Assai per tempo nella tradizione i Monti Caspii presero il luogo

del Caucaso, sia che allo scambio desse occasione la stessa loro

prossimità, sia che il nome della Porta Caspia traesse più facilmente

con sè quello dei primi che non quel del secondo. Ma alla lunga non era

possibile serbare ai confini stessi della Persia, in regione troppo

frequentata e cognita, la terra inaccessibile di Gog e Magog. In sul

finire del VII secolo gli Arabi invasero l'Armenia e la Georgia, e

traversarono il Caucaso senza nulla trovare di quanto le leggende

narravano, e senza che il famoso muro di Alessandro Magno valesse

a trattenerli. Allora fu pure giuocoforza trasportare questo muro e

le genti che si supponevano da esso rinchiuse, in parte più remota

del mondo; e da prima si trasportarono nell'Ural e nell'Altai, dove

pare che nell'anno 844 andasse a rintracciarli Salam[1061], e poi,

allargandosi a mano a mano la zona delle terre cognite, sempre più

verso Oriente e Settentrione, sino a toccar le spiagge del grande

oceano che si credeva cingere tutta la terra. I geografi arabi ammisero

per la più parte questa trasposizione, confermata poi dalla universale

credenza del medio evo. Il modo proverbiale italiano _in Oga Magoga_

accenna per lo appunto a regioni lontanissime, sconosciute e fuori

d'ogni consorzio umano; ed equivale al _dusqu'au Sec Arbre_ dei

Francesi. Nel IX secolo Alfargani faceva cominciare, a oriente, il

settimo clima dalla regione di Gog, ponendo questa agli ultimi confini

della terra, dove poscia la ponevano anche Edrisi, Ibn-al-Vardi,

Abu-Rihan e gli altri[1062]. Essa era bagnata dall'oceano che tutto

cerchiava la terra, e si stendeva sotto quella misteriosa zona delle

tenebre di cui tanto avevano favoleggiato gli antichi e di cui tanto

ancora si favoleggiò nel medio evo[1063].

Nulladimeno la più antica opinione, la quale poneva oltre il Caucaso,

oppure oltre i Monti Caspii i popoli rinchiusi, non fu smessa

interamente, tanto che in pieno secolo XV Fra Mauro doveva nei seguenti

termini confutarla: «Alguni scrive che ale radice del monte Caspio,

over pocho lontan, sono queli populi i qual, come se leze, sono

seradi per Alexandro Magno. Ma certo questa opinion manifestamente è

erronea, e da non esser sostenuta per algun modo, perchè certo l'è sì

noto la diversità de le nation che habitano circa quel monte, ch'el

non è possibile che tanta numerosità de populi ne fosse ignoti, cum

sit che tute quele parte sono assai domestege per esser frequentade

sì dai nostri come da altre nation, che sono Zorzani, Grezi, Armini,

Cercassi e Tartari, e molte altre generation de populi, i qual fano

continuamente quel camin. Unde se questi populi fosse de li rechiusi

credo che se queli ne avesse notitia ancora seriano a nui noti. Ma

essendo questi tal populi ne la extremità de la terra, come ne son

certissimamente informato, adevien che anchor tutte queste nation

de sopra nominate non ne ha mazor notitia de nui. Perhò concludo

che questi populi siano molto lontani dal monte Caspio, e siano,

come ho dito, ne la extremità de la terra tra griego e tramontana,

e sono circumdati da monti asperimi e dal mar ocean quasi da tre

bande»[1064]. Se non che c'era modo di conservare l'antica opinione

senza urtare negli argomenti di Fra Mauro; bastava a tal uopo prendere

i Monti Caspii, e il mar Caspio per giunta, e trasportarli di pianta

nell'India, o in quella delle regioni dell'Asia dove paresse più

opportuno di porre le genti di Gog e Magog, nè questa era impresa da

spaventare i geografi del medio evo. Gervasio di Tilbury dice senza

ambagi: «In India est mons Caspius, a quo mare Caspium vocatur, inter

quem et mare Gog et Magog, ferocissimae gentes, a Magno Alexandro

inclusae feruntur»; e questa opinione è poi seguitata da molti[1065].

Giova tuttavia fare osservare a tale proposito che all'India, nel medio

evo, non si davano i confini che essa ha nella geografia moderna, e

che la smania di far di Gerusalemme il centro del mondo portava come

conseguenza la trasposizione, e più particolarmente il discostamento

di molte regioni dell'Asia allora conosciuta. Ma secondo un'altra

opinione, più universalmente accetta, i monti Caspii e il mar Caspio si

trasponevano all'estremo limite settentrionale ed orientale dell'Asia.

Allora il mar Caspio non facevasi chiuso, ma aperto e in comunicazione

con l'oceano, conformemente alla credenza dei più degli antichi. Qui

può essere inoltre ricordata la opinione che identificava il muro di

Alessandro Magno con la gran muraglia della Cina, opinione seguita da

parecchi fra gli Orientali[1066], e fra gli Occidentali da Marco Polo e

da qualcun altro.

Sarebbe cosa agevole raccogliere ed esporre qui le varie particolarità

concernenti il paese di Gog e Magog, le quali si trovano nelle carte

del medio evo; ma io credo che al proposito mio alcune poche e sommarie

indicazioni possano bastare. Di solito il paese di Gog e Magog è

rappresentato in forma di penisola, bagnata da tre parti dall'oceano,

chiusa verso terra da una giogaja di monti. Ora esso si trova a oriente

e ora ad occidente del mar Caspio; ma spesso ancora in tutto separato

da questo. Qualche volta la penisola si vede cinta di monti anche

dalla parte del mare[1067]. In alcune carte la penisola è divisa in

due distinte province, l'una abitata da Gog, l'altra da Magog; in altre

la forma di penisola sparisce pur rimanendo molte altre particolarità.

Più raro è il caso che il paese di Gog e Magog sia un'isola[1068]. In

alcune carte, come, per esempio, in quella di Andrea Bianco (1436)

Gog e Magog sono in una penisola non da altro separata dal Paradiso

terrestre che da un golfo di mare. Non so se un tale raccostamento

possa essere stato, almeno in parte, suggerito dall'idea che da quella

plaga della terra dove Satana aveva pervertito Adamo dovessero uscire

gli ultimi campioni di Satana e le milizie dell'Anticristo.

Aggiunte e correzioni al volume I.

CAPITOLO II.

Pag. 70-1. — Tra i libri che si possono far rientrare nella categoria

dei _Mirabilia_, e più particolarmente dei _Mirabilia_ della seconda

maniera, merita una menzione speciale quello tedesco di Nicola Muffel,

cittadino cospicuo e magistrato norimbergese, il quale fu a Roma nel

1452, per la incoronazione di Federico V, e pubblicò, di ritorno in

patria, una descrizione della città da lui visitata (_Nikolaus Muffels

Beschreibung der Stadt Rom herausgegeben von Wilhelm Vogt, Biblioth.

d. litter. Ver._, Stoccarda, 1879). L'opuscolo può fare, per la mole,

tre volte quello dei _Mirabilia_; ma l'autore non attinse nè da questa,

nè da altra scrittura, sibbene _da ottime persone_, come dice egli

stesso, e la intenzione sua nello scriverlo fu principalmente di far

cosa grata ai devoti. La materia è distribuita in tre parti. Nella

prima si enumerano le sette chiese ed altre delle principali, e si

dà la indicazione delle indulgenze che vi si fruiscono. Le chiese di

Roma sommavano anticamente a millecinquecentocinque, come ci fanno

sapere i papi San Silvestro e San Gregorio; ma furono poi la più parte

distrutte. Il Battisterio di San Giovanni in Laterano era in origine,

secondo alcuni, il bagno di Costantino. Accennasi la donazione fatta da

costui alla Chiesa. La descrizione delle basiliche è piuttosto diffusa,

e spesso minuto il ragguaglio delle reliquie che vi si custodiscono.

Per entro alla descrizione parecchie leggende sacre. Nella seconda

parte si dice delle stazioni, argomento che molto stava a cuore ai

pellegrini. Nella terza si parla di altre chiese meno importanti

e di monumenti profani, parecchi dei quali sono designati con nomi

insoliti, o forse travisati, per modo che non sempre s'intende quali

sieno veramente. Le terme sono sempre chiamate cantine, e di quelle

di Diocleziano sono nominati autori Termanus e Dyoclecianus. La

importanza principale l'opuscolo la deriva dalle leggende profane di

cui fa memoria, e che si vede essere state conservate nella tradizione

orale anche quando erano già quasi sparite dagli scritti, e cadute nel

dispregio dei dotti. Per giunta alcune di esse vi appajono sott'altra

forma di quella che hanno nei _Mirabilia_. Del cavallo più comunemente

detto di Costantino narra che fu fatto in onore di un contadino per

nome Settimio Severo, vincitore del re che tra' piedi dello stesso

cavallo vedevasi effigiato (p. 14). Anche nel racconto inserito nella

_Storia di Fioravante_ si parla di un contadino (V. cap. XIII, p.

115-6). La famosa pigna di bronzo dorato fu portata dagli spiriti

maligni da Troja a Costantinopoli, e da Costantinopoli a Roma, dove

servì a chiudere il foro dello cupola del Pantheon, finchè un santo

pontefice non ordinò agli spiriti di trasportarla in Vaticano (p. 19).

Nella chiesa di San Pietro è l'altare su cui celebrando la messa il

papa Gregorio liberò l'anima di Trajano dall'inferno (p. 25). Nella

sfera d'oro che è in cima all'obelisco vaticano sono rinchiuse le

ceneri degl'imperatori Augusto e Tiberio (p. 26-7). Romolo e Remo sono

sepolti nella piramide che è accosto alla porta di San Paolo (piramide

di Cestio; v. cap. III, p. 107-8). Essi fecero costruire il loro

sepolcro a quel modo affinchè non potessero andarvi sopra i cani; ma

alcuni credono che quivi riposi Cajo Cesare, come da una iscrizione

è indicato (p. 28-9, 49). Tra la chiesa di San Pietro e il Ponte

Sant'Angelo sorge il _doner purck_ (castello del tuono, mole adriana).

Lo fece costruire un imperatore a cui era stato predetto che morrebbe

di fulmine. Egli usava ripararvi; ma un giorno essendovisi recato

mentre il cielo era sereno, fu colpito dal fulmine improvvisamente ed

ucciso (p. 29, 49). Anticamente, nel tempio che ora si chiama Maria

Rotonda, erano gl'idoli di tutti i paesi, disposti intorno a Pantheon,

idolo del mare, e a Diana, idolo della caccia. Quando una provincia

si ribellava, l'idolo suo voltava a questa le spalle. Il tempio fu

consacrato in onor della Vergine da San Gregorio (p. 46-7). Visione di

Augusto e leggenda di Ara Coeli. Nella sfera d'oro che è in cima alla

guglie, dinnanzi alla chiesa di Ara Coeli (?), è sepolto Augusto (p.

51-2). Leggenda del sepolcro di Nerone e della chiesa di Santa Maria

del Popolo (p. 53). Anche di un altro supposto sepolcro di Nerone è

fatto ricordo (p. 62). Presso all'arco di Tito, o nell'arco stesso,

è murata la pietra su cui stette la druda dell'imperatore, quando

i Romani dovettero procacciare sulla persona di lei il fuoco di cui

abbisognavano (p. 57). È questa la nota favola di Virgilio e della

figliuola dell'imperatore, la quale qui si trasforma di figliuola in

druda. L'editore, non avendo, come pare, cognizione della favola, cade

qui in uno strano errore, giacchè interpreta il _pull_ del testo per

_ampul, ampulla_, mentre evidentemente non è se non una forma antica

del moderno _Buhle_. L'autore chiama _spiegelpurck_, o castello dello

specchio, il Colosseo, dove dice che si facevano i giuochi, e dove era

uno specchio in cui vedevasi tutto quanto si faceva nel mondo (p. 57).

Qui pare siensi confusi insieme il Colosseo e la così detta _Tor de'

Specchi_, la quale è la _Tour del Miraour_ di certi racconti francesi.

L'autore nomina anche il _Wunderpurck_ (ibid.) senza che si possa

intendere se con quel nome egli voglia, come nelle versioni tedesche

dei _Mirabilia_, indicare il Colosseo, oppure alcun altro monumento

cospicuo.

CAPITOLO III.

Pag. 86-9. — Un opuscolo del dott. Carlo Giambelli (_Sulle

falsificazioni Anniane, breve saggio critico_, Torino e Pinerolo, 1882)

mi fece accorto di cosa che m'era sfuggita, e cioè che il Giambullari

attinge quanto viene narrando di Noè dal trattatello dello Pseudo

Beroso, _De his quae praecesserunt inundationem terrarum_, inserito

da Annio da Viterbo nelle sue _Antiquitates variae_. Intorno ad Annio

da Viterbo e alle sue presunte scoperte di antiche scritture s'è

molto discusso, e chi pensò che facitore di questo fosse egli stesso,

e chi lo accusò solo di avere scambiate per autentiche scritture

manifestamente apocrife. Checchè sia di ciò, certo è che la favola

della venuta di Noè in Italia non fu inventata da lui, giacchè essa si

trova un gran pezzo innanzi nella _Graphia_. Se poi l'Hescodius citato

da questo sia tutt'uno con quel falso Beroso non si può nè affermare nè

negare.

Pag. 93-100. — Nell'anonimo frammento del poema francese di _Brut_

pubblicato da C. Hofmann e C. Vollmöller, la storia di Romolo e Remo è

narrata in modo assai romanzesco (_Der Münchener Brut_, Halle a. S.,

1877, v. 3817 e segg.). Proca ebbe due figliuoli, Amulio e Numitore.

Venuto a morte, egli vuole che l'uno dei figliuoli abbia il regno,

l'altro le ricchezze. Amulio rimette in Numitore la scelta, e questi

avendo anteposte le ricchezze al regno, quegli si riman re. Ma il buon

accordo non dura a lungo. Sospettando voglia spogliarlo della signoria,

Amulio sbandisce il fratello, e i due figliuoli di lui Sergesto e

Silvia tiene presso di sè con animo di disfarsene, giacchè un indovino

gli aveva annunziato che da discendenti di Numitore gli sarebbero tolti

il regno e la vita. In fatti, dopo non molto, Amulio uccide Sergesto

a tradimento in un bosco, e Silvia costringe a farsi sacerdotessa di

Vesta. Un giorno, essendo andata ad attingere acqua pei bisogni del

tempio. Silvia si addormenta presso alla fonte, e nel sonno ha una

meravigliosa visione, oscuro presagio della futura grandezza di chi

deve nascere da lei. Giunge in quella un cavaliere, il più valoroso

nell'armi che vivesse a quel tempo, chiamato Marte, figliuolo di Giove.

Costui, colta la donzella nel sonno, la stupra e la rende incinta. In

capo di nove mesi nascono Romolo e Remo; ma Amulio ordina che sieno

gettati nel Tevere e la madre fa sotterrare viva. Acca Larenzia, pe'

suoi costumi detta lupa, nutrisce ed alleva i gemelli, i quali, fatti

grandi, e venuti in nominanza, uccidono Amulio e fondano la città di

Roma, popolata principalmente di ladroni. A tal punto s'interrompe

il racconto e il poema. La storia di Romolo e Remo si narra anche

nell'olandese _Leken Spiegel_ (l. I, c. 42-3; _Werken uitgegeven door

de Vereeniging ter bevordering der oude nederlandsche Letterkunde_,

Leida, 1844-8). I due gemelli sono salvati dalla lupa, poi allevati

da Acca Larenzia. Romolo fondò Roma dopo la morte di Remo (non si dice

come questi morisse), in un luogo ove sorgevano già undici città. Roma

ebbe molte porte e il suo muro girava quarantadue miglia. Fu popolata

di tutta la nobiltà d'Italia. Sia qui notato che la leggenda di Romolo

e Remo ne suscitò qualcuna simile a sè nel medio evo. L'eroe di un

poema romanzesco francese, Guglielmo di Palermo, fu, da bambino, rubato

da un lupo manaro (_loup-garou_) e portato in una foresta vicino a

Roma, dove gli preparò un lettuccio nella sua tana, e per più giorni

lo nutrì, finchè un pastore, avendolo trovato, lo portò a sua moglie,

che lo allevò. Non manca uno zio, il quale, prima del caso desiderava

la morte del bambino (_Guillaume de Palerne_, pubblicato dal Michelant

per la _Société des anciens textes français_, Parigi, 1876, v. 51-260,

342-61).

Pag. 104. — A proposito del parricidio, che macchia le origini di Roma,

e di altre uccisioni che poscia infamarono la città, si legge nella

_Bible de Guiot de Provins_ (v. 743-56, ap. BARBAZAN e MÉON, _Fabliaux_

etc.):

Des Romains n'est-il pas merveille

S'il sont fox et malicieux,

La terre le doit et li lieux:

Cil qui primes i assemblerent

La felonie i aporterent.

Romulus son frere i ociet,

Qui trop grant crualté i fist;

Et Julius Cesar i fu

Murtri, ice est bien séu.

Qui tot le mont avoit conquis:

Nus ne fu onques de son pris;

Et Neirons i ocist sa mere,

Et puis Seint Pol, enprès Saint Pere;

Et Saint Lorenz i fu rostiz.

CAPITOLO IV.

Pag. 111-3. — Sulle meraviglie del mondo nel medio evo scrisse testè H.

Omont, nella _Bibliothèque de l'École des Chartes_, v. XLIII, 1882, p.

40-59. L'autore ripubblica corretto il trattatello attribuito a Beda,

ed altri sei, quattro latini o due greci, tutti riguardanti le sette

meraviglie.

Pag, 133. — Il Pantheon fu anche da taluno creduto un bagno. V.

VINCENZO BONGHINI, _Dell'origine di Firenze_, in _Discorsi varii_, ed.

dei classici italiani, v. I, p. 453-4, n.

Pag. 136. — Tra gli edifizii maggiori di Roma io dimenticai di

ricordare il Settesoglio, del quale, come degli altri, si narrarono

meraviglie. Questo monumento ero il Settizonio, già ricordato da

Sparziano nella Vita di Settimio Severo; ma il nome di Septizonium

già nell'antichità si corruppe in Septizodium, Septidonium. Più tardi

si ebbe Septemsolium, Septem Solia, Septisolium. Septa Solis, Sedes

Solis, Septem Viae. Quest'ultima forma si trova già nell'Anonimo

Einsiedlense. Nel secolo XVI si trovano anche i nomi di Schola

Septem Sapientium, di Scuola di Virgilio e di Sette Isole (V. JORDAN,

_Topographie der Stadt Rom im Alterthum_, v. II, p. 511-2). I nomi di

Schola Septem Sapientium e di Scuola di Virgilio si debbono, parmi,

alla tentata connessione della storia del Dolopathos con uno dei più

cospicui monumenti della città. Nella _Descriptio plenaria_ si dice:

«Septizonium fuit templum Solis et Lunae, ante quod fuit templum

Fortunae». Nella _Graphia_: «Arcus stillans post Septa Solis»; ma più

oltre; «Septisolium fuit templum Solis et Lunae». In alcune recensioni

più moderne dei _Mirabilia_ si legge: «Septisolium quod VII ordinibus

columnarum subnixum fuit templum Solis et Lunae, mirae pulcritudinis

et altitudinis. Habebat ordines columpnarum unum super alium, unde

Ovidius: regia solis erat sublimibus alta columnis» (V. ULRICHS,

_Codex topographicus_, p. 136). L'Anonimo Magliabechiano dice: «Ad

septem solia fuit templum omnium septem scientiarum, et posito quod

aliqui velint dicere templum Solis fuisse, vel domum Severi Afri: sed

derivatio sua est septem artium scilicet septem omnium scientiarum:

et sic creditur et dicitur et affirmatur per diaconum Aquilegiensem».

Il Petrarca scriveva in una epistola a Giovanni Colonna: «Severi

Aphri Septizonium, quam tu sedem Solis vocas, sed meum nomen in

historiis scriptum lego». Si distinse anche un Septemsolium major da

un Septemsolium minor. Ma la finzione più curiosa circa le origini

e le meraviglie del Settesoglio trovansi nel _Libro Imperiale_,

dove, narrata la venuta di Selvaggio e di Lucida in Roma, si passa

a dire come Lucida comperò i terreni e le case che erano tra il

Palazzo maggiore e il Colosseo, e quelle disfatte, fece costruire uno

_hedifizio di maraviglioso lavoro..... lo quale divenne bellissimo et

alto, et fu chiamato Septemsolia et dipoi el tempio del Sole et della

Luna_. Il libro descrive prima, come abbiam veduto a suo luogo, il

Palazzo maggiore e il Colosseo, poi passa a descrivere nel seguente

modo il Settesoglio (lib. IV, Cod. della Nazionale di Firenze, II, IV,

281, f. 52 v.). «_Come fu fatto Septemsolia_. Lo palazzo di Lucida et

di Selvaggio fu hedifichato fra questi confini, et era in questa forma.

La faccia dinanzi fu quaranta braccia largha, nel mezzo della quale

era una porta di metallo di maravigliosa grandezza. Le mura erano due,

l'uno inanzi all'altro et l'uno di lungi dall'altro diece braccia.

Lo muro di fuori fu alto venti braccia, et lo secondo fu alto cento.

Sopra lo muro di fuora fu fatto uno ordine di alte et belle colonne,

sopra delle quali erano fermate volte et habitazioni trasportate in

fuori, le quali volte si fermavano al maggiore muro drento, et così

andavano queste colonne di grado in grado fino in sette ordini, et però

si chiamò Septemsolia, cioè sette habitazioni. Drento del secondo muro

erano belle et magnifiche habitazioni, gli usci delle quali rispondeano

fralle dette colonne». L'edifizio fu condotto a termine in un anno,

tanto sollecitamente vi fece Lucida lavorare d'attorno. Più oltre si

narra della venuta in Roma di certo Tabilio, messo di Archelao, padre

di Lucida. Prima di tornarsene in Tarsia, ond'è venuto, Tabilio visita

i monumenti di Roma, «il quale, vedendo sì bello et sì ornato palazzo,

molto si maravigliava come in sì poco tempo Lucida aveva fatto tanto

lavorare. Poi andò righuardando il Coliseo e Palazzo maggiore, e il

Tempio della Pace, et raghuardati tutti li hedifizi di Roma dicie: Per

certo tutto l'altro mondo non è niente a rispetto di Roma». In un altro

capitolo, dopo narrato come Archelao e Numedia, genitori di Lucida,

venissero ancora essi in Roma per assistere alle rinnovate nozze di

costei con Selvaggio (Maximo), scopertosi figliuolo dell'imperatore

Ellio, si dice in qual modo Septemsolia diventasse il tempio del Sole

e della Luna (f. 63 r.). «_Come fu edificato il tempio del Sole et

della Luna_. Passato l'anno, Archelao et Numedia si voglono partire;

ma prima che partano fanno alli dii solenne sacrificio, poi domandano

allo imperadore di grazia che a memoria di tale ystoria si debbi fare

uno venerabile tempio, di che Ellio fu contento assai, et di ciò si

rimette in Maximo et Lucida, li quali ferono fare tempio di quella loro

habitazione di Septemsolia. Fornito lo tempio, si levò quello filosofo

d'Asia, il quale, quando vidde insieme Maximo ed Lucida in Tarsia,

disse che aveva veduto il sole et la luna, et però disse: Signori, in

rimembranza di sì belli donzelli abbi nome questo tempio Tempio del

Sole et della Luna, et così fu fatto, imperò che fino durò l'idolatria

sempre si adorò il Sole et la Luna».

Pag. 147. — Anche l'Arciprete di Hita dice che Virgilio lastricò il

Tevere di rame. St. 256:

Todo el suelo del rio do la cibdad de Roma

Tiberio agua cabdal que muchas aguas toma,

Fisole suelo de cobro, reluse mas que goma.

Pag. 148. — Abulfeda dice che la chiesa di San Pietro è lunga seicento

cubiti e larga altrettanto, e si diffonde a parlare della magnificenza

di essa. _Géographie_, traduzione di M. Reinaud, Parigi, 1848, t. II,

parte 1ª, p. 280-1. Egli cita Edrisi, ma nel trattato di costui non si

trova riscontro alle sue parole.

Pag. 149. — La favola degli stornelli apportatori di ulivi non fu

solamente connessa con Roma. Racconta il Mandeville nella Relazione

de' suoi viaggi che l'olio ond'erano alimentate le lampade nella chiesa

di Santa Caterina in Alessandria, si faceva con olive recate una volta

l'anno dai corvi, dalle cornacchie, dagli stornelli e da altri uccelli.

CAPITOLO V.

Pag. 152. — Guillaume de Lorris dice nel _Roman de la Rose_, parlando

di una gemma che preserva da qualsiasi veleno, v. 81-2:

Ele vausist a un prodomme

Miex que trestous li ors de Romme.

Non solamente Roma si ebbe in concetto di ricchissima, com'era più

naturale, ma ancora tutta la Romania, in quanto ai stimava partecipe

delle sorti di Roma.

Car ne vausissent point pour l'or de Romenie

Perdre le demoisel qui tant ot baronnie,

si legge nel _Bastars de Buillon_, ed. di A. Scheler, Bruxelles, 1877,

v. 3483-4.

Pag. 155. — Calendre narra nella sua Cronaca degli imperatori come

l'opulenza di Roma crescesse a dismisura dopo il ritorno di Augusto e

de' suoi dall'Egitto (_Romanische Studien_, v. III, p. 114).

Molt aportent argent et or,

N'i a si povre n'ait tresor

D'or et de pierres precieuses,

De dras a oevres gracieuses,

Et si vos di que mainte genz

Les faisoient plus bien vaignenz

Por le lor dont ont convoitie

Qu'il ne firent por amistie.

Or est Rome molt anrichie,

Mes onques ne fu estanchie

D'avarice de covoitie.

Lors i ot an a la mitie

Mellor marchie qu'un n'et devant;

Ce voit an avenir sevant,

Li vilanis dit a sa rescosse:

Bons marchiez tret argent de borsse.

Molt fu Rome planteureuse

Et de viandes abondeuse,

De totes pars li biens acort,

N'i a celui ne tiegne cort,

Tant avoient richesce et bien.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 27 / 43 段