DIONIS. Mi spiego. Tu mi hai dato questa che dici ch’è una dramma.
Danne qui un’altra...
CARIN. (_gli dà esitante un’altra dramma_) Oh, ma non farmela sparire,
perchè ci voglio bene, io, a questi cùculi del Laurio: son rarità
preziose in casa mia.
DIONIS. Dà qua. Questa dunque è un’_altra_ da quest’_una_ che m’hai
dato...
CARIN. Sicuro ch’è un’altra.
DIONIS. Se ci son dunque delle _altre_ cose oltre l’_uno_, e se l’uno
come uno non _è_, nessuna di queste _altre_ cose può _essere uno_...
CARIN. Sarà benissimo come dici...
DIONIS. E neppur due, e neppur tre, perchè la _pluralità_ suppone
l’_unità_, e il _due_ e il _tre_ non sarebbero ancora che l’_uno_
moltiplicato più volte...
CARIN. Certo.
DIONIS. Dunque se l’uno non è, nessun’altra cosa può _essere_, nè come
_uno_, nè come _più d’uno_...
CARIN. Per cui...
DIONIS. Per cui, queste dramme non possono essere nè una, nè due, nè
parecchie... e per conseguenza — son niente affatto. (_Risate fra gli
astanti. Dionisodoro volge intorno sguardi trionfanti; indi s’avvia per
allontanarsi_) — Oh addio!... i miei scolari mi aspettano...
CARIN. (_dopo aver guardato stupefatto Dionisodoro, si volta ad
Aminia_) Hai capito tu...?
AMIN. Io no — e tu...?
CARIN. Io sì, qualcosa ho capito...
AMIN. Che cosa?
CARIN. Ch’egli mi porta via le due dramme... (_fa un gesto significante
ad Aminia, poi chiama forte Dionisodoro_) Ehi là, Dionisodoro!
(_Dionisodoro si ferma_) E tutte queste belle cose tu insegni per così
poco?
DIONIS. Oh, queste ancora non le sono che bazzecole, a confronto del
resto. E per due dramme sole!... Vieni, vieni da me; chiassetto d’oro
verso Agnone,[135] la prima casa a destra; vedrai, vedrai...
CARIN. (_a Dionisodoro_) Però scusa. Chiariscimi una cosa che non ho
ben capito. Tu dicevi tuttavia da principio che questa che t’ho data è
una dramma? (_gli ripiglia delicatamente di mano una delle dramme._)
DIONIS. Lo dicevo.