I PARASSITI.

Questo nome fu lontano dall’avere in origine l’ignobile significato

che ebbe di poi. Fra gli antichi l’epiteto di _parassito_ significò un

ufficio _sacro_ e fu sinonimo di _commensale_. Così chiamavansi (Aten.,

VI, 235 c.) coloro che erano nominati a soprintendere alla scelta

e alla percezione del frumento sacro (οἴ δ’ἐπὶ τήν τοῦ ἵερου σίτου

ἐκλογὴν αἰρούμενοι): e vi era pertanto un _collegio_ ossia _curia_ di

parassiti (καὶ ἤν ἀρχεῖον τι παρασίτων). Per il che era scritto nella

legge del re: «Il re avrà cura che si creino i magistrati: e dalle

varie borgate (_demi_) sian scelti, a norma delle leggi, i _parassiti_:

i quali dai magazzini di grano della rispettiva classe e tribù scelgano

ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi se ne cibino

secondo il patrio costume.»

E in Polluce si legge: «Era ad Atene una certa curia o magistratura

detta _parasition_: come sta scritto nella legge del re»

(_Onomasticon_, lib. VI, cap. 7). Dalla qual legge anco rilevasi che

vi era una casa sacra destinata e consacrata a questa curia che i

parassiti formavano.

Il _parasition_ ebbe dunque il suo nome dal grano (_para sitou_) sacro

di cui vi si deponevano le primizie. E col grano intendevansi in genere

anche tutte l’altre offerte fatte da cittadini al tempio ed agli Dei.

La parola _parassita_, scrive dal suo canto Clearco di Soli, discepolo

di Aristotile, nelle sue _Vite_ (Athen., VI, 335), «la qual designa

attualmente un uomo pronto a condursi secondo il piacere d’altrui,

in altri tempi significava un uomo scelto ad essere commensale dei

sacerdoti: anzi la maggior parte delle città annoveravano fra le prime

dignità quella dei _parassiti_, come alcune le annoverano ancora.»

E in Atene al Cinosargo (ginnasio destinato ai poveri e ai bastardi),

nel tempio di Ercole era affisso ad una colonna questo decreto di

Alcibiade scritto da Stefano figlio di Tucidide: «Che il sacerdote coi

_parassiti_ faccia i sagrificii di ogni mese. I parassiti prenderan

seco un bastardo e un figlio di bastardo secondo l’uso della patria.

Colui che rifiuterà d’essere parassito sarà tradotto ai tribunali.»

Altro decreto affisso a una colonna dell’_Anaceo_ (il tempio di Castore

e Polluce): «Dei due più bei bovi che si saranno scelti, la terza parte

sarà destinata alla celebrazion dei giuochi; gli altri due terzi si

daranno uno al sacerdote, l’altro al parassito.»

E sotto le offerte votive consacrate a Pallene, leggevasi: «Essendo

arconte Pitodoro, i magistrati e i _parassiti_, cinto il capo di

corona d’oro, offersero questi doni.» E altrove: «I parassiti della

sacerdotessa Filea furono Pericle di Pittea e Carino di Gargetto.» E

nella legge del re: «I parassiti d’Acarne sagrificheranno ad Apollo»

(Ateneo, _l_. _c_.; Meursius, _Themis Attica_, II, 35).

Fu molto più tardi che quella designazione di coadiutori e commensali

dei sacerdoti, passò a significare in genere un’altra specie di

commensali assai meno nobile, ma forse altrettanto antica.

Nè si potrebbe meglio spiegare la mutata fortuna del vocabolo che

colle parole di un parassita stesso, in una commedia di Diodoro di

Sinope: «La mia professione è sempre stata gloriosa ed onestissima. La

nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificii in tutti i

borghi, dando a questo dio dei parassiti per queste cerimonie sacre. E

non li prende già fra i primi venuti; ma sceglie a ciò dodici cittadini

fra i più potenti e ricchi, e di vita intemerata. In seguito di tempo,

alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che faceasi per Ercole,

s’impegnarono reciprocamente a prendere un certo numero di parassiti

per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo; presero

invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi; di modo che, se

il padrone rutta loro sul naso dopo aver mangiato del rafano e del

pesce stantio, essi lo complimentano per le rose e le violette con

cui ha pranzato. O p... egli vicino all’uno o all’altro? quegli gira

il naso annusando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo

squisito? — È così che i parassiti hanno fatto, di ciò che era onesto e

rispettato, una professione ignobile qual è oggi» (Athen., VI, 239 d.).

Secondo Ateneo, Alessi ed Epicarmo furono i primi che introdussero

nelle loro commedie il carattere del _parassito_, quello cioè che

oggi da noi si intende comunemente con questo nome. Il personaggio di

Epicarmo, nella commedia il _Pluto_, risponde a chi l’interroga: «Io

pranzo con chi vuole: basta invitarmi. Quanto ai festini di nozze, io

ci vado senz’esservi chiamato. Faccio ridere a crepapelle e non manco

mai di lodare il padron di casa che dà il pranzo. Se qualcuno è di

parer contrario al suo, io gli do sulla voce, e mi riscaldo. Infine,

dopo aver ben bevuto e ben mangiato, me la cavo. Non ho schiavo che

m’accompagni colla lanterna, ma cammino traballando e solo fra le

tenebre. Se per caso incontro la ronda, le dico qualche buona parola,

rendendo poi grazie agli Dei che a furia di pugni e di staffilate non

m’abbia accoppato. Giunto a casa m’addormento e non penso più a quel

ch’è stato, fin che il vino è padrone della mia anima» (Athen., VI,

235-6).

Altri volle scorgere il primo tipo del parassito in Omero: «Fra i

Trojani era Podete, valoroso e ricco, figlio di Eezione. Ettore lo avea

per amico e commensale» (_Iliad_., 71): e perciò il poeta lo fa ferire

al ventre da Menelao, cioè da uno spartano, amico della frugalità.

Il caustico Luciano andò ancora più innanzi: e il parassito de’ suoi

dialoghi, che la pretende a letterato, fa di Omero non soltanto lo

scopritore, ma anche il primo panegirista di questa casta rispettabile.

E cita l’elogio del viver parassitico _seduti in fila a convito,

quando le mense traboccano di pane e di carni e il coppier versa

intorno il pretto vino_; e nota che Omero non per nulla il pose in

bocca ad Ulisse, cioè al più savio de’ Greci; e trova maliziosamente

che parassiti di Agamennone eran nientemeno che Nestore e Idomeneo: e

parassito di Achille lo stesso Patroclo (Luciano, _Parass_.): nella

qual citazione è curioso lo scambio tra la classe dei parassiti e

quella dei _donzelli_ o degli _amanti_, secondo il greco costume.

Checchè ne sia delle facezie di Luciano, gli antichi poeti designavano

i parassiti col nome di _adulatori_ (κόλακες). In una commedia di

Eupoli, che reca appunto quel nome, un coro di adulatori così parla:

«Io ho due vesti abbastanza belle che indosso a vicenda, e ne faccio

sempre andar l’una o l’altra al mercato; se vi scorgo qualche sciocco

riccone, subito io gli sono alle coste. Se egli dice qualche parola,

mi sbraccio in elogi, mostro d’andar in estasi a quel ch’egli dice; e

il nostr’uomo si vede così assalito da una quantità di adulatori che

vengono alla sua tavola: e noi andiamo in panciolle a spese altrui.

Là ogni discorso dev’essere adulazione, menzogna: se no, addio tavola:

saremmo messi alla porta» (Athen., VI, 236 f.).

Ma il nome propriamente di _parassito_, usato in questo senso, lo si

incontra la prima volta nel comico Araro, da Ateneo così citato: «Mio

caro, tu sei necessariamente _parassito_ (παράσιτος), poichè non è

forse Iscomaco che ti mantiene alla sua tavola?»

Or ecco il carattere di un parassito, dipinto dal comico Timocle, nel

suo _Draconzio_ citato da Ateneo: «E che? Lascerò che si sparli di

un parassito? Mainò. È la razza d’uomini più utile. Se vi ha qualcosa

d’onesto a fare che possa recar piacere agli amici, il parassito non si

mette ei subito all’opera? Hai una passione? il parassito ti seconderà,

pronto a tutto quel che ti occorre: e persuaso che è un giusto ricambio

ch’ei ti deve per la tavola che gli fornisci. Ma ecco, per finirla,

ciò che prova all’evidenza quanto caso si faccia del parassito. Si

accordano al loro merito le stesse prerogative che a quelli che furono

vittoriosi ad Olimpia, cioè il nutrimento a spese dello Stato: poichè

qualsiasi il luogo in cui si mangia senza pagar nulla, non si deve

chiamarlo il _Pritaneo_?» (Athen., VI, 237 d. e.).

E Antifane nei _Gemelli_: «Un parassita, se ben rifletti, è un uomo che

divide con noi e la fortuna e la vita. Nessun parassita mai desiderò

veder infelici gli amici; al contrario egli non augura che del bene

a tutti. Sa sopportare un trasporto d’ira: se lo pigli a dileggio, ne

ride: è propenso all’amore, burlone, gioviale» (Athen., VI, 238 a.).

Altre simili citazioni degli antichi comici greci intorno a questa

classe di persone ponno riscontrarsi da chi voglia in Ateneo; il quale

prosegue ricordando nomi e aneddoti de’ parassiti più conosciuti ad

Atene nel V e nel IV secolo avanti l’êra volgare, cioè: Titimallo,

Corido, Cherefonte, Filosseno, Ceribione, Grillione ed altri famosi

chi per voracità, chi per la vena inesauribile di facezie, o anche di

impertinenze con cui rallegravano i banchetti dei loro Anfitrioni.

Certo è che una tal classe rappresentava nella vita ateniese del

secolo d’oro un tipo troppo interessante e caratteristico per non

tentar l’estro degli scrittori che più al vivo dipinsero quell’età. Ed

ecco Luciano spendervi intorno le arguzie più sottili della sua Musa;

e qui far le lustre di impietosirsi sulle piccole disgrazie di quei

che vivono alle spalle dei signori (Lucian., XVII), là decantarne le

delizie e mostrar come e qualmente la _parassitica_ è un’arte, anzi la

prima tra l’arti.

«Il primo punto — osserva il suo parassito — è cercare e discernere

chi può essere atto a nutrirti, con chi acconciarti meglio a desinare,

senza avere a pentirti poi. Direm noi che il cambiatore ha un’arte con

cui distingue le monete false dalle buone, e che uno senz’arte conosce

gli uomini quali son falsi e quali buoni? Pure gli uomini è ben più

difficile scernerli che non le monete. L’arte del parassita è dunque

grande, se a tanto arriva. E a saper dire acconce parolette, a far di

quelle cose che ti acquistino la benevolenza di chi ti dà a mangiare,

non ci vuol forse prudenza e conoscenza assai? E nei conviti, l’uscirne

colla miglior porzione ed avere più carezze degli altri che non hanno

quest’arte, credi tu si possa far senza sapienza? E il conoscere le

virtù e vizi delle vivande e degli intingoli, ti pare che sia una

curiosità da poltrone? Eppure il nobilissimo Platone dice: _Chi fa un

banchetto e non si intende di cucina, non può mostrare buon giudizio_.

Arrogi, la parassitica non consiste solo nelle cognizioni ma anco nella

pratica. Le altre arti, anche non esercitate per anni, non periscono in

chi le possiede: ma se le conoscenze del parassito non sono esercitate

ogni giorno, non solo perisce l’arte, ma l’artista. Nelle altre arti

il dolce viene all’ultimo, e la via n’è lunga e scabrosa: il parassita

solo gode dell’arte sua mentre l’impara, e mentre comincia è già al suo

fine... E qual fine utile nella vita è mai il suo! Per me non trovo

nella vita niente più utile del mangiare e del bere, e non si può

vivere senza di ciò» (Luciano, _Parass_.).

E questo è precisamente il parere non solo del parassito di Luciano,

ma anche degli altri suoi degni predecessori, che vivono ancora nelle

lettere del giocondo e pittoresco Alcifrone. E anche qui i parassiti

occupano gran parte di quel quadro di costumi così vivo e così vero;

e si raccontano a vicenda tra di loro le delizie della loro vita.

Sentiamo, per esempio, il rispettabile parassita Misognifo: «Benedetta

la nave che portò da Istica in Atene questo meraviglioso mercadante,

appetto del quale pajon sordidi li più agiati ateniesi! Non pago di

un solo parassito, ci fece venir tutti dalla città: e non solo noi, ma

le cortigiane più sfarzose, le cantatrici più belle, e gli istrioni da

teatro in tal numero che avresti detto non mancarvene pur uno. Egli ama

essere festeggiato da cetre e flauti, il suo conversare è ridondante

di grazie e di veneri: fin nell’aspetto è tutto gioviale: ne’ suoi

discorsi eloquente sì come quegli

_Cui di néttar la musa i labbri asperse._

Anche noi parassiti parliamo alla foggia de’ letterati, chè noi pure

siam nativi dell’Attica, ove uomo non trovi che in cotali ciancie non

abbia buon gusto» (Alcifr., _Lett_. III, 65).

Le rose però hanno le spine, ed era tutt’altro che di sole rose la

vita del parassito: obbligato ora a far ridere senza sempre riuscirvi,

come il povero Filippo del _Simposio_ di Senofonte, ora a rischiar

salve di busse o a servir di zimbello ai capricci e alle burle di

chi lo invitava, e a starsene alla varia fortuna. Taluno pigliava

filosoficamente la sua parte, come il parassita nel _Pitagorista_ di

Aristofane: e si tratta di bever acqua? io sono rana. Ci son erbe o

radici a rodere? io sono bruco. Bisogna far senza del bagno? io sono

il grasso e il sudiciume in persona. Viver l’inverno a ciel sereno? io

sono merlo. Sopportare un calor soffocante e cantare di pien mezzodì?

sono cicala. Non far uso di olio? son polvere arida. Camminare a piè

nudi dall’aurora? sono gru. Non dormire un sol minuto la notte? sono

civetta» (Athen., VI, 238 d.).

Non tutti però avevano la stessa filosofia; e allora venìano i lamenti:

«O Genio cui son toccato in sorte, quanto maligno sei! Se alcun non

mi invita, e’ mi conviene divorar piante selvatiche e conchiglie,

ovvero andar cogliendo erbe od empiere il ventre bevendo all’Enneacruno

(fontana pubblica di Atene). Finchè ero giovine e in gambe, potevo

patir questi disagi; ma ora che son fatto grigio qual rimedio a tanta

sciagura? Una fune d’Aliarto mi occorre e penzolerò davanti alla porta

Dipila, se la Fortuna ad ajutarmi non pensa» (Alcifr., _Lett_., III,

49). È il povero parassito Capnosfrante che si dispera.

Ma udiam quest’altro: «Ribaldo di barbiere!... Anzi che radermi

egualmente tutto il mostaccio, senza mia saputa lo fece a metà,

sicchè restommi la mascella qua pulita, là ispida. Io, ignaro della

malizia, recaimi al solito a casa Pasione, benchè non invitato. Come

li commensali mi videro, dieronsi a fare le più grasse risa del mondo:

ed io non conobbi la cagione di tanto riso se non quando l’un d’essi

mosso ver me, mi tirò pei peli rimastimi. Questi mi strappai tosto non

senza grave dolore: ed ora vo’ pigliar un bastone delli buoni e darlo

sul cranio al mariuolo! Poffar di cielo! Ciò che per burla fanno quei

che ci pascono, ardì fare costui che non ci pasce» (Alcifr. III, 66).

Questi è il parassita Ginnocheronte a cui sale presto la mosca al naso.

«Oh Dio! — grida un terzo, — crudel giornata che fu quella di jeri!

Che non mi fecero soffrir questi ricconi! Essi gareggiarono nel

costringermi a tracannare e a mangiare oltre la capacità del mio

ventre. Questi mi imbottava di salsiccia e quello per forza mi cacciava

un pezzo di pane nelle ganasce; un altro mi riversava nello stomaco,

come in una botte, non vino, ma brodetto di senape e di pesce spremuto

e di aceto. Se il medico Acesilao vedendomi moribondo non mi facea

portar via e non mi soccorreva di rimedj, era finita per me» (Alcifr.,

III, 7). E la umanità avrebbe perduto innanzi tempo il povero parassito

Etoemocóro.

Allora, co’ guai, veniva il pentimento: e insieme il proposito di

mutar vita: «Vo’ pormi a far qualche mestiere: andrò al Pireo: farò

il facchino. Meglio empir la pancia di cipolle e di polenta, ma goder

sicurezza di vita, che gustar manicaretti ed uccelli del Fasi, e ogni

giorno stare in bocca alla morte» (Alcifr., III, 7). Ma più spesso i

propositi li menava il malanno: e un altro pranzo se li portava via.

Tale era, in Atene, il parassito. Mezzo filosofo, mezzo buffone; con

qualche sprazzo di letterato; adulatore di professione, e al bisogno,

impertinente; niente invidioso de’ beni altrui, pur di goderne qualche

briciolo in compagnia: sempre gaudente per istinto, spesso rassegnato

per necessità; pronto a ogni servigio pur di guadagnarsi qualche

dramma od un invito; capace, per far servizio, di parecchie azioni

cattive, e se il caso gli veniva, persin di qualcuna buona. Un faceto

mariuolo, senza l’impossibilità assoluta di cavarne per combinazione un

galantuomo. Tutto sommato, una pasta d’uomo niente peggiore — migliore

forse — de’ suoi figli e pronipoti della nostra età.

Alcibiade · 第 12 / 286 题