, I, 272; Pausan., _Att_., 14,
22; Cicerone, _De nat. deor_., III, 23.
[352] «Tolte alle fanciulle le delizie, il vivere all’ombra ed ogni
sorta di effeminatezza, Licurgo le assuefece a lottar ignude non men
che i fanciulli, e a saltare ed a cantare in certe sacre solennità
alla presenza dei giovani che n’erano spettatori... La nudità poi di
quelle fanciulle non era già cosa che avesse del turpe, stando sempre
quivi il pudore, nè luogo avendovi l’incontinenza: ma produceva un
costume semplice e schietto ed una forte emulazione intorno alla
buona simmetria e complessione della persona: ed a quel sesso per
sè medesimo imbelle gustar faceva pensieri non bassi ed ignobili,
partecipe vedendosi anch’esso della gloria che ambiva. Erano queste
cose anche incentivi ai maritaggi, voglio dire la pompa che faceano
quelle fanciulle, _il mostrarsi spogliate_ (ἀποδύσεις) e il tenzonare
sotto gli occhi dei giovani, tratti da necessità amorose» (Plut. in
_Licurgo_). Questa descrizione delle danze delle vergini spartane
(danza _cariatide, bibasi_, ecc.) fu dal Savioli parafrasata nei
notissimi versi:
«Sparta, severo esempio
Di rigida virtude,
Trasse a lottar le vergini
In su l’arena ignude:
Nè di rossor si videro
Contaminar la gota:
È la vergogna inutile
Dove la colpa è ignota.
Se poi quella nudità (γύμνωσις) dovesse intendersi proprio nel senso
letterale, o riferirsi al più che leggero e cortissimo abbigliamento
delle fanciulle spartane, dette appunto _fenomeridi_ (φαινομηρίδες)
perchè mostravan le coscie (Cfr. Aristof., _Lisist_., 150; Eurip.,
_Androm._, 588; Poll., VII, 55; Ibico, _Framm_.) fu a lungo e
oziosamente discusso dalla critica moderna (vedi Müller, _Dorier_, t.
II; Manso, _Sparta_, t. I, 2; Becker ed Hermann, _Char_., II, 173).
Per altro le parole di Plutarco accennano troppo chiaramente a nudità
vera: e che proprio affatto nude le vergini di Sparta comparissero,
non in tutti, ma almeno in dati esercizj ginnastici, è posto fuor
di dubbio, da Plutarco non solo, ma dalla testimonianza concorde di
altri scrittori dell’antichità (Cfr. Platone, _Leg._, VI, p. 771; VII,
806; Ateneo, XIII, p. 566; Teocr., _Idill._, 18; Marziale, IV, 55). E
Properzio:
Multa tuae Spartae miramur jura palestrae:
Sed mage virginei tot bona gumnasii,
Quod non infames exercet corpore ludos
Inter luctantes nuda puella viros. (III, 14)
E Ovidio:
More tuæ gentis nitida dum nuda palestra
Ludis et es nudis fæmina mixta viris. (_Heroid_., XVI).
[353] Senof., _Repub. Laced_., 1; Plut., _Licurg_., 14, _Apoft. Lac._,
p. 223; Aristof., _Lisistr_., 1297 seg.; Eurip., _Androm_.; Cicerone,
_Quaest. Tusc_., III, 15. — Cfr. Manso, _Sparta_, I, 2; Müller,
_Dorier_, lib. IV; Meursius, _Misc. Lac_., ecc.
[354] Sull’ingerenza ed influenza delle donne spartane negli affari
dello Stato ai tempi dell’egemonia di Sparta, vedi Aristot., _Polit_.,
II, 6, 5. — Cfr. Plut., _Lic_.; Plat., _Leg_., VII, 805. Il Müller,
parlando del livello elevato della coltura nelle donne spartane,
scrive: «Sta in generale la osservazione che mentre presso gli Jonj
le donne venivano considerate puramente come oggetti sensuali e
come compagne di letto, e gli Eoli al contrario consentivano alla
loro sensibilità un maggiore sviluppo, di cui fanno fede le poetesse
erotiche di Lesbo, tuttavia i Dori, quasi soli, a Sparta come nella
Magna Grecia, apprezzavano nella donna lo sviluppo delle facoltà
superiori dello spirito e dell’intelligenza (νοῦς).» (_Dorier_, lib.
IV, c. 4).
[355] Aristof., _Tesmof_., 414 seg.
[356] Aristof., _Tesmof_., 479 seg.; _Eccles_., 225.
[357] _Feste Apaturie_ o _feste delle frodi_, da (ἀπαταω, ingannare).
Vi si commemorava la frode colla quale Melanto, messenio, campione
degli Ateniesi, vinse ed uccise in singolar certame Xantio, re dei
Beoti, che avevano invaso l’Attica; e terminò con quel duello la
guerra. Mentre i due combattevano, comparve alle spalle di Xantio una
larva coperta di pelle caprina: o almeno così finse credere Melanto,
il quale gridò non istar bene che venisse un terzo in soccorso
dell’avversario. Xantio si volse allora indietro per veder che fosse,
ed in quella rimase dall’avversario trafitto. Gli Ateniesi, mostrando
di credere che fosse stato Bacco che si era così travestito in lor
favore, gli istituirono le _feste Apaturie_ che si celebravano nel
mese _Pianepsione_ (parte di ottobre e di novembre) e duravano tre
dì. Il primo dicevasi _giorno della cena_; il secondo, _giorno del
sagrifizio_; mentre celebravasi il quale, molti Ateniesi in ricche
vesti giravano intorno l’altare con tizzoni accesi cantando inni a
Vulcano; il terzo, festa _Cureoti_ (_puellaris_), nella quale avea
luogo l’iscrizione dei neonati sul registro della tribù e della curia a
cui i genitori appartenevano (Platone, _Timeo_, I; Polieno, _Strat_.,
I; Scol. d’Aristof, nella _Pace_; Etym. M.; Suida. — Cfr. Meurs.,
_Graeca feriata_, e _Reg. Athen._, III, 10).
[358] «Considerando (Licurgo), quando la moglie andava a marito, che
alcuni nel principio usavano eccessivamente con esse loro, determinò
che fosse vergogna al marito se egli si lasciava vedere nello
andare o nel partirsi dalla moglie. Onde seguiva di necessità che
accoppiandosi occultamente a questo modo sentissero maggior diletto:
e i parti che ne nascevano fossero più gagliardi che non quando si
trovassero marito e moglie sazii di star insieme» (Senof., _Rep.
Lac._, 1). «Si procacciavan le mogli per via di rapina; e la rapita
consegnavasi alla prònuba, la quale radevale i crini d’intorno al
capo, e messole un pallio da uomo e i calzari, la collocava sopra un
mucchio di strame sola e senza alcun lume; lo sposo poi se n’andava
dentro discioltole il cinto e levatala di peso la trasportava nel
letto. Poichè trattenuto erasi non lungo spazio con lei, se ne partiva
modestamente per andarsene a dormire dov’egli era usato cogli altri
giovani; e così continuava, passando i giorni e le notti coi suoi
coetanei, e portandosi di quando in quando alla sposa tutto circospetto
e guardingo... Così pure la sposa con ogni arte adopravasi affinchè
di nascosto trovar si potessero insieme: e ciò faceano per tanto tempo
che alcuni ebbero figliuoli prima che avessero di giorno vedute le loro
mogli» (Plut. in _Licurgo_).
[359] Clistene, cittadino effeminatissimo e lascivo, satireggiato per
i suoi molli costumi in molti luoghi delle commedie di Aristofane (Vedi
_Lisistr., Tesmof., Rane, Nubi, Uccelli, Cavalieri_).
[360] Adoperavano i Greci per la scrittura le tavolette od il papiro.
Le tavolette (δέλτοι, πίνακες) eran generalmente di avorio e coperte
di uno strato di cera sul quale scrivevasi con una punta o stilo
(γραφεῖον): avean nel mezzo un bottone perchè non si incollassero
insieme nel disporle a foggia di libro. Più comunemente usavano
canne (κλαμοι, γραφεῖς) e calamaio (μελανοδόχον) per iscrivere con
inchiostro di sostanza colorante sul papiro (βίβλος) che rotolavasi in
volumi (διφθέρα), di cui i singoli fogli chiamavansi _carte_ (χάρτης).
Questi rotoli applicati su due cilindretti erano scritti in colonna
dall’alto al basso. Ogni volume segnato con un numero veniva chiuso in
una scatola cilindrica o di forma ottagona; e cavavasi dall’astuccio
mediante un cilindro che vi era attaccato (Polluce, VIII, 16; X, 58-61;
Plut., _Demost_., 29; _Eum._, 1; Erod., V, 58; Demost., _A. Stef_., 2,
ecc. Cfr. Gallus, t. II; Geraud, _Sur les livres dans l’antiq_., ecc.).
[361] Il popolo in Grecia facea sagrificj secondo le proprie forze: i
ricchi sagrificavano animali (bovi, arieti, ecc.), i poveri focaccie di
pasta cotte nel forno, talora anche foggiate colla forma degli animali
che si solevano offerire al Dio. «_Tutti femmo a gara per placare con
sagrifizj il cielo: chi offerse un ariete, chi un becco; il povero una
stiacciata_» (Alcifr., _Lett._, III, 35. — Cfr. Tucid., _G. Pel._, I,
127; Aristof., _Pluto_, v. 138; Erod., II, 47).
[362] κάμμα diceasi dai Lacedemoni una focaccia assai in voga fra di
loro, impastata in ispecie di olio e farina, e avvolta in foglie di
lauro (Aten., IV; Esich.) — Di altre sorta di focaccie, cibi a Sparta
usatissimi, vedi in Meursius, _Misc. Lac_., I, 12.
[363] Intorno a questa ed altre leggi e all’intento generale della
legislazione di Licurgo rispetto al matrimonio vedi più sopra nota 20.
[364] Vedi sopra nota 15.
[365] «Il popolo (a Sparta) era stupefatto del viver suo (d’Alcibiade)
e di quel suo conformarsi interamente alle usanze di Lacedemonia:
e quelli che il vedevano radersi fin su la pelle, lavarsi con acqua
fredda, mangiar comunemente di quel cibo chiamato _maza_ e servirsi
anch’egli della _broda nera_ usata dagli Spartani, restavan perplessi
e non sapeano darsi a credere che un tal personaggio in casa sua
avesse mai avuto cuoco o veduto mai profumiere o toccata mai veste di
Mileto. Poichè egli avea fra l’altre molte quest’arte principalmente
per cattivarsi gli uomini, l’assomigliarsi cioè e il conformarsi
alle altrui inclinazioni ed usanze, avendo maggior abilità di
cangiar costumi che non ha di cangiar colore il camaleonte» (Plut,
_Alcib_., 23). «Gli storici narraron di lui che nato in Atene città
splendidissima, tutti gli Ateniesi nella splendidezza e nel decoroso
vivere superò; e che fra gli Spartani che poneano la virtù somma nella
sofferenza, così dura vita menò che nella parsimonia del vino e del
trattamento vinse tutti gli Spartani: che fu presso de’ Traci, uomini
vinolenti e dediti alle cose oscene, e che questi ancora in cotali
disordini superò» (Corn. Nep., _Alcib_., 11. — Cfr. Ateneo, _Deipn_.,
XII, 534 d.).
Intorno al vitto austero e ai costumi rigidissimi dell’educazione
spartana, vedi Senof., _Rep. Laced_.; Plut., _Licurg_., 10 seg.,
_Agide_ e _Instit. Lac._, Aristot., _Polit._, IV, 9; Ateneo, IV, 8;
Eliano, _V. St._, XIV, 7; Plinio, _Nat. Hist_., XXXIII, 1. — Cfr.
Müller, _Dorier_, lib. IV; Cragius, _Rep. Lac._; Meurs., _Misc. Lac._;
Manso, _Sparta_.
[366] _Fame melia_ — λιμός Μὴλιος — era frase divenuta proverbiale, per
allusione all’orribile fame sofferta dagli abitanti dell’isola di Melo
ribellatisi ad Atene e assediati da Nicia sin che dalla fame furono
stretti ad arrendersi nell’anno sedicesimo della guerra del Peloponneso
(Tucid., _G. Pel_., V, 85 seg.) — vale a dire nell’anno antecedente a
quello in cui è supposta la presente scena: «_Farete morire gli Dei di
fame melia_» (Aristof., _Ucc._, v. 186).
[367] Senof., _Repub. Laced_., 15.
[368] Un critico «_erudito_» del mio _Alcibiade_, il signor Stuart,
si scandalizzò altamente ch’io avessi nell’opuscolo «_Alcibiade, la
critica e il secolo di Pericle_,» calcolato a _duecentonove navi e
sessantaquattromila_ uomini il totale effettivo delle forze mandate
da Atene all’impresa di Sicilia: e scorgendovi la prova ch’io ho
scritto l’_Alcibiade_ senza leggere Tucidide, ebbe la bontà fraterna di
consigliarmi lo studio del grande storico ateniese. Infatti Tucidide
«_il quale_, — secondo l’_arguta_ osservazione del signor Stuart —
_ha la pretesa di saperne più del signor Cavallotti_,» enumera in
sole 136 navi e 5100 soldati (lib. VI, 43) le forze ateniesi della
prima spedizione di Sicilia, con Alcibiade, Lamaco e Nicia: e in 73
navi e 5000 soldati il totale della spedizione di rinforzo condotta
da Demostene ed Eurimedonte. Ed ecco come la spedizione di Sicilia, a
detta di Tucidide, cioè a detta del signor Stuart che _dice di averlo
studiato_, non si componeva che di diecimila e cento uomini in tutto;
nel qual numero è veramente un po’ difficile farci stare i 40,000
_uomini_ perduti, di cui parla Cimoto in questa scena: ed ecco come
il signor Stuart, tutto trionfante, conclude che «_la raccomandazione
da lui fattami di leggere Tucidide era tutt’altro che inopportuna._»
C’è però un guaio: Tucidide e gli altri classici antichi non basta
il leggerli bisogna anche _saperli leggere_: cioè leggerli con quel
corredo di studj classici e di cognizioni sull’antichità, che sono
indispensabili per capirli e per non leggerli a rovescio. E a questo
per l’appunto non pensò il mio critico egregio: il quale, essendo stato
poco tempo addietro colto in flagrante d’ignoranza completa intorno
allo storico ateniese, e volendo, pare, liberarsi da quella taccia,
credette ingenuamente che bastasse il mettersi a leggerlo senz’altro,
per poterlo citare con cognizione di causa. E naturalmente lo ha citato
a sproposito: poichè digiuno di studj intorno all’autore che leggeva,
il poveretto, non s’accorse che il calcolo mio (ch’è per lo appunto il
calcolo di un insigne ellenista, il Peyron) era per lo appunto dedotto
dai dati di Tucidide; il poveretto non sapeva che in quella cifra
dei 10,100 _soldati_, Tucidide indica, come è uso indicar sempre, la
sola cifra degli _opliti_, ossia l’effettivo della fanteria pesante
d’ordinanza e non già della forza numerica; che ciascun oplite aveva
seco in guerra un servo (ὑπασπιστης) non contato nei quadri; che ogni
trireme, oltre le truppe di sbarco, portava 200 uomini tra fanteria
navale ed equipaggio: e non sapendo tutto questo, il signor Stuart,
tutto intento a dimostrare che l’impresa di Sicilia era stata proprio
una bazzecola, annunziò al mondo erudito la grande scoperta che Atene
aveva mandato a quell’impresa non già 64,000, ma soli 10,100 uomini,
i quali in Sicilia avran poi dovuto moltiplicarsi come i pesci della
Bibbia, perchè dopo tutte le battaglie e dopo tutti i disastri subìti,
e dopo le grandi stragi che ne vennero fatte, ne rimanessero ancora
«non meno _di quarantamila_» (Tucidide, VII, 75) nell’ultima ritirata
di Nicia! — E così si parla di storia e così si fa la critica da certi
critici _eruditi_ ai giorni nostri!
Ecco dunque la statistica delle forze ateniesi in Sicilia, secondo i
dati di Tucidide, illustrati dal Peyron:
1.ª spedizione con Alcibiade (Tuc., VI, 48): 134 triremi, in ragione di
200 uomini d’equipaggio ciascuna, totale uomini 26,800: 3 navi rodie
da 50 remi, uomini d’equipaggio 100; opliti 5,100; loro servi 5,100;
cavalieri 30; loro servi 30; truppe leggiere 1,300 — totale navi 136,
uomini 38,460.
2.ª spedizione (VI, 94): cavalieri 250; loro servi 250; arcieri a
cavallo 30. — Totale uomini 530.
3.ª spedizione (VII, 42): triremi 73; loro equipaggio 14,600; opliti
5,000; servi 5,000; truppe leggiere 500 — Totale 25,100.
Totale complessivo delle tre spedizioni 64,000 — con buona pace
dell’_erudito_ signor Stuart.
E colla cifra dei 64,000 si spiegano i 40,000 uomini della ritirata,
e i 7,000 prigionieri di cui parla Tucidide (VII, 75, 87); e si
spiega come sulla sua scorta Isocrate (_Sociale_, 29) e sulla scorta
di entrambi Eliano (_V. St_., V, 10) — e sulla scorta di tutti e tre
il mio Cimoto — calcolassero le perdite ateniesi in Sicilia a 40,000
uomini. Isocrate ed Eliano parlano anzi di 40,000 _opliti_ perduti;
è evidentemente un equivoco: gli _opliti_ dell’impresa non erano che
10,100. Ad ogni modo il signor Stuart, che _non sa leggere_ Tucidide,
se l’aggiusti almeno con Isocrate e con Eliano!
[369] Tucid., _G. Pel_., VII, 87; Plutarco in _Nicia_. Le _Latomie_
erano le cave di pietra, dove i Siracusani gettarono accatastati i
prigionieri ateniesi. Esistono ancora presso Siracusa le vestigia
di queste cave; la più vasta delle quali, la Latomia, ora detta de’
Cappuccini, dal convento attiguo, credesi quella appunto in cui gli
Ateniesi furon gettati.
[370] (λύκον εἴδες); _hai visto il lupo?_ (Teocr., _Idil_., 14).
Proverbio greco giunto sino a noi; diceasi di chi avea l’aria stravolta
e taciturna, come succedeva, secondo la tradizione del volgo, a chi
avesse veduto un lupo, o ne fosse stato veduto. «_Non mi avvenga
di vedere nè il lupo, nè l’usurajo_» (Alcifr., _Lett_., I, 26).
Specialissima poi degli Ateniesi era la superstizione contro i lupi:
ed era assegnato fra loro il premio di un talento a chi uccideva
un lupicino, di due a chi ne uccideva uno grande (Scol. d’Aristof.,
_Ucc._, v. 368).
[371] Sulle armi e abbigliamento dei guerrieri di Sparta, vedi innanzi,
note 64-69.
[372] «Una legge de’ Lacedemoni ordinava che nessuno de’ cittadini
dovesse indicar mollezza nel colorito, o tanto fosse pingue di corpo
che men atto paresse agli esercizi: perocchè l’una cosa dimostra
pigrizia e l’altra non denota maschio valore. Di più era prescritto che
ogni giorno gli efebi si presentassero pubblicamente nudi agli efori.
Se venivano riconosciuti di gagliarda costituzione fisica, e negli
esercizi quasi torniti ed intagliati, avevan lode ed approvazione;
ma se in essi discoprivasi alcun membro rilassato o languido per la
pinguedine dall’ozio proveniente, erano condannati e battuti» (Eliano,
_V. St._, XIV, 7).
[373] πρόμαχε Αθηνᾶ (Alcifr., _Lett._, III, 51). — Con un pronome
consimile — Minerva _promacorma_ (προμαχόρμα) — quale soccorritrice
e protettrice d’Atene, vien la Dea designata in Pausania, _Corint._,
34. Da quella sua tutela sopra Atene, Minerva era anche, come si
vide, soprannominata _Poliade_ (πολιὰς, πολιοῦχος), _clavigera_ o
_custode delle chiavi della città_ (κληδοῦχος), _signora della rocca_,
ecc. (Arist., _Cav._, 581, 763, _Tesmof._, 1142, _Nubi_, 602, ecc.).
Altri soprannomi proprj di Pallade: _alalcomenia_ (soccorritrice),
_obrimopatra_ (figlia di padre potente), _persepoli, fobesistrata_
(devastatrice di città, fugatrice di eserciti), _atritonia_
(invincibile), _erganea_ (madre dell’arti), _tritogenia_, dea di _molti
consigli, dagli occhi azzurri, dalla lancia d’oro_, ecc., ecc.
[374] Καδμεία νίκη, _vittoria cadmea_: frase greca proverbiale,
equivalente a quella dei Latini, rimasta nell’uso odierno: _vittoria
di Pirro_. Vittoria acquistata a caro prezzo, sia materiale o morale.
In quest’ultimo senso Aristeneto: «La mia disfatta val meglio della
tua vittoria cadmea: perchè in un combattimento per cosa cattiva il
più infelice è chi vince» (Aristen., _Lett._, II, 6. — Cfr. Platone,
_Leg._, I, 641 c.).