«Non credere al fiore, se ostenta all’aurora
«Più dolce il profumo, più vago il color:
«Son larve fugaci del regno di Flora...
«Doman più non hanno nè tinte, nè odor.
«Non credere all’albero da l’ombre gioconde,
«Nè all’erba, che molle t’invita a giacer:
«Mortifero è il sonno che piovon le fronde,
«E ascosa è la serpe tra i verdi sentier.
«Non credere al cigno, se il cantico l’ange, —
«Son canti di morte che all’aura darà:
«Non credere al drago se lagnasi e piange...
«Chi accorre al suo pianto, ritorno non fa.»
(_Glicera si arresta, avendo finito la lettura, e guarda Alcibiade che
le si è di nuovo appressato, e vien leggendo seco, di sopra la spalla
di lei_) Va avanti tu...
ALCIB. (_chino dolcemente su la spalla di Glicera, l’occhio fisso sul
papiro, come se leggesse, seguita improvvisando_)
«Non creder d’astuta Sirena agli inganni,
«Nè a donna che troppo ti voglia insegnar,
«Se, inquieta pei vezzi che sfrondano gli anni,
«Le gioie che invidia — ti insegna a spregiar.
«Ma credi alla voce dell’alma segreta
«Che a scerner ti insegni fra i cantici e i fior;
«Al core che amando diventa poeta,
«Al _forte_ che _prega_ — chiedendoti amor.
(_alle ultime parole, Alcibiade, che aveva già circondato di un braccio
— sul principio dell’improvvisazione — il fianco di Glicera, si trova
alle sue ginocchia. Glicera affascinata dalle parole sue, gli ha già
abbandonata una mano, e si china verso di lui per baciarlo, quando
un ultimo senso di vergogna, nel trovarsi vinta contro sua voglia, di
subito la arresta_.)
GLIC. Ah! (_toglie vivamente la sua mano da quella di Alcibiade; si
copre delle mani il volto, e fugge precipitosa_.)