ASPASIA, GLICERA, poi ALCIBIADE in disparte.
ASP. (_vedendo Glicera sempre seduta e pensierosa_) Sì mesta e
pensierosa la mia Glicera?
GLIC. Penso al discorso di Socrate intorno all’amore.
ASP. E allora, o io m’inganno, o a qualcun altro insieme tu pensi...
GLIC. (_vivamente_) A chi?
ASP. Ad Alcibiade.
GLIC. (_cercando negare_) Che!
ASP. (_le si appressa e le parla con voce affettuosa_) Perchè
infingerti meco? Tu fosti pensierosa tutto il tempo del convito: e
più d’una volta sorpresi la direzione de’ tuoi sguardi. Glicera, bada!
tu sei una fanciulla poetica e sensibile: la classe di fanciulle più
pericolosa, e più esposta a pericolare. _Tu ami Alcibiade_, e sei
mesta, perchè anche con te egli si finse, nella sua gioviale cortesia,
indifferente.
GLIC. (_abbassa gli occhi, confusa, senza rispondere_).
ASP. (_ripigliando con far sorridente_) La lezione di Eufrosine ha
giovato molto!... Ecco il destino di noi donne con codesti eterni
ingannatori!...
(_Alcibiade in questo punto, rientrando distratto pei viali, alla
parola_ ingannatori _volge vivamente il capo, vede Glicera e Aspasia
che stan discorrendo, e si arresta_)