Quanta fede si desse, più particolarmente in Asia, alla esistenza

di Gog e Magog e del muro che li rinchiudeva, mostra la seguente

storia narrata da parecchi scrittori arabici, e fra gli altri da Ibn

Khordadbeh e da Edrisi[1021]. Il califfo Wâttek billah vide una notte

in sogno aperta la muraglia costruita da Alessandro. Spaventato da

tale visione, chiamò Salam l'interprete, e gl'ingiunse di porsi in

viaggio, di ritrovar la muraglia, e di recargliene preciso ragguaglio.

A tal uopo gli diede cinquanta compagni con cento muli, gran quantità

di denaro, e provvigioni per un anno. Salam e i compagni si pongono

in viaggio, traversano varii paesi, e da ultimo una regione sparsa di

rovine di antiche città, conquistate e distrutte dai popoli di Gog e

Magog. Giungono finalmente a certi castelli prossimi alla muraglia,

custoditi da uomini che parlano arabico e persiano, e ad una città

popolata di musulmani. Due parasanghe più oltre trovano la muraglia,

e su per una montagna, che domina un precipizio, una formidabile

costruzione di ferro e di rame, con una porta di due imposte, alta

cinquanta cubiti, larga cento. A venticinque cubiti dal suolo la tiene

sprangata un catorcio dello spessore di un cubito, della lunghezza

di sette. Ogni venerdì il comandante di quella fortezza, e dieci

altri cavalieri, tutti armati di grevi magli, vanno a picchiare per

tre volte sul catorcio, affine di lasciar intendere a quei di dentro

che la porta è ben custodita, e allora si ode, di solito, un rumore

confuso, prodotto dalla folla raccolta dietro a quella. Lì accosto, in

un campo trincerato di trecento miglia di superficie, si vedono ancora

gl'istrumenti e parte dei materiali che servirono alla costruzione

del muro. Interrogati da Salam se mai avessero veduto alcuno di quei

rinchiusi, gli abitanti risposero d'averne veduti a più riprese sui

merli del muro, e che una volta un vento impetuoso ne fece cadere tre

dalla lor parte. Essi erano alti ventidue pollici allo incirca. Salam

potè riportare al suo signore la consolante notizia che il muro di

Alessandro Magno era ancora in buono stato e che nulla faceva presagire

la prossima uscita dei popoli rinchiusi.

Vero è che i rinchiusi non si stavano con le mani in mano, ma si

adoperavano come meglio potevano per uscire di prigionia. Il cronista

Tabari, narrata la leggenda in termini che molto si accostano a quelli

del Corano e di Firdusi, soggiunge un'assai strana notizia. Quei di Gog

e Magog si affaticano senza posa per distruggere il muro metallico,

ma non possono venirne a capo. Sprovveduti di più acconci utensili,

essi vi lavorano intorno con le lingue, che hanno ruvide a modo di

raspe, e leccando il muro un intero giorno lo riducono dello spessore

di un guscio d'uovo. Allora, ristando dall'opera, gridano trionfando:

Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto. Ma nella notte il

muro racquista miracolosamente lo spessore di prima. E ciò si ripete

tutti i giorni, e si ripeterà, finchè, essendo prossima la fine del

mondo, uno dei rinchiusi, mosso da divina inspirazione, suggerirà ai

compagni di non più dire al sopravvenir della notte: Certamente domani

noi lo avremo in tutto disfatto; ma bensì: Domani noi lo disfaremo, se

piace a Dio. E allora essi compieranno l'opera da sì gran tempo tentata

invano[1022].

L'opinione che i popoli di Gog e Magog fossero Sciti continua ad essere

professata da molti anche in questo nuovo grado della leggenda, il

grado, cioè della leggenda che ho addimandata epica[1023]. Ma altre

identificazioni non mancano coi Goti[1024], con gli Unni[1025], con gli

Ungheri[1026], coi Turchi[1027], alle quali mi basta accennare. Fra

gli Ebrei ci fu persino chi identificò Gog e Magog coi Romani[1028].

Ma la opinione più curiosa, e più meritevole d'intrattenerci alquanto,

è quella che confuse Gog e Magog con le dieci tribù che Salmanassar,

o il suo successore Sargon, espugnata nel 721 innanzi Cristo

Samaria, fece trasportare a settentrione della Mesopotamia, al di là

dell'Eufrate[1029]. Una identificazione così fatta potrebbe apparire

a prima giunta non da altro suggerita che dall'odio dei cristiani

contro gli Ebrei; ma se questa ragione non mancò, ce ne furono anche

dell'altre. Assai per tempo si diffuse tra gli Ebrei la credenza

che le dieci tribù vivessero in una regione remota ed incognita,

d'onde farebbero ritorno al tempo del loro Messia. Questa leggenda

si trova già interamente costituita nell'apocrifo quarto libro di

Esdra. Quivi si narra che, trasportate al di là dell'Eufrate, le dieci

tribù fermarono il proposito di segregarsi da tutte le altre genti,

e di spingersi oltre in alcuna regione incognita della terra, dove

gli uomini non avessero mai abitato, per ivi serbare incorrotti la

religione e i costumi degli avi. Postesi in viaggio, giunsero dopo un

anno e mezzo di cammino nelle nuove lor sedi, d'onde faranno ritorno

alla fine dei tempi, per raccogliersi intorno al Messia, quando contro

costui si congregheranno dalle quattro plaghe del mondo le genti. La

leggenda ricomparisce nel XLII capitolo del _Carmen apologeticum_ di

Commodiano, dove il Messia è Cristo, e dove si dice che alla fine del

mondo le dieci tribù torneranno dalla loro ignota dimora, vinceranno

l'Anticristo Nerone, e libereranno Gerusalemme. Se la credenza avesse

potuto prevalere nella forma datale da Commodiano, qualsiasi confusione

tra Gog e Magog e le dieci tribù sarebbe stata impossibile, ed anzi

si sarebbero avute tra i cristiani, come si ebbero tra gli Ebrei, due

diverse leggende, l'una, del popolo malvagio e rinchiuso, destinato

ad ajutar l'Anticristo, l'altra, del popolo virtuoso (rinchiuso, o non

rinchiuso) destinato ad ajutare Cristo. Ma era assai difficile che la

credenza prevalesse in quella forma. I cristiani, in generale, dovevano

vedere mal volentieri che si desse a Cristo, nella fine dei tempi una

milizia ebraica, ed essere, per contro, dispostissimi ad ammettere sul

conto delle dieci tribù la stessa opinion degli Ebrei. Il Messia degli

Ebrei pei cristiani non poteva essere se non l'Anticristo, e le dieci

tribù che l'avrebbero seguitato prendevano necessariamente il posto di

Gog e Magog, o si univano ad essi[1030].

Nel medio evo questa leggenda assunse varie forme, giacchè, secondo

certi racconti, Alessandro fu quegli che precisamente chiuse le dieci

tribù; secondo altri, Alessandro le trovò già rinchiuse, ma saputo

dell'esser loro, fece la clausura più rigorosa e più aspra. Lorenzo de

Segura, dice nel _Poema de Alejandro_ che il Macedone trovò gli Ebrei

Tras mas altas sierras, Caspias son llamadas.

Que fueras un portiello non havia y mas entradas.

Sono essi uomini sparuti e vili, non atti alle armi. Alla preghiera

di Alessandro si congiunsero i monti; ma i rinchiusi usciranno prima

della fine del mondo e devasteranno tutta la terra[1031]. Il Mandeville

dice che alla preghiera di Alessandro Dio fece serrare i monti tutto

intorno alla regione dove erano gli Ebrei, salvo che da una parte,

dov'è il Mar Caspio; ma per la via del mare, i rinchiusi, i quali

fuori del proprio non conoscono altro linguaggio, non si attentano di

fuggire. Gli Ebrei non posseggono altra terra in tutto il mondo, ed

anche per quella pagano tributo alla regina delle Amazzoni, la quale

fa molto bene custodire l'unico passo[1032]. Questo consiste in un

sentiero angusto, che dura quattro leghe, e non vi si trova acqua, ma

dragoni e serpenti ed altri animali velenosi in gran copia, tanto che

non vi si può passare se non durante l'inverno[1033]. Se mai alcuno dei

rinchiusi vien fuori non sa parlare con altre genti; ma tutti usciranno

al tempo dell'Anticristo, per la qual cosa gli Ebrei di tutto il mondo

imparano l'ebraico, sperando di potersi allora intendere con essi e

guidarli contro ai cristiani. Qualichino da Spoleto dice che, secondo

la opinione di alcuni, fra le genti rinchiuse da Alessandro Magno

c'erano anche le dieci tribù. Nel _Jüngere Titurel_ si parla degli

Ebrei chiusi tra monti che superano in altezza l'arcobaleno; ma non

si dice che Alessandro Magno fosse quegli che ve li rinchiuse[1034].

Ranulfo Higden dice, per contro, che venuto ai Monti Caspii Alessandro

trovò i discendenti delle dieci tribù, i quali gli chiesero licenza

di potersene uscire di là; ma egli, saputo come quivi fossero stati

chiusi in punizione dei loro peccati, _inclusit eos artius, molibus

bituminatis aditum obstruens_[1035]. Secondo un'altra opinione

Alessandro Magno avrebbe rinchiuse, oltre alle genti di Gog e Magog,

anche le dieci tribù[1036]. Teolosforo di Cosenza nega recisamente

tutta la favola[1037]. Nel 1540 un supposto re di quegli Ebrei venne

in Europa, andò a trovare Francesco I e Carlo V, cercò di guadagnar

proseliti alla sua religione, e fu per ciò arso vivo in Mantova.

Non dev'essere confusa con la precedente un'altra leggenda secondo la

quale l'imperatore Claudio, durante una gran carestia, fece espellere

da Roma tutti gli Ebrei con molta parte della popolazione meno

valida, e li fece chiudere in luogo recondito, dai quali rinchiusi poi

discesero gli Unni[1038].

§ III.

_La leggenda storica._

Sparsesi, verso il mezzo del XII secolo, in Europa, le prime nuove

del Prete Gianni e della sua grande potenza, la leggenda di Gog e

Magog non tardò ad avere nuove connessioni e nuovi ampliamenti. Questo

principe era cristiano; il suo regno, di cui non bene si conosceva

la situazione, si stendeva sopra molta parte dell'Asia, e volentieri

vi si comprendevano le terre incognite e remote di cui parlavano

gl'itinerarii; di lui, e della condizione de' suoi paesi non poche

meraviglie narravansi; era pertanto assai naturale che tra lui e le

genti rinchiuse di Gog e Magog si stabilisse per tempo una qualche

relazione[1039]. Così avviene che di Gog e Magog noi troviam fatta

menzione in alcune delle epistole che si pretesero scritte dal Prete

Gianni a sovrani di Europa.

Di tali epistole, che ebbero una straordinaria diffusione e furono

tradotte in tutte le lingue, già parla nella sua Cronaca, all'anno

1145, Ottone di Frisinga. Ma nelle redazioni più antiche la leggenda

di Gog e Magog non si trova per anche ricordata; essa penetra solamente

nelle redazioni più recenti[1040]. In queste il Prete Gianni narra del

rinserramento di quelle genti per opera di Alessandro Magno in modo

conforme al racconto dello Pseudo-Callistene; ma aggiunge che esse

sono soggette al suo dominio; e che egli se ne giova nelle sue guerre,

facendo loro divorare i nemici, dopo di che le rimanda nelle lor sedi.

Usciranno al tempo dell'Anticristo e soggiogheranno Roma e tutta la

terra[1041].

Ma la dominazione del Prete Gianni sopra le genti rinchiuse non doveva

essere di lunga durata, e queste non dovevano aspettare la fine del

mondo per fare la minacciata irruzione. Le prime mosse dei Tartari in

sul cominciare del secolo XIII, e le rapide conquiste di Gengiscan,

impressionarono profondamente la cristianità tutta quanta; le notizie

confuse ed esagerate che ne giungevano, le descrizioni strane che si

facevano di quelle genti e dei loro costumi, accesero le fantasie, e

la paura ajutando, si credette che Gog e Magog fossero usciti dalle

lor sedi, e avessero dato principio all'opera di devastazione. Il

nome originale di Tatari fu modificato e se ne fece Tartari, suggerita

l'alterazione dal Tartaro, d'onde pareva che i nuovi barbari dovessero

esser venuti[1042].

Le relazioni dei viaggiatori confermarono quella credenza. Giovanni

del Pian dei Carpini, mandato nel 1245 da Innocenzo IV in Asia, con

la missione di distogliere i Tartari appunto dalle loro scorrerie in

Europa, e, dove fosse possibile, di convertirli alla fede cristiana,

raccontò de' costumi loro, al suo ritorno, non poche cose le quali

si accordavano con quanto si sapeva di Gog e Magog, tra l'altro

che quando alcuno di essi veniva a morire i parenti si congregavano

per cibarsi delle sue carni. Secondo quanto egli riferiva, il Can

dei Tartari si sarebbe chiamato Cuynè o Gog, e suo fratello Magog.

Guglielmo Rubruquis o Ruysbroeck, mandato da Luigi IX di Francia a

prendere accordi col Gran Cane per una futura crociata, confermò quanto

dell'antropofagia aveva narrato il suo predecessore. Il Joinville dice,

narrando di questa ambasceria, che i Tartari stessi raccontarono ai

messi del re di Francia come il paese d'onde essi erano venuti fosse

un gran deserto di sabbia, nell'ultimo Oriente, prossimo ai monti tra

cui stavano rinchiusi Gog e Magog[1043]; e l'armeno Hayton conferma

questa opinione dicendo nel suo Liber de Tartaris[1044] «Regio illa

in qua Tartari primitus habitabant, est sita ultra magnum montem de

Belgian, de quo monte fit mentio in historiis Alexandri». Marco Polo

afferma che la porta costrutta da Alessandro Magno non fu fatta per

trattenere i Tartari, i quali a quel tempo non esistevano ancora, ma

bensì i Comani, e dice che i popoli di Gog e Magog, i quali egli pone

nel regno del Prete Gianni, dalle genti vicine erano chiamati coi nomi

di Ung e Mongul[1045]. Ma la leggenda aveva già identificato i Tartari

con Gog e Magog, o con le dieci tribù di Ebrei che alla lor volta

erano state identificate con questi. Federico II dice in una epistola

a Enrico III d'Inghilterra che i Tartari sono discesi dalle dieci

tribù rinchiuse da Alessandro Magno. Ricoldo da Montecroce riferita,

nel suo Liber peregrinationis[1046], questa medesima opinione, adduce

alcuni argomenti in favore e contro di essa, e avverte che i Tartari

stessi diconsi discesi da Gog e Magog: «Vnde ipsi dicuntur Mogoli,

quasi corrupto vocabulo Magogoli»[1047]. Il Villani l'accolse[1048], ed

essa penetrò anche in qualche versione dello Pseudo-Callistene e della

_Historia de proelis_, come per esempio nei _Nobili fatti di Alessandro

Magno_. Il Malvenda in principio del secolo XVII la sosteneva

ancora[1049].

E qui ci si fa innanzi un'altra immaginazione, di cui non saprei

indicare la origine, ma che sembra essere nata in questo terzo stadio

della leggenda, ossia della leggenda che io ho addimandata storica,

giacchè si lega con la irruzione dei Tartari. Il muro e la porta,

di cui abbiamo veduto in alcuni racconti crescere a dismisura la

grandezza e la forza, non pajono più sufficienti a trattenere i popoli

rinchiusi, e ad essi aggiungonsi certe trombe fatte costruire dallo

stesso Alessandro Magno con tale artificio che investite dal vento

suonano, e fanno credere a quei di dentro che un'oste numerosa stia

sempre a custodia dei ripari. In nessuno degli scrittori orientali di

cui ho potuto aver conoscenza si trova cenno di questo nuovo ingegno:

solo il rabbino Giuseppe Kimchi, il quale fiorì nel XII secolo, ricorda

nell'inedito suo commentario sopra gli ultimi profeti una immaginazione

affine, dicendo di aver letto in certo libro che sulle mura di ferro

della sua fortezza Alessandro pose certi simulacri di ferro anch'essi,

con grande artificio operati, i quali percotendo senza intermissione

con magli e scuri tenevano in soggezione i rinchiusi[1050]. Il primo,

per quanto io so, che faccia parola di quelle trombe è il già citato

Ricoldo da Montecroce, il quale, narrando dei Tartari rinchiusi, dice

che come alcuno di essi si appressava alla fortezza di Alessandro

Magno, udiva tale un tumulto d'uomini e di cavalli, e tanto clangore

di trombe, che esterrefatto fuggiva, e soggiunge: «Hoc autem erat

artificio venti». I Tartari conobbero finalmente l'inganno e uscirono a

questo modo. Uno di essi, cacciando, inseguiva una lepre. Incalzata dai

cani, questa si rifugiò dentro la fortezza, e il Tartaro, trascinato

dall'ardor della caccia, stava in dubbio se dovesse penetrarvi a sua

volta, quando un gufo si mise a cantare sopra la porta. Allora il

Tartaro disse tra sè: Non può essere abitazione umana là dove la lepre

ripara e il gufo canta. E cercato il luogo, e scoperto l'inganno, tornò

verso i suoi e disse loro che se essi acconsentivano a riconoscerlo

per re, egli li avrebbe liberati. I Tartari uscirono liberamente, e da

allora in poi ebbero in molto onore le lepri e i gufi, e delle penne

del gufo usarono adornarsi il capo. Senza dubbio Ricoldo raccolse

questa favola durante il suo viaggio in Asia, giacchè la prima parte

di essa, quella dove si parla delle trombe, è viva ancora, o almeno era

non molti anni fa, nella Russia meridionale[1051].

Giovanni Villani racconta la storia altrimenti, e non dice nulla

del cacciatore e della lepre. Le trombe che tenevano in soggezione

i Tartari, turate dai gufi che presero a farvi dentro i lor nidi,

cessarono a poco a poco di sonare[1052]. Giovanni Fiorentino trasporta

di pianta nel Pecorone la narrazione di Giovanni Villani[1053], e Fazio

degli Uberti accenna in modo assai stronco, secondo il suo solito,

alla leggenda, tanto che se di questa non s'avesse altrimenti notizia,

non si potrebbe intendere il significato delle sue parole[1054]. A

farmi credere che il primo a divulgare in Europa questa favola delle

trombe sia stato Ricoldo da Montecroce, sta il fatto che gli scrittori

in cui noi la ritroviamo da prima sono italiani, e che solamente più

tardi pare che anche fuori d'Italia se ne sia avuta cognizione. Nella

famosa carta catalana del 1375, pubblicata primamente dal Buchon e dal

Tastu[1055], in uno spazio circoscritto dai Monti Caspii si vedono

le figure di Alessandro Magno e di due Mori che suonano la tromba,

accompagnate dalla scritta: Aquests son de metall, e aquests feu fer

Alexandri, rey gran e poderos. Ai tempi del Mercator pare che più non

si ricordasse l'idea primitiva della finzione, giacchè questo geografo

nota nella sua mappa: _Hic in monte collocati sunt duo tubicines aerei

quos verisimile est Tartari in perpetuam vindicatae libertatis memoriam

eo loci posuisse, qua per summos montes in tutiora loca commigrarunt_.

Ciò che Ricoldo narra della lepre fuggente trova riscontro in parecchi

altri racconti, i quali tuttavia discordano in vario modo dal suo. Il

Mandeville e Giovanni d'Outremeuse dicono che al tempo dell'Anticristo

i rinchiusi usciranno perseguitando una volpe. Notisi a tale proposito

che secondo il racconto di Giorande, gli Unni, nati dal commercio di

certe maghe scitiche o gotiche con ispiriti abitatori dei deserti,

vissero lungamente nella solitudine, sulla costa orientale della Palude

Meotide, finchè un giorno alcuni cacciatori, inseguendo una cerva,

traversarono le paludi e conobbero altre terre e altre genti.

Fatto il Prete Gianni signore di Gog e Magog, e identificati poi

Gog e Magog con i Tartari, bisognava che alla uscita di costoro la

leggenda si acconciasse a far morire il Prete Gianni, o a fare almeno

che gli antichi suoi soggetti trionfassero di lui. Qui abbiamo, a dir

vero, l'incontro di tre leggende, la leggenda cioè di Gog e Magog, la

leggenda del Prete Gianni e la leggenda particolare di Gengiscan, e dal

loro congiungimento vien fuori una specie di appendice, sulla quale mi

soffermerò appena. In molte cronache del medio evo si narra del fabbro

Gengiscan, e del modo da lui tenuto per farsi signore dei Tartari, e

poi delle varie sue imprese, il tutto non senza molte favole, come si

può di leggieri immaginare. Secondo una di tali favole la prima sua

impresa, quella che doveva spianar la strada alle altre, fu di assalire

il Prete Gianni. Se non che circa i casi di questa guerra gli storici,

o per dir meglio i favoleggiatori, van poco d'accordo. Ricoldo da

Montecroce dice che i Tartari si divisero in tre torme, e che l'una

di queste, capitanata da Gengiscan (Camiustan) invase il Catai, dove

fu morto il Prete Gianni[1056]. Guglielmo Rubruquis, il Joinville,

Marco Polo raccontano tutti della vittoria riportata da Gengiscan

sopra il Prete Gianni; ma rientrando per altra via nella storia, Marco

Polo identifica il Prete Gianni con Une Can, mentre il Rubruquis fa

di Une Can un fratello del Prete Gianni. Secondo Giovanni del Pian

dei Carpini, questi non soggiacque, ma respinse anzi l'esercito dei

Tartari, guidato da un figliuolo di Gengiscan, valendosi a tale uopo di

certe statue cave di rame, piene di sostanze infiammabili, espediente

già adoperato da Alessandro Magno contro gli elefanti di Porro. E

bisogna dire che questa fosse la versione più giusta, giacchè due o

tre secoli dopo noi troviamo quel medesimo Prete Gianni (il quale, tra

l'altre meraviglie, aveva anche nelle sue terre d'Asia la fontana di

gioventù) a capo di un vasto e florido reame in Etiopia.

Se la identificazione dei popoli di Gog e Magog e dei Tartari fosse

stata universalmente accettata, la leggenda nostra avrebbe dovuto

perdere gli antichi suoi nessi con le credenze correnti circa la venuta

dell'Anticristo e la fine del mondo. Ma quella identificazione non

fu da tutti accettata, e molti continuarono a credere che dietro ai

ripari costrutti da Alessandro Magno il popolo formidabile descritto da

Ezechiele, il popolo dell'Apocalissi, stesse aspettando l'ora segnata

alla sua incursione. E forse qualche strascico della vecchia tradizione

dura ancora tra i volghi d'Europa.

Veduto come avesse origine e per quali gradi si movesse la leggenda

nostra; come, uscita dalla storia, si rannestasse alla storia, e come

cercasse in varii modi di assestarsi sotto il rispetto etnografico,

resta che noi diamo un rapido sguardo a quello che più particolarmente

si può addimandare il mito geografico, il quale da me nelle pagine che

precedono fu toccato appena. Sarò compendioso, non richiedendosi al

proposito mio una trattazione troppo distesa e minuta.

§ IV.

_Il mito geografico_[1057].

Abbiam veduto che il Magog di Ezechiele doveva corrispondere alla parte

settentrionale ed orientale dell'Armenia, divenuta stanza degli Sciti

dopo la invasione. Nell'Apocalissi, per contro, non è nè designata, nè

sottintesa nessuna regione particolare; le genti di Gog e Magog saranno

congregate dai quattro angoli della terra; e questa senza dubbio

sarebbe poi stata sempre la immaginazione corrente se la leggenda di

Gog e Magog non si fosse scontrata con la leggenda di Alessandro Magno.

Nella nuova leggenda nata da questo congiungimento i popoli di

Gog e Magog occupano una regione reale e assai ben determinata

dell'Asia. Essi sono chiusi nelle gole del Caucaso, o al di là

di questa giogaja di monti, e le Porte Caspie sono l'unico passo

per cui si possa accedere a quella regione, od uscirne, passo

murato e munito da Alessandro Magno. Se l'attribuzion dei ripari

ad Alessandro era in tutto immaginaria, i ripari a cui alludeva la

favola esistevano veramente, ed esistono in parte tuttavia. Il muro

di Alessandro altro non era che il muro di Derbent, chiamato dagli

Orientali Sadd-i-Iskander, costruito, secondo alcuni scrittori, da

Cosroe Anuscirvan, secondo altri costruito gran tempo innanzi, e poi

restaurato da Yezdegerde II e da Anuscirvan[1058]. Parecchi viaggiatori

occidentali parlano della città di Derbent come di città edificata da

Alessandro Magno[1059], e sul luogo stesso questa tradizione è ancor

viva. Certo si è che il muro servì in origine a quello scopo medesimo

per cui più tardi se ne attribuì la costruzione ad Alessandro Magno, la

difesa cioè dell'Asia centrale contro i barbari del Settentrione[1060].

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 26 / 43 段