ASP. (_seguendo il filo del suo discorso_) Mille esempj lampanti ne
ammoniscono: invano: ciascuna che non ha provato ancora, si affretta
quanto può a crescere il numero delle ingannate. Ciascuna si lusinga
di aver fascini nuovi che non ebbero le altre; o sogna per sè la
piccola vanità di riuscir meglio di loro; o chiede fra sè curiosamente
che sapor novo avranno le labbra che già ebbero i baci di Taide e
di Mirrina, di Bacchide e di Cesira. Così, come le pecore, matrone e
cortigiane[35], si corrono dietro. Povere folli! Il caso, e nulla più
ha dato ad essi talora le prime vittorie: la curiosità, la vanità o
l’ingenuità nostra procaccian loro le altre!... E poi che le illuse
si son cavate il capriccio dello esperimento, allora invocano come
Eufrosine gli Dei vendicatori, perchè hanno scoperto, un po’ tardi, che
i baci di Alcibiade sono affatto simili a quelli di un altro, e che non
valeva a quel prezzo la pena di accrescere inutilmente i suoi trofei!
GLIC. (_levando lentamente gli occhi su Aspasia_) Ma tu che così ne
parli... li hai provati tu... i baci... di Alcibiade?
ASP. Se avessi voluto! Mi chiese amore — e non l’ebbe. Così m’ami
Adrastea[36] come io resto sola, finora, in Atene, vendicatrice del
mio sesso contro gli inganni di costui, che è più bugiardo di un
Cilicio.[37]
ALCIB. (_sempre in ascolto, in disparte_) Buono a sapersi!
ASP. (_ripigliando_) Da te, mia cara Glicera, se la quiete dell’anima,
rugiada alle rose del tuo volto, se la tua bella ed allegra giovinezza
ti è cara, da te, Glicera, dipende l’essere tu la seconda.
ALCIB. (_in disparte_) Parla un po’ per tuo conto!
GLIC. (_con accento, fra mesto e serio, di chi prende una risoluzione
ingrata_) Lo sarò.
ASP. Ebbene, allora, sta in guardia! perchè la sua tristezza non è così
insidiosa come la sua allegria: e nessuno mai seppe meglio nascondere
i suoi disegni sotto la maschera della indifferenza. Dimmi, o Glicera,
che cos’è, infine, questo Alcibiade, perchè tu debba lasciarti tradire
da lui? Egli è prode, non nego: ma son migliaia in Atene prodi al paro
di lui; è bello, ma Autòlico e Càrmide, e Fedro e Critòbulo[38] lo sono
del pari; è ricco[39], generoso, prodigo, d’illustre famiglia[40]:
Callia, Feace e Mègacle[41] pure lo sono. Forse perchè egli è più
dissoluto, più vizioso, più vanitoso di loro? O perchè più di loro
sa mentire e spergiurare all’orecchio di una fanciulla? Tu meriti ben
meglio. O mia Glicera! quanti dolori e disinganni sarebbero a noi donne
risparmiati, se imparassimo per tempo a conoscere l’uomo per quel che
è: il nemico naturale del nostro sesso: e a trattarlo come tale. In
questa guerra, la natura ci ha armate bastantemente all’offesa; come
al toro le corna e l’unghie alla pantera, a noi per assalire diede le
grazie e la bellezza:
Beltà che brando od asta
Non valgono a domar,
Che sola a vincer basta
Le folgori e gli acciar,[42]
come un giorno cantava il vecchio Anacreonte. Ma pur troppo, nello
armarci per lo attacco, la natura non pensò alle trincere per
difenderci. La _difesa_, o mia Glicera, è il nostro lato debole: e qui
ne abbisogna supplir coll’arte a quello che non diè la natura.
GLIC. (_con fare ingenuo, sospirando_) Mi difenderò.
ALCIB. (_in disparte_) Che cara maestra! Preferisco la scolara!
ASP. (_ripigliando_) I nostri nervi impressionabili, la nostra
imaginazione sempre attiva e sempre accesa, _ecco_ i traditori che il
più delle volte consegnano al nemico le nostre fortezze. Colpire la
fantasia di una fanciulla: è così facile! e di effetto così sicuro!
ed è il piano d’attacco di costui. Colpirla, con non importa che cosa:
col prestigio del valore, dell’audacia o delle stranezze, col fascino
delle vanterie o colla poesia esaltata del sentimento: o col fasto
chiassoso, o coi vizî chiassosi: tutto è buono per noi. Vuoi difenderti
da Alcibiade? Guarda dalle sue sorprese il tuo cervello fantastico;
guardati da’ suoi vanti superbi, dalla sua baldanza artificiosa,
dalla menzogna delle sue parole quando parla d’amore. Mentre egli ti
parla, abbi presente sempre a te che egli è da meno di quel che si
vanta, e che tu sei da più di quel che ti credi. Fuggi, più che la sua
tristezza, la sua aria gioviale, di cui scaltro approfitta per dar
colore di scherzo alle prime audacie del linguaggio, ed estendere a
poco a poco le sue licenze. Che s’egli ti assedia dappresso, ricorri
a qualcuna delle tue occupazioni più favorite, e colla distrazione
di questa scongiura il fascino delle sue parole! Sopratutto infine,
e questo, bada, dei consigli è il più importante... fa di trovarti il
meno possibile sola con lui.
ALCIB. (_in disparte, alquanto ironico_) Oh, oh, la lezione comincia
a farsi pericolosa!... (_tossisce, fa rumore e s’avanza per i viali
cantarellando a mezza voce_)
«Di unguenti rendere[43]
«L’urne odorose
«Che giova?! e spargervi
«Tanto licor!
«Tutto va al nulla!
«Dammi le rose,
«E una fanciulla
«Recami, Amor!»