_Fiore di filosofi_, ma tolte, insieme col resto, da Elinando o da
Vincenzo Bellovacense. Ho citato il testo del _Fiore_ pubblicato dal
Nannucci, perchè è quello a cui si riferisce il Paris; ma il testo
del Cappelli si accosta ancor di più allo _Speculum_, giacchè dove
questo dice _filium ejus justissimum et innocentissimum_, esso traduce
correttamente per intero _un suo figliuolo ch'era giustissimo e senza
colpa_, e dove lo _Speculum_ dice: _Successor tuus iniuriam pacientibus
vel passuris per se tenebitur_, proposizione a dirittura saltata nel
testo del Nannucci, esso pone: _Lo successore tuo a quelli che hanno
ricevuto e riceveranno ingiuria sarà tenuto per sè_. Ora quel _vel
passuris_ nel racconto del _Policratico_ non si trova. Erra similmente
il Bartoli quando, raffrontati fra loro i testi della _Legenda
aurea_, del _Fiore_ e del _Novellino_, dice (_I primi due secoli
della letteratura italiana_, Milano, 1873, p. 294) che il racconto del
_Fiore_ deriva dalla _Legenda aurea_. Ecco finalmente un'altra prova,
se d'altre prove è pur bisogno, della derivazione del racconto del
_Fiore_ dallo _Speculum_. Ho già detto che nel c. 46 del l. XI Vincenzo
Bellovacense narra la giustizia di Trajano, non la sua salvazione, la
quale è narrata nel c. 22 del l. XXIII. Ora, per questa seconda parte
della leggenda, l'ignoto compilatore del _Fiore_ non si attiene alla
tradizione più antica e più comune, ch'è quella stessa accolta da
Paolo, da Giovanni e poi dal Sarisberiense; ma ne accetta un'altra,
dove al primo miracolo se ne aggiunge un secondo, e che io esporrò tra
breve. Il difetto del racconto di Vincenzo Bellovacense spiega questo
rivolgersi del compilatore ad altre fonti.
[27] Circa le attinenze del _Novellino_ col _Fiore_ v. D'Ancona,
op. cit., p. 257-8; BARTOLI, _I primi due secoli della letteratura
italiana_, p. 293-4 e _Storia della letteratura italiana_, v. III,
p. 213-6. Nel _Novellino_, come nel _Fiore_ (testo del Nannucci),
manca la corrispondenza delle parole dello Speculum: _Successor tuus
iniuriam pacientibus vel passuris per se tenebitur_; comune per contro
ad entrambi è la notizia soggiunta in fine al racconto della fatta
giustizia, che Trajano cavalcò e sconfisse i suoi nemici, la quale
nello _Speculum_ non si trova; comune del pari la nuova tradizione
circa il miracolo alla quale ho accennato. Notisi tuttavia che nel
racconto LVIII del testo Panciatichiano-Palatino appare una variante
della leggenda, di cui non è traccia nel _Fiore_, e di cui parlerò
più oltre; quella cioè che l'uccisore del figliuolo della vedova sia
lo stesso figlio di Trajano. V. BIAGI, _Le novelle antiche dei codici
Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193_, Firenze, 1880.
Ma tale redazione del racconto è posteriore all'altra.
[28] _Purgat._, c. X, v. 73-93.
[29] Qual è la fonte a cui attinse Dante? Già il Nannucci avvertì (op.
cit., ed. cit., v. II, p. 315, n. 10) che Dante usa quasi le medesime
parole del _Fiore di filosofi_, e il riscontro in più particolar
modo fra le parole: _a te che fia, se quell'altro farà bene?_ di
questo, e le rispondenti: _L'altrui bene A te che fia?_ del poema,
difficilmente si può ritenere fortuito. Nullameno, poichè quell'uso
del verbo essere non è senz'altri esempii, potrebbe pur darsi che così
l'autore del _Fiore_ come Dante avessero tradotto a un medesimo modo
il _quod tibi proderit si alius bene fecerit_ che si trova anche nel
_Policratico_, senza che ci fosse imitazione per parte del poeta. Vero
è che le parole _Intorno a lui parea calcato e pieno Di cavalieri_,
le quali non hanno riscontro nello _Speculum_, nè nel _Polycraticus_,
parrebbero rimandare ancor esse al _Fiore_, dove è fatta espressa
menzione della _cavalleria_ che accompagna Trajano (_la sua grande
cavalleria_ nel _Novellino_); ma esse si riscontrerebbero ancor più
con quelle di Paolo Diacono che dice: _circumvallatus militum cuneis
pergeret_; e d'altra banda il Paris fa giustamente osservare (p. 267,
n. 2) che l'ultimo verso, _Giustizia vuole, e pietà mi ritiene_, ha con
le parole di Giovanni Diacono _ratione pariter et pietate commotus_
tale somiglianza che difficilmente può essere creduta casuale. Il
Mazzoni, non conoscendo altre relazioni della leggenda, credeva che
Dante avesse potuto derivare il suo racconto dallo _Speculum regum_ di
Gotofredo da Viterbo. V. _Della difesa della commedia di Dante_, ed. di
Cesena, 1688, v. I, p. 600-1. Chi vuol vedere come un altro poeta, di
poco posteriore a Dante, ma per forza d'ingegno troppo lontano da lui,
narrò il medesimo fatto, legga i seguenti versi che appartengono al già
citato _Roman de Girart de Roussillon_ (v. 2971-2994):
Une fois fut montés pour aller en bataille;
Quar grans besoings estoit, bien le sauoit sans faille,
Vist une poure femme vesue vers li venant,
Merci criant, le prist par le pié maintenant,
Et dist: Drois emperieres, vainge moi de la mort
D'ung mien cheualier filz c'ung tiens mortriers m'a mort.
Tu m'es sires, mes juges, fai moi tantos droiture:
Li cuers me partira se ne vainges m'injure.
Li rois dist: Tres bon droit te ferai au retour.
— Et se tu ne reuiens, qui me fera cel tour?
— Mes successors, dist-il, t'en fera droit auoir.
— Lasse moi tres dolante, ce ne puis je sauoir!
Et s'il le faceoit bien, que te profiteroit
La venjance et le bien c'ung autre me feroit?
Tu es mes debitors, tu me dois auoier
Si que de bon merite recoures bon loier.
Tes successors sera pour li propre tenus:
S'il fait bien enuers Dieu sera tres bien venus,
Ja droiture d'autrui no te deliurera:
Qui bien fera ou monde cilz touz biens trouera.
— Quant li rois out oï, du cheual declina,
La cause de la vesue tres bien examina,
Selonc droit com bons juges sentence rapourta,
La poure bien dolente tres bien reconforta.
Il verso _Lasse moi tres dolante, ce ne puis je sauoir!_ mostra che
il poeta attinse dallo _Speculum_. V. KÖHLER, _Die Beispiele aus
Geschichte und Dichtung in dem altfranzösischen Roman von Girart de
Roussillon_, in _Jahrbuch für romanische und englische Sprache und
Literatur_, Neue Folge, v. II, p. 20.
[30] V. 5879-80.
[31] V. 5865-78.
[32] V. 5893-6039.
[33] V. MASSMANN, _Kaiserch_., v. III, p. 762-4.
[34] Id., ibid., p. 753-5.
[35] Ap. PERTZ, _Script_., t. XXII.
[36] _Legenda aurea_, c. XLVI, 10.
[37] Cap. LXVIII. Avvertasi che la _Legenda aurea_ e il _Dialogus_
hanno la stessa identica dicitura.
[38] Qui, ma anche altrove, non è la vedova a chiedere il figliuolo di
Trajano, è Trajano che pone nell'arbitrio della vedova o di tor quello
per suo, o di far eseguire la sentenza: «Or vedi costui che è mo mio
figliuolo, è quello che ha commesso l'omicidio. Qual vuoi tu innanzi
o ch'ello mora, o ch'io tel dia per tuo figliuolo? E sappi certamente
ch'io il ti darò sì libero ch'io non avrò più a fare in lui, nè elli
in me, e sarà così tuo suddito, come se tu l'avessi portato nel tuo
corpo».
[39] L. IX, c. 30.
[40] Cod. dell'universitaria di Bologna, 432. Trajano dà il figliuolo
alla vedova dotandolo riccamente: «Et adoctollo molto nobilmente
dipartendolo da se».
[41] Giovanni da Verona cita Giacomo da Voragine.
[42] L. II, c. 6.
[43] PARTHEY, _Mirabilia Romae_, p. 7-8. Per mostrare come si venissero
alterando intanto anche altre parti della tradizione riporterò qui
il racconto dei _Mirabilia_. «Sunt praeterea alii arcus qui non
sunt triumphales sed memoriales, ut est arcus Pietatis ante sanctam
Mariam rotundam, ubi cum esset imperator paratus in curru ad eundum
extra pugnaturus, quaedam paupercula vidua procidit ante pedes eius,
plorans et clamans: domine, antequam vadas mihi facias rationem,
cui cum promisisset in reditu facere plenissimum ius, dixit illa:
forsitan morieris prius, imperator hoc considerans praesiliit de curru,
ibique posuit consistorium, mulier inquit: habebam unicum filium, qui
interfectus est a quodam iuvene, ad hanc vocem sententiavit imperator:
moriatur, inquit, homicida et non vivat, morietur ergo filius tuus,
qui ludens cum filio occidit ipsum, qui cum duceretur ad mortem mulier
ingemuit voce magna: reddatur mihi iste moriturus in loco filii mei,
et sic erit mihi recompensatio, alioquin numquam me fateor plenum
ius accepisse, quod et factum est, et ditata multum ab imperatore
recessit». Qui il nome di Trajano è taciuto, com'è taciuto nel
_Dolopathos_; ma in altri testi dei _Mirabilia_ quel nome si ritrova,
e, per contro, l'uccisore non è più figliuolo dell'imperatore. Così
in un codice della Casanatense, segnato D, V, 13, al f. 148 r.: «.....
arcus pietatis ante sanctam Mariam Rotundam, ubi accidit quedam istoria
de paupere muliere cuius filius occisus erat a filio vicine sue, que
petiit ius sibi fieri ab imperatore Traiano peracto ire ad exercitum,
ecc.». Il nome di Trajano è taciuto anche da Giovanni d'Outremeuse,
il quale deriva evidentemente il suo racconto dai _Mirabilia_, ma
dice inoltre, raccostandosi a qualche fonte tedesca (v. i racconti di
Königshofen e della Cronaca di Colonia in Massmann, op. cit., v. III,
p. 754) che la vedova sposò il figlio dell'imperatore. V. _Ly myreur
des histors,_ v. I, p. 64.
[44] _Romance de la embajada que envió Danes Urgel, marques de Mántua
al Emperador_, ap. WOLF e HOFMANN, _Primavera y Flor de Romances_,
Berlino 1856, v. II, p. 200; DURAN, _Romancero general_, v. I, p. 213.
[45] _Johannis de Alta Silva Dolopathos sive de rege et septem
sapientibus_, pubblicato dall'OESTERLEY, Strasburgo e Londra, 1873, p.
62-3.
[46] Basterà recarne un esempio. Giovanni Diacono dice: _Tunc
Trajanus ratione pariter, pietateque commotus equo descendit, nec
ante discessit_, ecc.; e Giovanni di Alta Selva: _Motus rex tam
ratione vidue, quam etiam misericordia, dilato iterum bello ad urbem
regreditur_. Del resto il racconto, così del _Dolopathos_ latino come
del _Dolopathos_ francese, si mostra in più parti diverso dai racconti
posteriori, dove appare la stessa versione della leggenda. Un falco del
figliuolo del re uccide la gallina della vedova; il figliuolo di costei
uccide il falco, il figlio del re uccide lui. Il re lascia in facoltà
della vedova o di far morire, o di adottare il reo. Costei si apprende
al secondo partito, ed è menata a vivere in corte. Herbers allunga
il racconto di Giovanni di Alta Selva, ma senza aggiungere nulla di
nuovo. Nè quegli, nè questi fa cenno di un miracolo qualsiasi operato
in favore del giusto re. Può darsi che lo stesso Giovanni d'Alta
Selva, nutrendo forse come teologo quegli stessi dubbii in proposito
che altri nutriva sino dai tempi di Giovanni Diacono, abbia a questo
modo mutilato la leggenda, e per togliere di mezzo l'impaccio di una
connessione stretta già fermamente, abbia a dirittura taciuto il nome
di Trajano.
[47] Riportato dal Massmann, op. cit., v. III, p. 760-2. Anche qui la
giustizia di Trajano è celebrata altamente:
Ein künic Trajânus hiez
bì sînen zîten er vür sich nieman liez
an grôzem gewalt,
wan sîn gewalt was manicvalt.
er rihte alsô starc,
der im hiet geben tûsent marc
von lûterem golde
er rihte nicht wan als er solde.
ez waere herre oder kneht
er rihte niht wan nàch reht
vriunt und mâgen und kindelîn
kunden im sô liep niht sîn.
[48] Ibid., p. 755.
[49] _Legenda aurea_, c. XVIII.
[50] _De antiquorum Saxonum ritu_, l. I, c. 3, ap. LEIBNITZ,
_Scriptores rerum Brunsvicensium_, t. III, p. 611-2.
[51] V. i _Miracoli della Vergine_ stampati senza indicazione di luogo
l'anno 1489, c. XVIII e XX. Di una testa che sul campo di battaglia
di Nicopoli parlò e domandò di confessarsi narra il Bonfinio, _Rerum
hungaricarum_, dec. III, l. 3. Parecchi altri esempii di teste parlanti
v. in KORNMANN, _De miraculis mortuorum_, s. l., 1610, parte IV, cc.
XVIII, XIX. La immaginazione che il membro per cui fu compiuta alcuna
buona opera si serbi dopo la morte incorrotto è molto comune. A Venezia
si conserva intatto il braccio di san Giorgio che uccise il drago.
Tommaso Cantipratense racconta che l'occhio di san Lodovico, vescovo
Catalanense, fu trovato incorrotto dopo molti anni passati dalla sua
morte, e ciò perchè il santo aveva con isguardo sdegnoso respinto
l'invito disonesto di una regina di Francia (_Bonum universale de
proprietatibus apum_, l. II, c. 30, § 33). Parecchi narrano che avendo
Giuliano l'Apostata ordinato di bruciare le ossa di san Giovanni
Battista e di spargerne al vento le ceneri, tra le ossa fu trovato
intero ed incorrotto il dito con cui esso Giovanni accennò Gesù Cristo
dicendo: _Ecce agnus Dei_. (Kornmann, op. cit., parte III, c. X).
Per altro accade anche spesso che il membro incorrotto sia un membro
colpevole.
[52] Ap. PERTZ, _Script_., t. XVI, p. 112.
[53] Nel già citato commento allo _Speculum regum_ invece di Arcus
Pietatis si ha Porta Pietatis, e si dice che questa porta era presso a
un ponte, che non si nomina. San Gregorio vedendo le sculture di quella
porta s'informò di Trajano e de' suoi fatti. Narrata la giustizia di
Trajano, Giacomo da Varignana soggiunge: «Et per recordancia di questa
cosa fo facta una statua de ramo et posta in piaça. Nella quale con
meraviglioso artificio sono intagliate queste chose, aciò che li facti
del glorioso principe Traiano fossero perpetua recordança de soma pietà
et iusticia».
[54] _Commento alla Divina Commedia d'anonimo fiorentino del secolo
XIV_, nella _Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli
della lingua_, Bologna 1866-74, v. II, p. 175.
[55] BALDUINO NINOVIENSE, Chronicon, p. 592 (_Collection des chroniques
belges inédites_): «Sanctus papa Gregorius primus, cum hoc et caetera
pietatis ejus studia legisset, miseratus quod tanta ejus pietas in
oblivione esset coram Deo, multum deflevit pro anima ejus». Balduino
dice che la vedova domandò giustizia a Trajano, ma non significa di
che.
[56] Vn iour aloit Saint Gregoire par le marchie de Romme si lui
souuint de Traien l'empereur qui fut droiturier en sa vie et deuant
toutes les autres choses si lui souuint d'une iustice que il fist vne
foys a une veuue dame. _De monseigneur Saint Gregoire_, cod. Fr. 413
della Bibliothèque Nationale di Parigi, fol. 129 r., col. 2ª.
[57] _Dittamondo_, l. II, c. 6.
[58] Testo del Nannucci; alquanto diversamente nel testo del Cappelli.
[59] Alberto Magno racconta, e Tommaso Cantipratense ripete, (_Bonum
universale de apibus_, l. II, c. LI, 11), la storia di un sant'uomo, il
quale essendo infermo, e chiedendo in grazia di poter morire, gli fu
per un angelo del Signore data la scelta fra il morir subito e passar
poi tre giorni in purgatorio, e il penare un altro anno infermo per
salire poi diritto in paradiso. Il sant'uomo elegge di morir subito, ma
sperimentate un giorno solo le pene del purgatorio, domanda di tornare
in vita e sostenere l'altra prova. Esempii simili a questo narrano
sant'Antonino e Pietro Reginaldetto.
[60] _Breviarium historicum_, ed. di Bonna, 1837, p. 8-9.
[61] V. Gaston Paris, dissert. cit., p. 289-94.
[62] V. JORDAN, _Topographie der Stadt Rom im Alterthum_, v. II, p.
118. Parmi che il Paris (p. 293-4) dia troppo poca importanza a quanto
nei _Mirabilia_ è detto dell'Arcus Pietatis. Gli è vero che nelle
recensioni più antiche di questo libro non si fa cenno della leggenda
di Trajano e dell'arco, ma nè esse, nè le posteriori registrano tutto;
e d'altra banda non si può ammettere che in codici scritti da Romani in
Roma siasi lasciata passare una indicazione a cui non corrispondessero
in qualche modo i fatti e la credenza popolare. I _Mirabilia_ non
fanno motto di bassorilievi, nè d'altre sculture, e dicono solamente
che l'arco fu innalzato a ricordanza dell'atto di Trajano; ma si può
credere che senza una qualche opera di scalpello con cui, o bene o
male, si potesse far riscontrare la leggenda, questa non si sarebbe
legata all'arco. In quella scoltura il presunto Trajano era forse
rappresentato, non a cavallo, ma sedente in un carro.
[63] _Adnotationes elucidariae in Evangelium Johannis_, c. XV, 22.
[64] Dissert. cit., p. 295-7.
[65] V. su questo argomento la citata dissertazione del Lequien,
la nota di Consalvo Durant al c. 13 del l. IV delle _Revelationes_
di santa Brigida, ed. di Anversa, 1611, p. 222-3; la dissertazione
XXVII nel volume XIV delle opere di Alfonso Salmeron; ma soprattutto
lo scritto dello spagnuolo ALFONSO CHACON, _Tractatus de liberatione
animae Trajani imperatoris a poenis inferni precibus sancti Gregorii
P. M._, Roma, 1589, scritto che godette di molta riputazione e fu
stampato anche tradotto in italiano (Siena, 1595) e in francese(1607);
BRUSCO, _Redarguitio historiae de anima Trajani ex inferni suppliciis
liberata_, Verona, 1624; PREUSER, _Dissertatio de Trajano imperatore
precibus Gregorii Magni ex infero liberata_, Lipsia, 1710.
[66] _Parad_., c. XX, v. 106-7.
[67] V. per esempio GONZALO DE BERCEO, _Milagros de Nuestra Señora_,
VII; GAUTIER DE COINSY, _Miracles de la Vierge_, l. II. Storie simili
si trovano in _Ildefonso Toletano_, _Liber miraculorum sanctae Mariae
Virginis_, cod. 946 della Bibliothèque de l'Arsenal in Parigi, f. 3 v.
a 4 r., e in Valperto di Ahusla, Liber miraculorum Virginis Mariae,
cod. lat. 4350 della Biblioteca Regia di Monaco, f. 14 r. Vincenzo
Bellovacense racconta nel l. XXII, cap. 97 dello _Speculum historiale_
il seguente miracolo. San Maclonio, o Macute, insieme con san Brandano
ed altri uomini santi, si mise una volta in mare per ricercare certa
isola denominata Ima, la quale somigliava al Paradiso terrestre. Dopo
sette anni di navigazione giunsero ad un'altra isola, dove trovarono
uno smisurato sepolcro che conteneva il corpo di un gigante. Per le
preghiere di san Maclovio il gigante risuscita, dice come fosse stato
idolatra, come fosse dannato, e impetra il battesimo che gli è dal
santo impartito. Dopo non molto tempo il gigante rimuore e i santi
uomini ne raccomandano l'anima a Dio. Nella Vita anonima di san Cadoco
si narra similmente come per le preghiere del santo un gigante, la
cui anima era già dannata in inferno, risuscitò, e, dopo aver condotto
vita esemplare, fu salvo. (_Acta Sanct_., t. II di Gennaio, p. 605).
Racconta il PASSAVANTI, _Specchio della vera penitenza_, dist. V, c.
3, la storia di una donna, la quale morì senza confessarsi di certo suo
peccato. Tornata l'anima al corpo per intercessione di san Francesco, e
compiuta la confessione, fu salva.
[68] V. la _Vie du pape Grégoire le Grand_ pubblicata dal LUZARCHE,
Tours, 1857, in fine, e il _Gregor auf dem Steine_ di HARTMANN VON AUE,
v. 3735-8 in GREITH, _Spicilegium vaticanum_, Frauenfeld, 1838, p. 303.
[69] Cap. 83, ed. dell'Oesterley. La favola si trova narrata
da Fredegario nel VII secolo, da Aimoino verso il 1000, poi
nella _Kaiserchronik_, ecc. V. GOEDECKE, _Deutsche Dichtung des
Mittelalters_, Hannover, 1854, p. 628; J. GRIMM e A. SCHMELLER,
_Lateinische Gedichte des X. und XI. Jh._, Gottinga, 1838, p. 343-4.
[70] _The early english versions of the Gesta Romanorum, English Text
Society_, Londra, 1879, p. 45-6. Nel _Dolopathos_ di GIOVANNI DI ALTA
SELVA il caso si pone ai tempi dei primi re di Roma. V. MUSSAFIA nei
_Sitzungsberichte_ dell'Accademia di Vienna, phil.-histor. cl., v.
LXIV, p. 595 segg.
[71] Pubblicato per intero primamente dall'ORELLI, _Opuscula Graecorum
veterum sententiosa et moralia_, Lipsia, 1819-21, v. I, p. 208-13.
V. inoltre REVILLOUT, _Vie et Sentences de Secundus d'après divers
manuscrits orientaux_, Parigi, 1873.
[72] V. VINCENZO BELLOVACENSE, _Speculum historiale_, l. XI, c.
70 seg.; SANT'ANTONINO, _Historiarum_ P. I, tit. VII, c. IV, § 1;
GUALTIERO BURLEY, _Liber de vita ac moribus philosophorum poetarumque
veterum._
[73] Una versione francese contiene il cod. Fr. 1553 della Bibl. Nat.
di Parigi. La storia è riferita da GIOVANNI D'OUTREMEUSE, _Ly myreur
des histors_, v. I, p. 537-42.
[74] Versioni italiane si hanno nel _Fiore di filosofi_, nelle _Novelle
antiche_ pubblicate dal Biagi e in molti manoscritti.
[75] V. _Capitulo de las cosas que escribio por respuesta el filosofo
Segundo a las cosas que le pregunto el emperador Adriano_, in KNUST,
_Mittheilungen aus dem Eskurial_, p. 498-506. Il racconto si ha pure
nella Cronaca di Alfonso il Savio, parte I, c. 120.
[76] FABRICIUS, _Bibliotheca graeca_, t. III.
[77] La redazione in versi credo sia tuttora inedita (V. WARTON,
_History of english Poetry_, ed. dell'Hazlitt, v. II, p. 183). La
redazione in prosa fu ristampata a Londra dall'Halliwel nel 1860.
Essa è intitolata: _The wyse child and the emperor Adrian; a dialogue
resembling that of Salomon and Saturn._
[78] Il suo nome è registrato anche in alcuni calendarii d'Occidente.
V. HOSPINIANUS, _De Fest. Christ_., f. 52 b. Dante pone Costantino
in Giove, tra gli spiriti _sommi_ che formano l'occhio dell'aquila
simbolica. _Parad_., c. XX, v. 55-7. Non so so nel popolo, in qualche
parte dell'Europa occidentale, siavi ora nessuna credenza intorno alla
santità di Costantino. A Neumagen, l'antico Noviomagus, si crede che
in quel luogo Costantino vide in cielo la croce e le famose parole: _In
hoc signo vinces_.
[79] _Hist. eccles_., l. I, c. 34.
[80] V. il _Livere de reis de Brittaine_, p. 18-20, il _Livere de
reis de Engletere_, p. 64, e il _Liber monasterii de Hyda_ edito da E.
Edwards (_Rer. Brit. m. ae. script._), p. 117. V. anche più oltre al c.
XXI.
[81] ENRICO DI KNYGHTON, _De eventibus Angliae_, l. I, c. V, ap.
TWYSDEN, _Historiae anglicanae scriptores X_, v. II, col. 2323-4.
[82] Nel medio evo i cavalieri cristiani cercavano di accrescere la
virtù dell'armi loro mediante qualche preziosa reliquia. La spada che
Orlando aveva ricevuto in dono da Carlo Magno conteneva nel pomo un
dente di San Pietro, sangue di San Basilio, capelli di San Dionigi, un
frusto della veste della Vergine. _La chanson de Roland_, v. 2345-8.
[83] Questa novella, in prosa, fu pubblicata dal MOLAND e dal
D'HÉRICAULT nelle _Nouvelles françoises en prose du XIII siècle_,
Parigi, 1856. Ebbevene anche una versione poetica, pubblicata dal
WESSELOWSKY, _Le dit de l'empereur Coustant,_ nella _ Romania_, v. VI
(1877), p. 162-9, ancor essa del XIII secolo. L'editore fece seguire
al testo uno studio circa l'indole e le attinenze della leggenda (p.
169-98), nel quale sono molte buone osservazioni, ma anche alcuni
errori che furono già rilevati da altri.
[84] Il racconto in verso differisce in qualche punto da quello in
prosa, sebbene in sostanza concordi con esso, e mostri di provenire
dalla medesima fonte. L'imperatore di Bizanzio si chiama Floriiens
invece di Muselins. Marito alla figliuola dell'imperatore Augusto,
qui tint Rommenie
Et le roiaume d'Italie
Qui Lombardie est appiellee,
egli ebbe il dolore di perdere la sposa, che svisceratamente amava, e
che gli lasciò un'unica figlia chiamata Sebelinne o Sebile. Il medico
chiamato a curare il bambino domanda dugento bisanti, ma poi di cento
si contenta.
[85] Il Wesselowsky cade in un grave errore quando pone la leggenda
testè riferita fra quelle concernenti la giovinezza di Costantino,
e crede che il nome di Constant serva a designare costui: ..... _le
nom du héros principal est Constant; il s'entend que c'est Constantin
le Grand, puisque le nom de Constant y est mis en rapport avec la
dénomination de Constantinople_. (P. 170). Anzi tutto si vuol notare
che nelle leggende le quali veramente riguardano la nascita e la
giovinezza di Costantino, è fatta sempre debita menzione, così di
Elena, come di Costanzo, i quali nel racconto francese non compajono
nè punto nè poco. Poi, quanto nello stesso racconto si dice del nome di
Costantinopoli prova appunto che Constant è Costanzo e non Costantino.
Nel testo in prosa si legge in fine: _Et engendra li enperères Coustans
en sa fame un oir marle ki ot a non Constentins, ki fu puis molt
preudom. Et si fu puis la cités apielée Coustantinoble, pour son père
Coustant ki tant cousta, ki devant avoit esté apielée Bisanche_. Il
testo in verso non fa menzione di Costantino, ma dice che i cittadini
di Bizanzio mutarono, in onor di Costanzo, il nome della loro città:
Pour ce que si nobles estoit
Et que nobles oevres faisoit,
L'appielloient Coustant le noble:
Et pour çou ot Coustantinoble
Li cyté de Bissece a nom,
Qui encore est de grant regnom.
Tanto nel racconto in prosa, quanto nel racconto in verso, Costanzo
è cristiano sino dall'infanzia, e, divenuto imperatore, converte alla
fede i suoi popoli. Queste sono particolarità evidentemente trasportate
dal Costantino leggendario a Costanzo, ma che non mostrano punto
che Costanzo sia Costantino. La leggenda di Costanzo rimane in tutto
estranea alla leggenda della nascita e della infanzia di Costantino;
essa altro non è che la nota fiaba popolare del _fanciullo fatale e
della lettera scambiata_, diffusa non meno in Asia che in Europa, e
qui, per una delle solite fantasie, appropriata a Costanzo.
[86] Cap. XXI, ap. GALE, _Historiae britannicae et anglicanae
scriptores XX_, v. I, p. 103. In altre edizioni della Historia Britonum
ciò si trova narrato di Costanzo figliuolo di Costantino; la città
si chiama Cair Segeint, e i tre semi sono di oro, argento e bronzo.
_Nennii Historia Britonum. Ad fidem codicum manuscriptorum recensuit
Josephus Stevenson_, Londra, 1838, § 25.