TIMANDRA, ALCIBIADE, e in disparte CIMOTO.
ALCIB. (_Alcibiade segue gli amici dello sguardo fin che sono usciti,
poi si volge a Timandra_) Quanti dì sono, o Timandra, da che lasciai
fra le ovazioni Atene?
TIMAND. Partimmo alla luna nuova di Targelione. Son sedici dì.
ALCIB. (_conducendola verso la tenda_) Questa dunque che or si leva
tranquilla dall’onde del mare di Icaro[460] è ancora la luna del mese.
Pare che gli amori del popolo di Atene si mutino più presto della
luna... e che un altro Icaro sia giunto a questi lidi. (_le porge il
foglio a leggere_)
TIMAND. (_leggendo concitatissima_) «Socrate rifiuta i doni di
Alcibiade nei giorni del trionfo per avere il diritto d’essergli
amico nei giorni dell’infortunio. La disfatta di Antioco è qui nota:
i tuoi nemici ne han versata la colpa su te. Il popolo ti ha deposto
dal comando e ti chiama a rendergli conto. Persuaso da’ tuoi successi
che tu devi e puoi vincere sempre, se il vuoi,[461] esso ti imputa
la sventura a tradimento. Gli inviati del popolo son partiti già.»
(_Timandra lascia cadere, affranta di dolore, il foglio_)
ALCIB. (_con accento amarissimo_) Liba dunque ancora agli Dei! Insegui
la gloria! Timandra, sono i vantaggi della gloria, questi!
TIMAND. Ed ora che pensi?
ALCIB. Aspettar gli inviati forse? Subir lo scorno della destituzione
in faccia a’ miei soldati? Seder umile sopra gli altari, col ramoscello
dei supplici in mano;[462] portar ad Atene, in atto dimesso, questa
fronte, che vi apparve or son pochi giorni cinta del lauro de’
trionfatori? Oh, no, per i Numi! questa soddisfazione non l’avranno!
Gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade non
son coniati ancora.
TIMAND. (_con accento angoscioso_) Oh Alcibiade! ricordati di Catania!
ALCIB. Rassicurati. L’ingratitudine e l’invidia mi ritrovano oggi ben
più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano: oggi è di
questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non
possono togliermi più che il comando... o la vita anche; perchè oggi,
se anco morissi, ricorderebbe il mondo che c’è stato un Alcibiade.
Tu vedi che mi basta, e che non ho più bisogno di una colpa per
vendicarmi.
TIMAND. E dunque?
ALCIB. E dunque questa spada che brillò al sole delle battaglie, ne
faremo un prosaico spiedo da infilzar selvaggina! Atene non la vuole;
non l’avrà più; la cercherà un giorno, e non l’avrà più.[463] (_Nel
discorrere la voce di Alcibiade è calma e ferma: ma d’una fermezza
artefatta e forzata che ha le lagrime in fondo: Alcibiade parla quasi
fra sè. Cimoto dal fondo ascolta e asciuga le lagrime_) Lascerò la
flotta e i compagni d’arme; andrò in luogo dove più nulla di Atene mi
tocchi; dove, se è possibile, non oda nemmeno parlarne... Invece di
inseguire Spartani, inseguirò camosci; vivrò, non più di gloria e di
battaglie... ma di caccia e di pesca, di memorie e di sogni... come un
téssalo pastore. In Tracia o in Persia vado..., in terra che d’ingrati
non sia.[464]
TIMAND. Solo?
ALCIB. Anche solo...
TIMAND. Oh, purchè non sia contro Atene, contro le Erinni e contro le
Parche, io ti seguo!
ALCIB. E vieni allora! Traverseremo il campo, fino alla spiaggia,
frammezzo alle coorti che riposano nel sonno... (_Cimoto esce di
scena_) Addio (_guardando fuori della tenda_), compagni di fatiche,
di gloria e di pericoli, coi quali speravo combatter l’ultima pugna!
Addio, limpide noti del cielo di Jonia che ieri ancora sorridevate
al mio destino!... Vedi, o Timandra, la sera com’è serena; le stelle
risplendono nel profondo azzurro, come se illuminassero, non la caduta
di Alcibiade e la fuga di un proscritto, ma la passeggiata felice di
due felici amanti... Non ti sembran beffarde, o Timandra, le stelle?
(_a questo punto la fermezza e l’ironia forzata abbandonano Alcibiade:
e la sua voce, già fatta tremante dall’interna emozione, si rompe in
uno sfogo di pianto_) È troppo! è troppo!
TIMAND. (_accorrendo a lui con voce affettuosa_) Alcibiade!...
ALCIB. (_rasciuga le lagrime e si leva con impeto, come vergognandosi
del proprio sfogo_) Andiamo! Andiamo! il tempo corre!... in sella e al
lido!