LE ETÉRE.

Quanta parte della vita ateniese, quante memorie in questa parola!

In Atene, ove leggi e costumi creavano alla donna di famiglia, nel

chiuso de’ ginecei, posizione poco dissimile da quella che l’Oriente le

assegna ancor oggi nel fondo degli _harem_, — ove il genio del popolo

e il cielo e il clima prepotenti portavano al culto del bello e della

Venere sensuale, — la _cortigiana_ doveva naturalmente invadere ed

occupare essa sola tutto il posto, o quasi, che nella civiltà di un

popolo spetta al sesso più gentile. Un posto ben importante, perchè

potesse esser degno di Aspasia! Gli affetti della famiglia, santi a

Sparta (alla maniera de’ tempi), e santi a Roma, lasciano luogo, fra le

tepide notti del cielo jonico, ad affetti più liberi: le Andromache, le

Penelopi, le Antigoni già sono d’altri lidi e d’altre età; argomento

di meraviglia ai licenziosi figli dell’Attica le mogli spartane,

dominatrici dei terribili mariti, giusta il vanto della sposa di

Leonida; e la storia che scrive in pagine d’oro i fasti delle madri e

delle spose in riva al Tevere e all’Eurota, dimentica e sopprime, come

tampoco non esistesse, la donna di famiglia nel quadro della città e

del secolo di Pericle. Ella ci conserva cinti d’aureola il nome della

madre dei Gracchi e della madre di Bràsida; narra ai secoli la virtù

conjugale di Porzia e di Chelonida; ma non si ricorda in Atene della

donna di famiglia che, tutt’al più, per tramandarci il tipo della

moglie bisbetica e insopportabile, in quella Santippe che il buon

Socrate si teneva per esercitarsi alla virtù della pazienza.

Storici, oratori, filosofi, poeti non ci parlan di donne che non

sian cortigiane. Cortigiana Aspasia, le cui grazie per quarant’anni

governano il genio d’Atene; cortigiana Laide, per cui tutta Grecia

traeva a Corinto, e dalla quale, narra Ateneo, era più difficile

impetrar udienza, che non dal Satrapo Farnabazo; cortigiana Taide, per

cui Alessandro incendiava Persepoli e che Tolomeo re d’Egitto sposava;

cortigiana Glicera, che Arpalo in Tarso fa salutar regina; cortigiana

Rodope, a cui si innalzano in Grecia palazzi, in Egitto piramidi;

cortigiana Frine, che s’offre a rialzare a sue spese le mura di Tebe,

purchè vi si scriva: _Alessandro le distrusse: Frine le rialzò_.

Il costumato Teofrasto dipinge i _caratteri_ d’Atene, e fuorchè

cortigiane, altre donne non cita; l’elegante Alcifrone, il libero

Aristeneto dettan le _Lettere_ e ci intrattengono di cortigiane. Alla

cortigiana Glicera regala Alcifrone le grazie del suo spirito e del

suo stile, domanda Menandro gli estri della sua Musa; colle cortigiane

Teodota e Diotima conversa di filosofia l’austero Socrate nelle pagine

di Senofonte e di Platone; colla cortigiana Leonzia vien filosofando

Epicuro; e alla fortissima Leena, che coi denti si mozza fra’ tormenti

la lingua perchè il dolor non la stringa a rivelare il nome dei

patrioti cospiratori, a questa cortigiana drizza Atene monumenti che ne

attestino la gloria e la virtù.

Tradizioni di tal fatta intorno ad un tal nome di casta da sè lasciano

intendere come ei dovesse suonar ben diverso alle orecchie ateniesi che

non alle moderne orecchie pudiche; certamente, non titolo d’onore, ma

senza confronto men vituperevole d’oggidì: la lingua stessa designava

col dolce nome di _etéra_ — ἑταίρα — ossia _compagna_, _buona amica_,

quelle alunne di Venere, dal nome di Venere _amica_ — (Athen.,

_Deipnos_., XIII, 571) — ad attestare, nella differenza del senso, la

differenza della posizione sociale. Certo è ch’elle erano il perno e

l’anima della giovine società elegante ateniese; e agli scapoli non

solo, ma agli stessi mariti, malgrado i vincoli del matrimonio, poco

o niun biasimo veniva dall’uso comunissimo del trescar pubblicamente

seco loro: gran mercè se non giungevano a vantarsene, come si narra

dello stesso Alcibiade, quando, sposo ad Ipparete, facea di sè esporre

ritratti che il mostravano fra le braccia della meretrice Nemea

(Andocide, _Contro Alcib_., 14); anzi nemmeno per le mogli era questo

motivo di legge sufficiente a spor querela in giudizio e ad ottenere

il divorzio, come Plauto ne fa fede (_Merc_., IV, 6, 3). «_Abbiamo le

etére per il piacere dell’animo, le donne legittime per la procreazione

della prole_» (Demost., C. _Neera_). Però a qual punto spingesse Atene

la libertà del commercio colle meretrici, nulla meglio lo addita di

quel giudizio di àrbitri, portato da Demostene in tribunale, ond’è

risolta la lite tra Stefano e Frinione, disputantisi i diritti sulla

meretrice Neera, col sentenziar la posseggano a vicenda due giorni per

ciascuno (Demost., _Contro Neera_, 46).

Era oblio delle virtù antiche che avevan fatto grande la città? Era

corruzione infiltrata col tempo ne’ costumi? Certamente da altro

punto di vista avea considerato Solone il meretricio, quando per il

primo pensava a regolarlo per legge, e a organizzarlo, confinato ne’

bordelli, sotto la vigilanza dello Stato. Udiam Filemone ne’ _Delfi_ in

Ateneo:

«Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano! poichè

tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo e alla

pubblica salute. Sì, a ragione io dico questo, perchè tu considerasti

la nostra città piena di giovani dal temperamento bollente, e che

sarebbero quindi trascorsi ad eccessi punibili. Perciò tu comperasti

delle donne, e le hai poste in luoghi ove, provviste di quanto è a lor

necessario, divengono comuni a quanti le bramano. Eccole nude; perchè

non ti ingannino, ispeziona ben tutto. Vieni; la porta è aperta: paga

un obolo ed entra: qui non si faranno smorfie, non si farà la ritrosa.

Qua, subito, se vuoi, e nel modo che vuoi» (Athen., _Deipn_., XIII,

569).

Così in Atene (vuoi che Solone ne fosse realmente il primo istitutore

o ch’ei ne trapiantasse l’usanza da alcune coste del Peloponneso e

dell’Africa, secondo Engel, _Kypros_., II, 373) — sorgevano i primi

bordelli (πορνεί ἃ παιδισκεῖα): eretti a istituzione di Stato, dacchè

sappiam da Nicandro che Solone pel primo alzò un tempio a _Venere

pandemia_ o _cortigiana_ (Αφροδίτη Πάνδημος, ovvero Εταίρα) col danaro

raccolto dalle donne che presiedevano a que’ luoghi (Athen., _l_. _c_.,

cfr. Albert, ad Hesych. I, 1477).

Pur erano i tempi di Atene austera, e il regno delle _etére_ non era

ancor sorto.

Ma in fuor delle schiave ne’ bordelli serbate, per ragioni di pubblica

igiene, allo ignobile traffico, e dell’altre che privati lenoni, uomini

e donne (πορνοδοσκοί) comperavano e mantenevano allo stesso scopo ed

uso, per trarne lucro in loro apposite case — l’ironia del linguaggio

li chiamava ἐργαστήρια, _luoghi di lavoro_ — (cfr. Demostene, _C_.

_Neer_. 18, 67; Athen. X, 437, f.; Eschin., _C_. _Timarc_., 138;

Plauto, _Cistell_., _Asin_., ecc.) — veniva sorgendo e moltiplicandosi

— da quelle assai distinta — la classe numerosa delle _affrancate_ e

delle _libere_, professanti per proprio conto il culto della Venere

volgare. È per queste propriamente che il popolo, con indulgente

eufemismo, mutava il nome spregiativo di πόρναι, o παλλακαί, in quello

carezzevole di _amiche_ od _etére_: «Dimmi, chiede Socrate a Teodota,

hai tu poderi? — No. — Ma forse hai una casa che ti dà la rendita?

— Non ho casa alcuna. — Ma forse hai schiavi manifattori? — Nè anche

questi. — E di dove dunque ricavi le cose necessarie alla vita? — Se

alcuno fattomisi _amico_ vuol farmi del bene, questo è il mio avere»

(Senof., _Memor_. III, 9). E Antifone: «Avea costui per vicina una

giovine cittadina: appena la vide, che la fece sua amante: cosa tanto

più facile ch’ella non aveva nè tutori, nè parenti: era una ragazza

dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d’aurei costumi: insomma quel

che può dirsi veramente una meretrice (_etéra_), diversa da altre che

disonorano un nome _così bello_» (_Antifone_, presso Athen., XIII,

572). E l’autore di questo dramma, leggendo, pensava alla sua ingenua

Glicera.

Del novero di queste cittadine ateniesi che viveano a sé, traendo

frutto da’ proprj vezzi, benchè in umile grado, erano le _auletridi_,

e le _citarede_, e le _ballerine_ (αὐλητρὶδες, κιθαρίστριαι,

ὀρχηστριδης), le quali prestavano a prezzo, ne’ sacrificj e ne’

banchetti, l’opera de’ flauti e delle cetre e delle danze: ma

associavan di regola l’una all’altra industria, vivendo da _etére_,

e facendo spesso delle loro abitazioni il luogo di convegno della

gioventù (Isocr., _Areop_., 48; Luciano, _Dial. delle cortigiane_,

5). Non era banchetto che non fosse rallegrato da queste leggiadre

sacerdotesse di Calliope e di Tersicore: e spesso, tra i fumi del

vino e le armonie de’ suoni, qualche commensale accendéasi per

esse di passione violenta. (Menand., _Tesoro_, pr. Stob., LXIII,

18). E però, molte di costoro, per attrattive di mente e di beltà,

dovettero emergere e salire in fortuna: ed eran di queste, parecchie

fra le _etére_ più in grido, di cui si narrano i nomi e gli aneddoti

in Ateneo. Suonatrice di flauto fu Lamia, la figlia dell’ateniese

Cleanore, che innamorò di sè perdutmente il dominatore d’Atene Demetrio

Poliorcete (Aten., XIII, 577, c.). Pure, generalmente non fu in Atene,

dal grembo di queste, ma dal di fuori che vennero e sorsero quelle

apparizioni veramente meravigliose, come Hermann le chiama (_Bild. des

Griech. Privatleb._, II, 60), le quali, colle grazie dello spirito e

coll’amabilità assai più ancora che coll’avvenenza esercitarono una

influenza così strana e decisiva sulla società del loro tempo, sulle

arti e sui costumi. Forestiere (ξέναι) erano Aspasia da Mileto, e Laide

da Iccara e Frine. Venian per lo più fanciulle, povere e sole, nelle

grandi città, a Corinto e ad Atene, per trovarvi lavoro: ivi i talenti

naturali e la bellezza fermavan sovr’esse gli sguardi: e a poco a poco

travolgevale il vortice. Libere e cresciute all’aperto, — a differenza

delle matrone ateniesi rinchiuse da bimbe in casa, fuor degli occhi

degli uomini, a imparar di conocchia e di cucina, e a vegetare più

tardi ne’ talami fra la custodia di leggi pressochè claustrali, — nella

libertà avean potuto coltivare i ricchi doni di natura e lo spirito;

soltanto nella vita libera delle _etére_, al contatto della società,

poteano omai trovarne lo sviluppo. Così circondate dal fiore di Atene,

disputanti di scienze e di arti con artisti e filosofi, corteggiate

dalle aristocrazie del sangue e del censo, sorgeano datrici delle

leggi del buon gusto e dell’eleganza, raffinatrici di ingegni e di

studii e di ogni senso del bello nelle piacevoli gare, ispiratrici care

alle Muse. Aspasia apriva in Atene la prima sala di conversazione che

rammentin le storie; vi cresceva alunne degne di lei; e là in quel

circolo leggiadro, dove donne virtuosissime come la moglie di Senofonte

non temean di compromettersi frammischiandosi alle _etére_ (Plutarco

in _Pericle_; Cicerone, _De Invent._, I, 99; Quintil., _Instit. Orat._,

V, 19), veniva Pericle a riposarsi dalle cure della repubblica e dalle

burrasche del governo popolare.

Di queste _etére_ di prima classe proverbiali erano il lusso e l’orgie

ed il prodigo fasto, — spesso non discompagnati da cauti risparmj e

da previdenza del futuro, spesso preparanti una squallida vecchiaja.

Talora se n’immischiava, col disinteresse, anco l’amore: e Meneclide

allora piangea morta la bella gioconda Bacchide, che esempio di

amore e di fedeltà, contenta a’ poveri cenci di lui, avea rifiutato i

ricchi doni e l’oro del satrapo (Alcifr., _Lett_., I, 38): più sovente

l’interesse volea la sua parte, e Filumena scriveva a Critone lettere

lunghe come questa: «A che col tanto scrivere e piangere martirizzi

te stesso? Cinquanta monete d’oro mi fan d’uopo, non lettere. Se è ver

che mi ami, mandale: se sei un sordido, non seccarmi altro» (Alcifr.,

_Lett._, I, 40). — Era il tempo che Gnaténa domandava mille dramme per

una notte: e Laide a Demostene chiamato a Corinto dalla fama di lei,

ne domandava diecimila, per udirsi rispondere: _Non compro a sì caro

prezzo una penitenza_.

Sulla fede di Suida pretesero alcuni (Petit, _Leg. Att._, p. 573-576)

che le leggi stesse regolassero il lusso delle _etére_, prescrivendo

loro, per distinguersi dalle matrone, date foggie di vestiario a

colori. In ciò questo solo è di vero, che le leggi, rigorosissime

nel frenare e punire il lusso delle matrone (Polluce, VIII, c. 9) e

punirle se usciano men che modeste e decenti per via — non poneano

alle _etére_ prescrizione o freno di sorta (Diod. Sic., XII, 21;

Eustath. _ad Iliad._, XIX); naturalissimo poi ch’elle si valessero,

quanto più bramavan piacere, tanto più ampiamente di quella libertà: e

all’abbigliamento affatto modesto delle matrone sostituissero lo sfarzo

delle vesti di porpora o tessute in oro, o vagamente ricamate a fiori o

colori smaglianti, e gli artificj del belletto e i ricchissimi monili

e le splendide ricercate acconciature (Luciano, _D’una sala_; Alessi,

presso Athen., XIII, 568 a. e Clem. Al., _Paedag._, III, p. 218); salvo

ai comici di ferirle in pubblico con detti ed epiteti mordaci, e alle

pudiche matrone di invidiarle in segreto.

Cfr. Alcifrone; Aristeneto; Ateneo, lib. XIII; Menandro e Comici greci,

_Frammenti_; Luciano, _Dialoghi delle cortigiane_; Demostene, _Contro

Neera_; Becker ed Ermann, _Bild. des Griech. Privatlebens_; Cl. Bader,

_La femme grécque_; Laitier, _La femme dans la fam. Athen._; Wieland,

_Lettere di Aristippo_, ecc., ecc.

Alcibiade · 第 11 / 286 题