pompe romane, della cui magnificenza si trova fatto ricordo abbastanza
frequente, ma che s'immaginano in tutto simili alle feste, ai giuochi,
alle pompe del medio evo. Valga come esempio il seguente racconto
del _Libro Imperiale_, dove si descrivono le feste con cui furono
solennizzate dai Romani le nuove nozze di Selvaggio e di Lucida (cod.
cit., f. 62 r. e v.). «_Della gran festa fatta per li Romani_. Quando
la novella fu sparsa per lo paese et per le provincie li baroni da
presso et da lungha venivano a Roma per fare festa. Et li Romani tutti
in comune fecero loro brighate, et fecero coprire tutte le piazze et
le mastre strade a seta, et beato parea colui il quale poteva magior
spese fare. Quivi si vedevano infiniti balli di giovani et di donne
in diversi modi danzare. Vedeansi li giovani Romani et altre brighate
rompere loro aste et gittare bandiere di diversi colori. Li baroni
facevano loro giostre a due insieme, a quattro et a dieci. Quivi
facevano giuchi con charri, li quali erano coperti a seta, armati di
molte bandiere, et l'uno contro voltando le ruote verso l'altro, et
così spezzavano l'uno contro l'altro l'aste, et li huomini che erano
drento in quello muovere gittavano fuori infinite bandiere. Apresso
feciono in più luoghi bellissime fonti et condotti che gittavano in
aria buono et perfetto vino. Poi facevano correre diversi pali. Apresso
di rami coprivano le piazze come selve, mettendovi d'ogni generazione
cacciagione, cioè cinghiali, cervi, lepri, et altre selvagge fiere,
come sono orsi, leopardi, scimie et pantere, et d'intorno andavano
levrieri traendo le fiere delle selve, et li huomini andavano d'attorno
con l'arme facendo grandissime grida. Li baroni, li chavalieri et
le donne stavano alli balconi per righuardare queste cose. Quivi si
provavano li valenti giovani nelle giostre, perchè combattevano per
amore, andando per Roma a uno, a due, a cinque, a dieci, a venti,
siccome ferono poi li cavalieri erranti di loro arte, li quali dalle
legende di questa storia presero forma. Altro giuocho era di elefanti
con torri, nelle quali stavano huomini contrafatti che andavano
baciando donzelle. Questi andavano per la terra, et tutti faccendo loro
feste. Et molti altri giuchi vi furono, li quali saria impossibile a
rachontare. Vedeansi le donne et li giovani danzare con tale allegrezza
che parea il paradiso aperto fosse; ma sopra tutti andava Lucida
danzando, ora nel modo grecho, ora nello ebraicho, ora nel modo latino,
perchè in tutti i modi era bene experta, et veramente pareva uno
sole, però che niente celava sua beltade. Vestiva di diversi colori di
porpore, che se n'era fornita a Vinegia, et la madre n'aveva portati.
Assai lungho saria a racontare la festa, che saria incredibile, la
quale durò sei mesi, cominciando il mese di maggio». Feste e giuochi
simili facevansi in Roma in occasione dei trionfi, secondo è detto nel
_Dittamondo_, l. II, c. 3, e veramente usavano in tutta Italia nel XIV
secolo. Più particolarmente famose erano le feste del Monte Testaccio
in Roma e le feste del Mese di Maggio in Firenze (V. MANZI, _Discorso
sopra gli spettacoli, le feste e il lusso degli Italiani nel secolo
XIV_, Roma, 1818).
Pag. 160, n. 16. — Di un Monte Barbaro, nella cavità del quale Virgilio
trovò il libro di negromanzia di Chironte, parla Bartolomeo Caracciolo
nel c. XXXII delle suo _Chroniche de la inclita cità de Napole_.
Pag. 171. — Anche l'arco di Trajano in Benevento ebbe nome Porta Aurea.
Pag. 173. — Della opulenza di Augusto parecchi altri fanno ricordo.
Descrivendo la tenda di Morgana, Maria di Francia dice nel _Lai de
Lanval_, v. 81-6:
La Reïne Sémiramis
Quant ele eut unques plus avoir
Et plus poisçance et plus savoir;
No l'Emperère Octévian
N'esligascent le destre pan.
È noto che un imperatore Ottaviano di Roma comparisce nel poema e
nel romanzo in prosa di _Florent et Othovien_, di cui sono versioni
in parecchie lingue. Quest'Ottaviano nulla ha che fare con l'antico;
tuttavia pare che derivi da questo la grande riputazione di ricchezza.
Nel poema di _Charles le Chauve_, che inedito si conserva nella
Bibliothèque Nationale di Parigi, dicesi di lui:
... puis fu empereur d'un nobile roion,
Li plus riche d'avoir qui fu en Pré-Noiron.
L'avoir Otavien nombrer ne séist-on,
De cel Otavien que riche clamoit-on
Etc.
_Hist. litt. d. l. Fr._, t. XXVI, p. 123.
CAPITOLO VI.
Pag. 193-4, n. 16. — Il poema di Guglielmo le Clerc, _Les joies Nostre
Dame_, fu pubblicato per intero nel v. III della _Zeitschrift für
romanische Philologie_.
Pag. 198. — Prima di Filippo Mouskes parla della statua di Maometto
l'autore dei primi cinque capitoli della così detta Cronaca di Turpino,
c. IV.
Pag. 209, n. 48. — V. anche intorno agli specchi magici WARTON, _Hist.
of the engl. poet_., ed. dell'Hazlitt, v. II, p. 343-5, e Du Méril,
Mélanges archéologiques et littéraires, p. 470-1.
Pag. 213. — Nel secolo XIII c'era ancora chi lamentava la distruzione
della _Salvatio_. Il trovero tedesco Sigeher dice che se l'impero
avesse avuto ancora le sue statue il mondo non sarebbe stato allora a
così mal partito:
swelch vürste dem riche solte wesen dienerschaft,
des vilde mueste liuten
san, als der dem riche valschez herze truok.
het' Roemesch riche der bilde noch genuok,
der wart der werlde nie so not, so hiuten.
VON DER HAGEN, _Minnesinger_, v. II, p. 362, col. 1ª.
CAPITOLO VIII.
Pag. 248, n. 1. — Brunetto Latini dice nel _Tesoretto_:
Giulio Cesare maggiore,
Lo primo Imperadore,
Già non campò da morte.
Anche il Boccaccio ebbe Giulio Cesare in conto di primo imperatore.
Nell'_Amorosa Visione_ si legge:
Vedevavisi appresso quanto e quale
Già fosse stato Cesare tenendo
In prima in Roma offizio imperiale.
Pag. 251. — Delle lodi di Giulio Cesare si potrebbero empiere molte
pagine. Wace dice nel _Roman de Brut_, v. 3909-18:
Julius Cesar li vaillans,
Li fors, li pros, li conquerans,
Qui tant fist et tant faire pot,
Que tout le monde conquist et ot;
Onques nus hom, puis ne avant,
Que nous saçon, ne conquist tant.
César fu de Rome emperere,
Sages et pros et bon donère;
Pris ot de grant cavalerie
Et letrés fu, de gran clergie.
Nè minore encomio ne fa Heinrich von Weldeke nella sua _Eneide_, v.
13183-93:
Von dem kunne Rômuli
und von Ascânjô Jûif
wart ein hêre geboren
an allen tugenden ûs erkoren
under allen sînen mâgen,
die doch grôser êren phlàgen,
das was Jûljûs Cêsàr.
daz mach man sagen vor wâr,
daz er der werlde vil betwank.
ez wàre ze sagene al ze lank,
was er wunders worbte.
Pag. 255. — Il titolo di _Flos mundi_ è quivi erroneamente attribuito
alla cronaca catalana, secondo avverte il Suchier in un luogo del primo
volume dei suoi _Denkmäler provenzalischer Literatur und Sprache_, ma
io credo che l'error mio sia stato provocato da un errore del catalogo.
Essa cronaca è in sostanza tutt'uno con quella pubblicata dall'Amer
sotto il titolo _Compendi historial de la Biblia_, Barcellona, 1873. Il
racconto romanzesco della nascita di Giulio Cesare si trova, oltrechè
in questa, al c. 83, anche in una Bibbia guascona (o piuttosto una
storia fatta sulla Bibbia?) contenuta nel cod. A, f, 4 della Biblioteca
di Ginevra. A proposito del nome di Cesare leggesi nel _Fiore di
filosofi_ (testo del Cappelli, p. 22-3): «Julio Cesare fu tagliato di
corpo alla madre, e perciò fue chiamato Cesare. E dicen uno filosofo
che quegli che nascono in quel modo sono più avventurati che l'altra
gente». Nelle _Novelle antiche_ del Biagi (LXXXIII, p. 36) la favola è
trasportata, certamente per isbaglio, a Scipione l'Africano.
Pag. 257. — La letteratura popolare olandese possiede un curioso
libretto, intitolato _De schoone historie van Julius Caesar en de
Romeynen_, del quale non sarà qui fuor di luogo il dare un cenno. Ne
parla il Mone (_Uebersicht der niederländischen Volks-Literatur älterer
Zeit_, p. 85-6) che ne dà per disteso il lunghissimo titolo. Egli non
ne registra che una sola edizione, che è quella stessa posseduta da
me (Tot Gend, by J. Begyn, s. a., in-8º, 80 pagg. a 2 col., in parte
got., fig.), ma altre ce ne furono certamente, giacchè questa reca nel
frontispizio: Van nieuws overzien en op vele plaetsen verbeterd. Fa da
prefazione una breve Vita di Giulio Cesare, storica nella sostanza,
e nella quale si dice che la susseguente narrazione è tratta, anzi
tutto dai libri dello stesso Cesare, poi ancora da vecchie scritture
conservate in chiostri e collegi. In una noterella è riportata la
favola dell'estrazione dal ventre materno: «Julius _was gesneden
uyt zyns Moeders Lichaem naer haere dood, en daerom is hy_ Caesus
_genaemt, dat is Gesneden, maer maermals noemde men hem_ Caesar, _en
naer hem zyn alle Keyzers_ Caesars _genaemt_». Il racconto comincia
con la spedizione di Cesare nelle Gallie, e più particolarmente nella
Gallia Belgica, così denominata dalla città di Belgis, fondata da Bavo,
fratello di Priamo. Si narrano per disteso le guerre ivi combattute.
Prendono parte all'azione un Ursarius e un Andromadas, re entrambi
dei Belgi, ed altri personaggi favolosi. Segue la spedizione di
Giulio Cesare in Bretagna, poi si narrano le altre imprese compiute
in Gallia, il ritorno in Roma, la morte. Si aggiunge un compendio
della storia posteriore, più particolarmente del Belgio, e un cenno
circa la diffusione della fede in questa provincia. Chiude il racconto
una notizia delle città belgiche principali. Qui a piè di pagina è
un'avvertenza che dice doversi il libro usare per l'insegnamento nelle
scuole: «Deze Historie van JULIUS CAESAR zal tot onderwys der Jongheyd
mogen herdrukt en in de Schoolen geleert worden. F. J. MALFROID.
_Kanonik der Kathedrale Kerke van S. Baefs, Boekkeurd_.». Da ultimo è
una breve descrizione dei Paesi Bassi e dei costumi dei loro abitanti.
Altre storie e leggende nazionali potrebbero essere ricordate.
Vincenzo, vescovo di Cracovia (m. nel 1223) racconta nella Cronaca
(ap. BIELOWSKY, _Monumenta Poloniae_, t. II) che il figlio del secondo
Lescek vinse Giulio Cesare in tre battaglie. Questi diede al vincitore
la propria sorella Giulia in isposa, la quale edificò due città, Julius
e Julia. Da tali nozze nacque un figliuolo che ebbe nome Pompilio.
Giulia fu poi ripudiata, ma Pompilio succedette al padre nel dominio.
Pag. 265-6. — Parlando della città di Astronomia, Onorio Augustodunense
dice nel suo trattato _De animae exilio et patria_: «In hac Julius
computum explicat, per quem annos saeculi per seriem Regum enumerat»
(ap. PEZ, _Thes. anecd. noviss._, t. II, parte 1ª, col. 231). In un
poema francese del computo, opera di un Ra[u]f de Linhom, conservato in
un manoscritto di Glasgov, si dice del mese di Febbrajo:
Ore fet ben a demander
Pur quai l'em fist amenusier
Plus fevrer que un autre mois;
Pur la noblie de deus rois
La reson vous [en] voil mustrer:
Car chescun an, en fevrier
Li Bugres et li mescreans
Ové leur femmes, of (sic) leur enfans
A Belzebub e à Pluton
Fesoi[e]nt sacrifice et doun;
Et pur le fet que firent cil
Fust fevrer tenu plus vil
Et de jours amenuser (sic)
Car trop i avoit le maufee.
Vi si dà anche l'etimologia del nome delle calende:
Jadis solai[e]nt la gent
De Romme [tot] communement
En chescun mois le jour premier
Partot gran feste celebrer,
Et chescun autre escrivoit
Ke acun (_sic_) don que à lui fesoit
Ke bon eür Deu lur donast
Tant com cel mois durast;
Et cel jour, pour si grant bounté,
Jour de Kalendes fust nomé,
Car ceo mot en gru _kalon_
En romauntz est à dire bon.
(PAUL MEYER, _Deuxième rapport sur une mission littéraire en Angleterre
et en Écosse, Archives des missions scientifiques et littéraires_, 2ª
serie, v. IV, p. 161-2). — Il medio evo conosceva commentarii _De bello
gallico_ e _De bello civili_; ma molti ignoravano che fossero quegli
stessi composti da Giulio Cesare, e li attribuivano a Giulio Celso,
che in luogo di Giulio Cesare si trova spesso citato (v. HORTIS, _Studj
sulle opere latine del Boccaccio_, p. 413-4).
Pag. 271. — Oltre a Siviglia, Giulio Cesare avrebbe fondato in Ispagna
le città di Toledo, Segovia e Saragozza (V. la citata Cronaca catalana
pubblicata dall'Amer, c. 83). Il Wesemann, in uno scritto intitolato
_Caesarfabeln des Mittelalters_, Löwenberg in Islesia, 1879 (Progr.),
distribuisce le leggende nate in Germania intorno a Giulio Cesare
in tre classi; la prima, riguardante le città di cui Giulio Cesare è
supposto fondatore; la seconda, riguardante gli ordinamenti introdotti
da lui; la terza, riguardante pretese discendenze da commilitoni suoi.
Egli parla più particolarmente (p. 727) delle leggende della prima
classe; le città principali che si dissero fondate da Giulio Cesare
sono Jülich, Merseburg, Lebusa, Magdeburg, Jülin, Wolgast, Deutz,
Lüneburg, Harzburg.
Pag. 278. — Alle altre strane favole intorno alla uccisione di Giulio
Cesare può essere aggiunta anche la seguente. In un luogo della
_Chanson de Roland_ del cod. Marciano CIV, 7, 4 (f. 78 v.) la morte
di Cesare è da Carlo Magno imputata agli antenati di Gano, tutti
traditori:
Ses antesur firent ingresme fellune,
E fellunie tutor ave in costume.
In Capitoille de Rome ço 'n fe une:
Iullio Çesar onçient il per ordre;
Puis ont il malvas sepolture,
Chi in fogo ardent et angosas mis fure.
Pag. 295. — Abulfeda ricorda l'obelisco vaticano, ma non dice che
servisse di sepoltura a Cesare. Ecco le sue parole, nella versione
citata (t. II, parte 1ª, p. 281): «Hors de l'église (_de St. Pierre_),
à un des coins, il y a une grande colonne placée sur quatre assises
de bronze; ces assises sont carrées et chacime de leurs faces a douze
condées. La colonne diminue en s'élevant; au sommet est une autre
colonne de bronze, surmontée d'une colonne d'or d'environ une brasse
de diamètre, et qui lance des éclairs et des rayons de lumière. On
aperçoit la boule à douze milles de distance, et elle indique la place
de l'église».
Pag. 296. — Alano de Insulis dice nel _Liber Parabularum_, c. I:
Omnia Caesar erat, sed gloria Caesaris esse
Deslit, et tumulus vix erat octo pedum.
Pag. 298-9. — Alla storiella narrata da Giovanni Fordun trovo un
riscontro nel _Roman de Brut_ di Wace, dove è detto (v. 4289-310) che
Giulio Cesare fece costruire sulla costa di Francia una torre, e vi
raccolse i suoi tesori, e vi albergò per più sicurezza.
Pag. 300. — Di Cesario, figliuolo di Giulio Cesare e di Cleopatra,
narrano DIONE CASSIO, _Hist. rom._, XLVII, 31, e PLUTARCO, _Caes._, 49.
CAPITOLO IX.
Pag. 321. — Alla leggenda dell'altare eretto da Augusto al primogenito
di Dio può far riscontro quanto un'altra leggenda racconta di Dionigi,
detto poscia Areopagita, il quale, mosso da un interno avvertimento,
eresse un altare _Deo ignoto_, e fu più tardi convertito da San Paolo.
Tale leggenda narrasi già negli Atti degli Apostoli. V. gli _Acta
Sanctorum_, t. IV di Ottobre, p. 696-855.
Pag. 325. — Oltre il Tempio della Pace, Guillaume le Clerc ricorda un
altro edifizio sontuoso che diede segno della nascita del Redentore
(_Les joies Nostre Dame_, v. 155-66, 472-8):
Un mult riche paleis volsu,
Le greignor, qu'unkes veist home,
Aveit en la cité de Rome.
Cil qui le fist fu bon mestre.
Plus i aveit de mil fenestres,
Veire, si jeo l'osoe dire,
Mien escient plus de dous mire;
Tutes de quivre e de metal,
Chescun en son dreit fenestral.
Overtes estaient le jur
E closes en la tenebrur.
. . . . . . . . . . . .
E les fenestres del pales,
Qui al vespre fermees furent,
Contre la mie nuit s'esmurent,
Lur barres a force rumpirent;
Tel noise e tel bateiz firent,
Que de la pour s'enfueient
Tut cil qui la tumulte oeient.
Forse quest'edifizio con più di duemila finestre è il Colosseo. Ad
ogni modo il prodigio qui ricordato appartiene alla leggenda di Giulio
Cesare.
Pag. 326, n. 55. — Thelesin annunzia la venuta di Cristo anche nel
_Roman de Brut_ di Wace, v. 4972-89.
CAPITOLO X.
Pag. 338. — Il Galvani parla abbastanza a lungo della leggenda della
rana in una lezione _Sopra un luogo del Dittamondo di Fazio degli
Uberti, Lezioni accademiche_, Modena, 1839-40, v. II, p. 109-26.
Toccato di alcuni luoghi di storici antichi che possono aver dato
la prima idea della favola, egli riporta un passo di Aldrovando (_De
quadrup. Digit. Ovip._, l. I) dove si dice della possibilità che rospi
si generino nel corpo dell'uomo, e reca testimonianze d'altri scrittori
in proposito; poscia cita la cronica di Amaretto Monelli, dove la
leggenda è ricordata, e riporta un sonetto sino allora inedito di Cino
da Pistoja (?) il quale comincia:
Come li Saggi di Neron crudele
Ingravidare il fero d'una rana.
Ricorda inoltre che della favola è fatto pur cenno nell'_Anatomia sopra
la Zucca del Doni_, preposta alla edizione che di questa si fece in
Venezia nel 1592, e opera di Jeronimo Gioannini Capugnano. I documenti
più antichi, dove la leggenda trovasi primamente narrata o accennata,
gli rimasero ignoti.
Pag. 349. — Nerone comparisce anche in un altro mistero francese: _Le
Mystère de Monseigneur Saint-Pierre et Saint-Paul, contenant plusieurs
autres vies, martires et conversions de Saints, comme de Saint-Étienne,
Saint-Clément, Saint-Lin, Clete, avec plusieurs grands Miracles faits
par l'intercession des dits Saints, et la Mort de Simon Magus avec la
perverse vie et mauvaise fin de l'Empéreur Néron, comment il fit mourir
sa mère, et comment il mourit piteusement_.
Pag. 352. — Nel _Dialogus creaturarum_, 87, si legge: «Avari in inferno
bibunt aurum liquefactum. Unde refert quidam philosophus, quod Nero
imperator visus est in auro liquefacto se apud inferos balneare, et cum
vidisset cuneum advocatorum, dixit iis: venite, venale genus hominum,
et mecum hic balneamini, quia vobis partem optimam reservavi».
Pag. 356. — Filippo di Thaun pare che alluda a Nerone diavolo, anzi
padre dei diavoli, quando dice nel _Bestiaire_:
La nuit unt poesté de traveiler malfé,
Ke il sunt fiz Noirun, que nus nier apelum.
Non di rado nei poemi francesi i Saraceni sono chiamati _la geste
Noiron_, a quel modo che sono anche detti _la geste Mahon_.
Pag. 358. — Se per l'Anticristo dell'Apocalissi debba intendersi
Nerone fu molto disputato in questi ultimi tempi; ma l'opinione di
coloro che lo affermano sembra essere la più fondata. Scopertamente
quale Anticristo apparisce Nerone nell'_Ascensio Isaiae_, nel _Carmen
apologeticum_ di Commodiano, e nel commento che fece dell'Apocalissi
Vittorio di Pittavio. Lattanzio (_De mortibus persecutorum_, II) dice
che, secondo la insensata credenza di alcuni, Nerone doveva precedere
l'Anticristo. V. inoltre SULPIZIO SEVERO, _Dialogus de virtute
S. Martini_, l. II, _Historia sacra_, III, 30; SAN GEROLAMO, _In
Danielem_, XI, 30; SANT'AGOSTINO, _De civitate Dei_, XX, 19. Nel secolo
XIV, Giovanni di Parigi, domenicano, sente ancora il bisogno di negare
che l'Anticristo possa essere Nerone.
Aggiunte e correzioni al volume II.
CAPITOLO XIII.
Pag. 73. — Nell'ultima parte dello scritto più volte citato, comparsa
quando più che la metà dei fogli del presente volume era già stata
tirata, il Coen ammette ancora egli che la leggenda complessa di
Costantino siasi formata in Italia (v. _Arch. d. Soc. rom. di St.
pat._, v. V, p. 525-31). Ricercando inoltre nelle varie leggende di
Sant'Elena e di Costantino la parte di verità storica che vi può essere
nascosta, egli viene a queste conclusioni, le quali, di lor natura,
non possono essere se non ipotetiche (p. 512): Patria di Elena fu
Drepano; Elena fu un'albergatrice; Elena non fu moglie legittima di
Costantino. Da una _Dichiarazione_ dello stesso Coen vengo a sapere
aver intrattando l'Heydenreich illustrato ancor egli la leggenda del
_Libellus_ con uno scritto intitolato: _Der Libellus de Constantino
Magno eiusque matre Helena und die übrigen Berichte über Constantins
des Grossen Geburt und Jugend_, nell'_Archiv für Litteraturgeschichte_,
v. X, 1881.
Pag. 77-9, n. 53. — La favola qui indicata già si trova in Simeone
Metafraste. Non in tutte le leggende di Santa Caterina Massenzio è
signore di Alessandria, dove, per diritto, avrebbe dovuto regnare
la santa, figliuola dell'immaginario re Costo. Giacomo da Voragine
dice senz'altro: «Cum autem Maxentius imperator omnes tam divites
quam pauperes ad Alexandriam convocaret, ut ydolis immolarent, etc.».
Hermann von Fritslar dice che, avendo intrapresa una grande spedizione,
Massenzio capitò nel paese di Santa Caterina (_Das Heiligenleben_, ed.
Pfeiffer, p. 253). Secondo una leggenda tedesca in versi (XIII-XIV
secolo), pubblicata dal Lambel, la inimicizia tra Costantino e
Massenzio nasce di cagion religiosa. Massenzio, adoratore degl'idoli,
prende a odiare Costantino, il quale è grande fautore dei cristiani
e cristiano egli stesso. I due rivali si muovono guerra. Vinto sotto
Roma, Massenzio ripara in Alessandria, dove promulga l'empio suo editto
(v. 616-712, nella _Germania_ del PFEIFFER, v. VIII, parte 2ª). Secondo
una leggenda francese di un codice della Bibliothèque de l'Arsenal in
Parigi, e una leggenda metrica in dialetto veronese, pubblicata dal
Mussafia, Massenzio, imperatore di Roma, s'innamora di Caterina per
fama, e la manda a chiedere in isposa al re Costo. Si reca poscia egli
stesso in Alessandria, e vi bandisce una gran corte, e impone a tutti
di adorare gli idoli (_Zur Katherinenlegende, Sitzungsb. d. k. Akad.
de Wiss. in Wien. phil.-hist. Cl._, v. LXXV, 1873, p. 257-8, 264). Tra
le _Rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV_,
pubblicate dal Lagomaggiore (_Archivio glottologico italiano_, v. II)
è un componimento (il XII) intitolato _De sancta Kathelina virgine_.
Un _grande imperator_ _de Roma_, del quale si tace il nome, vuol fare
sposare Santa Caterina a un suo figliuolo, ma egli non ha che fare,
sembra, con Massenzio, di cui si dice più oltre:
un gran Maxem imperaor
enn Alexandria era alantor,
e che ordina al popolo di sacrificare agl'idoli, secondo il solito. In
una _Lauda_ pubblicata da TELESFORO BINI (_Rime e prose del buon secolo
della lingua_, Lucca, 1852, p. 81), si fa Massenzio innamorato della
Santa, poi, non avendo potuto ottenere quanto desiderava, invelenito
contro di lei:
Sai che Massenzio crudo,
Vergine d'alto stato
Ch'era di pace nudo
Con pensier maculato,
Essendo vulnerato
Di te, donna gentile,
Dalla sua mente vile
Mostrò la gran rapina.
E quando vide poi,
Vergine immaculata,
Che gli onest'atti tuoi
Dimostrava infiammata
Di Jesu Innamorata
L'amore e falso segno
Rivolse in gran disdegno
Per farti esser tapina.
La leggenda pubblicata dal ZAMBRINI (_Collezione di leggende inedite
scritte nel buon secolo della lingua_, Bologna, 1855, v. II, p. 141-52)
non è se non una versione scorciata del racconto del Voragine. Gioverà
qui di avvertire che la leggenda di Santa Caterina di Alessandria è
tutta immaginaria. Nel IX secolo alcuni cristiani d'Arabia trovarono,
dicesi, sul Monte Sinai, il corpo incorrotto di una fanciulla, e, a
parer loro di una martire, cui diedero, di proprio capo, il nome di
Caterina, che tanto vale quanto immacolata. Più tardi fu inventato
il re Costo e tutto il rimanente. I Latini ebbero dai Greci, nell'XI
secolo, la leggenda, la quale diede argomento di non brevi dispute
agl'istoriografi. Durante tutto il medio evo il santuario della
supposta martire sul Sinai fu uno dei più celebri e dei più frequentati
dai pellegrini (V. il _Viaggio al Monte Sinai_ di SIMONE SIGOLI).
Pag. 93. — Rileggendo un passo dell'_Apocalissi_ mi si fa manifesta la
origine e la significazione dell'allegoria del drago incatenato nelle
viscere della terra da San Silvestro. Nel c. XX dell'_Apocalissi_ sono
i tre versetti seguenti:
1º Et vidi Angelum descendentem de coelo, habentem clavem abyssi, et
catenam magnam in manu sua.
2º Et apprehendit draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus, et
satanas, et ligavit eum per annos mille.
3º Et misit eum in abyssum, et clausit, et signavit super illum ut
non seducat amplius gentes donec consummentur mille anni: et post haec
oportet illum solvi modico tempore.
La leggenda non fa dunque se non sostituire il pontefice all'angelo.
Tale sostituzione non era fatta a capriccio, giacchè con la conversione
di Costantino, e col trionfo della Chiesa, procacciato appunto da San
Silvestro, si poteva credere veramente che fosse cominciato il millenio
della prigionia di Satana e della felicità del gregge di Cristo sopra
la terra. Quella tra le non poche versioni e redazioni della leggenda
di San Silvestro dove il drago assume più risolutamente qualità di
demonio, e dove è più intero conservato il concetto dell'_Apocalissi_,
parmi sia la italiana pubblicata da Michele Melga (_Storia di S.
Silvestro_, Napoli, 1859), dove San Pietro dice, tra l'altre cose, a S.
Silvestro: «Incontanente che tu, Silvestro, giungnerai allo dragone, e
tu dirai cotali parole: Jesu Cristo, nato della Vergine per virtù dello
Spirito Santo, el quale fu crocifisso e sopellito, e risucitò dalla
morte; el quale andò in cielo, e siede dalla mano dritta del suo padre;
el quale verrà nella fine del mondo a giudicare e giusti e pecatori, sì
ti manda comandando, Settanas, el quale abita in questa cava, sì debbi
espellere di qui alla fine del mondo, e non debbii nuocere a persona».
Pag. 94-6, n. 98. — Secondo tradizioni napoletane Costantino andò a
Napoli in compagnia di San Silvestro, vi stette circa un anno, e vi
edificò sette chiese, che furono le sette prime parocchie, e poi alcune
altre ancora.
CAPITOLO XV.
Pag. 181-2, n. 58. — Scems Ed-din Abu Abdallah di Damasco, il quale
fiorì nella seconda metà del secolo XIII, annovera Tolomeo fra i re
saggi e possenti che tracciarono le divisioni dei climi. A. F. MEHREN,
_Manuel de la cosmographie du moyen âge_, Copenhagen, 1874, p. 14.
CAPITOLO XVII.