_Antiquitates italicae_, c. VII, col. 279, si narra come nel rifare
il tetto di San Pietro fu trovata una trave de' tempi di Costantino.
_«Quanno lo tetto vecchio se posava, fonce trovato uno esmesuratissimo
trave de mirabile grossezza. Io lo vidi. Dieci piedi era gruosso:
tutto era affasciato de funi per la moita antiquitate. Per la granne
grossezza era tanto durato questo trave. Era de Abeto, come li aitri. E
fonce trovato scritto de lettere cavata così, quasi dica_: Quesso ene
de quelli travi, li quali puse in quesso tetto lo bono Constantino.
_Era antico, quanto che_ l'Alleluia». La chiesa di Sant'Agnese si
diceva costruita da Costantino a richiesta di Costanza sua figliuola,
che al sepolcro di quella santa era stata guarita da grave infermità.
Costanza vi fondò un monastero che Costantino dotò con arredi sacri
e grandi possessioni (TOLOMEO LUCENSE, _Historia ecclesiastica_,
l. V, c. 3, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. XI, col. 824). Che la
basilica di San Paolo fu edificata da Costantino afferma già Prudenzio
nel _Peristephanon_, carm. XII. Quanto a quella di San Pietro si
diceva che per adornarla Costantino avesse spogliato dei marmi il
preteso sepolcro di Remo vicino a Sante Maria in Cosmedin. Anastasio
Bibliotecario dice nella Vita di San Silvestro che Costantino costruì
la basilica di San Pietro ad istanza di questo pontefice, e lo stesso
dice della basilica di San Paolo. In generale le testimonianze più
antiche a questo riguardo pajono essere le sue. V. oltre alla citata,
anche l'altr'opera di ONOFRIO PANVINIO, _De basilica Vaticana_, ap.
MAI, _Spicilegium romanum_, t. IX; CIAMPINI, _De sacris aedificiis a
Constantino Magno constructis_, Roma, 1693; FEA, _Lezione sopra quattro
basiliche romane dette costantiniane, Atti dell'Accademia Romana_, v.
III, 1829, p. 75-99. Per le costruzioni di Costantino a Gerusalemme
v. UNGER, _Die Bauten Constantin's des Grossen am heiligen Grabe zu
Jerusalem, nell'Orient und Occident_, v. II, p. 177-232, 385-456. In
certi miracoli della Vergine, che manoscritti si conservano nel Museo
Britannico, si narra di un miracolo avvenuto nella costruzione di una
_meravigliosa chiesa_ che in onore della Vergine appunto Costantino
faceva edificare. PAUL MEYER, _Rapport sur une mission littérarie en
Angleterre, Archives des missions scientifiques et littéraires_, 2ª
serie, v. III, p. 308.
[177] Così nei _Gesta pontificum romanorum_, nel _Liber politicus_
di Benedetto canonico, nei _Mirabilia_ (ed. del Parthey, p. 31-2).
Nel libro intitolato _Le cose maravigliose di Roma_ si legge: «Furono
ancora in detta chiesa (_di San Giovanni in Laterano_) le infrascritte
cose, che oggidì non vi sono. Costantino Magno vi pose un Salvatore che
sedeva di 320. libre, dodici Apostoli di cinque piedi l'uno, i quali
pesavano lib. 50. l'uno, vn'altro Salvatore di libre 140. e quattro
Angeli li quali pesavano 105. libre, le quali erano d'argento. Vi pose
ancora quattro corone d'oro, con li delfini di libre 15. e sette altari
di libre 200». E più oltre, dove si parla della chiesa di San Pietro:
«Et prima Costantino Magno pose sopra il sepolcro di San Pietro una
Croce d'oro di libre 150. quattro candelieri d'argento, sopra i quali
erano scolpiti gli Atti degli Apostoli, tre calici d'oro di libre 12.
l'uno, e vinti d'argento di libre 50. et una patena d'oro, et una lampa
d'oro di libre 35 et all'altare di s. Pietro fece vn Incensiero d'oro
ornato di molte pietre preziose».
[178] Vedi per tutto quanto importa all'argomento DOELLINGER, _Die
Schenkung Constantins_, nel già citato libro _Die Papstfabeln des
Mittelalters_, p. 61-106.
[179] Ermoldo Nigello dice nel _Carmen elegiacum_, l. IV, v. 271-2:
Constantinus uti Romam dimittit amore,
Constantinopolim construit ipsa sibi.
Ap. PERTZ, _Scriptores_, t. II, p. 506. Incinaro afferma che Costantino
lasciò Roma a Silvestro ad onore e gloria dei Santi Pietro e Paolo
(_Epist_. III, c. 13). Filippo Mouskes dice nella Cronaca rimata che
per lasciare più libertà alla Chiesa
L'empire de Romme et l'iestre
Donna Constentins St-Selviestre.
(V. 30901-2). A mezzo del secolo XI Leone IX riportava per intero
l'atto di donazione nel suo scritto contro Cerulario e Leone vescovo
di Acrida, e diceva che Costantino «cunctos in Romana sede pontifices
non solum imperiali potestate et dignitate, verum etiam infulis et
ministris adornavit imperialibus, valde indignum fore arbitratus
terreno imperio subdi, quos divina maiestas praefecit coelesti».
Ma sarebbe superfluo di moltiplicare tali esempii. In pieno secolo
XVI, più di cinquant'anni dopo che Lorenzo Valla aveva scritto la
sua celebre declamazione _De falso credita et ementita Constantini
donatione,_ il Vida, in una poesia _Divo Silvestro Pont. Max._,
celebrava ancora il presunto atto di Costantino:
Coeli secutus prodigia optimus
Caesar, relicta sede Quiritium,
Tellure decessit Latina,
Sedem aliis positurus oris.
Urbem potentem Romulidum tibi,
Lateque regnandum Latium ferox
Concessit ultro posterisque
Perpetua serie insecutis.
[180] Bonitone, vescovo di Sutri, morto nel 1089, dice in un luogo del
suo trattato _Ad amicum_ (l. II, ap. JAFFÉ, _Monumenta Gregoriana_,
p. 606): «Igitur Constantino á Silvestro sanctae Romanae ecclesiae
episcopo baptizato et ab eodem imperiali diademate sublimato, clausa
sunt templa, etc.».
[181] _Descriptio plenaria totius urbis_: «...... arcus Romanus inter
Aventinum et Albiston, ubi beatus S. Silvester et Constantinus osculati
sunt et diviserunt se».
[182] _Inf_., c. XIX, v. 115-7; _Parad_., c. XX, v. 55-50.
[183] Massmann, op. cit., v. III, p. 860-1.
[184] V. 10427-33.
[185] Ap. PERTZ, _Scriptores_, t. III, p. 511-2.
[186] V. SOZOMENE, _Hist. eccles_., l. II, c. 3. Cf. ZONARA, _Annales_,
l. XIII, c. 3, e ENEA SILVIO PICCOLOMINI, _De his quae Federico III
imperante gesta sunt commentarius_, ap. FREHER, _Scriptores_, t. II, p.
43.
[187] _Descriptio Kambriae_, l. II, c. 7 (_Opera, Rerum Britannicarum
scriptores_, v. VI, p. 215): «Legitur enim quia Constantinus imperator,
occidentali imperio beato Silvestro et successoribus suis cum urbe
relicto, Trojam reaedificare proponens, ibique orientalis imperii caput
erigere volens, audivit hanc vocem, — «Vadis reaedificare Sodomam »;
— et statim mutato consilio versum Bizantium vela pariter et vexilla
convertit; ibique imperii sui caput constituens, urbem eandem felici
suo nomine decoravit».
[188] _Compendium chronicum_, v. 2336-47.
[189] Cod. Marciano Zanetti, lat. CCCCVII, f. 6 v. a 7 r.
[190] _De laudibus virginitatis_, c. XII (XXV nella ed. del Giles).
[191] _Gesta regum Anglorum_, l. IV, § 354.
[192] CODINO, _De aedificiis Constantinopolitanis, Excerpta de
antiquitatibus Constantinopolitanis_, ed. di Bonna, p. 75.
[193] Cod. Marciano lat. cl. X. XCVI, f. 20 r. e v.
[194] Nell'_ensenhamen_ pubblicato dal BARTSCH, _Denkmäler der
provenzalischen Literatur_, Stoccarda, 1856, p. 85-8. Ciò che di
Costantinopoli si narra in una leggenda serba merita d'essere qui
brevemente riportato. Un imperatore, cacciando, trova una testa
di morto, e vi passa su col cavallo. La testa gli grida: Perchè
mi calpesti? Benchè morta posso nuocerti ancora. L'imperatore la
toglie con sè, la brucia, la riduce in polvere, e questa, involta
in una carta, chiude in un forziere; poi parte. La figlia di lui,
aperto il forziere, e trovata la carta, col dito umido di saliva
raccoglie alquanta di quella polvere, e se la reca in bocca: ingravida
miracolosamente e mette al mondo un bambino, di cui l'imperatore
esperimenta ben presto la singolare sagacia. Temendo le minacce della
testa, egli allontana da sè, quando è già divenuto un giovane, il
nipote, dicendogli: Va per il mondo, e non fermarti se non quando
troverai due mali alle prese fra loro. Il giovane parte, e giunge
finalmente nel luogo dove sorse poi Costantinopoli, e quivi trova un
biancospino intorno a cui si attorciglia un serpente per modo che l'uno
punge l'altro. Parendogli d'aver trovato i due mali di cui sino allora
era andato in traccia, si scosta dall'arbusto e dal serpe un certo
tratto, poi si ferma, e voltandosi indietro vede che lungo tutto quel
tratto era sorto fuor dalla terra un muro, il primo della nuova città.
Più tardi il giovane diventò imperatore di Costantinopoli e rovesciò
l'avo dal trono. V. HORMAYR, _Archiv für Geschichte, Statistik,
Literatur und Kunst_, t. XVI, Vienna, 1825, n. 100. Per altre leggende
parallele v. WESSELOWSKY, _Le dit de l'empereur Constant, Romania_, v.
VI, p. 178-9.
[195] _Annales_, ed. di Bonna, p. 463-4.
[196] _Excerpta ex libro chronico de originibus Constantinopolitanis_,
ed. di Bonna, 1843, p. 21.
[197] V. 10465-518. Cf. v. III, p. 868-9.
[198] Cronaca da Tiberio sino all'anno 1285, cod. Riccardiano 1550, f.
61 r.
[199] V. per altri racconti paralleli Massmann, op. cit., v. III, p.
870.
[200] V. p. 84.
[201] Il Kornmann, nel già citato suo libro _De miraculis mortuorum_,
parte X, c. XXII, ricorda come nel sepolcro di Costantino fosse
trovata una tavola d'argento su cui era anticipatamente descritta e
rappresentata la vittoria dei Turchi e la caduta dell'impero d'Oriente
insieme coi casi susseguenti sino al fine della dominazione ottomana.
[202] Pubblicato dal Michel, Parigi, 1831, p. 52-71.
[203] Alcunchè di simile, quanto al modo di scegliere la sposa, narrasi
di Pipino, padre di Carlo Magno, nel c. X della parte 1ª del _Libro
intitolado Noches de Invierno_ di ANTONIO DE ESLAVA, Bruxelles, 1610.
[204] TOBLER, _Mittheilungen aus altfranzösischen Handschriften_,
Lipsia, 1870, p. 150.
[205] Pubblicato dal Michel, Londra, 1835, v. I, p. 16.
[206] Pubblicato dal JUBINAL, _Jongleurs et Trouvères_, Parigi, 1835,
p. 82.
[207] V. 2134-7.
[208] VON DER HAGEN, _Gesammtabenteuer_, v. II, p. 380-2.
[209] V. intorno a questa leggenda della moglie adultera di Costantino,
TOBLER, _Kaiser Constantinus als betrogener Ehemann, Jahrbuch für
romanische und englische Sprache und Literatur, Neue Folge_, v. I,
1874, p. 104-8. Circa la possibile origine indiana di essa v. BENFEY,
_Pantschatantra_, l. IV, 5.
[210] Detto come Costantino trafigesse la moglie, continua:
Alsô wart im ân' mâzen zorn,
er nam dâz ros mit den sporn,
Und rant' auf den vil krumben man,
daz er niemêr kam von dan,
Er wart ze tôd ertreten dâ
als man ez noch vindet sa
Ze Rôme stên an ainem stain,
daz er im sein krumben bain
Zertrat mit dem rosse gar:
wer des nicht glaub', der nem sein war
Ze Rome ez geworcht stât,
alz ez ain Rômaer' würken bat.
[211] In origine essa sorgeva davanti all'Arco di Settimio Severo:
Sergio III (905-11) la trasportò davanti al Laterano, dove rimase
fino a che, su disegni di Michelangelo, fu costruita la piazza di
Campidoglio.
[212] Notisi tuttavia che una vera statua equestre di Costantino, della
quale fa ricordo la _Notitia regionum urbis Romae_ nel V secolo, poi
l'Anonimo Einsiedlense nel IX, e che sorgeva nel Foro, andò distrutta,
forse in questo stesso secolo, o nel seguente. Può darsi che,
attribuita l'altra a Costantino, essa non fu più conosciuta per quella
che era veramente, sebbene una iscrizione, che l'Anonimo riporta,
avrebbe dovuto impedire che ciò avvenisse. V. PRELLER, _Die Regionen
der Stadt Rom_, p. 13, 66, 142, e MUELLENHOF, _Zeugnisse und Excurse
sur deutschen Heldensage_ in _Zeitschrift für deutsches Alterthum_
dell'Haupt, v. XII, p. 325-7.
[213] V. E. MUENTZ, _Monuments antiques de Rome au XVe siècle_, nella
_Revue archéologique, Nouvelle série_, v. XXXII, 1876, p. 162.
[214] _L'antichità di Roma_, Venezia, 1583, l. IV, c. 36, f. 255 v.
[215] _Ly myreur des histors_, v. II, p. 70: «..... en l'honneur de
luy fut faite l'ymaige d'homme de la grandeche de luy, de marbre, et
fut de Coustantinoble à Romme amynée avec luy en marchiet al palais
de Latrain; et fut la mise et mult subtilement assise, et encores l'y
voit-ons».
[216] _Cronica Bolognese_ ap. MURATORI, _Scriptores_, t. XVIII, col.
246.
[217] GIOVANNI DI BOZANO, _Chronicon Mutinense_, ap. MURAT., _Script._,
t. XV, col. 608.
[218] Ed. dell'Andresen, v. II, p. 152-3, v. 3050-60.
[219] Ranulfo narra la storia alquanto diversamente: «Ex genere
Messenorum corpore quidam nanus sed arte nigromanticus, cum finitimos
sibi reges subjugasset, Romanos aggressus est, quibus virtutem feriendi
ademit. Unde et ipsos in urbe conclusos diu obsedit. Nanus nempe ille
quotidie ante solis occasum extra castra egrediens artem suam in agro
exercuit. Quo comperto Romani strenuo militi Marco urbis dominium et
memoriale perpetuum promiserunt, si urbem liberaret. At ille muro urbis
ex illa parte perforato, qua nanus solebat praestigiari, de nocte
exiens mane expectabat quod et cuculus avis denunciabat voce sua.
Arreptum nanum, quem armis non poterat, manu in urbe deportabat; et
ne si fandi copiam haberet, arte sua se forsan liberaret, statim sub
pedibus equi sui contrivit; unde et tale memoriale promeruit».
[220] Pubblicato dal RAJNA, _Ricerche intorno ai Reali di Francia
seguite dal libro delle storie di Fioravante e dal cantare di Bovo
d'Antono, Collezione di opere inedite o rare_, Bologna, 1872.
[221] Qui pare si voglia dire che la statua equestre di Costantino,
cioè di Marc'Aurelio, deve durare quanto Roma e quanto il mondo. Una
sì fatta credenza vive ancora tra il popolo a Roma, e l'Ampère così la
ricorda nel suo _Empire romain à Rome_, Parigi, 2ª ed., 1872, v. II, p.
228: «La statue équestre de Marc Aurèle a aussi sa légende, et celle-là
n'est pas du moyen âge, mais che a été recueillie il y a peu d'années
de la bouche d'un jeune Romain. La dorure, en partie détruite, se voit
encore en quelques endroits. A en croire le jeune homme, cependant, la
dorure, au lieu d'aller s'effaçant toujours davantage, était en voie do
progrès. — «Voyez, disait-il, la statue de bronze commence à se dorer,
et quand che le sera entièrement, le monde finira». — C'est toujours
sous une forme absurde, la vielle idée romaine, que les destinées
et l'existence de Rome sont liées aux destinées et à l'existence du
monde».
[222] Loc. cit. «Est et aliud signum..... quem peregrini Theodoricum
vocant, vulgus Constantinum, sed clerici curiae Marcum seu Quintum
Curtium appellant».
[223] V. H. GRIMM, _Das Reiterstandbild des Theodorich zu Aachen und
das Gedicht des Walafried Strabus darauf_, Berlino, 1869, p. 69.
Agnello afferma che la immagine equestre di Teodorico che sorgeva
prima in Ravenna fu fatta trasportare da Carlo Magno in Aquisgrana.
Egli parla anche di un'altra immagine esistente in Pavia. _Liber
pontificalis Ecclesiae Ravennatis, Scriptores rerum langobardicarum et
italicarum saec. V-IX_, p. 337-8. È certo ad ogni modo che una statua
di Teodorico, o tale creduta, si ebbe in Aquisgrana, come provano i
_Versus de imagine Tetrici_ di VALAFREDO STRABONE.
[224] Qui verum Quintum Curtium illud (_signum_) vocant hoc assignant,
quod hiatus quidam in inedia urbe patuit sulphurea exalatione multos
perimens; in quem responso Phoebi accepto, Quintus Curtius, ut urbem
liberaret, armatus se dejecit; et statim cuculus avis de hiatu illo
exivit, et terra se conclusit.
[225] V. il poema pubblicato dal Von der Hagen e dal Büsching nel primo
volume dei _Deutsche Gedichte des Mittelalters_, Berlino, 1808.
[226] V. VAN WYN, _Historische en letterkundige avonstonden ter
ophelderinge van eenige zeden der Nederlanderen_, Amsterdam, 1808,
v. I, p. 313; HOFFMANN VON FALLERSLEBEN, _Horae Belgicae_, parte 1ª,
Vratislavia, 1830, p. 69; MONE, _Uebersicht der niederländischen
Volks-literatur älterer Zeit_, Tubinga, 1838, p. 88; JONCKBLOET,
_Geschiedenis der Middennederlandesche Dichtkunst_, Amsterdam, 1851-5,
v. III, p. 375-88. Anche nel poema francese di _Floriant et Florète_ si
ha una Florète, di cui si descrive nel seguente modo la cintura:
Sa çainture, pas ne vous ment,
Valoit plus de XXX mûrs d'argent.
Ele fu prise el grant tresor
A Costentin l'emperéor.
V. 5924-7, _Hist. litt. d. l. Fr._, t. XXVIII, p. 165.
[227] Circa le attinenze e la derivazione di questi racconti v.
DARMESTETER, _De Floovante vetustiore gallico poemate et de merovingio
cyclo_, Parigi, 1877. V. inoltre le citate _Ricerche_ del Rajna,
le tavole genealogiche inserite dal Regis e dal Panizzi nelle loro
edizioni dell'_Orlando innamorato_ del Bojardo, e dal Graesse nei
suoi _Grossen Sagenkreise des Mittelalters_, p. 273, e GASTON PARIS,
_Histoire poétique de Charlemagne_, p. 219-22.
[228] Op. cit., v. II, p. 70.
[229] V. v. I, p. 47.
[230] _Speculum Regum_, ap. PERTZ, _Script._, t. XXII, p. 68.
[231] V. NEANDER, _Kayser Julian und sein Zeitalter_, Heidelberg,
1812; STRAUSS, _Der Romantiker auf dem Throne der Cäsaren oder Julian
der Abtrünnige_, Mannheim, 1847; MUECKE, _Flavius Claudius Julianus_,
Gotha, 1867-9; RODE, _Geschichte der Reaction Kaiser Julians gegen die
christliche Kirche_, Jena, 1877.
[232] La ricorda Giovanni Damasceno nel l. I del trattato _De
imaginibus_.
[233] V. NOELDEKE, _Ueber den syrischen Roman von Kaiser Julian
in Zeitschrift der deutschen Morgenländischen Gesellschaft_, v.
XXVIII, p. 263-92, e _Ein zweiter syrischer Julianusroman_, ibid., p.
661-74. I testi furono pubblicati da I. G. E. HOFFMANN, _Julianos der
Abtruennige, syrische Erzaehlungen_, Leida, 1880.
[234] Sono la terza e la quarta, o la quarta e la quinta, secondo le
raccolte.
[235] Ciò si trova ripetuto in una infinità di cronache e di altre
scritture, nel _Cosmodromio_ di Gobelino de Persona, nella Cronaca di
Martino Polono, in quella di Sicardo, nella _Legenda aurea_ (c. XXX),
nell'_Alte Passional_, nel Leggendario del Barbour, ecc. Giovanni
da Verona dice nella inedita _Historia imperialis_ (cod. della
Vallicelliana D, 13, f. 97 v.): «Julianus igitur volens declinare
furorem et suspicionem amovere ab eo monasterium ingressus est, et
factus monachus sanctissimam simulabat vitam, nam publice coram
monachis et populo libros christianos legebat et eos devotissime
exponebat, unde vir reverendus et sancte conversationis et vite
dicebatur». GIOVANNI D'OUTREMEUSE, _Ly myreur des hystors_, v. II,
p. 77: «..... se avient que quant Constantin fut mors que Constanche,
son fis, fist Julien moyne en une abbie; et fut tant moyne qu'ilt fut
clameis frere». Nella _Rappresentazione di San Giovanni e Paulo_ di
Lorenzo il Magnifico, cercandosi dagli ufficiali di corte chi, morto
Costanzo, possa essere fatto imperatore, uno di essi dice:
E' c'è Giulian, di Costantin nipote,
Che, benchè mago e monaco sia stato,
È di gran cuore, ecc.
D'ANCONA, _Sacre rappresentazioni_, v. II, p. 261.
[236] SOCRATE, _Hist. eccl_., l. III, c. 1; SOZOMENE, _Hist. eccl_., l.
V, c. 2.
[237] V. la _Legenda aurea_, c. LXXXVII (82).
[238] V. 10775. Anche nella seconda parte del _Gallicanus_ di
Hrotsvitha, in una scena fra i santi Giovanni e Paolo e Giuliano si
accenna al chericato di costui:
JULIANUS.
..... Ego quondam stultus talia exercui et clericatum in ecclesia
obtinui.
JOHANNES.
Placetne tibi, o Paule, clericus?
PAULUS.
Diaboli capellanus.
[239] V. EUSEBIO, _Hist. eccl._, l. VIII, c. 14; _Vita Constantini_, l.
1, c. 36.
[240] _Chronicon universale_, ap. PERTZ, _Script_., t. VI, p. 114. Così
pure Giovanni da Verona.
[241] Giacomo da Voragine cita la _Historia tripartita_, ma in essa
altro non si trova a tale proposito che un passo di Teodoreto, il quale
fa seguire il caso in Grecia, quando Giuliano aspirava all'impero.
Può darsi che il Voragine avesse tra mani un testo interpolato della
_Historia_: ecco, ad ogni modo, le sue parole: «Qui (_Julianus_) cum
instructus esset a pueritia in arte magica et multum sibi placeret,
magistros inde plurimos secum habebat. Die autem quadam, sicut in
hystoria tripartita habetur, cum puer adhuc esset et recedente magistro
suo solus remansisset et adjurationes daemonum legere incepisset, ante
cum maxima multitudo daemonum instar Aethyopum nigrorum advenit. Tunc
Julianus hoc videns et metuens signum crucis protinus fecit et omnis
illa multitudo daemonum evanuit; qui cum magistro suo revertenti, quid
sibi acciderit, retulisset, dixit ei magister suus; hoc signum crucis
maxime daemones odiunt et timent».
[242] V. oltre a Gregorio Nazianzeno, SOZOMENE, _Hist. eccl._, l. V,
c. 2; TEODORETO, _Hist. eccl._, l. III, c. 3 e 26; NICEFORO, _Hist.
eccl_., l. X, c. 35, ecc.
[243] Cf. lo _Speculum regum_, ap. PERTZ, _Script_., t. XXII, v. 1122 e
seguenti. V. LOTTERUS, _Historia instaurationis templi Hierosolymitani
sub Juliano divino miraculo impeditae_, Lipsia, 1728.
[244] Una se ne ha nelle _Mille e una notte_, dove l'oro è coperto,
non di cenere, ma di olive: è la storia di Alì Cogia. Nel libro
ebraico intitolato _Le parabole del re Salomone_ si parla di un
deposito di monete d'oro ricoperte di uno strato di miele. Il Massmann
(_Kaiserch_., v. III, p. 883) fa cenno di una storia simile narrata
da Vincenzo Bellovacense; ma la indicazione ch'egli dà del libro e del
capitolo è falsa, e a me non è riuscito di rinvenirla. Altri racconti
si hanno nella _Disciplina clericalis_, nel _Castoiement d'un père
à son fils_ (nov. XIII, in BARBAZAN, _Fabliaux et contes des poètes
françois des XI, XII, XIII, XIV et XV siècles_, 2ª ed. aumentata dal
Méon, v. II, p. 107-13), nel NOVELLINO (nov. 74), nel DECAMERONE (gior.
VIII, nov. 10).
[245] Questo poema fu pubblicato sul manoscritto unico del Museo
Britannico da Tommaso Wright pel Roxburghe Club, Londra, 1856. A p. 19
si leggono i seguenti versi:
Exemplum sceleris Julianus apostata saepe
Ponitur, exuerat qui monachale decus;
Huic monacho mulier testa commiserat aurum,
Sed texit sparsus splendida frusta cinis.
Asportans aurum monachus sua claustra reliquit,
Et consul Romae munere factus erat.
Imperio functus tandem scelus omne peregit,
Cujus in exitium omnis gehenna coit.
[246] _Mystère de l'empereur Julien et de Libanius son Seneschal_,
pubblicato dal DU MÉRIL, _Origines latines du théâtre moderne_, p.
305-53; ripubblicato da GASTON PARIS e ULYSSE ROBERT, _Miracles de
Nostre Dame_, v. II, p. 171-226. Il solo scrittore forse, che in
tutto il medio evo abbia giudicato equamente la politica di Giuliano
verso i cristiani, è l'autore della prima parte dei _Gesta episcoporum
neapolitanorum_, composta, o sul finire del'VIII, o sul principiare
del IX secolo. Quivi si dice: «Juliano apostata imperatore facto, ad
idolorum cultum converso, blanda persecutio fuit, inliciens magis quam
impellens ad sacrificandum, in qua multi voluntate propria corruerunt».
_Scriptores rerum langobardicarum et italicarum saec. VI-IX_, p. 405.
[247] _Polychronicon_, l. IV, c. 28.
[248] Cod. della Nazionale di Firenze, Santa Croce, 724, A, 7.
[249] V. 10649-11152.
[250] Bocca della Verità fu veramente in origine chiamata la ruota, e
non il mascherone, che nello stesso portico fu murato molto più tardi,
e che ora con quel nome comunemente si chiama. Su ciò i _Mirabilia_
non lasciano dubbio: «In porticu ejusdem (_ecclesiae S. Mariae in
Cosmedin_) est magna rota lapidea ad molae formam, cui foramina quinque
adsunt, quasi oris, narium et oculorum, et vocant Bocca della Verità».
[251] _De aedificiis Constantinopolitanis_, ed. cit., p. 119; _De
signis Constantinopolitanis_, ed. cit., p. 50-1.
[252] Secondo Giovanni d'Outremeuse (op. cit., v. II, p. 77) la
promessa gli fu fatta da un mago. «Et sy trovat (_Julien_) un melheur
maistre de li qui parmy l'art de dyable ly dest, s'ilh li voloit
creanteir qu'il renoicroit la foid cristine, ilh seroit temprement
emperere de Romme. Il respondit oïlh, et y renunchat là meisme par
foid et par sermient. Et chil ly dest qu'il chevalchast tantoist vers
Romme en armes, se trovat que son cusin Constanche estoit mors; se fut
tantoist eslus par les donnes qu'ilh donnat et promist aux senateurs».
[253] _Hist. eccl._, l. III, c. 21.
[254] _Hist. eccl._, l. III, c. 25.
[255] _Breviarium_, l. X, c. 10.
[256] _Historiarum_, l. VII, c. 30.
[257] V. SOZOMENE, _Hist. eccl._, l. VI, c. 1. AMMIANO MARCELLINO dice
(_Rer. gest._, l. XXV, c. 6) che nell'esercito si credette l'imperatore
essere stato ucciso da un cavaliere romano. La Chiesa si vendicò di
quell'accusa facendo Libanio stesso cristiano e santo per giunta. Si
narra che avendo Libanio, durante la spedizione di Persia, domandato
un giorno per ischerzo ad un cristiano che cosa facesse il falegname
padre di Cristo, questi rispose: Prepara la bara per il tuo imperatore
(v. TEODORETO, _Hist. eccl._, l. III, c. 25). Poi si narrò ancora che
Libanio conobbe in visione il miracolo di San Mercurio e la morte di
Giuliano, il che fu causa della sua conversione. Di questa conversione
si fecero appositi racconti, ed uno se ne ha in una raccolta di vite
di Santi che manoscritta si conserva sotto il n. 498 nella Biblioteca
di Corte a Vienna, ed è intitolata: _De mistica satis revelatione et
morte apostatae Juliani_. Nel già citato mistero francese Libanio si
fa eremita, e tutto acceso del desiderio di vedere la Vergine Maria,
acconsente a lasciarsi strappare dall'arcangelo Gabriele entrambi
gli occhi, purchè il suo voto sia appagato. La Vergine, compiaciuta
dell'amor suo, gli rende la vista, e fra il canto degli angeli ne
lo conduce seco in paradiso. V. anche una vita latina di San Basilio
pubblicata nel _Florilegium Casinense_, in appendice alla _Bibliotheca
Casinensis_, t. III, p. 209-10.
[258] V. SOZOMENE, _Hist. eccl._, l. VI, c. 2.
[259] V. TEODORETO, _Hist. eccl._, l. III, c. 24. Della morte di
Giuliano ebbero ancora notizia miracolosamente Teodoro Tabennense
e l'abate Pannone, secondo che narra il vescovo Ammone (V. _Acta
sanctorum_, t. III di Maggio, p. 356).
[260]
Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,
Ac multis septus millibus ibat atrox:
Cum subito arentes deserti ruris in agros
Devenit, et cuneos perdit ubique suos.
Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,
Caumate sed nimio tota jacebat humus.
Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;
Sicubi vel modico stilla liquore fluat;
Incidit adversae condigno errore phalanges
Perfossusque atra cuspide pectus obit.