di Gog e Magog e del muro che li rinchiudeva, mostra la seguente
storia narrata da parecchi scrittori arabici, e fra gli altri da Ibn
Khordadbeh e da Edrisi[1021]. Il califfo Wâttek billah vide una notte
in sogno aperta la muraglia costruita da Alessandro. Spaventato da
tale visione, chiamò Salam l'interprete, e gl'ingiunse di porsi in
viaggio, di ritrovar la muraglia, e di recargliene preciso ragguaglio.
A tal uopo gli diede cinquanta compagni con cento muli, gran quantità
di denaro, e provvigioni per un anno. Salam e i compagni si pongono
in viaggio, traversano varii paesi, e da ultimo una regione sparsa di
rovine di antiche città, conquistate e distrutte dai popoli di Gog e
Magog. Giungono finalmente a certi castelli prossimi alla muraglia,
custoditi da uomini che parlano arabico e persiano, e ad una città
popolata di musulmani. Due parasanghe più oltre trovano la muraglia,
e su per una montagna, che domina un precipizio, una formidabile
costruzione di ferro e di rame, con una porta di due imposte, alta
cinquanta cubiti, larga cento. A venticinque cubiti dal suolo la tiene
sprangata un catorcio dello spessore di un cubito, della lunghezza
di sette. Ogni venerdì il comandante di quella fortezza, e dieci
altri cavalieri, tutti armati di grevi magli, vanno a picchiare per
tre volte sul catorcio, affine di lasciar intendere a quei di dentro
che la porta è ben custodita, e allora si ode, di solito, un rumore
confuso, prodotto dalla folla raccolta dietro a quella. Lì accosto, in
un campo trincerato di trecento miglia di superficie, si vedono ancora
gl'istrumenti e parte dei materiali che servirono alla costruzione
del muro. Interrogati da Salam se mai avessero veduto alcuno di quei
rinchiusi, gli abitanti risposero d'averne veduti a più riprese sui
merli del muro, e che una volta un vento impetuoso ne fece cadere tre
dalla lor parte. Essi erano alti ventidue pollici allo incirca. Salam
potè riportare al suo signore la consolante notizia che il muro di
Alessandro Magno era ancora in buono stato e che nulla faceva presagire
la prossima uscita dei popoli rinchiusi.
Vero è che i rinchiusi non si stavano con le mani in mano, ma si
adoperavano come meglio potevano per uscire di prigionia. Il cronista
Tabari, narrata la leggenda in termini che molto si accostano a quelli
del Corano e di Firdusi, soggiunge un'assai strana notizia. Quei di Gog
e Magog si affaticano senza posa per distruggere il muro metallico,
ma non possono venirne a capo. Sprovveduti di più acconci utensili,
essi vi lavorano intorno con le lingue, che hanno ruvide a modo di
raspe, e leccando il muro un intero giorno lo riducono dello spessore
di un guscio d'uovo. Allora, ristando dall'opera, gridano trionfando:
Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto. Ma nella notte il
muro racquista miracolosamente lo spessore di prima. E ciò si ripete
tutti i giorni, e si ripeterà, finchè, essendo prossima la fine del
mondo, uno dei rinchiusi, mosso da divina inspirazione, suggerirà ai
compagni di non più dire al sopravvenir della notte: Certamente domani
noi lo avremo in tutto disfatto; ma bensì: Domani noi lo disfaremo, se
piace a Dio. E allora essi compieranno l'opera da sì gran tempo tentata
invano[1022].
L'opinione che i popoli di Gog e Magog fossero Sciti continua ad essere
professata da molti anche in questo nuovo grado della leggenda, il
grado, cioè della leggenda che ho addimandata epica[1023]. Ma altre
identificazioni non mancano coi Goti[1024], con gli Unni[1025], con gli
Ungheri[1026], coi Turchi[1027], alle quali mi basta accennare. Fra
gli Ebrei ci fu persino chi identificò Gog e Magog coi Romani[1028].
Ma la opinione più curiosa, e più meritevole d'intrattenerci alquanto,
è quella che confuse Gog e Magog con le dieci tribù che Salmanassar,
o il suo successore Sargon, espugnata nel 721 innanzi Cristo
Samaria, fece trasportare a settentrione della Mesopotamia, al di là
dell'Eufrate[1029]. Una identificazione così fatta potrebbe apparire
a prima giunta non da altro suggerita che dall'odio dei cristiani
contro gli Ebrei; ma se questa ragione non mancò, ce ne furono anche
dell'altre. Assai per tempo si diffuse tra gli Ebrei la credenza
che le dieci tribù vivessero in una regione remota ed incognita,
d'onde farebbero ritorno al tempo del loro Messia. Questa leggenda
si trova già interamente costituita nell'apocrifo quarto libro di
Esdra. Quivi si narra che, trasportate al di là dell'Eufrate, le dieci
tribù fermarono il proposito di segregarsi da tutte le altre genti,
e di spingersi oltre in alcuna regione incognita della terra, dove
gli uomini non avessero mai abitato, per ivi serbare incorrotti la
religione e i costumi degli avi. Postesi in viaggio, giunsero dopo un
anno e mezzo di cammino nelle nuove lor sedi, d'onde faranno ritorno
alla fine dei tempi, per raccogliersi intorno al Messia, quando contro
costui si congregheranno dalle quattro plaghe del mondo le genti. La
leggenda ricomparisce nel XLII capitolo del _Carmen apologeticum_ di
Commodiano, dove il Messia è Cristo, e dove si dice che alla fine del
mondo le dieci tribù torneranno dalla loro ignota dimora, vinceranno
l'Anticristo Nerone, e libereranno Gerusalemme. Se la credenza avesse
potuto prevalere nella forma datale da Commodiano, qualsiasi confusione
tra Gog e Magog e le dieci tribù sarebbe stata impossibile, ed anzi
si sarebbero avute tra i cristiani, come si ebbero tra gli Ebrei, due
diverse leggende, l'una, del popolo malvagio e rinchiuso, destinato
ad ajutar l'Anticristo, l'altra, del popolo virtuoso (rinchiuso, o non
rinchiuso) destinato ad ajutare Cristo. Ma era assai difficile che la
credenza prevalesse in quella forma. I cristiani, in generale, dovevano
vedere mal volentieri che si desse a Cristo, nella fine dei tempi una
milizia ebraica, ed essere, per contro, dispostissimi ad ammettere sul
conto delle dieci tribù la stessa opinion degli Ebrei. Il Messia degli
Ebrei pei cristiani non poteva essere se non l'Anticristo, e le dieci
tribù che l'avrebbero seguitato prendevano necessariamente il posto di
Gog e Magog, o si univano ad essi[1030].
Nel medio evo questa leggenda assunse varie forme, giacchè, secondo
certi racconti, Alessandro fu quegli che precisamente chiuse le dieci
tribù; secondo altri, Alessandro le trovò già rinchiuse, ma saputo
dell'esser loro, fece la clausura più rigorosa e più aspra. Lorenzo de
Segura, dice nel _Poema de Alejandro_ che il Macedone trovò gli Ebrei
Tras mas altas sierras, Caspias son llamadas.
Que fueras un portiello non havia y mas entradas.
Sono essi uomini sparuti e vili, non atti alle armi. Alla preghiera
di Alessandro si congiunsero i monti; ma i rinchiusi usciranno prima
della fine del mondo e devasteranno tutta la terra[1031]. Il Mandeville
dice che alla preghiera di Alessandro Dio fece serrare i monti tutto
intorno alla regione dove erano gli Ebrei, salvo che da una parte,
dov'è il Mar Caspio; ma per la via del mare, i rinchiusi, i quali
fuori del proprio non conoscono altro linguaggio, non si attentano di
fuggire. Gli Ebrei non posseggono altra terra in tutto il mondo, ed
anche per quella pagano tributo alla regina delle Amazzoni, la quale
fa molto bene custodire l'unico passo[1032]. Questo consiste in un
sentiero angusto, che dura quattro leghe, e non vi si trova acqua, ma
dragoni e serpenti ed altri animali velenosi in gran copia, tanto che
non vi si può passare se non durante l'inverno[1033]. Se mai alcuno dei
rinchiusi vien fuori non sa parlare con altre genti; ma tutti usciranno
al tempo dell'Anticristo, per la qual cosa gli Ebrei di tutto il mondo
imparano l'ebraico, sperando di potersi allora intendere con essi e
guidarli contro ai cristiani. Qualichino da Spoleto dice che, secondo
la opinione di alcuni, fra le genti rinchiuse da Alessandro Magno
c'erano anche le dieci tribù. Nel _Jüngere Titurel_ si parla degli
Ebrei chiusi tra monti che superano in altezza l'arcobaleno; ma non
si dice che Alessandro Magno fosse quegli che ve li rinchiuse[1034].
Ranulfo Higden dice, per contro, che venuto ai Monti Caspii Alessandro
trovò i discendenti delle dieci tribù, i quali gli chiesero licenza
di potersene uscire di là; ma egli, saputo come quivi fossero stati
chiusi in punizione dei loro peccati, _inclusit eos artius, molibus
bituminatis aditum obstruens_[1035]. Secondo un'altra opinione
Alessandro Magno avrebbe rinchiuse, oltre alle genti di Gog e Magog,
anche le dieci tribù[1036]. Teolosforo di Cosenza nega recisamente
tutta la favola[1037]. Nel 1540 un supposto re di quegli Ebrei venne
in Europa, andò a trovare Francesco I e Carlo V, cercò di guadagnar
proseliti alla sua religione, e fu per ciò arso vivo in Mantova.
Non dev'essere confusa con la precedente un'altra leggenda secondo la
quale l'imperatore Claudio, durante una gran carestia, fece espellere
da Roma tutti gli Ebrei con molta parte della popolazione meno
valida, e li fece chiudere in luogo recondito, dai quali rinchiusi poi
discesero gli Unni[1038].
§ III.
_La leggenda storica._
Sparsesi, verso il mezzo del XII secolo, in Europa, le prime nuove
del Prete Gianni e della sua grande potenza, la leggenda di Gog e
Magog non tardò ad avere nuove connessioni e nuovi ampliamenti. Questo
principe era cristiano; il suo regno, di cui non bene si conosceva
la situazione, si stendeva sopra molta parte dell'Asia, e volentieri
vi si comprendevano le terre incognite e remote di cui parlavano
gl'itinerarii; di lui, e della condizione de' suoi paesi non poche
meraviglie narravansi; era pertanto assai naturale che tra lui e le
genti rinchiuse di Gog e Magog si stabilisse per tempo una qualche
relazione[1039]. Così avviene che di Gog e Magog noi troviam fatta
menzione in alcune delle epistole che si pretesero scritte dal Prete
Gianni a sovrani di Europa.
Di tali epistole, che ebbero una straordinaria diffusione e furono
tradotte in tutte le lingue, già parla nella sua Cronaca, all'anno
1145, Ottone di Frisinga. Ma nelle redazioni più antiche la leggenda
di Gog e Magog non si trova per anche ricordata; essa penetra solamente
nelle redazioni più recenti[1040]. In queste il Prete Gianni narra del
rinserramento di quelle genti per opera di Alessandro Magno in modo
conforme al racconto dello Pseudo-Callistene; ma aggiunge che esse
sono soggette al suo dominio; e che egli se ne giova nelle sue guerre,
facendo loro divorare i nemici, dopo di che le rimanda nelle lor sedi.
Usciranno al tempo dell'Anticristo e soggiogheranno Roma e tutta la
terra[1041].
Ma la dominazione del Prete Gianni sopra le genti rinchiuse non doveva
essere di lunga durata, e queste non dovevano aspettare la fine del
mondo per fare la minacciata irruzione. Le prime mosse dei Tartari in
sul cominciare del secolo XIII, e le rapide conquiste di Gengiscan,
impressionarono profondamente la cristianità tutta quanta; le notizie
confuse ed esagerate che ne giungevano, le descrizioni strane che si
facevano di quelle genti e dei loro costumi, accesero le fantasie, e
la paura ajutando, si credette che Gog e Magog fossero usciti dalle
lor sedi, e avessero dato principio all'opera di devastazione. Il
nome originale di Tatari fu modificato e se ne fece Tartari, suggerita
l'alterazione dal Tartaro, d'onde pareva che i nuovi barbari dovessero
esser venuti[1042].
Le relazioni dei viaggiatori confermarono quella credenza. Giovanni
del Pian dei Carpini, mandato nel 1245 da Innocenzo IV in Asia, con
la missione di distogliere i Tartari appunto dalle loro scorrerie in
Europa, e, dove fosse possibile, di convertirli alla fede cristiana,
raccontò de' costumi loro, al suo ritorno, non poche cose le quali
si accordavano con quanto si sapeva di Gog e Magog, tra l'altro
che quando alcuno di essi veniva a morire i parenti si congregavano
per cibarsi delle sue carni. Secondo quanto egli riferiva, il Can
dei Tartari si sarebbe chiamato Cuynè o Gog, e suo fratello Magog.
Guglielmo Rubruquis o Ruysbroeck, mandato da Luigi IX di Francia a
prendere accordi col Gran Cane per una futura crociata, confermò quanto
dell'antropofagia aveva narrato il suo predecessore. Il Joinville dice,
narrando di questa ambasceria, che i Tartari stessi raccontarono ai
messi del re di Francia come il paese d'onde essi erano venuti fosse
un gran deserto di sabbia, nell'ultimo Oriente, prossimo ai monti tra
cui stavano rinchiusi Gog e Magog[1043]; e l'armeno Hayton conferma
questa opinione dicendo nel suo Liber de Tartaris[1044] «Regio illa
in qua Tartari primitus habitabant, est sita ultra magnum montem de
Belgian, de quo monte fit mentio in historiis Alexandri». Marco Polo
afferma che la porta costrutta da Alessandro Magno non fu fatta per
trattenere i Tartari, i quali a quel tempo non esistevano ancora, ma
bensì i Comani, e dice che i popoli di Gog e Magog, i quali egli pone
nel regno del Prete Gianni, dalle genti vicine erano chiamati coi nomi
di Ung e Mongul[1045]. Ma la leggenda aveva già identificato i Tartari
con Gog e Magog, o con le dieci tribù di Ebrei che alla lor volta
erano state identificate con questi. Federico II dice in una epistola
a Enrico III d'Inghilterra che i Tartari sono discesi dalle dieci
tribù rinchiuse da Alessandro Magno. Ricoldo da Montecroce riferita,
nel suo Liber peregrinationis[1046], questa medesima opinione, adduce
alcuni argomenti in favore e contro di essa, e avverte che i Tartari
stessi diconsi discesi da Gog e Magog: «Vnde ipsi dicuntur Mogoli,
quasi corrupto vocabulo Magogoli»[1047]. Il Villani l'accolse[1048], ed
essa penetrò anche in qualche versione dello Pseudo-Callistene e della
_Historia de proelis_, come per esempio nei _Nobili fatti di Alessandro
Magno_. Il Malvenda in principio del secolo XVII la sosteneva
ancora[1049].
E qui ci si fa innanzi un'altra immaginazione, di cui non saprei
indicare la origine, ma che sembra essere nata in questo terzo stadio
della leggenda, ossia della leggenda che io ho addimandata storica,
giacchè si lega con la irruzione dei Tartari. Il muro e la porta,
di cui abbiamo veduto in alcuni racconti crescere a dismisura la
grandezza e la forza, non pajono più sufficienti a trattenere i popoli
rinchiusi, e ad essi aggiungonsi certe trombe fatte costruire dallo
stesso Alessandro Magno con tale artificio che investite dal vento
suonano, e fanno credere a quei di dentro che un'oste numerosa stia
sempre a custodia dei ripari. In nessuno degli scrittori orientali di
cui ho potuto aver conoscenza si trova cenno di questo nuovo ingegno:
solo il rabbino Giuseppe Kimchi, il quale fiorì nel XII secolo, ricorda
nell'inedito suo commentario sopra gli ultimi profeti una immaginazione
affine, dicendo di aver letto in certo libro che sulle mura di ferro
della sua fortezza Alessandro pose certi simulacri di ferro anch'essi,
con grande artificio operati, i quali percotendo senza intermissione
con magli e scuri tenevano in soggezione i rinchiusi[1050]. Il primo,
per quanto io so, che faccia parola di quelle trombe è il già citato
Ricoldo da Montecroce, il quale, narrando dei Tartari rinchiusi, dice
che come alcuno di essi si appressava alla fortezza di Alessandro
Magno, udiva tale un tumulto d'uomini e di cavalli, e tanto clangore
di trombe, che esterrefatto fuggiva, e soggiunge: «Hoc autem erat
artificio venti». I Tartari conobbero finalmente l'inganno e uscirono a
questo modo. Uno di essi, cacciando, inseguiva una lepre. Incalzata dai
cani, questa si rifugiò dentro la fortezza, e il Tartaro, trascinato
dall'ardor della caccia, stava in dubbio se dovesse penetrarvi a sua
volta, quando un gufo si mise a cantare sopra la porta. Allora il
Tartaro disse tra sè: Non può essere abitazione umana là dove la lepre
ripara e il gufo canta. E cercato il luogo, e scoperto l'inganno, tornò
verso i suoi e disse loro che se essi acconsentivano a riconoscerlo
per re, egli li avrebbe liberati. I Tartari uscirono liberamente, e da
allora in poi ebbero in molto onore le lepri e i gufi, e delle penne
del gufo usarono adornarsi il capo. Senza dubbio Ricoldo raccolse
questa favola durante il suo viaggio in Asia, giacchè la prima parte
di essa, quella dove si parla delle trombe, è viva ancora, o almeno era
non molti anni fa, nella Russia meridionale[1051].
Giovanni Villani racconta la storia altrimenti, e non dice nulla
del cacciatore e della lepre. Le trombe che tenevano in soggezione
i Tartari, turate dai gufi che presero a farvi dentro i lor nidi,
cessarono a poco a poco di sonare[1052]. Giovanni Fiorentino trasporta
di pianta nel Pecorone la narrazione di Giovanni Villani[1053], e Fazio
degli Uberti accenna in modo assai stronco, secondo il suo solito,
alla leggenda, tanto che se di questa non s'avesse altrimenti notizia,
non si potrebbe intendere il significato delle sue parole[1054]. A
farmi credere che il primo a divulgare in Europa questa favola delle
trombe sia stato Ricoldo da Montecroce, sta il fatto che gli scrittori
in cui noi la ritroviamo da prima sono italiani, e che solamente più
tardi pare che anche fuori d'Italia se ne sia avuta cognizione. Nella
famosa carta catalana del 1375, pubblicata primamente dal Buchon e dal
Tastu[1055], in uno spazio circoscritto dai Monti Caspii si vedono
le figure di Alessandro Magno e di due Mori che suonano la tromba,
accompagnate dalla scritta: Aquests son de metall, e aquests feu fer
Alexandri, rey gran e poderos. Ai tempi del Mercator pare che più non
si ricordasse l'idea primitiva della finzione, giacchè questo geografo
nota nella sua mappa: _Hic in monte collocati sunt duo tubicines aerei
quos verisimile est Tartari in perpetuam vindicatae libertatis memoriam
eo loci posuisse, qua per summos montes in tutiora loca commigrarunt_.
Ciò che Ricoldo narra della lepre fuggente trova riscontro in parecchi
altri racconti, i quali tuttavia discordano in vario modo dal suo. Il
Mandeville e Giovanni d'Outremeuse dicono che al tempo dell'Anticristo
i rinchiusi usciranno perseguitando una volpe. Notisi a tale proposito
che secondo il racconto di Giorande, gli Unni, nati dal commercio di
certe maghe scitiche o gotiche con ispiriti abitatori dei deserti,
vissero lungamente nella solitudine, sulla costa orientale della Palude
Meotide, finchè un giorno alcuni cacciatori, inseguendo una cerva,
traversarono le paludi e conobbero altre terre e altre genti.
Fatto il Prete Gianni signore di Gog e Magog, e identificati poi
Gog e Magog con i Tartari, bisognava che alla uscita di costoro la
leggenda si acconciasse a far morire il Prete Gianni, o a fare almeno
che gli antichi suoi soggetti trionfassero di lui. Qui abbiamo, a dir
vero, l'incontro di tre leggende, la leggenda cioè di Gog e Magog, la
leggenda del Prete Gianni e la leggenda particolare di Gengiscan, e dal
loro congiungimento vien fuori una specie di appendice, sulla quale mi
soffermerò appena. In molte cronache del medio evo si narra del fabbro
Gengiscan, e del modo da lui tenuto per farsi signore dei Tartari, e
poi delle varie sue imprese, il tutto non senza molte favole, come si
può di leggieri immaginare. Secondo una di tali favole la prima sua
impresa, quella che doveva spianar la strada alle altre, fu di assalire
il Prete Gianni. Se non che circa i casi di questa guerra gli storici,
o per dir meglio i favoleggiatori, van poco d'accordo. Ricoldo da
Montecroce dice che i Tartari si divisero in tre torme, e che l'una
di queste, capitanata da Gengiscan (Camiustan) invase il Catai, dove
fu morto il Prete Gianni[1056]. Guglielmo Rubruquis, il Joinville,
Marco Polo raccontano tutti della vittoria riportata da Gengiscan
sopra il Prete Gianni; ma rientrando per altra via nella storia, Marco
Polo identifica il Prete Gianni con Une Can, mentre il Rubruquis fa
di Une Can un fratello del Prete Gianni. Secondo Giovanni del Pian
dei Carpini, questi non soggiacque, ma respinse anzi l'esercito dei
Tartari, guidato da un figliuolo di Gengiscan, valendosi a tale uopo di
certe statue cave di rame, piene di sostanze infiammabili, espediente
già adoperato da Alessandro Magno contro gli elefanti di Porro. E
bisogna dire che questa fosse la versione più giusta, giacchè due o
tre secoli dopo noi troviamo quel medesimo Prete Gianni (il quale, tra
l'altre meraviglie, aveva anche nelle sue terre d'Asia la fontana di
gioventù) a capo di un vasto e florido reame in Etiopia.
Se la identificazione dei popoli di Gog e Magog e dei Tartari fosse
stata universalmente accettata, la leggenda nostra avrebbe dovuto
perdere gli antichi suoi nessi con le credenze correnti circa la venuta
dell'Anticristo e la fine del mondo. Ma quella identificazione non
fu da tutti accettata, e molti continuarono a credere che dietro ai
ripari costrutti da Alessandro Magno il popolo formidabile descritto da
Ezechiele, il popolo dell'Apocalissi, stesse aspettando l'ora segnata
alla sua incursione. E forse qualche strascico della vecchia tradizione
dura ancora tra i volghi d'Europa.
Veduto come avesse origine e per quali gradi si movesse la leggenda
nostra; come, uscita dalla storia, si rannestasse alla storia, e come
cercasse in varii modi di assestarsi sotto il rispetto etnografico,
resta che noi diamo un rapido sguardo a quello che più particolarmente
si può addimandare il mito geografico, il quale da me nelle pagine che
precedono fu toccato appena. Sarò compendioso, non richiedendosi al
proposito mio una trattazione troppo distesa e minuta.
§ IV.
_Il mito geografico_[1057].
Abbiam veduto che il Magog di Ezechiele doveva corrispondere alla parte
settentrionale ed orientale dell'Armenia, divenuta stanza degli Sciti
dopo la invasione. Nell'Apocalissi, per contro, non è nè designata, nè
sottintesa nessuna regione particolare; le genti di Gog e Magog saranno
congregate dai quattro angoli della terra; e questa senza dubbio
sarebbe poi stata sempre la immaginazione corrente se la leggenda di
Gog e Magog non si fosse scontrata con la leggenda di Alessandro Magno.
Nella nuova leggenda nata da questo congiungimento i popoli di
Gog e Magog occupano una regione reale e assai ben determinata
dell'Asia. Essi sono chiusi nelle gole del Caucaso, o al di là
di questa giogaja di monti, e le Porte Caspie sono l'unico passo
per cui si possa accedere a quella regione, od uscirne, passo
murato e munito da Alessandro Magno. Se l'attribuzion dei ripari
ad Alessandro era in tutto immaginaria, i ripari a cui alludeva la
favola esistevano veramente, ed esistono in parte tuttavia. Il muro
di Alessandro altro non era che il muro di Derbent, chiamato dagli
Orientali Sadd-i-Iskander, costruito, secondo alcuni scrittori, da
Cosroe Anuscirvan, secondo altri costruito gran tempo innanzi, e poi
restaurato da Yezdegerde II e da Anuscirvan[1058]. Parecchi viaggiatori
occidentali parlano della città di Derbent come di città edificata da
Alessandro Magno[1059], e sul luogo stesso questa tradizione è ancor
viva. Certo si è che il muro servì in origine a quello scopo medesimo
per cui più tardi se ne attribuì la costruzione ad Alessandro Magno, la
difesa cioè dell'Asia centrale contro i barbari del Settentrione[1060].