[426] Comparetti, v. II, p. 45-6. Bartolomeo Caracciolo, che, nella

_Cronaca di Partenope_, narra questo medesimo fatto attingendo in parte

da Gervasio, non dice in nessun modo che i Napoletani ignorassero il

luogo della sepoltura di Virgilio, anzi afferma il contrario. Ecco

le suo parole: «Dicesi, che morto lo dicto Virgilio in Brindesi, et

essendo lo corpo de quello portato in Napoli, con gran diligentia, la

sepoltura di tal corpo se guardava et observava la quale, come è decto,

stava vicino S. Maria de Pedegrotta (per la quale sepoltura in verità

lo vulgo la chiama grotta de Virgilio); o vero per la via vecchia

do Puczoli, lontano da Napoli circa due miglia. Lo che intendendo

uno physico Inglese, ecc.». L'avventura presuppone evidentemente la

conoscenza del luogo dove si credeva fosse sepolto Virgilio.

[427] Essa giunge sino all'anno 1382.

[428] Tutta quella parte dove se ne discorre riportò il Comparetti

in appendice al v. II, p. 230-9. Prima l'avevano già ripubblicata il

GRAESSE, _Beiträge zur Literatur und Sage des Mittelalters_, p. 27-34,

e il VILLARI negli _Annali delle Università toscane_, v. VIII, p. 162 e

segg. Essa comprende i capp. XVII-XXIII.

[429] Notisi che il luogo così denominato è anche oggigiorno

conosciutissimo in Napoli.

[430] Scritto cit., p. 178.

[431] Vol. II, p. 42.

[432] Dice a tale proposito il Comparetti (v. II, p. 19) che

la leggenda «procede originariamente da idee su Virgilio nate

indipendentemente dalla scuola e fra il popolo»; ma queste parole male,

parmi, si potrebbero accordare con quelle da me pur ora riferite.

[433] Il Comparetti fa ricordo di questa biografia come di una di

quelle nelle quali «già si scorge l'influenza delle leggende popolari

introdottesi nella letteratura». Da quanto egli ne riferisce e più

particolarmente dal passo testè citato, parrebbe doversi credere il

contrario.

[434] V. vol. I, p. 212-3.

[435] Il Comparetti non lo concede, v. II, p. 34.

[436] Notisi ancora che leggende a questa somiglianti s'incontrano

frequentemente fra le tradizioni di varii popoli. Apollonio Tianeo con

una mosca di bronzo bandì le mosche da Costantinopoli, e fece lo stesso

per le zanzare, gli scorpioni ed altri insetti. Comparetti, v. II, p.

32.

[437] _Spec. hist._, l. VII, c. 61.

[438] Così la riferisce Bartolomeo Caracciolo. Nel poema francese di

_Cleomadès_ si narra invece di due castelli fondati ciascuno sopra un

uovo, e nell'_Image du monde_ si dice che l'intera città di Napoli era

posata sopra un uovo, per modo che smovendo questo tutta la città n'era

scrollata. Cf. su questa leggenda LIEBRECHT, _Zur Volkskunde_, p. 296.

Secondo Alars de Cambrai Virgilio non avrebbe fondata la sola città di

Napoli:

Virgiles fu apres li sages,

Bien fu emploies ses sages,

Grans science en lui habonda,

Mainte riche cite fonda.

[439] _Cleomadès; Roman des sept sages_; Giovanni Mansel, _Fleurs

des histoires_, ecc. Colui che fa spegnere il fuoco è un perdigiorno

(_musars_) nel _Cleomadès_, un chierico nel _Roman des sept sages_, un

imperatore nel racconto di Giovanni Mansel.

[440] _Cleomadès._ Giovanni d'Outremeuse accresce, secondo il suo

solito, la derrata, e dice che Virgilio pose sulle dodici porte di

Roma dodici statue di rame, le quali rappresentavano i dodici mesi,

e facevano varii atti convenienti al loro carattere simbolico, e si

trasmettevano un pomo di acciajo, che ciascuna teneva quindici giorni

nella mano destra e quindici giorni nella mano sinistra. Con un altro

pomo, che quattro delle statue si lanciavano, si annunziava il mutare

delle stagioni. Op. cit., v. I, p. 232-3. Delle statue che indicavano

il mutare dei mesi parla anche Giovanni Mansel nelle sue _Fleur des

histoires_.

[441] _Roman des sept sages_.

[442] V. vol. I, p. 161 e seguenti.

[443] Giovanni d'Outremeuse, op. cit., v. I, p. 67, 70. Lo stesso

autore dice (v. II, p. 104) che l'anno 393 un terremoto distrusse in

Roma parecchie fra le immagini costruite da Virgilio.

[444] V. Comparetti, v. II, p. 120-3; MASSMANN, _Kaiserch._, v. III,

p. 448-9; DUNLOP-LIEBRECHT, _Geschichte der Prosadichtungen_, Berlino,

1851, p. 500.

[445] SINNER, _Cat. cod. mss. Bern._, t. II, p. 129.

[446] Op. cit., v. I, p. 230.

[447] Vol. II, p. 58.

[448] Pubblicato per intero dal Bartsch sopra l'unico manoscritto di

Gotha, Stoccarda, 1871 (_Bibl. d. lit. Ver._).

[449] Pubblicata primamente dal ZINGERLE nella _Germania_ del Pfeiffer,

v. V, p. 369 e segg., riprodotta dal Comparetti in appendice al v. II,

p. 231-4.

[450] Questa favola ha riscontri assai numerosi. Di Virgilio la

racconta anche Felice Hämmerlin nel suo trattato _De nobilitate_, c.

II. V. Comparetti, v. II, p. 94-5.

[451] Una gherminella in tutto simile a questa si narra anche di

Alberto Magno o di altri. Francesco da Buti la narra di quel Michele

Scoto che fu astrologo di Federico II, e che Dante incontra fra i

dannati (Inf. c. XX, v. 115-7). E di Michele Scoto narra Teofilo

Folengo certa storia di una nave aerea (_Baldus_, l. XIX, ed. del 1554,

l. XVIII, ed. del 1613; cf. WESSELOWSKY, _Il Paradiso degli Alberti_,

v. I, parte 2ª, p. 265) che invece Bonamente Aliprando racconta di

Virgilio. E carattere proprio di queste finzioni, che non hanno con la

storia nesso di sorta, la eccessiva mobilità.

[452] I casi di questi illustri si trovano narrati per disteso, o

semplicemente ricordati, in iscritture senza numero; ma diedero anche

argomento a composizioni speciali. Hans Sachs ne trattò di proposito in

una poesia intitolata _Die vier trefliche menner sampt ander vilen, so

durch frauenlieb betrogen sind_.

[453] Il nome dell'imperatore varia: ora è Giulio Cesare, ora Augusto,

ora Nerone, ora Adriano. In alcuni racconti la donna è una gran dama,

ma non si dice che sia figlia dell'imperatore.

[454] V. per tutto quanto concerne questa leggenda DU MÉRIL,

_Mélanges_, etc., p. 429-30, 444, 474-5; Comparetti, v. II, p. 103-19.

[455] Giovanni d'Outremeuse è il solo, per quanto io sappia, che

avvedutosi della incoerenza, cerca di farla sparire, alterando

profondamente il concetto della prima parte della favola. Ecco il

suo racconto. Febilia, figliuola di Giulio Cesare, innamoratasi di

Virgilio, ha con esso lui commercio carnale, ma non può ottenere

che la sposi. Per vendicarsi, prepara la insidia del canestro; ma

Virgilio a cui non può rimaner celata la secreta intenzione di lei,

pone nel canestro un fantoccio a cui ha dato le proprio sembianze.

Giunto il mattino, accorre il popolo di Roma, accorre Giulio Cesare,

che vuole morto il seduttore di sua figlia. Il fantoccio, animato da

uno spirito maligno, fa parecchie strane burle. Saputasi la verità,

Giulio Cesare persevera nel pensiero di far morire Virgilio; ma questi

allora si parte dalla città, spegnendo tutti i fuochi. Giulio Cesare

cede, Virgilio ritorna, e, mediante certo breve magico, fa che tutte

le donne di Roma palesino i loro trascorsi, Febilia fra l'altre.

Morto Giulio Cesare gli succede Ottaviano. Evia moglie di quello,

e Febilia si lagnano d'essere state spogliate del dominio. Virgilio

con varii incantamenti fa loro credere di averlo racquistato, poi le

lascia scornate. Da ultimo compie contro Febilia una seconda vendetta,

costringendo tutti i Romani a provvedere sopra la persona di lei il

fuoco di cui hanno bisogno.

[456] Fausto, che nella leggenda popolare tedesca fa anch'egli

sparire le vivande dalla mensa del papa, si spassa con le odalische

dell'imperatore dei Turchi.

[457] C. 102, ed. Oesterley.

[458] BUESCHING, _Erzählungen, Dichtungen, Fastnachtspiele und Schwänke

des Mittelalters_, Breslavia, 1814, p. 130-4.

[459] Vol. I, p. 197.

[460] V. vol. I, p. 101-5.

[461] _Myreur des histors_, v. I, p. 275-9.

[462] Il medesimo si disse di Gerberto, di Alberto Magno, di Roberto

di Lincoln, di Ruggiero Bacone, del marchese Enrico di Villena. Una

pretesa testa magica che risponde a ogni domanda figura nel c. LXII

della parte 2ª del _Don Chisciotte_.

[463] Qui rifà capolino la tradizione classica. Servio dice che

Virgilio _valetudinem ex solis ardore contraxit_. Bonamente Aliprando,

che non sa nulla della testa di rame, fa anch'egli morir Virgilio

d'insolazione. La favola della testa è narrata da Alberico delle

Tre Fontane, nella _Image du monde_ e nel _Renars contrefait_. V.

Comparetti, v. II, p. 80.

[464] Il giorno stesso in cui scade il suo patto col diavolo Fausto

invita a un banchetto gli amici e fa loro conoscere la sorte che

l'aspetta.

[465] Ap. THOMS, _Early english Prose Romances_, 2ª ed., v. II, p. 55-8.

[466] Cioè, di fare che gli alberi portassero frutto tre volte l'anno,

e che ogni albero avesse frutta e fiori nel tempo stesso, che le navi

scendessero e risalissero i fiumi con la stessa facilità, che il denaro

diventasse così facile a guadagnare come a spendere, che le donne

partorissero senza nessun dolore.

[467] Una favola in tutto simile si racconta anche di Alberto Magno, di

Ruggiero Bacone, di Agrippa di Nettesheim.

[468] Nulladimeno la credenza nella magia di Virgilio, della quale già

facevasi beffe il Petrarca, era ancor vivo nel secolo XVII. G. Naudé la

combatte molto aspramente nella già citata sua opera, c. XXI.

[469] _Adversus gentes_. III, 7.

[470] _Confessionum_ l. III, c. 46: Inter hos ego imbecilla tunc aetate

discebam libros eloquentium — et usitato iam discendi ordine perveneram

in librum quendam Ciceronis, cuius linguam fere omnes mirantur, pectus

non ita. Liber ille ipsius exhortationem continet ad philosophiam et

vocatur Hortensius, ille vero liber mutavit affectum meum et ad te

ipsum. Domine, convertit preces meas et vota ac desideria mea fecit

alia.

[471] V. LEITMEIR, _Apologie der christlichen Moral. Darstellung des

Verhältnisses der heidnischen und christlichen Ethik, zunächst nach

einer Vergleichung des ciceronianischen Buches de officiis und dem

gleichnamigen des heiligen Ambrosius_, Monaco, 1866.

[472] Il caso merita di essere riferito per intero e con le

stesse parole del santo. _Epistola XVIII ad Eustochium de custodia

virginitatis_. Quum ante annos plurimos domo, parentibus, sorore,

cognatis, et quos his difficilius est, consuetudine lautioris cibi,

propter coelorum me regna castrassem, et Jerosolymam militaturus

pergerem, Bibliothecam, quam mihi Romae summo studio ac labore

confeceram, carere non poteram. Itaque miser ego lecturus Tullium,

jejunabam. Post noctium crebras vigilias, post lachrymas, quas mihi

praeteritorum recordatio peccatorum ex imis visceribus eruebat,

Plautus sumebatur in manus. Si quando in memet reversus, Prophetas

legere coepissem, sermo horrebat incultus. Et quia lumen caecis oculis

non videbam, non oculorum putabam culpam esse sed solis. Dum ita me

antiquus serpens illuderet, in media ferme quadragesima medullis infusa

febris, corpus invasit exhaustum: et sine ulla requie (quod dictu

quoque incredibile sit) sic infelicia membra depasta est, ut ossibus

vix haererem. Interim parantur exequiae, et vitalis animae calor, toto

frigescente jam corpore, in solo tantum tepente pectusculo palpitabat:

quum subito raptus in spiritu, ad tribunal judicis pertrahor; ubi

tantum luminis et tantum erat ex circumstantium claritate fulgoris,

ut projectus in terram, sursum aspicere non auderem. Interrogatus

de conditione, Chistianum me esse respondi. Et ille qui praesidebat:

Mentiris, ait, Ciceronianus es, non Christianus. _Ubi enim thesaurus

tuus, ibi et cor tuum_. Illico obmutui, et inter verbera (nam caedi

me jussit) conscientiae magis igne torquebar, illum mecum versiculum

reputans: _In inferno autem quis confitebitur tibi?_ Clamare autem

coepi et ejulans dicere: Miserere mei, Domine, miserere mei. Haec vox

inter flagella resonabat. Tandem ad praesidentis genua provoluti qui

astiterant, precabantur ut veniam tribueret adolescentiae et errori

locum poenitentiae comodaret; exacturus deinde cruciatum, si Gentilium

litterarum libros aliquando legissem. Ego qui in tanto constrictus

articulo, vellem etiam majora promittere, dejerare coepi, et nomen

ejus obtestans, dicere; Domine, si unquam habuero codices saeculares,

si legero, te negavi. In haec sacramenti verba dimissus, revertor ad

superos; et miserantibus cunctis, oculos aperio, tanto lachrymarum

imbre perfusos, ut etiam incredulis fidem facerem ex dolore.

[473] Epist. 69. _B. Servati Lupi, presbyteri et abbatis Ferrariensis

opera Stephanus Baluzius collegit_, Anversa, 1710.

[474] _Expositio in Matthaeum_, Prologo; _Vita Adalhardi_, c. 20.

[475] Cap. 1.

[476] Ap. PEZ, _Thesaurus anectdoctorum novissimus_, t. II, parte 1ª,

col. 229.

[477] Questa credenza era ancora sostenuta da Sebastiano Castalio.

[478] La ventesima nella edizione del Baluze.

[479] _Ep. famil._, XXI, 10.

[480] Sant'Antonino Arcivescovo di Firenze dice che negli scritti

di Cicerone molte cose si notano conformi alla fede cristiana, ma

alcune anche ad essa contrarie, come ad esempio la negata prescienza

divina; e soggiunge: Iste Cicero etsi eloquentissimus infidelis tamen.

_Historiarum_ parte 1ª, c. VI, § 5.

[481] _De laud. dir. sap., dist._ V, v. 391-2:

Notitiaeque suae cessit sacra pagina, Marco

Eloquio compar, pectore major erat.

[482] Cap. III.

[483] Nel Prologo di un _Romant des philozophes_ già citato (cod. L,

V. 5 della Nazionale di Torino) l'autore narra un suo sogno: Voulente

et pensee me print que ie recomptasse des philozophes aucuns ditz et

enseignemens et de celle clergie qui est appellee moralite, laquelle

est espandue par pluseurs volumes. Endementiers que ie pensoie a ceste

chose on l'eure que l'en appelle premier sompne auint que ie m'endormis

et en mon dormir s'apparut deuant moy vng homme de tresgrant beaulte

qui en sa compaignie auoit moult de clers qui semblaient moult haultes

personnes de corps et d'eage. Tantost me fust aduiz en mon courage que

ce bel homme estoit Tulles prince d'eloquence latine. Apres lui venoit

Senecques le saige enseigneres de moralite, et apres cellui estoient

aultres clers dont les noms seront aucunement nommez en cestui petit

liure.

[484] V. cap. XV, p. 178.

[485] Nella _Confessio amantis_ egli dice:

Tullius with Cythero that wryten upon Rethoryke.

E dice ancora (l. VI) che Ulisse, il quale fu gran chierico e mago,

imparò la retorica da Tullio, la magia da Zoroastro, l'astronomia da

Tolomeo, la filosofia da Platone, la divinazione dal profeta Daniele,

la sapienza dei proverbii da Salomone, la botanica da Macro, la

medicina da Ippocrate.

[486] Nelle _Novelle antiche_ del Bingi essa è narrata nei seguenti

termini: Tulio fue filosofo sapientissimo et fece la rettolica, cioè

l'arte dello bello parlare. Uno altro filosofo era a quello tenpo, che

avea nome Salustio, lo quale volea grande male a Tulio et mandavagli

molto ranpongnie, le quali portavano grandi dispregi, dicendo così:

Homo laidissimo, piagientieri, orghoglioso alli amici et alli homini,

et malvagio consigliere; homo pieno di cupidissimi vizii, li quali non

sono liciti a dire. Et Tulio rispondea così: L'omo che vive come tue,

non puote altrimente parlare che tu parli; et chi parla come tue, non

puote honestamente vivere.

[487] _De fontibus_: Haud longe a Puteolis est Ciceronis fons calidas

evomens aquas, quae aegris oculis plurimum conferunt, et ideo Ciceronis

vocatur quia in villa eius, quam Academiam vocaverat, ea in via quae

ab Annio lacu fert Puteolos est. Nec tamen eo vivente fons erat,

sed brevi interposito post eius necem tempore, illam Antistio Vetere

possidente, eius in parte prima prorupit. Quem etiam Laurens Tullius

unus ex libertis olim Tullii carminibus celebrem reddidit, ut appareret

clarum hominem, dum viveret, scientia sua mentalibus mortalium

oculis praestitisse medelam, et eius post nomen eo defuncto praestare

corporis.

[488] La tendenza c'era, come latente, e palesavasi all'occasione.

Parecchi scrittori narrano che l'anno 1485, in Roma, sotto il

pontificato d'Innocenzo VIII, fu trovato dentro un sarcofago, sulla

Via Appia, un corpo di fanciulla romana, così fresco ed intero come se

fosse stato sepolto allora. Il fatto destò grandissima ammirazione, e

alcuni pensarono che fosse il corpo di Tulliola, figlia di Cicerone.

V. ALEXANDER AB ALEXANDRO, _Genialium dierum_, l. III, c. 2. Il fatto è

inoltre narrato da Stefano Infessura (MURAT., _Script_., t. III, parte

2ª, col. 1192-3), dal Nautiporto (ib., col. 1099) e da Bartolomeo Fonti

in una lettera a Francesco Sassetti pubblicata dal JANITSCHEK, _Die

Gesellschaft der Renaissance in Italien_, Stoccarda, 1879, p. 120. Un

preteso sepolcro di Cicerone si mostra ancora presso ad Itri.

[489] ANGILBERTO, _Carmen de Carolo Magno_, ap. PERTZ, _Script_., t.

II, p. 394. Sarebbe agevole di moltiplicare gli esempii di ciò. Eccone

due di poeti italiani. Brunetto Latini dice a Rustico di Filippo nel

Prologo del _Tesoretto_:

Ch'avanzate a ragione

E Seneca a Catone.

Pieraccio Tedaldi deplora in un sonetto la morte del dolce maestro

Dante Allighieri,

Che fu più copïoso in iscïenza

Che Catone, Donato, o ver Gualtieri;

il quale Gualtieri altri non è certamente che Gualtiero di Chatillon,

l'autore dell'_Alexandreis_, tenuto da molti nel medio evo poeta pari

ai migliori dell'antichità.

[490] Valgano come esempio i seguenti versi di Giovanni Sarisberiense

nell'_Entheticus in Polycraticum_:

Est antiqua nimis, nimis est sententia vera,

Quam docuere patres, Ennius atque Cato:

Tum quod habet, quam quo caret omni defit amico,

Occupet, occumbat res aliena tamen.

[491] In una versione olandese dei _Distici_ si legge:

Het woonde een man

Te Rome wilen eer,

Die der wijshede wiste meer

Dan ieman die levet nu:

Hi hiet Catoen, dat saggic u.

JONCKBLOET, _Die dietsche Catoen, een middelnederlandsch Leerdicht_,

Leida, 1845, p. 6.

[492] ALANO DE INSULIS, _De planctu Naturae, Adventus Genii_: «Illic

Cato pudicae sobrietatis nectare debriabatur mirabili». _Carmen de

laudibus Bergomi_ (ap. MURAT., _Script_., t. V) c. XVI, _De Fabiorum

nobilitate_:

Non fuit Aenea pietate, rigore Catone,

Non fuit cura vel amore minor Cicerone.

Graziuolo de' Bambagiuoli, in quel suo componimento _Sopra le virtù

morali_, pone Catone quale esempio di giustizia, insieme con Scipione,

Trajano e Giustiniano.

[493] Nel c. XVI del l. II della _Chronique de Tournay_, (cod. L, II,

15 della Nazion. di Torino, f. 77 r., col. 1ª), Cesare, sul punto di

muovere contro Roma, dice ai suoi cavalieri: «En toute la cite ie ne

scay nul bon cheualier fors Marcius et Caton; les aultres sont plain de

vanitez et de paroles». Questo giudizio si legge alquanto diversamente

nella _Hystore de Julius Cesar_ di Giovanni di Tuim, ed. del Settegast,

p. 21: «et en toute la cite de Roume jou ne sai crendroit boin

chevalier, se che n'est Marchiaus u Catons: li uns est plains de

paroles et li autres de vanites».

[494] V. GIOVANNI SARISBERIENSE, _Polycrat_., l. VII, c. 9. Nel secolo

seguente Hugo di Trimberg diceva nel suo _Registrum multorum auctorum_:

Virtutum expositor, regulator morum,

Cato prior sedet in ordine minorum,

qui iste Cato fuerit a multis dubitatur

nam Catones plurimos Romae fuisse datur

diversis temporibus, ut Cato Uticensis,

in Africa quem Iulii minax fugat ensis,

Catoque censorius, rigidusque Cato,

nullus horum tribuit haec praecepta nato.

Cato disertissimus Ieronyme testante,

Cato prudentissimus Tullio monstrante

librum hunc de moribus is creditur scripsisse

et sub forma filii pueros instruxisse,

et quamvis in numero sedeat minorum

ponitur in ordine tamen antiquorum.

V. Haupt, nei _Berichte_ dell'Accademia di Berlino, 1854. Il Petrarca

più tardi negava recisamente che fossero dell'Uticense, ma li credeva

estratti da un poema del Censore.

[495] Nel IV secolo un luogo di essi trovasi già citato sotto al nome

di Catone.

[496] A Catone di Utica furono poi attribuiti anche certi monostici che

si possono vedere nell'_Anthologia_ del Riese, v. II, p. 123.

[497] Mi basterà di riportare in prova alcuni versi del prologo della

versione francese di Giovanni Le Fèvre, quali si hanno in un codice

della Nazionale di Torino segnato L, III, 4.

Caton fu preuz cheualier et sage homme;

Maint bon conseil a la cite de Romme

Donna iadis pour la chose publique.

Vn liure fist vaillant et autentique,

Par grant amour li mist son propre nom.

Iule Cesar, vns homs de grant renom,

Sur les Romains lors gouuernoit l'empire;

En cest monde qui va de mal en pire

Mut grant descort vers le noble Pompee,

En Thessale le vainqui a l'espee.

Adonc Caton, qui moult ama franchise,

Pour eschiuer de Cesar l'entreprise

En Libye s'en ala a sa route

Ylec morut. . . . . . . . .

[498] ZARNCKE, _Ueber zwei gereimte Uebertragungen der s. g. Disticha

Catonis, Berichte der sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften_,

1863.

[499] Da Massimo Planude che li attribuiva a Dionisio Catone, e li

stampava in Venezia nel 1495.

[500] _Etymol_., v. Officiperda.

[501] _Contra Elipandum_, l. II.

[502] _Theologia Christiana_, l. 1.

[503] V. PEIPER, _Baiträge zur Lateinischen Cato-Litteratur, nella

Zeitschrift für deutsche Philologie_ dell'Höpfner e del Zacher, v. V,

p. 165 e segg.

[504] Guiraut de Cabreira dice al suo giullare Cabra:

Ja non sabras

Ni de Tebas ni de Caton.

Il Birch-Hirschfeld sospetta si debba forse leggere Catmon (op. cit.,

p. 7); ma Guiraut de Calanson dice a Fadet:

Apren Caton

E del monton

Com per maistre saup guerir.

[505] Giovanni Sarisberiense ricorda ch'essi erano il libro preferito

per la educazione dei fanciulli. _Polycrat_., l. VII, c. 9. In una

versione olandese si legge:

Een boec es, dat dis clerke lesen

Als si eerst ter schole gaen,

Die hen wijsheit doet verstaen

Vele meer dan enich doet.

V. anche l'_Histoire littéraire de la France_, t. XXVI, p. 512.

[506] A voler discorrere particolareggiatamente delle molte versioni

volgari dei distici bisognerebbe scrivere un apposito libro. Al mio

assunto può qui tornare utile e bastare un rapido cenno. L'antica

letteratura italiana ne possiede tre già edite (oltre a quelle che per

avventura vi potrebbero essere manoscritte) tutte tre appartenenti,

come pare, al XIII secolo, e più e più volte stampate. V. intorno ad

esse e alle stampe che se ne fecero il NANNUCCI, _Man. d. lett. d. pr.

sec._, 3ª ed., v. II, p. 94, e ZAMBRINI, _Le Opere volgari a stampa

dei secoli XIII e XIV_, 4ª ed., col. 238-9. In francese essi furono

tradotti da Everardo monaco di Kirkham poi abate di Holmecultram,

nel 1145, da Adamo di Guiency, da Adamo di Suel, da Giovanni di

Parigi, o del Chastelet, da Elia di Winchester, da Giovanni Le Fèvre.

Chi voglia avere notizia dei varii scrittori che parlarono di tali

versioni troverà le indicazioni necessarie in IDELER, _Geschichte

der altfranzösischen National-Literatur_, Berlino, 1842, p. 177.

Dell'antichissima versione tedesca di Notker ho già fatto menzione, ma

molte altre se ne fecero poi, tutte metriche, sino a quella pubblicata

da Martino Opitz nel 1656. V. ZARNCKE, _Der deutsche Cato_, Lipsia,

1852. Versioni olandesi di Catone già conosceva Jacob van Maerlant.

V. HOFFMANN VON FALLERSLEBEN, _Horae Belgicae_, Vratislavia, 1830-62,

parte 1ª, p. 69. Una versione metrica di su un codice della fine del

XIII secolo fu pubblicata dalla società dei bibliofili fiamminghi:

_De bocc van Catone, een dietsch Leerdicht, uit het latyn_, Gent, s.

a.[1846]. Un'altra versione, similmente metrica, fu pubblicata dal

JONCKBLOET nell'opera testè citata. _Die dietsche Catoen_. Per contro

l'unica traduzione anglosassone sino a noi pervenuta è in prosa. V.

NEHAB, _Der altenglische Cato. Eine Uebersetzung und Bearbeitung der

Disticha Catonis_, Berlino, 1879. Intorno alle versioni inglesi v.

WARTON, _History of the english Poetry_, ed. dell'Hazlitt, v. III, p.

133-9, IV, 250.

[507] Pubblicato da A. de Montaiglon, Parigi, 1854, cap. 128.

[508] Questo racconto si trova anche nella versione inglese fatta da

William Caxton del romanzo francese. V. _The book of the Knight of

La Tour-Landry_ pubblicato dal Wright, Londra (_Early english text

Society_), 1868, cap. 137-44.

[509] Ed. cit., p. 17-8.

[510] Ibid., p. 141.

[511] P. 235-41. Da ultimo dice: «Ensi regretoient li home Caton sa

mort, et ensi s'ocist, com ie vous di. Mais li Mestre d'Orliens en vont

contant autre chose, car il dient k'il s'ocist par venim et par ire,

mais li hestore ne s'i assent point; et nonpourquant, comment k'il en

parolent, mors fu.»

[512] Nov. 72 del testo Gualteruzzi.

[513] Cod. H, V, 44 della Nazionale di Torino, f. 36 r.

[514] _Polychron_., l. III, c. 44.

[515] L. II, c. 5.

[516] Tratt. IV. c. 5.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 36 / 43 段