(_Alc._, 36) dice che Alcibiade rifugiossi ad una sua rocca presso
Bisante (sulla spiaggia nord-ovest della Propontide, oggi mar di
Marmara). Cornelio Nepote narra ch’ei recossi a Perinto (pure sulla
spiaggia settentrionale della Propontide, ma ad Oriente di Bisante) e
vi fortificò tre castella: Borno, Bizia, Macrontichos. Senofonte (_St.
Ell_., I, 5) dice semplicemente che Alcibiade recossi ai suoi castelli
del Chersoneso. — Tenendo conto di questa indicazione di Senofonte,
l’autore qui prescelse la lezione di Diodoro, essendo Patti più vicino
all’Ellesponto e ad Egospotamo, vicinanza richiesta dall’ultima scena
del quadro.
[467] Intorno al costume trace, cfr. i ragguagli abbastanza concordi
di Erodoto sull’abbigliamento dei Traci strimonj nella spedizione
di Dario, e di Senofonte sull’abbigliamento dei Traci di re Seute:
«I Traci poi combattevano portando alopéchidi (ἀλωπεκεας) in capo,
tonache (κιθῶνας) sul corpo, e al disopra delle tonache indossando
saj o mantelli variopinti (ζειράς ποικίλας); sui piedi e sulle tibie,
calzari di pelle di cerbiatto (πέδιλα νερβῶν); per armi, giavellotti
e pelte e sciabole corte» (Erod., VII, 75). «Era tanto il freddo
che l’acqua portata alla cena agghiacciò, e così il vino nei vasi:
e allora si fece manifesto per qual motivo i Traci portano pelli di
volpi sulla testa e sulle orecchie, e tonache non solamente sul petto
ma anche sulle coscie, e vesti fino ai piedi quando cavalcano, invece
di clamidi» (Senof., _Anab_., VII, 4). Le alte calzature dei Traci in
pelle di cerbiatto, coprenti metà delle gambe, son chiamate _embadi_
(ἐμβαδες) in Polluce (IV, 25). — Questi ragguagli concordano anche col
vestiario di un bassorilievo raffigurante il trace Orfeo e descritto
da Heuzey nel _Diction. des Antiq. gr. et rom._ (Paris, 1873), dove
il poeta trace porta appunto alla foggia nazionale gli alti calzari di
pelle, e l’alopechide, una sciabola curva alla cintura, e al di sopra
della tonaca un mantello ch’è probabilmente la _zeira_ (ζειρὰ) di cui
parla Erodoto. — Delle armi eran sopratutto nazionali la pelta, scudo
piccolo e leggiero, a forma di mezzaluna, o, secondo altri, di foglia
d’edera; il giavellotto (_pugnabant jaculis Thraces_. Ovid., _Ibis_, v.
135) e l’arco, nel cui maneggio, stando a cavallo, erano celebratissimi
(Plut., _Alc_., 37). Tucidide ricorda popolazioni tracie, di là
dall’Emo, tutte di arcieri a cavallo; e Traci montanari (Dii) armati di
daga (Tucid., II, 96). Atene aveva corpi mercenari di _peltasti_ traci,
armati di pelta e daga (Tucid., IV, 28; VII, 27). Omero (_Iliade_,
X, 428) nomina i traci Peoni «_dai curvi archi_.» Euripide poi così
descrive l’esercito dei Traci del re Reso: «Molti erano i cavalieri,
molti i peltasti, e molti gli arcieri; seguiva una gran turba di armati
alla leggiera, portanti la lunga tunica (στολή) tracia» (Eurip.,
_Reso_, v. 311 seg.). Cfr. anche l’armamento dei Traci di Perseo in
Plutarco (_Paolo Em_.).
[468] L’uso del berrettone di pelle di volpe (ἀλωπηκις), ch’era come
l’elmo nazionale dei guerrieri traci e serviva a proteggerli dai geli
del loro clima, si perpetuò fino a’ dì nostri in quelle contrade:
anzi sembra che di là venisse trasportato nel costume di alcune armi
speciali degli eserciti europei. L’alopechide degli antichi Traci aveva
la forma di un elmo antico a punta; la coda della volpe penzolava a
guisa di criniera dietro il collo insieme colle due zampe posteriori
dell’animale, che al bisogno servivano di giugulari per allacciar
l’alopechide sotto il mento. — Così osservasi nel bassorilievo citato
sopra di Orfeo, e in una pittura di vaso antico raffigurante Reso re
dei Traci.
[469] L’uso delle sciabole, o scimitarre, era comune ai Persiani,
agli Sciti e ai Traci, come si vede da Erodoto (_Polym_.) e da
Ammiano (Cfr. le note 3 e 44 a quest’atto). Quanto alle ragioni di
prudenza e vigilanza che doveano consigliare ai Traci di Seute questo
sedersi armati, anche a tavola, vedi più sotto la nota 55. Così pure
degli Sciti, viventi alla stessa guisa dei Traci, una vita nomade
e battagliera, in lotte continue fra tribù e tribù, Luciano fa dire
a Solone: «Fra noi (Ateniesi) è bensì vietato portar ferro in città
senza bisogno e uscir armati in pubblico, ma voi Sciti siete scusabili
se vivete sempre colle armi alla mano, perchè non abitate tra ripari;
le insidie sono facili, i nemici molti, e siete sempre sul sospetto
che mentre dormite non vengano ad assalirvi sul carro ed uccidervi.
La scambievole diffidenza, il vostro vivere sciolto e senza legge, vi
fa sempre necessario il ferro, per averlo pronto alla difesa» (Luc.,
_Ginnas._, 34).
[470] Intorno ai costumi e agli usi dei Traci nel banchettare, cfr.
specialmente Senofonte nell’_Anabasi_ (VII, 3). — La cena data da Seute
a Senofonte e ai suoi compagni d’armi, e da Senofonte ivi narrata, ebbe
luogo nel 401 av. l’E. V., anno della spedizione del giovine Ciro: e
quindi poco più di tre anni prima dell’epoca della presente scena, che
supponesi sulla fine del 405. Vi è quindi completa contemporaneità di
costumi.
[471] Superfluo avvertire che questo Seute è il medesimo di cui parlano
Senofonte (_Anab._, VII) e Tucidide (II, 101).
[472] Per il senso storico e drammatico delle prime scene di questo
quadro, giova richiamarsi al passo di Plutarco (_Alcib._, 23) citato
al quadro V, n. 37, intorno alla facilità camaleontica di Alcibiade
nello adattarsi secondo i vari paesi ai più opposti costumi. E
Cornelio Nepote: «Vantarono di lui (Alcibiade) che, in Atene, città
splendidissima, vinse tutti nello splendore e nel fasto della vita:
indi espulso, fra i Beoti, più prestanti in robustezza di corpo che
in acume di ingegno, nessuno potè eguagliarlo in fatiche e in vigoria
di membra; poi tra i Lacedemoni, usi ai disagi, nel regime di vita
durissimo e in rigidezza di costumi tutti i Lacedemoni vinse; _fu
anche fra i Traci, uomini vinolenti e dediti ai piaceri venerei, ed
essi pure in tali cose superò_; andò tra i Persiani, fra i quali è
somma lode la bravura nella caccia, e il vivere lussurioso: e ne imitò
siffattamente i costumi, da destare fra essi stessi l’ammirazione»
(_Alcib._, 2). — Ateneo ripete le stesse cose, con qualche altro
particolare applicabile a questa prima scena del quadro: «... _in
Thessalia vero_ (Alcibiades) _cum alendis equis et aurigationi vacaret,
peritiorem illius artis fuisse_ (dicunt) _quam Aleuades_. Spartae
vero patientiae et constantiae studens, Spartanos omnes superavit; _in
Thracia rursus Thracas meri potui antecelluit_» (Aten., _Deipn._, 534).
— Ed espertissimi _in gittar freccie e cavalcare_, son detti i Traci
da Plutarco (_Alcib._, 37). — E _allevatori e addestratori di cavalli_
(ἱπποπόλοι) son chiamati da Omero (XIII, 4. — Cfr. Luciano, _Icarom_,
11; Strabone, VII, 3; Eurip., _Reso_).
[473] Quadro I, n. 62, 63, 64. — Quattro furono, com’è noto, i grandi
giuochi della Grecia; gli _Olimpici_, i _Pitici_, i _Nemei_ e gli
_Istmici_. Celebrati come feste nazionali, accessibili a tutti i
popoli greci, da queste solenni radunanze si può ripetere la invenzione
della parentela delle schiatte (cfr. quadro III, scena 4; e Aristof,
_Lisist._, 1128 seg.) o l’albero genealogico degli Elleni, che fu
poi universalmente accolto come un trovato dei sacerdoti di Delfo
dell’ottavo secolo, e valse più di tutto a cementare il sentimento
della unità nazionale fra i Greci. Infatti Archiloco, il poeta
nazionale dei giuochi olimpici, fu il primo, verso il 700 av. l’E. V.,
ad usar la voce _Elleni_ come denominazione generale (Framm. 54).
I giuochi _Pitici_ ab antico si celebravano ogni quattro anni nella
Focide, nella pianura tra Delfi e Cirra, in onore di Apollo che
ivi uccise il serpente Pitone. Euriloco Tessalo cogli Anfizioni,
nella guerra sacra contro i Cirrei, profanatori del tempio delfico,
dopo l’eccidio di quel popolo, li ripristinarono con nuovo lustro e
nuove gare musicali, cui furono poscia aggiunte le gare ginniche ed
equestri e dei carri. Aveano luogo durante l’adunanza di primavera
del consiglio degli Anfizioni: ai vincitori in origine davasi un
premio di danaro (_agone pecuniario_, χρηματίτης), poi si sostituirono
le corone d’alloro (_agone coronario_, στεφανίτης), dal quale le
Pitíadi si cominciarono a contare — fissando la prima Pitíade numerata
all’olimpiade 49ª (581 av. l’E. V.).
Dei giuochi _Nemei_ la leggenda attribuiva l’origine ai funebri
celebrati dai sette duci di Argo con Adrasto, sotto Tebe (1336 av. l’E.
V.), nella selva Nemea, per la morte del fanciullo Archemoro, figlio
del re dei Nemei. Ercole li rinnovò e fece rifiorire, dopo ucciso
il leone Nemeo; ma la prima Neméade famosa, da cui si cominciarono a
contare le altre, ebbe luogo nella olimpiade 72.ª (490 av. l’E. V.)
dopo la battaglia di Maratona, ad onore dei Greci in essa caduti. Però
n’era funebre il rito: si celebravano in un bosco di cipressi (presso
Nemea nell’Argolide); quelli che vi presiedevano indossavano negre
vesti: e ai vincitori davansi in premio corone di apio verde, simbolo
funereo. Ricorrevano nel secondo e quarto anno d’ogni olimpiade.
I giuochi _Istmici_ furono istituiti, secondo la leggenda, da Sisifo re
di Corinto, in commemorazione di Melicerta gettatasi, per disperazione
del figlio spento, col piccolo Ino in mare. Celebravasi il funebre
agone all’istmo di Corinto, dove era fama che un delfino avesse recato
il cadavere di Melicerta. Più tardi, infestato l’istmo dai ladroni, i
giuochi decaddero: finchè Teseo, liberata la contrada, li ristabilì,
dedicandoli a Nettuno, a cui fu eretto sull’istmo un tempio famoso.
Laonde, secondo Plutarco, celebraronsi i giuochi in due forme: di notte
per Melicerta, secondo il rito di Sisifo, e avean forma più di funebri
sagrifici che di spettacoli; di giorno, in onor di Nettuno, secondo
il rito di Teseo; e davasi ai vincitori alternamente o una corona di
pino, albero sacro a Nettuno, o di apio secco come funereo ricordo
della madre di Ino. — Ricorrevano il primo e secondo anno d’ogni
Olimpiade: e che ai tempi di Solone questi giuochi rifiorissero, lo
prova la legge che accordava 500 dramme attiche ai vincitori di Olimpia
(_olimpiònici_) e 100 ai vincitori dei giuochi istmici (_istmiònici_).
Ma sopra tutti celebratissimi i _giuochi Olimpici_ poteano dirsi il
più splendido e vero compendio della vita nazionale dei Greci. La
leggenda ne chiamava primo istitutore Ercole: il quale inseguendo
dal monte Menalo la cerva sacra di Diana, per le foreste di Arcadia,
giunse agli Iperborei, ed ivi raggiunta la belva, ne riportò, in segno
di vittoria, l’olivastro, affrettandosi nel ritorno alla celebrazione
dei sagrifici nell’Elide, ad Olimpia. Decaduti ai tempi della guerra
trojana, dovevano tornare a rifiorire col ritorno dei discendenti
di Ercole, ossia colla invasione dei Dori nel Peloponneso; infatti
Licurgo, insiem con Ifito re dell’Elide, secondo la tradizione, li
rinnovò: il rinnovamento fu sancito dall’oracolo dorico di Delfo, e
vi accedettero, un dopo l’altro, tutti i popoli della Grecia. Però le
olimpiadi non cominciarono a contarsi che un secolo dopo, a datare
dall’anno 776 (primo della prima olimpiade) in cui Corebo di Elea
riportò il premio dei giuochi. Si celebravano ogni quattro anni verso
il solstizio estivo nella magnifica vallata dell’Elide intorno a Pisa,
bagnata dall’Alfeo, rallegrata di ombre dal bosco sacro dell’Altis,
superbo di templi, di altari e di portici e di statue e di trofei: e
torreggiante fra quel popolo di marmi, il miracolo di Fidia: il _Giove
Olimpico_. Prima che cominciassero i giuochi, alcuni inviati degli Elei
bandivano una tregua sacra: e tutte le ostilità cessavano in Grecia per
tutto il tempo ch’era necessario per andare ai giuochi e ritornarne.
Duravano i giuochi cinque giorni dall’11 del mese (cioè dal 1 luglio)
in poi: al 16 terminavano con sacrificj e banchetto e processione;
e colla proclamazione dei vincitori (_Olimpiònici_), ai quali veniva
dai giudici delle gare (_Ellenodici_) conferito il premio della corona
d’ulivo (κότινος). — _Olimpìade_ chiamavasi il periodo dei quattro anni
dall’una all’altra solennità.
I giuochi ginnastici consistettero dapprima soltanto nella _corsa a
piedi_ (δρόμος) sullo stadio, di cui gli stadiódromi dovean percorrere
l’intera lunghezza (un ottavo di miglio): poi si istituì la corsa del
_diaulo_ o doppio stadio; e infine del _dólico_, in cui i dolicódromi
correan dodici volte lo stadio. Alle corse si aggiunse più tardi il
_pentatlo_ o _quinquerzio_ (riunente cinque esercizi: salto, gitto del
disco e del giavellotto, corsa e lotta) e il _pancrazio_, esercizio
di lotta e pugilato. Più tardi ancora, nel 680, si introdussero i
giuochi equestri, delle corse a cavallo (κέλης) od in cocchio (ἄρμα),
biga o quadriga. La corsa dei cocchi precedette naturalmente quella
degli uomini a cavallo, come anche nella milizia greca l’uso dei carri
precedette quello della cavalleria, ed era la parte più splendida dello
spettacolo: che se la rarità dei cavalli e la spesa del mantenerli
rendeva questa gara accessibile alle sole persone di ricchissimo censo
(e fu celebre vanto di Alcibiade l’aver corso nei giuochi con sette
carri), — le altre gare erano aperte così al ricco come al povero e al
plebeo, e vietavano il monopolio della gloria.
A noi è appena dato di comprendere l’estrema importanza che annettevano
i Greci alla vittoria in questi giuochi: e nulla di più caratteristico
degli onori tributati dai varj popoli ai vincitori. L’Ateniese
acquistava diritto ad un seggio presso i magistrati nel Pritaneo; lo
Spartano a un posto eminente in campo, vicino al re. Il vincere in
Elide conferiva celebrità per tutta la vita, più gloriosa ad un Greco
che non ad un Romano aver gli onori del trionfo (Cic., _Pro Flac_.,
31): onore agognato dai capitani più illustri e dai re. E il premio,
una ghirlanda d’olivastro! Ma le acclamazioni della Grecia adunata,
la pioggia di fiori, il banchetto appartato pel vincitore, le canzoni
di Archiloco e di Pindaro che lo immortalavano, il pubblico registro
che ne iscriveva i nomi a memoria dei posteri e li ricordava nelle
date degli eventi, il privilegio di una statua nell’Alti, il diritto
di ritornare alla propria città passando per una breccia nel muro,
a significar che di mura non abbisognava la città che possedeva tali
cittadini; il primo posto nei pubblici spettacoli, la gloria, in breve,
diffusa per ogni angolo di terra dove giungesse la civiltà greca —
quest’era propriamente la corona d’ulivo del vincitore di Olimpia!
E queste splendide radunanze altrettanto libere a tutti i Greci (onde
il loro nome di _panegirìe_ o _adunanze universali_) quanto gelosamente
interdette a ogni straniero, non solo rammentavano periodicamente ai
Greci le comuni origini e il nome nazionale, non solo alimentavano
in ogni classe l’emulazione e il desiderio della gloria; ma erano
potenti fattori di progresso intellettuale. Poichè in tempi in cui
la pubblicità era nulla, e quasi nulli i mezzi per diffondere le
utili cognizioni, dovettero considerarsi per grande beneficio queste
solennità che attiravano a Olimpia e magistrati e guerrieri e filosofi
e artisti e il fior degli ingegni da ogni parte della Grecia: indi le
radunanze olimpiche divennero anche palestre dell’arte e delle lettere:
e fu visto allora Erodoto leggere in Olimpia le sue storie e dal suo
labbro pendere la Grecia! (Pindaro e _Scol_.; Tucid., VI, 16; Isocr.,
_de Big_.; Pausania, ecc. — Corsini, _Dissert. Agon._; Meier, _Giuochi
Olimp_.; Krause, _Pizj, Nem., Ist_.; Bulwer, _Atene_; Scaligero,
Dodwell, Grote, Gilles, ecc.).
[474] Il _celete_ (κέλης) dianzi nominato, ossia _cavallo da sella
per le corse_, sembra fosse lo stesso che fra i Latini il _pullus
desultorius_ (Sveton.), dai cavalieri detti _desultores_ (ἀναβάται),
perchè correndo con due cavalli a dorso nudo destramente saltavano
dall’uno all’altro. Al che accenna Omero ove descrive il naufragio
di Ulisse che per salvarsi dal furore dell’onde si slancia sopra una
tavola come se _balzasse rapidamente sul dorso al celete_, κέληθ’
ὤς ἵππων ἐλαύνων (_Odiss_. έ. 371). E Aristofane, dove introduce
Strepsiade a lamentarsi degli scialacqui di suo figlio Filippide, che
getta i danari in cavalli ed in bighe — ἱππάζεται καὶ ξυνορικεύεται
(Aristof., _Nubi_, 15) — sembra che accenni ai puledri celeti e alle
bighe per le corse di Olimpia (Cfr. Pind., _Olimp_. e Scol.). Delle
vittorie equestri di Alcibiade alle gare di Olimpia, celebrate da
Euripide e da Plutarco, si è già accennato al quadro I.
[475] _Sabazio_ (Σαβάζιος), nome col quale Bacco era chiamato dai Traci
(Aristof., _Vespe_, 9, 10; _Ucc_., 873; _Lisis._, 388. — Cicer., _De
legib_., II, 15).
[476] Dei Numi greci, veneravano i Traci specialmente Marte, Bacco
(Sabazio) e Diana: i loro re poi veneravano in particolare Mercurio,
da cui pretendevano trarre l’origine e giuravano per lui (Cfr. l’autore
del _Viaggio d’Anten._, c. 92).
[477] «Noi Ateniesi più d’ogni altra gente consumiam viveri stranieri
e da niun altro emporio ne tiriamo quanto dal Ponto; chè quel paese
non solo di biade è ricchissimo, ma inoltre Leucone (re di Tracia) ne
sgravò di tasse il trasporto in Atene: e con questa franchigia compensa
i beneficii nostri» (Demost. in _Leptin_.). «Nessuno è così semplice da
credere che Filippo non adocchi i porti d’Atene, i suoi arsenali, il
naviglio, le miniere, le entrate, la gloria, ma per un po’ di miglio
e di spelta custoditi nelle spelonche di Tracia, si accontenti di
svernare in quel baratro» (Demost., _Filipp_., IV).
[478] Notissima la favola di Tereo re di Tracia, che sposò Progne
figlia del re ateniese Pandione; e della trasformazione di Tereo in
upupa, di Progne in rondine, e di Filomela sua sorella in usignuolo.
— E a quel rapporto mitico di parentela fra i Traci e gli Ateniesi
sembra infatti alludere Seute, anche in Senofonte (_Anab_., VII, 2),
malgrado che il Tereo della leggenda avesse regnato propriamente non
in Tracia, ma nel territorio greco della Focide, secondo Tucid., II,
20, e Strab. VII. Vero è che Seute, in fatto di vincoli fra Atene e
la Tracia, poteva alludere anche alla discendenza del trace Eumolpo
da Eretteo re d’Atene, ed anche a rapporti più reali e più vicini:
cioè la cittadinanza ateniese accordata al figlio di Sitalce re de’
Traci antecessore di Seute e l’alleanza conchiusa fra Sitalce stesso
ed Atene, nel terzo anno della guerra del Peloponneso, cioè ventitrè
anni prima dell’epoca di questa scena (Tucid., II, 29. — Cfr. Aristof.,
_Acarn_., v, 141 seg.). Sulla favola di Tereo, Progne e Filomela (vedi
Pausan., _Attic_., 41, _Focid_., 4; Esiod., _Op._ β e scol., Aristof.,
_Ucc._ e scol.; Fozio, _Narr_., 31; Apollod., III, 14; Ovid., _Metam._,
VI, 423 seg.; Marziale, XIV, ep. 73; Varrone, IV; Igin., _Fab_., 45,
ecc.).
[479] «Dal suddetto Tereo re dei Traci differiva Tereo che sposò
Progne figlia di Pandione ateniese, anzi neppure alla medesima Tracia
apparteneva. Tereo dimorava in Daulia, città del contado ora detto
Focide, e a quei tempi abitato dai Traci, dove appunto le donne
commisero l’attentato contro Iti: ond’è che molti poeti menzionando
l’usignuolo gli danno il soprannome di Daulia» (Tucid., II, 29).
[480] Demo della tribù Leontide (Vedi quadro I, nota 55).
[481] Sull’epiteto di _Traci_ attribuito a Eumolpo, a Orfeo, ecc.,
vedi avanti, nota 41. «Questo Eumolpo era di Tracia, figlio di Nettuno
e di Chione, che nacque dalle nozze di Borea con Oritìa, la figlia di
Eretteo re d’Atene» (Paus., _Att._, 38): Eumolpo era quindi pronipote
di Eretteo. Indi la leggenda narrava che per rivendicare i suoi diritti
sul regno di Atene, Eumolpo coi Traci avesse invaso l’Attica, venendovi
in soccorso agli Eleusini ribellatisi, mentre vi regnava il secondo
Eretteo. Venuti a pugna presso Eleusi, il re Eretteo e gli Ateniesi,
grazie al sagrificio di Agraulo figlia del re, rimasero vincitori; fu
quindi fatta la pace, e quei di Eleusi si sottomisero ad Atene, a patto
che essi sarebbero rimasti in possesso dei misteri di Cerere e che il
sacerdozio di Cerere e di Proserpina sarebbe riserbato ai discendenti
di Eumolpo (Paus., _Att_., 38; Isocr., _Panaten._; Stobeo, _Serm_.,
38; Igin., _Fab_., 46; Meurs., _Reg.; Ath._, II, 8-10.) Eumolpo poi fu
sepolto nel demo di Scambonide (ove nacque Alcibiade) e il suo sepolcro
vi esisteva ancora al tempo di Pausania, per testimonianza di Pausania
stesso che lo visitò.
[482] «A tutti poi furono portati dei tripodi, ed erano una ventina,
pieni di carni sminuzzate, e insieme colle carni infilzati grandi pani
con lievito. Apponevansi sempre le pietanze primamente a’ forestieri:
e ciò fece Seute pel primo, il quale, pigliando i pani che stavano
dintorno a lui li fece in piccoli pezzi e li gettò a quelli che meglio
gli parve, e così anche le carni, riserbandone per sè tanto solo da
assaggiarne. E questo medesimo fecero anche gli altri (Traci) presso
i quali fossero delle pietanze. Ma un Arcade per nome Aristo, gran
mangiatore, non curandosi punto di quello sminuzzamento, e pigliato in
mano un pane di forse tre chenici e postasi anche sulle ginocchia la
carne, si pose a cenare...» (Senof., _Anab._, VII, 3). Il _chénice_
era quanto bastava al nutrimento di un giorno: come misura cubica
di capacità, equivaleva circa al litro, e come misura di peso al
chilogramma, scarso.
[483] _Chiechenei_ (Κεχηναίοι, Aristof., _Caval_., 1263; Κεχηνότης,
Luciano, _Scita_, 11), ossia _bocche spalancate._ Su questo soprannome
epigrammatico degli Ateniesi, che qui Cimoto, da quel degno parassita
filosofo che è, applica alla valentìa delle proprie mascelle, di cui
è occupato a dar le prove, vedi il quadro IV, nota 10. Strano che il
Cappellina, di solito esatto, abbia così malamente tradotto Κεχηναίων
πόλις per _città degli Sbadati_; aggettivo ch’è appunto il rovescio
dell’idea del vocabolo greco: il quale deriva da χάω, _aprir la bocca_,
ed esprime precisamente, coll’idea dello spalancar di becco dei pulcini
all’appressarsi della chioccia, quell’attenzione stupida, intensa, a
_bocca aperta_, di chi pon mente avidamente a qualche cosa.
[484] Celebrati da Omero:
_Han duce_ (i Traci) _Reso, il figlio_
_d’Eroneo: e a lui vid’io destrieri_
_Di gran corpo ammirandi e di bellezza,_
_Una neve in candor, nel corso un vento._
(_Iliade_, X, trad. del Monti)
dove, fra parentesi, quest’ultimo verso del Monti, per quanto lodato,
mi sembra nella sua cadenza lenta e pesante, assai lontano dal rendere
la dolcezza, l’agilità e la rapidità pittoresca del verso greco, uno
dei più belli della _Iliade_:
λευκότεροι χιόνος, θείειν δ’ἀνέμοισιν ὁμοῖοι
sembra sentir il volo dei cavalli. Virgilio s’appropriò anch’egli
questo verso:
_Qui candore nives anteirent, cursibus auras_
che non val neppur esso quello d’Omero. — Anche Euripide celebra i
cavalli di Reso, _più candidi della neve_, χιόνος ἐξαυγεστεροι, _Reso_,
v. 304.
[485] Sull’usanza rigorosa dei re Traci di pigliar doni anzichè di
darne, «tanto che nulla far si poteva senza donativi» (vedi Tucid., _G.
Pel._, II, 97; Senof., _Anab._, VII, 3). Il dono del re ad Alcibiade è
qui dunque una eccezione: se ne ha per altro un esempio in Senofonte
stesso, nei doni di Seute a Cleanore e Filisco «che Seute avea
guadagnato dando all’uno un cavallo, all’altro una donna» (_Anab._,
VII, 2).
[486] Nel capitolo citato dell’_Anabasi_ — poi che gli altri convitati
ebbero bevuto e fatti i doni al re, Senofonte ritrovasi in imbarazzo
per non aver nulla da donare; e se la cava da pari suo: «Però (avendo
già bevuto oltre il solito), si levò (Senofonte) coraggiosamente e,
preso il corno di vino, disse: «Io, o Seute, ti dono me stesso e questi
miei compagni come tuoi amici fedeli, i quali desiderano di faticare
e pericolarsi in pro’ tuo. Con costoro, se gli Dei lo vogliono, tu
ricupererai l’ampio paese tuo ereditario, ed altri ne acquisterai...»
(Senof., _Anab._, VII, 3).
[487] Dei Traci montanari, contro i quali fu intrapresa la spedizione
di Senofonte in soccorso di Seute, vedi Senof., _Anab._, VII, 4; VII,
2. — Cfr. Tucid., II, 96; Tacit., _Annal._, IV.
[488] «ἄνδρας ἠγοῦνται μόνους — τοὺς πλεῖστα δυνατοὺς καταφαγεῖν τε καὶ
πιεῖν (Arist., _Acarn._, 77). Sulla nomea dei Traci come eccessivamente
dediti al vino e all’ubbriachezza, vedi i passi citati di Cornelio
Nepote (_Alc._, 11) e Ateneo (XII, 534 b); e così pure Ateneo (X, 442
f); Aristofane (_Acarn._, 141); Eliano (_V. St._ III. 13, 15). Indi il
loro carattere insolente, violento e sfrenato (Aten., _ibid._ — Cfr.
Luciano, _Icarom._, 15), pel quale eran venuti in proverbio: e diceasi
θράττειν, _tracizzare_, imitare i Traci, per denotare maniere arroganti
e sboccate (Macrob., _Saturn._). Celebri, del resto, erano i vini della
Tracia e dell’isole ad essa adiacenti, come Lenno: e vino decantato
dai comici e dai poeti era il _biblino_, proveniente da una regione
della Tracia, detta di Biblia o dei monti _biblini_ (Acheo, Filino,
Epicarmo in _Aten._, I, 31 a). Oltre il vino d’uva, i Traci faceano
pure grandissimo uso del vino d’orzo o radici, detto _brito_ o _pino_
(βρύτον, πῖνον) come in Archiloco e in Ellanico, citati da Ateneo (X,
447).
[489] La parola _uomo_ usata in questo senso di virilità e fortezza
— come dall’esempio testè citato di Aristofane (_Acarn._, 77) —
esprimevano i Greci benissimo colla voce ἄνηρ, che significava in senso
proprio il _maschio_ nel rapporto sessuale (opposto alla femmina,
γυνή) e quindi per metafora anche l’uomo veramente fornito di doti
e virtù maschili, il _vir_ dei Latini: a differenza dell’ἄνθρωπος,
corrispondente all’_homo_ nel senso generico di persona, di essere
umano — sia uomo o donna. Noi abbiamo invece una parola sola pei due
distinti significati: e saremmo quindi imbrogliati a tradurre alla
lettera la frase, per esempio, di Erodoto: δῆλον δ’εποιοῦντο ὄτι πολλοὶ
μεν ἄνθρωποι εὶεν, ὀλίγοι δ’ἄνδρες. «_E resero manifesto come molti
siano gli uomini_ (homines), _ma pochi gli uomini_ (viri),» cioè a
dire gli uomini di polso, che per virtù e valore meritino di uomini
veramente il nome.
Nelle arringhe pubbliche o forensi dei Greci, l’ἄνηρ, inteso nel senso
che si è detto, ricorre frequentissimo, come un equivalente del nostro
_cittadino_: ὤ ἄνδρες Αθηναῖοι, ὤ ἄνδρες δικασταὶ, ecc. È un epiteto
onorifico, un qualificativo cortese di dignità, aggiunto alla qualifica
nuda e cruda di _Ateniesi_, di _giudici_, ecc., e affatto proprio e
caratteristico dello stile oratorio greco e della urbanità attica:
tanto che i traduttori antichi, i quali lo voltavano in _signori_
o _messieurs_, potevano dirsi — nel loro ordine di idee — molto più
fedeli di quei traduttori moderni che, col pretesto della fedeltà,
danno di frego a quell’epiteto e lo sopprimono addirittura. Che se
il _Messieurs les Athéniens_ dei traduttori diede una cattiva idea
di Demostene al generale Foy, egli aveva ragione, perchè imaginavasi
Demostene aringante in liberissima repubblica; come mai invece sfuggì
all’acume dell’egregio Mariotti che la nostra lingua forense ha
precisamente una formola rispondente a capello a quella greca, e su cui
il generale Foy non avrebbe trovato a ridire, e che l’ἄνδρες δικασταὶ
di Demostene non è altro che i _cittadini giurati_ dei nostri oratori
della Corte d’Assise? (Cfr. Mariotti, _Oraz. di Demost._ nei commenti,
t. II, p. 244).
[490] Ercole, irritato contro Leprea (perchè questi aveva suggerito
al re Augia di legar Ercole), lo sfidò a vari esercizii: e a lanciare
il disco, e ad attinger acqua, e a chi primo mangiasse un bue: e in
tutte queste prove Leprea restò vinto. Indi vennero a gara chi di loro
potesse bevere di più (ὐπὲρ πολυποσίας ἀγών) e in ciò pure Ercole fu
superiore. Leprea, trasportato dall’ira, sfidò allora Ercole a duello e
cadde morto nel combattimento (Eliano, _V. St._, I, 24).
[491] _Il cavallo vuole il piano_, ἐς πεδίον τὸν ἵππον, diceasi per
proverbio, tra i Greci, di chi proponeva una sfida in ciò che per lui
era più facile, o in cui si sentiva più sicuro di vincere — in quella
guisa che al cavallo è più facile correre sul piano che non sull’erta.
— Così Platone, applicando il proverbio alla potenza di Socrate nel
disputare: «_Tu sfidi i cavalli al piano_ (ἵππεας εἴς πεδίον προκαλεῖ)
_e Socrate alle dispute_ (Plat., _Teetet._, 183. — Cfr. Luciano,
_Pescat._, 9; Erasm., _Adag._). Alcibiade qui applica il proverbio,
per cortesia e finta modestia, ai Traci altrettanto famosi bevitori
che cavalcatori, e allevatori di razze di cavalli esimie, ἱπποπόλοι
(Omero).
[492] ὔς ποτ’ Αθαναίαν ἔριν ἢρισε — _il porco una volta sfidò Minerva_
— (Teocr., _Idill._, 5). Proverbio greco, usato anche fra i Latini —
_sus Minervam_ — a denotare disparità di condizione o di dignità fra
due contendenti che si sfidano.
[493] Gli Sciti e i Traci (tra i quali, del resto, era grandissima
affinità di costumi) avevano in aborrimento l’uso greco di allungare il
vino, e non lo bevevano che puro: indi appunto il bevere vin pretto,
diceasi proverbialmente dai Greci _bevere alla maniera degli Sciti,
all’uso scita_ ἐπισκυθίσαι (Plat., _Leg._, I, 637; Aten., X, 427). E
Satiro, presso Ateneo, dice di Alcibiade che _superò i Traci nel bevere
vin puro_ (Aten., XII, 534). — Sul vin di Bibli, vedi sopra.
[494] La _cótila_, misura di capacità, così pei liquidi che pei solidi,
equivaleva a 27 centilitri scarsi, ossia circa due dei nostri bicchieri
da tavola. Ai servi lacedemoni bloccati a Sfatteria, gli Ateniesi
concedevano al giorno una cotila di vino e un _chenice_ (misura di
quattro cotile) di pane, ch’era la solita razione di un parco vitto
quotidiano (Tucid., IV, 16; Elian., _V. St._, I, 26). Le principali
misure greche di capacità pei liquidi erano la _metreta_, la _coa_ o
il _congio_, il _sestario_, la _cotila_, l’_osibafo_, il _ciato_, la
_conca_, il _mistro_. La _metreta_ (o _anfora_ o _cado_) corrispondente
a circa litri 38,76, valeva 12 coe; la _coa_, o litri 3,23, sei
sestarj; il _sestario_, o litri 0,53, 2 cotile; la _cotila_, o litri
0,27, dodicesima parte d’una coa, valeva 4 osibafi; l’_osibafo_,
sesto di cotila, ossia 7 centilitri scarsi, valeva un ciato e mezzo;
il _ciato_, 2 centilitri e mezzo, valeva 2 conche; la _conca_, o
dodicesimo di cotila, litri 0,0225, valeva 2 mistri, ossia il _mistro_
era all’incirca il nostro centilitro (litri 0,0112).
Le misure di capacità pei solidi erano in gran parte le medesime
(_ciato, osibafo, cotila, sestario_), oltre alcune speciali: il
_chenice_, equivalente a 4 cotile, ossia all’incirca il nostro litro
(litri 1,070); il _medimno_, equivalente 48 chenici, ossia 192 cotile,
ossia litri 51,84, cioè all’incirca il nostro mezzo ettolitro. Un
medimno di frutti solidi e liquidi ragguagliavasi al valore di una
dramma: così una rendita di 500 medimni, ossia 500 dramme, segnava il
censo dei cittadini della prima classe. Vi erano poi parecchie altre
misure forestiere, come lo _stannio_, l’_idria_ (6 coe), l’_elefante_
(3 coe), l’_emitio_ (4 coe), il _cofino_, misura beota (3 coe), il
_maristo_ (6 cotile, o mezza coa), l’_artaba_, misura persiana ed
egizia (1 medimno e 3 chenici), l’_emiciprio_, misura di Cipro (mezzo
medimno), il _dadice_ (6 chenici), la _capide_ (2 chenici), ecc.
[495] Vedi sopra, nota 16, sull’usanza dei doni. — «Mentre poi la coppa
andava in giro, entrò un Trace con un cavallo bianco, e toltosi un
corno pieno, disse: _Bevo, o Seute, alla tua salute e ti dono questo
cavallo_. Un altro conducendo un fanciullo, lo regalò nello stesso
modo, bevendo alla salute di Seute: e un altro, abiti per la moglie,
ecc.» (Senof., _Anab._, VII, 3).
[496] _Cizicéno_ o _statere di Cizico_, moneta d’oro purissimo, coniata
in Cizico (città sulla Propontide) e in uso fra i Traci. — Valeva 28
dramme ateniesi, ossia circa L. 25,75. Era di bellissimo conio e recava
da un lato l’impronta di Cibele, dall’altra un leone. — Il re Seute
nell’_Anabasi_ stipula in ciziceni il contratto con Senofonte per la
paga delle sue truppe. «Promise al soldato un ciziceno (al mese), al
capo di coorte il doppio, al comandante quattro» (Sen., _Anab._, VII,
2).
Sulle monete greche, particolarmente attiche, vedi i ragguagli al
quadro II, nota 7. Giova qui aggiungere che le monete di bronzo
arrivavano fino ai quattro oboli, ossia 64 centesimi di franco (_calco,
semiobolo, obolo, diobolo, triobolo, tetrobolo_); le monete d’argento
cominciavano dalla dramma, ossia 92 centesimi fino alle 5 dramme, ossia
lire 4,60 (_dramma, didramma, tridramma, tetradramma, pentadramma_);
le monete d’oro erano il _darico_ di 20 dramme (lire 18,40), lo statere
d’oro di 25 dramme (lire 23); il _ciziceno_ di 28 dramme (lire 25,75).
Altri pone fra le monete effettive la _mina_ di 100 dramme, benchè
Esichio assicuri che le maggiori monete d’oro fra i Greci pesavano 2
dramme e il loro valore s’aggirava tra le 20 dramme e poco più in su.
Nel qual caso la mina avrebbe già dovuto essere una moneta nominale.
[497] Seute (succeduto a Sitalce, del cui nipote Spardaco era figlio)
ebbe in moglie Stratonica, sorella di Perdicca, re di Macedonia
(Tucid., _G. Pel._, II, 101).
[498] _Ilìtia_ o _Lucina_ — «veneranda Ilìtia» (πτνια Εἰλείθυια —
Arist., _Lisist._, 741, _Eccl._, 369) era chiamata Giunone (Ἤρα)
siccome presiedente ai parti. Chiamavasi anche, come _preside delle
nozze_, Giunone _gamelia_ o _telia_ (Γαμήλιος, Τελεία. — Diod. Sic., V;
Arist., _Tesm._, 973). Giunone dalle _bianche braccia_ (λευκώλενος) è
detta da Omero; _egofaga_ (ἀιγόφαγος), (Paus., _Lac._) o _mangiatrice
di capre_ la chiamavano i Lacedemoni, perchè le erano immolate capre in
sacrificio; e Giunone _Samia_ (Aten., XIV, 655) dicevasi dal suo tempio
famoso nell’isola di Samo, donde volevasi fossero originarii i pavoni,
gli uccelli sacri alla Dea.
[499] Che Alcibiade portasse moltissimo il vino, rilevasi da Platone
nel _Simposio_, dove Alcibiade, dopo aver già bevuto molto, si fa
dare e beve d’un fiato un vaso di vino «_che poteva contenere più di
otto cotile_» (πλέον ἤ ὄκτω’ κοτύλας), vale a dire un paio di litri
abbondanti; il che non gli impedisce di tener poi il suo magnifico e
lucidissimo discorso, così da far dire, quando ha finito di parlare, a
Socrate: «_Io sospetto, Alcibiade, che tu oggi sei stato sobrio: senza
di che non avresti mai parlato così abilmente_...» (Plat., _Simp._,
cap. 31, 38). — Vero è che in questa scena Cimoto si scandalizza non
di otto, ma di quattro cotile sole (1 litro e 8 centilitri): cosa
naturale, perchè qui fra i Traci si tratta di vin puro, e non, come nei
simposj di Atene, di vino misto coll’acqua.
[500] Vivevano i Traci in piccole e povere abitazioni, o più
propriamente capanne, pochissimo elevate dal suolo (_aedificia modice
ab humo elevata_, B. Aub., III, 5) e cinte all’intorno di grandi
palizzate a custodia delle greggie (Senof., _Anab._, VII, 4). Senofonte
stesso non chiama altrimenti che _villaggi_ i paesi traci, ch’eran
formati dei piccoli gruppi di quelle capanne, e chiamavansi dai Traci
col nome di _bria_ (Strab., VII, 6); onde la desinenza dei nomi di
parecchie borgate, _Mesembria, Selimbria_, ecc. Demostene li chiama
addirittura _catapecchie_ o cascinali: «Nessuno sarà così ingenuo da
credere che Filippo sia smanioso delle catapecchie della Tracia (τῶν
ἔν Θάρκῃ κακῶν) — e come si potrebbero altrimenti chiamare Drongilo,
Cabile, Mastira e l’altre terricciuole? — e per conquistarle soffra
freddi, fatiche e pericoli: e non pretenda nè i porti di Atene, nè gli
arsenali, nè le miniere, ecc., ma solo per un po’ di panico e di veccia
serbata nelle spelonche (ἔν τοῖς οἰῥῥοῖς) di Tracia, si accontenti
di svernare in un baratro» (ἔν τῷ βαράθρῳ) — (Demost., _Filipp._, IV,
_Cose del Chers._). — E allo stesso modo ne parla Giuliano: «O Giove,
che gusto vivere nel cuor della Tracia e passar l’inverno nelle sue
spelonche!» (σιροῖς) — (Giul., _Lett., a Jamblico_, 52).
[501] «_Levatosi Seute bevve insieme con lui, poi vuotò il corno sopra
il suo vicino_» (Senof., _Anab._, VII, 3). Suida parla esplicitamente
di questa usanza dei Traci, poco conforme al moderno Galateo, di
versare sulle vesti dei commensali il vino rimasto nella tazza (τὸ
λοιπόν τοῦ οἴνου καταχέουσι κατὰ τῶν ἰματίων τῶν συμποτῶν). Usanza
d’altronde attestata non solo da Senofonte, ma anche da Platone, ove
dice che gli Sciti e i Traci fanno uso del vino puro, e ritengono bella
e beata consuetudine il _versarlo sopra gli abiti_, κατὰ τῶν ἰματίων
καταχεόμενοι — (Plat., _Leg._, I, 637 e).
[502] Le idee degli antichissimi _Orfici_ sulla vita avvenire, e
sui destini futuri delle anime, coltivate fra i Traci di Pieria e
simboleggiate nei misteri di Samotracia, dovettero precedere di molto
lo sviluppo delle dottrine pitagoriche, sulla metempsicosi, ecc., colle
quali più tardi si mescolarono e si confusero. Su questa unione degli
Orfici coi Pitagorici, che il Müller vorrebbe fissare all’epoca della
caduta della lega pitagorica nella Magna Grecia (504 av. l’E. V.) e
sopra le idee generali della poesia orfica, vedi lo stesso Müller (_St.
della lett. greca_, cap. XVI. — Cfr. l’autore del _Viaggio d’Antenore_,
cap. 92).
[503] Notai già altrove (_Alcibiade e la critica_, ecc.) —
contrariamente a ciò che qualche critico erudito si prese il disturbo
di insegnarmi — come Zamolchi fosse da’ Greci riguardato propriamente
come un Dio dei Traci. «Imparai questo incantesimo all’esercito da uno
di quei medici traci, settarj di Zamolchi, i quali si dice che sappiano
anche rendere gli uomini immortali. E diceva quel Trace: Zamolchi
re nostro, il quale è Dio, dice che non conviene curare gli occhi
senza curare il capo, nè il capo senza il corpo, nè il corpo senza
l’anima: ma che questa è la causa per cui ai medici greci sfuggono
molte malattie, perchè ignorano ciò che bisogna curare, ecc.» (Plat.,
_Carmide_, 156 d.) — «E vidi (nell’Elisio) tra i semidei barbari lo
scita Anacarsi, e il trace Zamolchi» (Lucian., _Storia vera_, 2). «Gli
Sciti adorano la scimitarra, i _Traci Zamolchi_, un fuggitivo di Samo
che si riparò tra di loro, i Frigii la luna, gli Etiopi il giorno, gli
Assirj una colomba, i Persiani il fuoco, gli Egiziani l’acqua» (Luc.,
_Giove trag._, 42. — Cfr. Erodot., IV, 159). Fu questo Zamolchi un
discepolo di Pitagora, il quale studiò fra gli Jonj la civiltà greca e
i segreti della scienza di Esculapio; e tornato poscia in patria fra
i Traci, rozzi ed incolti, diede loro più miti istituzioni e leggi
e costumanze; a procacciar credito alle quali, secondo il solito dei
legislatori, insegnò ai Traci che le anime di coloro che le avessero
fedelmente osservate, sarebbero venute, dopo morte, a trovar lui in un
luogo dove ogni sorta di beni le aspettavano. Per il che salito fra i
Traci in grandissima venerazione, un bel giorno si sottrasse di mezzo a
loro e scomparve, ritirandosi a vivere sur un monte, in una spelonca a
tutti inaccessa, e lasciando di sè immenso desiderio fra quei popoli;
i quali perciò lo ascrissero fra gli Dei e il monte reputarono sacro
(Strabone, VII, 3; XVI, 2. — Cfr. J. Boem. Aub., _Mores_, _leges omnium
gentium_, 1. III, c. 5).
[504] «La statua di Ercole ad Eritrea (Jonia) è posta sopra una specie
di zattera: e quei di Eritrea narrano ch’essa venne così da Tiro in
Fenicia, viaggiando per mare. Aggiungono che, entrata la zattera nel
mar Jonio, si fermò al promontorio di Giunone, a mezza strada fra
Eritrea e Chio. Appena da lontano quei di Eritrea e di Chio scorsero
la statua del Nume, tutti si contesero l’onore di trarla a riva e
vi impiegarono tutte le loro forze. Un pescatore di Eritrea, di nome
Formione, che avea perduta la vista per malattia, fu avvertito in sogno
che se le donne di Eritrea consentivano a tagliare i loro capelli e
farne una corda, si sarebbe con essa potuto tirar la zattera a riva.
Ma neppure una delle donne di Eritrea volle obbedire al sogno; indi
alcune donne di Traci, che sebbene nate libere servivano in Eritrea,
sacrificarono le loro capigliature: in grazia di che quei di Eritrea
ebbero in loro possesso la statua di Ercole, e per ricompensare le
donne tracie statuirono che avessero esse sole il diritto di entrare
nel tempio del Dio. Ivi si mostra ancora la corda fatta dei loro
capelli, che vien conservata gelosamente. Quanto al pescatore che ebbe
il sogno, egli ricuperò la vista» (Pausan., _Acaia_, 5).
[505] Notissima la leggenda di Orfeo, poeta trace, nato fra i Libetrii,
e primo istitutore fra i Greci dei riti di Bacco o Dioniso; dei
cui canti la fama salì tant’alto che fu riguardato il primo cantore
dell’epoca eroica e dato per compagno agli Argonauti; e il quale fu
sbranato dalle Ménadi tracie perchè, infastidito delle donne, dopo la
perdita di Euridice, ebbe in dispregio il loro sesso e introdusse il
turpe amor dei fanciulli; o vuoi perchè attirandosi dietro col fascino
del canto e della cetra gli uomini, era causa che questi trascurassero
le loro mogli. — La leggenda aggiungeva che la sua testa recisa e la
sua cetra, dopo l’immane eccidio, venissero gettate nell’Ebro e le onde
di questo ne mandassero armonioso lamento:
.... _Medio dum labitur amne_
_Flebile nescio quid quæritur lyra, debile lingua_
_Murmurat exanimis; respondent flebile ripae_ (Ovid.)
poi dal fiume trasportate giù al mare, testa e cetra arrivarono
galleggiando a Lesbo; sì che quell’isola divenne fra tutte «_la più
ricca di canti_,» πασεων ἀοιδοτάτη — e in Antissa, città lesbia, ove fu
sepolta la testa del poeta, gli usignuoli cantavano più armoniosamente
che altrove. Elegante e poetica raffigurazione delle origini di quella
poesia eolia che diede alla Grecia i carmi di Terpandro e di Saffo
e di Alceo (Vedi Ovid., _Metam_., XI, 1 seg.: Pausan., _Beot._, 30;
Plat., _Simp._, 179; _Repub._, X, 620; Stobeo, LXII, 399; Pindaro,
_Pit._, IV; Apoll. Rod., _Argon._, ecc.). — Pausania (_l. c._) indica
Dione città di Macedonia non lungi dal fiume Elicona come il luogo ove
Orfeo fu fatto a pezzi dalle donne, d’accordo in ciò colle opinioni
moderne che spiegano quel curioso titolo di Traci attribuito nelle
leggende ai più antichi cantori della Grecia (Eumolpo, Orfeo, Museo,
Tamiri). Infatti la patria di quella tracia poesia è a ricercarsi
non già fra le popolazioni incolte della vera Tracia, fra i barbari
Odrisj ed Odomanti; ma bensì in quella regione greca di _Pieria_ che
si stende ad oriente dell’Olimpo, a settentrione della Tessaglia,
e tiene il mezzodì della Macedonia. Quivi eran appunto la città di
Libetra, dov’era fama che le Muse cantassero il lamento sulla tomba di
Orfeo: e Omero stesso e tutti gli antichi poeti designano la Pieria,
non la Tracia, come patria delle Muse. E verisimilmente questa stirpe
greca de’ Pierj stendevasi anche in una parte della Beozia e della
Focide, d’intorno all’Elicona beotica e alle falde del Parnasso dove
era Daulia e dove troviamo con Tucidide (II, 29) la sede del tracio re
Tereo: e d’onde con Tereo stesso e con Eumolpo, qualificato pur egli
per _Trace_, fecero irruzione nell’Attica (Strab., VII; VIII; Apollod.;
Scol. Sof., _Ed. Col._; Licurg., _C. Leocr._; Isocr., _Panaten._). Solo
quando i Pierj ebbero a patir più tardi molestie e persecuzioni nella
lor propria contrada dai principi macedoni, si ritirarono nella Tracia
propriamente detta, al di là dello Strimone, dove Erodoto (VII, 12;
cfr. Tucid., II, 99) ricorda i castelli dei Pierj; e là, confondendosi
coi veri Traci, legarono a questo nome dei loro nuovi compatrioti la
memoria dei loro canti e il lustro della loro tradizione poetica, che
era quella nientemeno delle prime origini della poesia greca (Cfr.
Strabone, VII, 7; IX, 2; X, 3).
[506] Ben diversa sembra fosse l’opinione che avevasi delle donne
tracie nella Grecia: «dov’elle venivano per far le serve e qualche
cosa di peggio» (La Bruyère). Così Teofrasto volendo descrivere una
di quelle donne di malaffare «_che appostano i giovani sulla pubblica
via_,» ne fa una donna di Tracia (Teofr., _Caratt._, 28). Si capisce
quindi che il vanto di Odrisio dovesse far sorridere Alcibiade.
[507] Usanza dei Crestonesi, una delle popolazioni di Tracia. «At qui
supra Crestonas incolunt ista agunt: singuli plures uxores habent,
quorum ubi quis decessit, disceptatio magna fit inter uxores acri
amicorum circa hanc rem judicio, quaenam dilecta fuerit a marito
præcipue. Quæ talis judicata est, et hunc onorem adepta, ea a viris et
mulieribus exornata, ad tumulum a suo propinquissimo mactatur, unaque
cum viro humatur: cœteris uxoribus id sibi pro ingente calamitate
ducentibus atque lugentibus: nam id eis summo dedecori datur» (J. Boem.
Aub., _Mores, leges, etc_., III, c. 5).
[508] Μὰ τὸν Ἄνεμον καὶ τὸν Ακινάκην — (Lucian., _Tossari_, 38).
Arma nazionale dei Traci e degli Sciti era la sciabola o scimitarra,
ἀκινάκην (cfr. sopra, nota 3; e Ammiano, XIII; Luciano, _Giove Trag_.)
— e per essa, e per il vento, ritenuti Iddii, solevano giurare; come
sacro era ai Greci il giuramento _per le lancie_ (Giustin., XIII), e
come vedesi in Omero giurar Giove _per lo scettro_. — Del culto degli
Sciti per la scimitarra, accennano Clem. Aless., 25 C., e Ammiano XXXI.
Solano cita un libro di viaggi in Russia, ove degli Sciti, cioè dei
Moscoviti del suo tempo, era detto che conservavano l’antico culto:
_Arcum et gladium ceteraque arma pro diis habent_ (Sol., _note_ a
Luciano).
[509] Circa la sfida dei bicchieri e quella delle mogli — che mi
fornirono l’argomento di questa scena e della precedente — mi riporto
al Meissner che le accenna succintamente entrambe (tom. IV, pag.
297, 301). Pensai giovarmene, colla scorta di Senofonte (_Anab_.), di
Strabone, di Eliano, ecc., per una breve pittura dei costumi traci, e
quanto al carattere di Alcibiade, per la preparazione drammatica delle
ultime scene del quadro.
[510] Leggo in un frammento d’una commedia di Menandro: «Tutti i
Traci in generale e noi Geti in particolare non siamo gran fatto
temperanti... Poichè nessuno di noi conduce in moglie meno di dieci od
undici donne; e molti anche dodici. Che se dopo aver appena condotto
in moglie quattro o cinque donne soltanto, muore, egli vien fra noi
chiamato celibe (ἄνυμφος), infelice, ignaro d’imeneo (ἀνυμέναιος)»
(Men., _Framm._, pr. Strabone, VII, 3. — fr. 8 ediz. Didot). Ed
Eraclide Pontico: «Ciascuno di costoro (Traci) prende tre o quattro
mogli, e ve ne ha pur che ne prendono anche trenta, e le trattano come
serve. Giacciono con esse periodicamente, e la donna lava e serve il
marito, e molte, dopo il congiungimento, dormono sul suolo. E se taluna
ciò mal comporta, i genitori, col restituire ciò che han ricevuto,
ritirano la figlia, perchè essi le maritano ricevendone il prezzo.
Morto il marito, i suoi parenti ne ereditano, come le altre cose, così
anche le mogli» (Eracl. Pont., _Rep_., 27). Che i Traci comperassero le
mogli dai genitori, a caro prezzo, è narrato anche da Erodoto, V, 6. —
E l’Aubano: «Uxorum pudicitiam solicitius custodiunt (Thraces) easque
magno aere a parentibus coemunt, fronte notis quibusdam segnatis:
generosum id judicatur, ignobilitatis argumentum sine his esse.
Nupturae quae prae ceteris specie valeant, prius subtaxari volunt, et
licentia taxaxionis admissa, non minoribus nubunt praemiis. Quas formae
dedecus premit, dotibus emunt quibus conjunguntur» (I. Boem. Aub., _l.
c._).
[511] Eracl., Pont., _Rep_., 27. — E Platone: «Quale maniera di
convivenza cogli uomini prescriveremo alle donne? forse quella per la
quale i Traci si servono delle mogli a coltivar i campi e a pascolare
i buoi e le pecore e ad altri bassi ufficj in cui nulla differiscono
dai servi?» (Plat., _Leg_., VII, 805). A questa condizione servile
delle donne fra i Traci, lo stesso Platone paragona giustamente, nel
passo citato, la condizione non molto dissimile, e di poco migliore,
della donna fra gli Ateniesi, mantenuta anch’essa nella dipendenza del
marito e chiusa in casa ad attendere al lanificio e alle altre faccende
muliebri. — A Sparta invece la posizione della donna era precisamente
il rovescio. Anche a Sparta, è vero, essa amministrava l’interno
della casa, ma in una condizione ben più elevata; e mentre fra gli
Joni vediamo la donna dividere col marito il letto e non la tavola, e
chiamarlo _padrone_, i Dori di Sparta, all’opposto, con una galanteria
affatto medioevale, chiamavano signora e _padrona_, δέσποινα, la
moglie. E la parola non era già una cortesia vuota di senso o una
ironia: ma rispondeva perfettamente all’influenza che avevano le donne
spartane nella vita dello Stato e al loro effettivo predominio sopra
i mariti, pel quale andavano proverbiali. Indi appunto dalle mogli
spartane ebbe origine quel detto: che _ridurre le donne all’obbedienza
era impresa in cui fallì persino il genio di Licurgo_ e a cui egli
stesso dovette rinunziare. «_Le Spartane_, diceva una forestiera alla
sposa del re Leonida, _sono le sole donne che esercitino padronanza sui
loro uomini. — Certo_, ella rispose: _ma sono anche le sole che mettano
al mondo uomini_» (Plut., _Lic_., 14, _Apof. Lac_., e in _Numa_, 3;
Plat., _Leggi_, I, 637; Aristot., _Polit_., II, 6; Esich. (δέσποινα). —
Cfr. Müller, _Dorier_, lib. IV, 4).
[512] Cfr. l’Aubano, ove parla delle donzelle di Tracia: «Thraces...
nec virgines a parentibus et propinquis adservari, _sed quibus libuit
cum viris concumbere sinunt_» (B. Aub., _l. c_.).
[513] _Andar in Tracia a cambiar fortuna_ (come noi diremmo: _andar in
America_). — Maniera proverbiale; ossia citazione dei due versi greci
ἔγνωκε πλεῖν εἴς τἀπί Θρᾴκης χωρία,
ἐχεῖ διαλλαγησόμενος πρὸς τὴν τύχην.
(_Per far pace colla sorte — Verso Tracia navigò_) che si applicavano
proverbialmente a coloro i quali, perseguitati dalla miseria in patria
o malcontenti della loro condizione, viaggiavano il mondo per cercar
fortuna. Vedine un esempio in Sinesio, _Lettere,_ 43. La scelta della
Tracia, paese povero e senza risorse (tanto che forniva alla Grecia le
fantesche e i mercenari), caratterizzava argutamente la vanità delle
speranze di quei cacciatori della fortuna, non mai contenti del proprio
stato.
[514] «Ad hunc (Zamolxin) mittunt assidue adhuc cum navi quinque
remigum nuncium quempiam ex seipsis sorte delectum, praecipientes
ea quibus semper indigent: eumque ita mittunt. Quibusdam eorum datur
negotium: ut tria jacula teneant; aliis, ut comprehensis ejus, qui ad
Zamolxin mittitur, manibus, pedibusque hominem agitantes in sublime
jactent ad jacula: qui si in praesentiarum exstinguitur propitium sibi
Deum arbitrantur, sin minus, ipsum nuncium insimulant, asseverantes
malum illum esse virum, hoc insimulato alium mittunt, dantes adhuc
viventi mandata» — (B. Aub., _l. c._).
[515] Uso degli Sciti coi quali i Traci confinanti avevano, come si
disse, e come attestano gli scrittori greci, affinità d’indole, di
abitudini e gran parte delle costumanze comuni. Aristeneto lo accenna
in una sua lettera, I, 12. Filarco narra che gli Sciti ogni giorno
innanzi coricarsi si faceano recare la loro faretra e in essa gettavano
una marca bianca o nera, secondo che avean passato una giornata felice
o rattristata da disgrazie. Quando poi uno Scita moriva, si prendeva
la sua faretra e si contavan le marche bianche e nere: e se il numero
delle bianche era maggior delle nere, lo si giudicava beato. Indi passò
la cosa in proverbio (Cfr. Mercerus, _Comm._ in _Aristen._).
[516] Per la lor maniera comoda di interpretare e mantener i patti e
le promesse, venivano i Traci citati dai Greci in proverbio. Eforo
narra che pattuitosi una volta, fra Traci e Beoti guerreggianti,
un armistizio di più giorni, i Traci, malgrado la tregua, di notte
assalirono per sorpresa i Beoti: respinti e rimproverati per aver
violata la fede, risposero di non averla violata affatto, perch’essi
avevano pattuito la tregua per i giorni e non per le notti. Indi venne
fra i Greci il proverbio: _interpretazione_ o _commento da Trace_,
θρακια παρεύρεσις (Strabone, IX, 2). La stessa risposta diede più
tardi il re spartano Cleomene agli Argivi, da lui assaliti nottetempo,
durante una tregua d’armi (Plut., _Apof. Lac._).
[517] _Giove ospitale_ (ξένιος — Esch., Agam., 355) era altro degli
attributi di Giove, siccome punitore di chi violasse i diritti
e i doveri della ospitalità (νὴ τὸν ξένιον, _per l’Ospitale!_ —
cioè, per Giove protettor degli ospiti! — Plat., _Leg._, XII, 965).
Siccome in Giove, del resto, raffigurarono gli antichi lo spirito
unico, universale, motore e produttore di tutte le cose, _et qui
cuncta Creat intelligendo_ (Porfirio) — così a seconda delle varie
funzioni attribuite alla sua potenza fu egli chiamato con varj nomi:
_tot monstra, quot Jovis nomina_ (Arnobio, VII): a tal che v’ebbero
non meno di trecento Giovi. Così, dalla sua influenza sulle azioni
umane, vennero a Giove i soprannomi di _protettor dell’amicizia_
(φιλιος), di _protettor dei supplicanti_ (ἱκέσιος), di _onniveggente_
(διόπτης καὶ κατόπτης), di _onnipossente_ (παγκράτης), di _salvatore_
(σωτὴρ), di _Ellanio_ o protettor della Grecia (Ελλάνιος), di Giove
_re_, ecc. Dalla influenza, invece, sugli elementi gli venivano i
soprannomi di _pluvio_ o _piovoso_ (ὄμβιος, ὔετιος), di _aduna-nubi_
(νεφεληγερέτης), di _aduna-fulmini_, o _tuonante_, o _fulminante_, o
_signor del fulmine_ (ἀστερόπτης, κεραύνιος, βρονταῖος, τερπικέραυνος,
κεραυνοβρόντης, ecc.). Altri nomi gli venivan dai luoghi ov’eran suoi
templi famosi, come Giove _Idèo, Tesprozio, Nemèo, Dodonèo_, ecc.
[518] Allude alla iniqua condanna dei capitani che avevano assunto
il comando della flotta ateniese di Samo in luogo di Alcibiade, dopo
la sua seconda disgrazia (Protomaco, Aristogene, Pericle, figlio del
gran Pericle, Diomedonte, Lisia, Archestrato, Aristocrate, Trasillo ed
Erasinide), e i quali, vincitori della flotta spartana di Callicratida
presso le isole Arginuse (406), furono puniti di morte (meno Protomaco
e Aristogene che si salvarono colla fuga) per aver trascurato di
raccogliere i cadaveri dei morti nella battaglia (Senof., _St. Ellen._,
I, 7; Diod. Sic., XIII). La condanna aveva avuto luogo nel novembre del
406 e quindi pochi mesi prima dell’epoca in cui è supposta la presente
scena.
[519] Narra Senofonte che essendo stato una volta il re dei Traci,
Tere, progenitore di Seute, assalito alla sprovvista dai Tinii,
abilissimi nelle sorprese notturne, — il re Seute, a prevenire il
rinnovarsi di simili sorprese, stavasi in una torre ben custodita e
avea sempre dintorno, già pronti, dei cavalli frenati (Senof., _Anab._,
VII, 2).
[520] «Intanto i capitani Tideo, Menandro e Adimanto, avendo
all’Egospotamo tutte le navi che rimaste erano allora agli Ateniesi,
passavano l’intera giornata senza tenersi in alcun ordine o darsi
veruna cura, siccome quelli che in dispregio avevano il nemico.
Alcibiade però, il quale era dappresso, non si mostrò già in questa
circostanza negligente e trascurato: ma montato a cavallo andò a
ritrovar quei capitani e gli ammonì con far loro vedere che avevan
fatto male a fermarsi in quei luoghi...» (Plutarco, _Alcib._, 36,
_Lisand._, 7; Senof., _St. Ell._, II, 1; Corn. Nep., _Alcib._, 7).
[521] _Egospótamo_ (Αἰγὸς ποταμός, ossia _fiume della capra_),
località sulla spiaggia del Chersoneso di Tracia, alla foce di un
fiumicello dello stesso nome; e posta quasi dirimpetto a Lampsàco
(sulla spiaggia asiatica dell’Ellesponto, non più largo in questo
punto di due chilometri circa) ove era ancorata la flotta spartana
di Lisandro. Circa una ventina di miglia (162 stadj) a mezzogiorno
di Egospótamo, sulla stessa spiaggia europea, là dove l’Ellesponto
si restringe viemaggiormente e non misura più che sette stadj, ossia
meno di un miglio di larghezza era Sesto, una delle migliori città
del Chersoneso, celebre per la torre di Ero e per il poema di Museo;
e un miglio più in giù di Sesto, sulla opposta spiaggia asiatica, era
Abido, la patria dell’infelice amante di Ero. Tra Abido e Sesto gettò
Serse il ponte per traghettare il suo esercito dall’Asia in Europa.
La flotta ateniese (comandata da Tideo, Filocle, Conone, Menandro,
Adimanto e Cefisodoto) era venuta, risalendo l’Ellesponto, da Sesto
ad Egospótamo, per dar battaglia a Lisandro, il quale da Abido aveva
risalito anch’egli l’Ellesponto fino a Lampsaco e si era impadronito
a forza di quest’ultima città (Cfr. Strabone, _Geog._, XIII, pag. 883,
884; Scilace, _Viaggio_; Senof., _St. Ellen._, II, 1; Plut., _Lisand._,
11).
[522] «Gli Ateniesi, tenendo dietro a Lisandro, presero posto in
Eleunte del Chersoneso con centottanta legni. Quivi, mentre erano a
pranzo, ebbero avviso del successo di Lampsaco (assalita e presa da
Lisandro). Onde senza alcun indugio navigano a Sesto. E indi si inviano
per la dritta ad Egospótamo, borgata rimpetto a Lampsaco: e in quel
luogo cenavano» (Senof., _St. Ell._, II, 1).
[523] Notissimo l’episodio omerico di Glauco, un dei duci Trojani,
che in ricordo di antica ospitalità e mutua amicizia, scambiò le sue
ricchissime armi d’oro con quelle del greco Diomede che le avea di
rame.
Così dicendo, dai corsier discesi,
Strinser le destre e si scambiar le fedi.
Ma nel cambio dell’armi il senno tolse
A Glauco Giove. Aveale Glauco d’oro,
Diomede di bronzo; eran di quelle
Cento tauri il valor, nove di queste.
(Om., _Iliad._, VI, 233).
Questo scambio, caratteristico dell’antica cavalleria, passò tra i
Greci e poi tra i Latini in barzelletta; e, in tempi meno cavallereschi
e più positivi, le parole d’Omero — χρύσεα χαλκείων (_aurea pro
aeneis_) — erano da’ Greci adoperate, per proverbio, a significare un
baratto ingenuo, da stupido, come stupido appunto è chiamato Glauco da
Marziale: _Tam stupidus nunquam, nec tu puto, Glauce, fuisti_ (Mart.,
IX, epig. 96).
[524] «_Menelao mostrò poco senno in venire consigliere ad Agamennone
senza invito, talchè se ne fece un proverbio_» (Plut., _Disp. Conviv._,
I, 2. — Cfr. Omer., _Iliad._, III, v. 408).
[525] «Riposavano gli Ateniesi (_sulla spiaggia di Egospótamo_)
sperando venire il dì seguente a battaglia. Ma Lisandro volgeva ben
altro in mente... e al levarsi del sole inoltrandosi gli Ateniesi con
tutte le loro navi a fronte distesa e provocando a battaglia, egli,
quantunque tenesse già volte le prore contro di loro e in pieno assetto
di combattimento, ciò nonostante non si avanzava punto; anzi mandò
schifi alle navi che erano più innanzi, con ordine di non muoversi, e
starsene in ordinanza. Quindi, tornati essendo indietro gli Ateniesi
verso la sera, Lisandro licenziar già non volle dalle triremi i soldati
se prima due o tre navi da lui stesso spedite a spiare il portamento
dei nemici, non ritornarono coll’avviso sicuro, che li avevan veduti
discendere sul lido. Nel giorno dopo, nel terzo, e fin nel quarto
rinnovossi la stessa cosa, di modo che molto crebbe l’ardimento degli
Ateniesi, che ad aver cominciarono in vilipendio i nemici, come se
questi così ritirati e ristretti fra loro si stessero per la paura»
(Plut., _Lisandro_, 11).
[526] «Ma Alcibiade (narra proseguendo Plutarco), che trovavasi
ne’ suoi presidj del Chersoneso di Tracia, venne cavalcando al
campo degli Ateniesi, e si diede ad ammonire i capitani primamente
che male accampati si stessero e con pericolo in ispiaggie tutte
scoperte; in secondo luogo che commesso avessero un grand’errore
coll’essersi dilungati da Sesto, d’onde ricevevano le cose che erano
lor necessarie: e dicea che d’uopo era che costeggiando navigasser
eglino sollecitamente alla città e al porto di Sesto allontanandosi
così da’ nemici, che venivano a farsi lor sopra con un esercito
che retto era da un solo comandante, e tutte cose appuntino e
con disciplina immediatamente eseguiva a norma del concertato. A
queste di lui avvertenze i duci non restarono persuasi. Anzi Tideo
ingiuriosamente gli rispose dicendo che non già egli, ma altri eran
quelli che governavan l’armata. Alcibiade pertanto sospettando in essi
qualche tradimento, si partì da loro» (Plutarco, _Lisandro_, 11. — Cfr.
Plutarco, _Alcibiade_, 37), ove soggiunge: «... A quei suoi conoscenti
che lo accompagnavano fuori del campo, egli (Alcibiade) disse che se
stato non fosse così vilipeso da’ capitani, avrebbe costretto fra pochi
giorni i Lacedemoni a venir loro malgrado ad una battaglia navale o a
dover lasciare le navi. Ad alcuni parve ch’egli allora così parlasse
per vana jattanza, e ad altri ch’ei dicesse cose assai probabili, se
conducendo esso dalla parte di terra una quantità numerosa di Traci
esperti in gettar freccie e cavalcare, ad attaccar fosse venuto il
campo di Lisandro. L’effetto comprovò che Alcibiade aveva rettamente
compreso il fallo commesso dagli Ateniesi...» (Cfr. anche Senof.,
_Ellen._, II; Corn. Nep. in _Alcib._, 8. — Diod. Sic., XIII, cap. 19).
[527] ὤς οὔν ὑπὲρ τῶν ἐσχὰτγων ὄντος τοῦ ἀγῶνοπς, poichè si ha da
combattere per le ultime cose, — dice Demostene (_Cherson._, _Filipp._,
IV). E l’Anelli traduce: «_Pugnar per i penati e gli altari._»
[528] Callicrátida, il navarca spartano che comandava la flotta di
Sparta sconfitta dagli Ateniesi nella battaglia delle Arginuse (406
av. l’E. V.) e gloriosamente combattendo vi morì. Il pilota della sua
nave lo aveva prima esortato a non impegnar la battaglia, mostrandogli
che la flotta ateniese era superiore di numero; egli rifiutò dargli
ascolto, reputando vergognoso fuggire in presenza del nemico. Cicerone
così ne riferisce le parole: «_Lacædemonios classe amissa aliam parare
posse: se fugere, sine dedecore non posse_» (Cic., _De Officiis_,
_I_, 48). Senofonte le riferisce alquanto diversamente: «Rispose
(Callicrátida) che _Sparta per la sua morte non riceverebbe danno
alcuno, ma bensì il fuggire sarebbe ignominia per lui_ (ἤ Σπάρτη οὐδέν
κάκιον οἰκεῖται, αὐτοῦ ἀποθανόντος, φεύγειν δὲ αἰσχρόν εἴναι. — Senof.,
_St. Ell._, I, 6; Plut., _Apoft. Lac._; Diod. Sic., XIII, c. 17).
[529] Secondo il racconto di Senofonte (_St. Ellen._, II, 1), Alcibiade
non fece che suggerire ai capitani ateniesi di abbandonare il luogo
deserto e malsicuro dov’erano e di ritornarsene a Sesto «dove avrebbero
avuto la comodità del porto e della città, e dove avrebbero potuto
aspettare al sicuro che gli Spartani si decidessero a combattere.» Il
piano invece che in questa scena Alcibiade suggerisce ai capitani, si
accosta, con alcune modificazioni, alla versione di Cornelio Nepote
(_Alcib._, 8) e di Diodoro (XIII, c. 19). Questa versione, preferibile
nel rapporto drammatico, combina anche colle parole attribuite ad
Alcibiade da Plutarco (_Alcib._, 37) «_ch’egli cioè avrebbe costretto
fra pochi giorni i Lacedemoni a venir, loro malgrado, ad una battaglia
navale o a dover lasciare le navi_:» e non parmi tanto assurda come il
Grate, e l’Houssaye sulla sua scorta, mostrano di credere, affermando
come fanno (Grote, _St. della Gr._, t. XII; Houssaye, _Hist. d’Alcib._,
t. II, p. 382), la impossibilità di operare in presenza della flotta di
Lisandro uno sbarco di truppe sulla costa asiatica, e l’impossibilità
dell’attacco diversivo di terra ferma contro le posizioni spartane di
Lampsaco custodite e fortificate. Nè il Grote, nè l’Houssaye avvertono
che prima di tutto se Alcibiade consigliava agli Ateniesi di scender
giù fino a Sesto, egli è evidentemente di là che egli intendeva operare
lo sbarco, cioè non già presso a Lampsaco, ma presso Abido, a ventun
miglia e più di distanza da Lisandro e dalla sua flotta; e là dove
l’angustia dello stretto rendeva lo sbarco più facile e permetteva alla
flotta ateniese di proteggerlo efficacemente; in secondo luogo, che,
operato lo sbarco, Lisandro non avrebbe più potuto aspettare a piacer
suo, tenendosi sotto mano tutte le forze riunite, l’occasione per lui
più propizia di combattere: ma sarebbe stato costretto, per respingere
in terra ferma la diversione d’Alcibiade contro Lampsaco, a sguernire
le navi in presenza della flotta ateniese operante di concerto; e così
veniva esposto, in caso di un successo di Alcibiade dal lato di terra,
a rimaner preso in mezzo e ad accettar per forza la battaglia sulle
navi. Di più quella diversione di terra ferma era tutt’altro che di
esito così impossibile come il Grote e l’Houssaye la riguardano; perchè
il corpo d’esercito trace che Alcibiade prometteva era un rinforzo
poderoso, e di truppe eccellenti; reso più poderoso dal comando di un
tal condottiero; e l’impresa contro Lampsaco che Alcibiade avrebbe
tentato alla testa di quel corpo non era se non la medesima che era
riuscita felicemente pochi giorni prima, allo stesso Lisandro, il quale
avea preso Lampsaco d’assalto, benchè fortificato e difeso ad oltranza
con tutte le forze; e colla differenza che questa volta Lisandro non
poteva distrarre dalla flotta ed opporre ad Alcibiade se non una parte
delle proprie forze, per la difesa della città. E aggiungasi un’ultima
circostanza importante: che cioè Alcibiade avrebbe operato in paese
amico: perchè Lampsaco, che pure Lisandro avea preso d’assalto «_era
città in lega cogli Ateniesi_» (Senof., _St. Ell._, II, 1).
[530] Cornelio Nepote e Diodoro Siculo lasciano intendere che il
rifiuto dei duci di dar retta ad Alcibiade movesse in loro da un
sentimento di invidia; temendo essi il prestigio di Alcibiade fra le
schiere, e prevedendo che se il piano di Alcibiade riusciva, se ne
sarebbe attribuito a lui tutto l’onore. «Id etsi vere dictum Philocles
animadvertebat, tamen postulata facere noluit, quod sentiebat, se,
Alcibiade recepto, nullius momenti apud exercitum futurum, et si quid
secundi advenisset, nullam in ea re suam partem fore: contra ea, si
quid adversi accidisset se unum ejus delicti futurum reum» (Corn. Nep.,
_Alcib._, 8; Diod. Sic., XIII, c. 19).
[531] «αύτοὶ γάρ νῦν στρατηγεῖν, οὔκ ἐκεῖνον» (Senof., _St. Ell._, II,
1).
[532] Questa parola da me qui posta in bocca ad Alcibiade riassume
l’opinione che poi prevalse in Atene intorno alla disfatta di
Egospótamo: molti scrittori infatti non esitarono ad accusare i
capitani ateniesi di tradimento, e di aver volontariamente date le
navi in preda al nemico. E sebbene l’Houssaye attribuisca questa
accusa al solito vezzo dei popoli di attribuire al tradimento tutte
le battaglie perdute, certo è che la leggerezza e l’inqualificabile
contegno dei generali ad Egospótamo sembravano fatti apposta per
giustificar quell’accusa. Demostene la formula nell’orazione della
_falsa ambasceria_; così pure Lisia (_C. Alcib. min._, I, 38); e più
tardi Plutarco (_Lisand._, 11); e più tardi Pausania: «Egli è certo
che gli Spartani quando si batterono ad Egospótamo corruppero con doni
molti officiali della flotta ateniese, e in ispecie Adimanto» (Paus.,
_Mess._, 17).
[533] Ateneo designa col nome di _Melissa_ il villaggio di Frigia
presso il quale Alcibiade fu assassinato; e narra di aver veduto
egli stesso il monumento ivi erettogli dopo la sua morte, al quale
immolavasi ogni anno un bue, per ordine dell’imperatore Adriano, che
fece anche porre sul monumento la statua di Alcibiade medesimo (Aten.,
_Deipn._, XIII, 574 f.). Aristotele dice dal suo canto che Alcibiade fu
ucciso in Frigia presso il monte Elofos (_Hist. anim._, VI, 29).
[534] Dopo la disfatta di Egospótamo e la caduta di Atene, Alcibiade
— narra Cornelio Nepote — non tenendosi più abbastanza sicuro ove
trovavasi, passò in Asia a Farnabazo, satrapo del re di Persia: «_ma
ogni suo pensiero era volto a liberar la patria:_ e vedeva ciò senza il
re di Persia non potersi fare; onde avrebbe voluto renderselo amico:
e ciò credeva agevolmente potergli venir fatto, quando modo avesse
avuto di presentarglisi. Imperciocchè egli sapeva che Ciro fratello
del re nascostamente coll’ajuto degli Spartani si apparecchiava a
fargli guerra; la qual cosa se egli avesse manifestata al re, vedeva
che gli sarebbe entrato molto in grazia. Mentre stava queste cose
macchinando, Crizia e gli altri tiranni degli Ateniesi mandarono uomini
fidati nell’Asia a Lisandro per avvertirlo che se non avesse tolto di
vita Alcibiade, nulla di quanto aveva egli in Atene ordinato, sarebbe
stabile rimasto. Di ciò commosso lo Spartano, fece sapere a Farnabazo
che i negozj che il re aveva cogli Spartani sarebbero andati vani, se
non gli avesse dato in mano Alcibiade o vivo o morto. Laonde il satrapo
mandò Sisamitre e Bagoa ad ammazzare Alcibiade nel tempo che egli era
in Frigia, e si avviava per portarsi dal re» (Corn. Nep. in _Alcib._,
9, 10. — Cfr. Eforo nei _Fragm. histor. graec._, framm. 126.; Plut,
_Alcib._, 38, _Lisand._, 16).
[535] La _parasanga_ era misura itineraria persiana corrispondente a
30 stadj, e cioè (essendo lo stadio metri 184,26) a circa 6 chilometri
e mezzo. Ventidue parasanghe, ossia circa 122 chilometri, erano la
distanza, secondo il calcolo di Senofonte (_Anab._, I, 2), da Sardi
capitale della Lidia al fiume Meandro, confine della Frigia, da cui non
lunge è qui supposta la capanna di Alcibiade.
Aggiungo qui un cenno sulle principali misure di lunghezza fra i
Greci: le quali erano il _dattilo_ o dito (metri 0,0191); il piede o 16
dattili (m. 0,3071); la _pigma_ o 18 dattili (m. 0,3409); il _pigone_
o 20 dattili (m. 0,3838); il _cubito_ (κῆχυς) o un piede e mezzo (m.
0,460); l’_orgia_, ossia 6 piedi (m. 1,8426); il _pletro_, ossia 100
piedi (m. 30,71); lo _stadio_, ossia 6 pletri o 600 piedi (m. 184,26);
il _diaulo_ o 2 stadj (m. 368,52); l’_ippicon_ o 4 stadj (m. 737,04);
il _dolicon_ o 12 stadj (m. 2210,12).
[536] Di quest’erba, ricordata proverbialmente fra i Greci, fa cenno
Aristeneto (_Lett._, I, 10). La crisópoli, spiega nei commenti lo
Tzetzes, è un’erba le cui foglie si attaccano all’oro puro e prendono
il colore di quello: se l’oro non è puro, non si attaccano.
[537] Che qualcun altro si trovasse con Alcibiade al momento della sua
morte, oltre a Timandra, di cui parla Plutarco, si rileva da Cornelio:
«_Namque erat cum eo quidam familiaris ex Arcadia hospes, qui nunquam
discedere voluerat_» (Corn. Nep., _Alcib._, 10).
[538] Uno scudo di rame levato in alto sulla cima di una picca dalle
navi spartane spedite in esplorazione, fu il segnale predisposto da
Lisandro per uscir colla flotta da Lampsaco e cogliere impreparata la
flotta ateniese ad Egospótamo, nel momento che la maggior parte dei
soldati ateniesi trovavasi dispersa a terra (Plutarco in _Lisandro_,
11; Senof., _St. Ell._, II, 1).
[539] I sogni _figli della Terra_, da questa prodotti per vendetta
contro Apollo (che le aveva ucciso il drago custode degli oracoli di
sua figlia Temide), affinchè predicessero le cose a’ mortali, in luogo
degli oracoli di quel Dio. «Poi che Febo scacciò Temide figlia della
Terra dai divini oracoli, il suolo generò notturni spettri, che a molti
dei mortali le presenti e passate e le future cose palesavano in sogno
sotto l’ombra della terra oscura. Perocchè la Terra, per vendetta della
figlia, avea privato Febo dell’onor dei vaticini» (Eurip., _Ifig.
Taur._, 1259 seg.). «_Veneranda Terra, madre dei sogni dalle negre
ali_» la chiama altrove lo stesso Euripide (_Ecuba_, 70).
[540] Sulla nave _Paralo_, vedi quadro IV, n. 19.
[541] Circa 200 navi e tremila prigioni ateniesi caddero in mano a
Lisandro per la disfatta di Egospótamo (da cui Conone appena si salvò
colla _Paralo_ e con altre otto navi); tutti i prigioni furono da
Lisandro condotti a Lampsaco e posti a fil di spada (Plut., _Lisand._,
11; Senof., _St. Ell._, II, 1).
[542] «Vivea per caso allora Alcibiade in un certo villaggio della
Frigia, avendo seco Timandra sua concubina; ed ebbe dormendo sì
fatta visione. Gli parve di avere intorno le vesti di Timandra, e
che questa tenendo fra le braccia il di lui capo, gli adornasse la
faccia, dipingendogliela e lisciandogliela come a una donna. Altri
dicono che dormendo egli vide Mageo stesso che gli troncava la testa e
il proprio suo corpo dato alle fiamme: ma tutti asseriscono che egli
ebbe un tal sogno non molto prima del di lui fine» (Plut., _Alcib_.,
39). «_Alcibiades quoque miserabilem exitum suum haud fallaci nocturna
imagine speculatus est. Quo enim pallio amicae suae dormiens opertum
se viderat, eo interfectus, et insepultus jacens, contectus est_» (Val.
Massimo, I, 7. — Cfr. Cicerone, _Divin_., 2).
[543] L’importanza che da Omero in poi avevano i sogni nelle idee
greche popolari intorno alla divinazione (Cfr. quadro II, n. 48)
veniva pur loro attribuita dalla scuola socratica. «_A me di far
questo venne imposto dal Nume e per vaticinj e per sogni e per ogni
mezzo con cui per avventura altra divina sorte comandasse all’uomo di
fare alcunchè_,» così esprimesi Socrate stesso, il gran maestro di
Alcibiade, nell’_Apologia_, 22. Il sogno poi di Alcibiade parmi che
ritrovi un riscontro assai caratteristico nel sogno che Chione, altro
discepolo della stessa scuola, narra in una sua lettera a Platone: «Coi
cantici di vittoria e coi premj ai vincitori destinati abbandonerò la
vita, se prima di partir dal mondo avrò abbattuto la tirannide. Poichè
a me i sagrificj e gli augurj e i vaticinj d’ogni sorta presagiscono
la morte, dopo che avrò compiuto questa impresa. Io stesso n’ebbi una
visione più chiara di quante mai sogliono apparire nei sogni. Pareami
vedere una donna di forme e di statura divina, la quale cingevami di
corona d’ulivo e di bende, e poi mi mostrava un bellissimo monumento,
e mi diceva: _Quando avrai faticato e sarai stanco, o Chione, entra
in questo monumento e riposa_. E però da questo sogno traggo lieta
speranza ch’io sarò per morire di bella morte. Imperocchè nessun
vaticinio dell’anima reputo essere fallace: _tu stesso_ (o Platone)
_avendo ciò affermato_» (καὶ σὺ οὐτῶς ἐγινωσκες) (Chione, _Lett_.,
17) — Dal suo canto Aristotele, l’altro sommo socratide, affermava:
«Quando l’anima per il sonno è isolata dalla compagnia e dal contagio
del corpo, allora si ricorda delle cose passate, discerne le presenti,
prevede le future.» Sentenza che Cicerone ricopiò (_Divin_., I): e
che Aristotele aveva trovato già in Eschilo: «_Quando dormono i sensi_
— _In chiara luce è l’anima_ — _E vede aperto de’ mortali i casi_» —
(Esch., _Eumen_., 109).
[544] Così i sogni di sera come i sogni d’autunno erano ritenuti
bugiardi. «_Folle! che prestò fede a un infelice sogno della sera_
(ὀνείρῳ ἐσπεριῳ), _sogno che lusinga nei tetti i miseri mortali, e per
dileggio in tutto li inganna_» (Quinto Smirneo, _Paralip_., v. 133).
«_Perocchè si dice che i sogni sono mal sicuri e fallaci principalmente
in quei mesi nei quali cadono dagli alberi le foglie_» (Plut., _Disp_.,
_Conv_., VIII, 10). I quali mesi si chiamavano dai Greci con una sola
parola φυλλοχόοι: primo di essi il _Pianepsione_ (ottobre-novembre).
Similmente in Alcifrone: «_Ricordatomi che s’avvicina il tempo in cui
le foglie degli alberi cascano, allora proprio m’avvidi che il sogno
era stato fallace_» (Alcifr., _Lett_., III, 10).
Per contrario reputavansi veritieri i sogni del cuor della notte e
delle ore più vicine all’alba — νυκτός αμολγὸς, _noctis conticinium_.
«_E in core ella gioì, poi che sì chiaro_ — _Quel sogno erale apparso
innanzi all’alba_» (Om., _Odiss_., IV, 841). «_Post mediam noctem visus
quum somnia vera_» (Oraz., _Serm_., I, 10).
[545] «Hanno due porte i debili sogni, l’una fatta di corno e l’altra
d’avorio. Di essi, quei che uscirono per mezzo al tagliato avorio,
portando parole imperfette, lasciano le speranze deluse: quei sogni
invece i quali per i lisci corni escon fuora, questi son che recano il
vero» (Om., _Odiss_., XIX, v. 562). «Ingannò il dormiente l’immagine
d’un sogno uscito dalle fallaci porte d’avorio» (Nonno, _Dionis_.,
XXXIV, v. 89). «La notte spalancava al mondo le due porte dei sogni:
l’una fatta di corni, ed è la porta della verità, ond’escono le vere
voci degli Iddii: l’altra è la porta dell’inganno, dei sogni inutili
nutrice» (Coluto, _Ratto d’Elena_, v. 309). «Ascolta dunque il mio
sogno e giudica se è uscito dalla porta d’avorio o dalla porta di
corno» (Plat., _Carm_. — Cfr. Virgil., _Aeneid_., v. 894).
[546] Vedi sopra, nota 2. — Plutarco anch’egli narra come gli Ateniesi
dopo la caduta della lor città rimpiangessero Alcibiade e di nuovo
rivolgessero le speranze a lui: «Quando Lisandro ebbe tolta loro anche
la libertà, dando la città a governare a trenta personaggi, allora
lamentandosi rammemoravano i loro fatti e la loro cecità: e teneano
per fallo massimo l’avere scacciato la seconda volta Alcibiade, e
aver così privata la città, con maggior loro vituperio, di un forte e
bel capitano. Pure nella presente calamità avevano una qualche esile
speranza che del tutto non fosse per anche spacciata la repubblica
degli Ateniesi, essendo ancor vivo Alcibiade. Poichè si lusingavano
che non avendo egli, neppur la prima volta ch’era in esilio, voluto
viversi in ozio e senza far qualche impresa, tanto meno il volesse
allora: e non volesse, avendo forze bastanti, abbandonar la patria
agli oltraggi dei Lacedemoni e alle violenze dei trenta tiranni. Nè
era già irragionevole che il popolo volgesse in mente tal cose, quando
anche quei trenta stavano per timore spiando sempre con tutta cura i
suoi andamenti... Da ultimo Crizia ammoniva Lisandro... e dicevagli che
quantunque gli Ateniesi mostrassero allora di stare assai placidamente
e modestamente soggetti al governo oligarchico, non gli avrebbe
già Alcibiade, finchè vivesse, lasciati posare giammai in una tale
costituzione» (Plut., _Alcib_., 38. — Cfr. Isocr., _De Bigis_., 16).
[547] Alla corte del re di Persia si aveva bensì qualche sentore degli
avvenimenti che Ciro il giovane preparava nella Lidia per quell’impresa
la quale doveva immortalare i diecimila di Senofonte: ma Ciro stesso
avea avuto cura di far spargere la voce che quegli armamenti fossero
diretti semplicemente contro il satrapo Tisaferne (Senof., _Anab_., I,
1). Però il servizio che Alcibiade disegnava rendere al re mettendolo
al chiaro dei disegni di Ciro sul trono di Persia, e offerendogli
la propria spada, valeva bene il compenso degli ajuti ch’egli se ne
riprometteva per la libertà della sua Atene. Ben diverso da Temistocle,
che bandito riparava in Persia per offrire al re di far serva la
Grecia, la figura morale di Alcibiade in quest’ultima fase della sua
vita, di quanto grandeggia a confronto dell’eroe di Salamina, con cui
il figlio di Clinia ebbe pure tali e tanti punti di somiglianza! — Più
tardi, un altro grande Ateniese, amantissimo anch’egli della sua città,
suggeriva del pari a’ suoi concittadini di ricorrere al re di Persia
per proteggere e soccorrere Atene contro Filippo il Macedone. «_Spedite
dunque_, diceva Demostene, _legati al re e lasciate lo stupido
pregiudizio a voi tanto esiziale ch’egli sia barbaro_» (_Filipp_.,
IV). E il consiglio era savio nella tristezza dei tempi: ché Maratona e
Platea erano già troppo lontane.
[548] Eran queste le feste _Tesmoforie_ (Θεσμοφόρια), istituite da
Trittolemo (cfr. quadro IV, n. 15), o, secondo altri, da Orfeo, in
onor di Cerere _Tesmofora_ o _legislatrice_. A queste feste (da non
confondersi con quelle dei misteri eleusini, benchè formanti parte
dello stesso culto ed ordine di riti) non assistevano se non sole
donne (Arist., _Tesm_., v. 204, 257, 1150); e cioè donne oneste,
matrone (ἐλεύθεραι) — di ingenua nascita (εὐγενεῖς γυναῖκες, Arist.,
_Tesm_., 330): vale a dire che le etére ne erano rigorosamente escluse
(cfr. Iseo, _Oraz_., V). Dovevano le donne prepararsi a queste feste
colla castità e astinenza più assoluta da ogni piacer carnale, per
cinque giorni innanzi le medesime: al qual fine praticavano mille
superstiziose mortificazioni, mettendo in letto delle piante come
l’_agnus casto_ (Elian., _V_. _St_., IX, 36) per ammorzare i desiderj
impuri, ecc. Indi Wieland fa scrivere da Menandro a Glicera: «_Poche
matrone assistono all’arcana solennità delle Tesmoforie con una
coscienza pura come la tua_.» Si celebravano le Tesmoforie in molte
città greche, in ispecie a Sparta, a Tebe, a Megara, a Delo, a Mileto,
ecc. Ma sopratutto Atene ne era rigida osservatrice. Qui cominciavano
alli 11 di Pianepsione, ossia il mese delle _fave cotte_, e duravano
sette dì. I mariti avean obbligo di sovvenire, occorrendo, alle spese
delle donne per queste feste, che Alcifrone chiama _santissime_
(_Lett_., III, 39), e Aristofane «_orgie venerande delle Dee_»
(_Tesm_., 1151). Soprintendeva alle medesime un sacerdote detto
_stefanóforo_, assistito da vergini giovinette, allevate in rigorosa
clausura a spese della città entro un recinto sacro, che diceasi il
_Tesmoforio_. Nel primo dei sette giorni ascendevasi al tempio di
Cerere in Eleusi, portando sul capo i libri della legge: indi era
detto il dì dell’_Ascensione_ — ἄνοδος (Esich.). Il secondo e terzo
erano giorni di preparazione. Nel quarto cominciavansi le solennità;
avea luogo la processione dei _canestri_; i tribunali non giudicavano,
e il Senato non teneva seduta (Ar., _Tesm_., 79). Il sesto era un
giorno di digiuno: perciò detto νηστέια. Le donne passavano questa
giornata sdrajate per terra, in commemorazione di Cerere che, nel
cercar Proserpina, dal gran dolore non prese cibo. Il settimo giorno
chiudevasi la festa con un sagrificio a Calligenia, — deità distinta
da Cerere e da Proserpina, benchè invocata solo nella festa di queste
due dee, e insiem con esse e con Plutone (_Tesm_., 306). — Al cominciar
delle Tesmoforie tutti i detenuti per semplici delitti erano rimessi in
libertà.
[549] _Celene_ e _Foro de’ Ceramj_, città popolose e fiorenti della
Frigia, sulla via di Siria che Alcibiade dovea percorrere per recarsi
a Susa: distanti la prima 28 e la seconda 42 parasanghe (secondo il
calcolo di Senof., _Anab._, I, 2) dalle rive del Meandro presso cui
è qui supposta l’abitazione di Alcibiade. In Celene era una reggia
magnifica del re di Persia, alle sorgenti del fiume Marsia, che prese
il nome dal satiro competitore di Apollo, ivi scorticato da quel Dio
(Apollod., _Argon._, I, 4; Ovid., _Metam._, VI, 383 seg.).
[550] Sul coraggio nobilissimo dimostrato da Socrate in faccia ai
trenta tiranni, nel tempo che durò il loro dominio in Atene, vedi
Senofonte (_Memorab._, I, 2) e Platone (_Apol._, c. 20). Onde con
giusto e santo orgoglio il grande filosofo potè dire di sè, innanzi
ai giudici: «Anche allora — cioè in faccia ai tiranni — io mostrai
di nuovo col fatto, e non a parole, che della morte io non mi curo
nè punto nè poco, ma sommamente mi prendo pensiero di non far cosa nè
ingiusta, nè empia. Perocchè neppur quel governo così terribile potè
costringermi a commettere un’ingiustizia» (Plat., _ibid._).
[551] Plutarco, _Alcib._, 39; Cornelio Nepote, _Alcib._, 10; Giustino,
_Hist. Phil._, V, 8.
[552] Mi capita sott’occhio un altro opuscolo intorno al mio povero
_Alcibiade_, pubblicato ultimamente (A. Tito Persio, sull’_Alcibiade_
di F. Cavallotti — Cagliari, 1875); lavoro di critico egregio, delle
cui censure cortesi non mi lamento, perchè accompagnate a molto
acume critico, a molto senso dell’arte e a soda erudizione. Fra le
censure trovo quella dell’aver fatto morir Alcibiade declamando dei
versi, come nei melodrammi. Forse l’egregio critico li udì declamare;
il vero è che Alcibiade qui nè declama, nè improvvisa; ma mormora
ripetendole nell’agonia, fra le braccia di Timandra, le parole da
Timandra udite nel suo primo incontro con lei (Vedi quadro III, scena
ultima). A me, nella idea che mi son fatto del carattere e delle
passioni di Alcibiade, a me non era parso punto inverisimile che
quella reminiscenza cara e lontana avesse a visitare in quel momento
la memoria del morente; e che la _gloria_ e l’_amore_, cioè le due
grandi e splendide larve di tutta la sua vita, gli si affacciassero,
supreme consolatrici, sul limitare della morte. Timandra è il buon
genio d’Alcibiade; il cuore dell’eroe doveva ricordarlo nell’ultimo
addio di quel giorno che lo ritrovava sulla via del dovere e della
gloria vera, un dì additatagli da lei; indi è la coscienza serena che
gli riporta dal cuore al labbro le primissime parole della donna sua,
mentre l’anima sposa il ricordo di Potidea ad una ultima dichiarazione
d’amore; ma non più l’amore snervante, infecondo; l’amore che purifica,
che eleva e che permette finalmente al moribondo di appellarsi con
orgoglio al giudizio di Socrate.
[553] La ragione drammatica, secondo me, della morte di Cimoto, l’ho
accennata nella mia lettera a Yorick (pag. 97-98). Un’altra ragione
morale e storica potrei accennare colle parole stesse di un critico:
«Siccome la morte di Alcibiade fa evidentemente prevedere anche la fine
di Timandra, chè ormai quei due non potevan esser disgiunti neppur
nel sepolcro, così non avverrebbe in sostanza che una morte sola. Ma
qualchedun altro finisce con Alcibiade; con lui cade irreparabilmente
anche Atene; or dunque anche un cittadino ateniese deve con lui morire,
e questi non potea esser altro che Cimoto» (A. T. Persio, _op. c._):
— il rappresentante nato della plebe ateniese del suo tempo, al pari
di lui ora avversa ed ora amica ad Alcibiade, dal costume corrotto e
dall’anima non del tutto corrotta ancora, ora capace di bassezze ed ora
di eroiche virtù.