GLIC. (_fra sè_) (Non è così superbo come voleva farmi credere Aspasia!)

ALCIB. Dove, dove sono dunque, o Glicera, i miei allori? Forse il

rumore ed il fasto delle stranezze e delle orgie con cui cerco ingannar

me medesimo, e la noja cupa e il disgusto della vita ingloriosa? Ah,

quando l’anima sitibonda va in cerca di affetti e amore non la ravviva

delle sue rugiade, essa non ha ali per la gloria! Ed è ciò che mi

tormenta!...

GLIC. Ma tu scherzi, Alcibiade! Tu sei anzi famoso per la facilità

con cui li muti gli affetti; da che tua moglie morì, ti chiamano...

(_abbassando gli occhi, con reticenza ingenua_) il marito... di tutte

le donne![70] Di amori le donne di Atene non ti lasciarono soffrir

penuria.

ALCIB. Di _amori_ sì, non di _amore_. Nessuna seppe intendermi, nessuna

seppe amarmi com’io volea. Io aveva... io ho... qui e qui... (_si tocca

la fronte e il cuore_) un certo ideale a cui nessuna corrispondeva. Per

questo fui costretto a vagare d’una in altra ramingo, cercando sempre

inutilmente la donna de’ miei sogni... (_con accento mesto_) Triste,

affannosa ricerca, seguita _finora_ da più tristi disinganni...

GLIC. (_fra sè_) (Dopo tutto, potrebbe esser vero. Aspasia è sagace, ma

non deve averlo capito bene costui) A sentirti, Alcibiade, si direbbe

che delle infedeltà tue le donne abbiano per giunta a rendere stretto

conto a te e non tu a loro...

ALCIB. Così è.

GLIC. Ma io sarei ben curiosa di conoscere questo tuo famoso ideale;

e di sapere _come_ la vorresti, _come_ dovrebbe essere la donna che ti

avesse finalmente a contentare...

ALCIB. (_vivamente_) Come la vorrei?! Oh, anzitutto, si sa, la vorrei

bella: morbide e folte e bionde le chiome, adombranti[71] la fronte

candidissima (_mentre parla, fissa gli occhi amorosamente sopra

Glicera_); brune le pupille come Minerva, umidette e languide come

Citerea[72]; porporine le labbra, che invoglino ai baci; snella la

persona, e sparso il volto non di bellezza severa, ma di dolcezza

ingenua; non di maestà, ma di candore; la vorrei bella, insomma, come

Venere... o... come Glicera...

GLIC. Adulatore!...

ALCIB. (_con inflessione di voce piana e dolcissima_) E vorrei

che il suo volto fosse lo specchio della sua anima; e che la sua

anima vibrasse, per segreto ineffabile accordo, a ogni più piccola

oscillazione della mia; che non cercasse al mio affetto, come tutte le

altre ch’io conobbi, la soddisfazione di una piccola vanità femminile

o di un semplice piacere dei sensi; ma l’estasi divina di due anime

confuse in una sola; che sapesse insiem colla mia vagar per gli spazii,

e interrogare le mille voci della natura che parlan d’amore; intendere

con me la poesia di questi silenzi, di queste notti serene, di questo

cielo stellato, di questi profumi dei fiori che l’aure ci portano dalle

sponde del ridente Cefiso; e nel tacito volo, venirci spogliando via

via di ogni scoria della terra, di tutto ciò che non è nobile e non è

puro; divinare le vie della gloria e slanciarvisi; e salire, e salire

— verso tutto ciò che è bello, che è grande, verso le regioni calme

e luminose di cui Socrate or dianzi parlava, e celebrarvi insieme

abbracciati, fra voluttà che non han nome, i santi misteri degli dei!

(_mentre parla s’è avvicinato a poco a poco a Glicera e l’ha circondata

di un braccio_).

GLIC. (_è venuta ascoltando avidamente Alcibiade, con trasporto di

ammirazione crescente, quasi affascinata da lui_) Ah!... (_dopo questa

esclamazione di desiderio, di trasporto e di amore, Glicera rimane

lì interdetta, e, quasi pentita d’essersi lasciata involontariamente

dominare dal suo fascino, si stacca vivamente da lui_.)

ALCIB. (_vivamente, con voce affettuosa, ma come fingendo di non

accorgersi dell’impressione delle proprie parole su di lei_) Che hai,

Glicera?

GLIC. Nulla!... (_fra sè, staccandosi da Alcibiade_) (Ha ragione

Aspasia... È un ammaliatore costui. Non bisogna ascoltarle le sue

parole. Pensiamo ad altro...) (_si leva dalla cintura_[73] _un rotolo

di papiro,_[74] _lo apre e lo scorre_)

ALCIB. Che pensi, Glicera? Che leggi?

GLIC. Perdona... Son pochi versi non finiti, che stavo componendo

quando m’incontrasti. Le tue parole, per richiamo di idee, mi han

ricondotta la mente a continuarli... se permetti...

ALCIB. Oh! che Apollo Liceo[75] e che le Muse mi guardino dallo

interrompere i carmi di una Saffo così leggiadra. È egli lecito

udirli... almeno?

GLIC. E perchè no? Se vuoi aiutarmi a finirli... (_fra sè_) (È men

pericoloso che starlo a sentire).

ALCIB. Oh, io non son poeta... Ma leggi... leggi...

Alcibiade · 第 46 / 286 题