DIONIS. Un’altra.
CARIN. Ma dunque son proprio due!
DIONIS. Appunto.
CARIN. E tu dici che due è la stessa cosa che niente?
DIONIS. La stessa che niente affatto. (_sorridendo di compiacenza,
mentre stende la mano a riprenderle_)
CARIN. Bravo! E allora — poichè è la stessa cosa — ti do niente. (_si
rimette le due dramme pacificamente in tasca e gli volta le spalle.
Grande risata fra gli astanti_)
AMIN. Bravo Carinade!
DIONIS. Ma pagami la lezione.
CARIN. Te l’ho pagata! Non è vero, Aminia?
AMIN. Verissimo. (_Dionisodoro parte incollerito fra le risate.
Sopravvengono Cleonimo, Timarco ed altri cittadini_) Oh buon dì,
Cleonimo... Che faccia scura, Timarco! Sembri uscito dall’antro di
Trofonio.[136]
TIM. Fa conto. È tutta la mattina che gli augurii mi perseguitano.[137]
Mi alzo da letto, e mi buccinan le orecchie;[138] esco di casa e
una dònnola mi attraversa la via; le scaglio dietro tre sassolini
per iscongiurare il malaugurio, e non ho fatti dieci passi in là che
incontro un epilettico furioso... Qualche disgrazia mi sovrasta...
DIOC. Vuoi un consiglio? Sacrifica subito un’agnella bianca e ben
grassa ad Ercole, Apollo e Polluce sgombratori dei mali...[139] Vieni
da me... te ne venderò una che è una meraviglia...
TIM. (_sospirando_) Ci verrò.
DIOC. Anzi veramente, s’io fossi in te, per essere più sicuro, ne
sacrificherei una per ciascun dei tre Numi... Vieni, vieni da me...
AMIN. Del resto, consolati, non sei solo ad aver cattivi gli augurii...
A me stanotte i topi han bucato il sacco della farina...[140]
TIM. E sei stato dall’indovino?
AMIN. Sì, certo.
TIM. Che ti disse?
AMIN. Che il sacco bisognava farlo rattoppare... e la farina darla a
lui.
DIOC. (_scrolla il capo e fa scoppiettare la lingua in segno di
disapprovazione_) Un’agnella ci voleva...
AMIN. (_battendogli sulla spalla_) Sta cheto. Per oggi contentati. Ne
hai già contrattate tre...
CLEON. Oh, a proposito di presagi, non dite nulla dei lampi e dei
tuoni[141] di stanotte? Mi hanno svegliato mentre sognavo che la statua
della Dea Atenapólia[142] dal Partenone scotendo l’égida minacciava
la città; e la sfinge del suo elmo, mandando fiamme dalla bocca, aveva
disseccato in un attimo il grande ulivo...
TIM. e AMIN. Davvero?
CLEON. Com’è vero che mi chiamo Cleonimo. Già dice bene qui, Timarco,
qualche malanno per aria ci dev’essere...
CARIN. (_a Cleonimo_) Io, fossi in te, andrei dal vecchio Lampone,[143]
quel che tiene esposte le tabelle presso il tempio di Bacco e spiega i
sogni...[144]
DIOC. (_a Carinade_) Bel costrutto! Se il sogno è di malaugurio,
l’indovino può borbottare _Aski Kataski_[145] fin che vuole, ma già
non glielo cambia... (_a Cleonimo_) Dà retta a me. Sacrifica agli Dei
scacciamali... E la vuoi sapere la causa di questi segni infausti che
della lor collera ci mandano gli Dei?
CLEON. (_affettando aria ingenua_) Che sia la spedizione di Sicilia?
AMIN. Oh senti questa!
DIOC. Che! che! — Guarda là in fondo (_addita verso le quinte_). Quella
gente là.
Amin. Ma quel che passa laggiù a piedi scalzi,[146] se non erro, è
Socrate, di Sofronisco alopecense...
Dioc. Lui in persona. Vedilo che tira dritto, gittando occhiate a
dritta e a sinistra con quella sua andatura superba e la sua aria
sardonica,[147] come fosse il gran re; tira dritto e all’assemblea non
viene.[148] Degli affari dello Stato costui non si occupa; professioni
non ne esercita; ma il tempo lo trova per girovagare ozioso[149] nei
quadrivj e nelle botteghe, corrompere la gioventù, scrutar le cose
sotterranee e quelle al disopra delle nuvole,[150] insegnar che il
cielo è un forno che circonda la terra e noi ne siamo i carboni,[151]
che il terremoto è il consiglio dei morti[152] e le nubi e non Giove
son quelle che mandano il tuono e la pioggia, e che Giove e gli altri
Dei non esistono, bensì il turbine[153] e i demonj in vece loro...
CARIN. Tali cose insegna costui?
DIOC. Ed altre peggiori. E dacchè costoro vanno spargendo che non ci
son gli Dei, alle are fumano più rari i sacrifizii...
AMIN. (_continuando la frase, con accento un po’ canzonatorio
all’indirizzo di Diocare_) Di pecore se ne vendono più poche...[154]
DIOC. E i numi si vendicano con noi. Oh, ma un dì o l’altro a costui
bisognerà pensarci...
TIM. Oh, ve’ chi arriva! Cimoto!
CARIN. (_chiamando di lontano_) Cimoto! Cimoto!