leggenda compaja è il Corano. Quanto alla pretesa Cosmografia di Etico
Istrico, tradotta di greco in latino da San Gerolamo, e pubblicata dal
Wuttke nel 1853, nella quale la leggenda nostra è narrata, io credo
assai più sicuro farla posteriore che non anteriore al Corano, e però
mi riserbo di parlarne più oltre[986]. Nel Corano dunque si narra che
Zul-Carnein, dopo essersi spinto fino al luogo dove tramonta il sole,
tornò addietro, e giunse al luogo dove il sol nasce, e quivi tra due
montagne trovò genti di cui a mala pena poteva intendere la favella, le
quali lo pregarono di volerle ajutare contro i popoli di Gog e Magog
che loro devastavano le terre. Zul-Carnein promise di costruire un
riparo che li proteggesse dai nemici. A tale uopo fattosi portare gran
quantità di ferro, n'empiè il valico dei monti, e arroventata poi, con
l'ajuto dei mantici, quella massa, e infusovi sopra bronzo liquefatto,
costrusse un muro che per nessun modo quei di Gog e Magog avrebbero
potuto superare o forare. Compiuta l'opera, lo stesso Zul-Carnein
avvertì che, quando il tempo ne fosse venuto, prossimo già il giudizio
universale, Dio disfarebbe il muro in polvere e tutti i popoli si
confonderebbero[987].
Se non che Maometto nomina qui, non Alessandro Magno, ma Zul-Carnein,
e se questo Zul-Carnein sia tutt'uno con Alessandro Magno, ovvero
sia da lui interamente diverso, è questione che fu disputata a
lungo, prima tra gli stessi scrittori maomettani, poscia, e sino
a tempi recentissimi, tra gli orientalisti europei. Io non entrerò
in questo ginepraio, ma noterò solamente, non richiedendosi di più
al proposito mio, che il lungo processo della critica sembra avere
ormai definitivamente confermata la opinione di chi nel Zul-Carnein
o Bicorne del Corano, della rimanente letteratura arabica, e dei
rabbini, riconosce lo stesso Alessandro Magno. Per quanto riguarda la
discussione particolareggiata dell'argomento rimando il lettore agli
scritti dei dotti che vi attesero di proposito[988].
Se nel Corano noi troviamo la nuova leggenda pienamente costituita,
se anzi vi troviamo accennata, come or ora vedremo, la sua notorietà,
almeno tra un popolo, abbiamo, parmi, più che sufficiente motivo per
credere che nel VI secolo essa fosse già sorta. Certo Maometto non
ne fu l'inventore; ma d'onde l'ebbe egli? Potrebbe dubitarsi se dai
cristiani o dagli Ebrei, giacchè egli conversò con gli uni e con gli
altri, e nella sua dottrina accolse credenze così di quelli come di
questi; ma fu sua cura di togliere qualsiasi dubbio in proposito. Nel
c. XXI si scorge chiaramente un riflesso dell'Apocalissi: ma quanto
al racconto del c. XVIII, si avverte espressamente che deve servire a
dar soddisfazione agli Ebrei, i quali sarebbero per fare a Maometto
alcuna interrogazione intorno a Zul-Carnein. La leggenda era dunque
una leggenda ebraica; vediamo in qual modo gli Ebrei, nei cui libri la
ritroviamo, dovessero essere condotti ad immaginarla.
La leggenda primitiva dei popoli rinchiusi da Alessandro Magno,
quella in cui Gog e Magog non figurano ancora, si diffuse certamente,
qualunque fosse il suo luogo d'origine, non meno in Asia che in Europa,
dove noi ne abbiamo ritrovati i documenti più antichi. A seconda
delle condizioni speciali di ciascuna provincia ov'essa penetrava,
degli avvenimenti storici particolari che vi si svolgevano o vi si
preparavano, delle apprensioni o dei timori ond'erano occupate le
menti, doveva quella leggenda assumere varii aspetti, piegarsi a
varie e mutevoli connessioni. In Europa era cosa naturalissima che i
rinchiusi da Alessandro s'identificassero ora con una, ora con un'altra
stirpe di barbari. In Gerusalemme stessa, d'onde San Gerolamo scriveva
la citata epistola _ad Oceanum_, pare che fossero identificati con
gli Unni. Ma questa doveva essere una identificazione temporanea,
provocata dalla invasione, e che agevolmente poteva essere sostituita
con altra, una volta l'invasione passata. Ora, in fatto d'invasioni,
quella certo di cui in condizioni ordinarie più si dovevano preoccupare
gli Ebrei era l'annunciata e inevitabile di Gog e Magog. Può darsi,
cosa che dalle parole di San Gerolamo non appare, che in Giudea si
credesse da taluno essere appunto gli Unni le genti di Gog e Magog;
ma tale credenza facilmente cadeva quando vedevasi il seguito degli
eventi non corrispondere alla profezia di Ezechiele. L'invasione di Gog
e Magog era ancor da venire, e poichè gli Ebrei non conoscevano altre
genti più scelerate e più degne d'esser divise dal resto della umanità
che le genti di Gog e Magog, non era ad essi necessario un grande
ardimento di fantasia per immaginare che queste e non altre fossero
le genti rinchiuse da Alessandro Magno. A ciò si aggiunga che nella
stessa profezia di Ezechiele gli Ebrei potevano credere di scorgere
come un'allusione a quanto più partitamente si narrava nella leggenda
di Alessandro, giacchè, parlando della invasione irresistibile dei
barbari, questo profeta dice: I monti si fenderanno, precipiteranno le
rupi, sarà atterrato ogni muro.
Gli Ebrei non ebbero se non a lodarsi del modo onde furono trattati
dal gran conquistatore, il quale, secondo che narra il loro maggiore
storico, concesse loro parecchi privilegi e una parte della città di
Alessandria, venerò il nome dell'unico Dio, onorò in singolar modo il
sommo sacerdote, sacrificò nel tempio, lesse in Ezechiele che l'impero
dei Greci succederebbe a quello dei Persiani, e molti Ebrei accolse
nel suo esercito, i quali gli si erano spontaneamente profferti[989].
Si può credere che Alessandro non abbia veramente fatte in pro degli
Ebrei, o in onore della loro credenza, le cose tutte che qui si
ricordano; ma quanto maggiore è in esse la parte della invenzione,
tanto maggiore ancora è la prova della stima in cui gli Ebrei dovevano
avere l'uomo a cui le attribuivano; nè a questa stima, che si può
credere validamente fondata nella opinione popolare, potevano recar
detrimento grave gli avversi giudizii di alcuni rabbini, ai quali molti
altri più se ne contrapponevano favorevoli. Non era egli naturale che
gli Ebrei attribuissero a questo loro benefattore anche il serramento
di Gog e Magog? E notisi che, sebbene sia, in generale, molto difficile
dire quali elementi della leggenda di Alessandro Magno abbiano
avuto origine tra gli Ebrei[990], gli è nullameno fuor di dubbio che
parecchie finzioni di essa son opera loro, come, per citare un esempio,
quella del viaggio dell'eroe al Paradiso terrestre[991].
Qual fosse propriamente la forma e l'indole della leggenda giudaica
mi pare che si vegga in un racconto delle _Revelationes_ dette di
Metodio, racconto di cui, in grazia appunto di ciò, credo di dover
fare ora parola, posto che l'ordine cronologico gli assegnerebbe
altro luogo. Il narratore descrive anzi tutto la turpitudine e la
bestialità delle genti di Gog e Magog, le quali sono use cibarsi di
topi, di serpenti e di altri animali immondi, di feti abortivi, o non
ancora formati nell'alvo materno, e non seppelliscono i morti, ma li
divorano. Alessandro Magno, veduti i loro costumi, temendo che abbiano
a riversarsi, quando che sia, sulla _Terra Sancta_, e a contaminarla,
le spinge tutte verso il settentrione, e raccoltele fra i monti detti
Ubera aquilonis, supplica Dio di volerlo ajutare, e Dio l'esaudisce,
e in sulla uscita fa raccostare i monti alla distanza di dodici
cubiti, e Alessandro chiude il passo con porte di bronzo rivestite di
_assurim_ (sic), di guisa che, nè col ferro, nè col fuoco si possono
distruggere, e le stesse arti magiche e diaboliche, in cui quelle
genti sono esperte, non possono nulla contro di esse. Con Gog e Magog
sono da Alessandro rinchiusi altri ventitrè popoli di pari essere, e,
quando sia prossima la fine del mondo, usciranno tutti e conquisteranno
la terra d'Israele, _secundum Ezechielis Prophetiam quae dicit:
In novissimo die consummationis mundi exiet Gog et Magog in terram
Israel_[992]. Il pensiero che governa questo racconto è essenzialmente
ebraico, e non lascia dubbio circa la fonte a cui Metodio, o chi
per esso, lo attinse. Costui, sebbene cristiano, si direbbe che non
abbia conosciuto l'Apocalissi. La sola ragione che muova Alessandro a
rinchiudere i popoli abominevoli è il desiderio di liberare la _Terra
Sancta_ dal pericolo della loro invasione; la sola terra di cui si dica
che sarà conquistata da essi quando usciranno alla fine del mondo, è
la terra d'Israele. Per certo una leggenda cristiana avrebbe detto
altrimenti, nè si sarebbe a questo modo occupata di soli interessi
ebraici. Quello stesso vocabolo _assurim,_ per quanto qui possa
essere adoperato a sproposito, accenna a fonte ebraica[993], e così
ancora la inesatta citazione di Ezechiele, nella quale noi ritroviamo
alcune particolarità della tradizione presentataci dall'Apocalissi,
ma che l'Apocalissi stessa derivava da fonti ebraiche, cioè a dire la
conversione di Gog in popolo e il rinvio della catastrofe alla fine del
mondo.
La leggenda giudaica formata doveva, per ragione delle cose stesse
narrate in essa, trovar facile accesso appo i cristiani, divulgarsi
rapidamente, ed entrare, prima, o poi, nelle storie romanzesche di
Alessandro Magno. Noi la troviamo nello Pseudo-Callistene[994]; ma
quando v'entrò? A tale domanda non si può dare sicura risposta, ma
solamente probabile. Quando propriamente sia stato composto il romanzo
che va sotto il nome di Callistene non è noto. Nella sostanza esso non
è certamente posteriore al terzo secolo; ma molte favole ora contiene,
le quali vi s'introdussero solamente più tardi, nelle rinnovazioni
e nei rifacimenti cui andò soggetto. Nelle redazioni più antiche,
in quella, per esempio, del codice Parigino Nº 1711 (la recensione
A del Müller), la nostra leggenda non si trova, come non si trova
nella versione latina di Giulio Valerio, che il Mai stimò del terzo
o quarto secolo, della fine del IV, o del principio del V, il Müller,
molto più recente il Letronne, nè nell'_Itinerarium Alexandri_[995], e
nemmeno nella versione armena pubblicata dai Mechitaristi in Venezia
nel 1842, e giudicata da essi appartenere al V secolo; mentre nella
versione siriaca la leggenda è solo narrata in una specie di appendice
evidentemente aggiunta più tardi[996]. La leggenda compare in due
recensioni dello Pseudo-Callistene (indicate con B e C dal Müller) le
quali non si possono far più antiche del VII od VIII secolo[997], e in
cui sono inseriti parecchi altri racconti manifestamente ebraici; anzi
l'una di esse (C) sembra essere opera di scrittore ebraico, o cristiano
siriaco[998].
Nella recensione (B) presa dal Müller a base della sua edizione,
la leggenda si presenta sotto una forma molto affine a quella che
ci occorre nelle _Revelationes_[999], ed è Alessandro, che in una
lettera alla madre Olimpia racconta tutto il fatto. Alessandro trovò
molti popoli, i quali mangiavano carne umana e bevevano il sangue.
Temendo non avessero a contaminare il mondo (non più la sola Terra
Santa, come nelle _Revelationes_) invocò l'ajuto del cielo, e mosse
loro guerra, e ne fece grande strage, conquistando il loro paese. I
superstiti, fuggendo, giunsero tra due giogaje di monti (gli stessi
_Ubera aquilonis_ delle _Revelationes_), le quali spingono le cime
oltre le nubi, e si stendono parallelamente, come due muraglie, verso
il settentrione, sino al gran mare. Alessandro volse una fervida
preghiera a Dio[1000], e raccostatisi per divino miracolo i monti,
chiuse l'uscita con una porta di bronzo larga venti cubiti, alta
sessanta, rivestita di una sostanza che resiste così al ferro come
al fuoco, e dinnanzi alla porta alzò un riparo, costrutto di grandi
pietre, anzi di rupi, ciascuna delle quali era alta venti cubiti e
lunga sessanta, saldate con istagno e con piombo, rivestito il tutto di
quella medesima sostanza di cui aveva già rivestita la porta, la quale
chiamò Porta Caspia. Nè pago di ciò eresse a Oriente e ad Occidente
altre due muraglie, e per tal modo rinchiuse quivi ventidue popoli coi
loro re[1001]. Del loro prorompere al tempo dell'Anticristo non è fatta
parola.
L'esame delle due versioni della leggenda, quali si hanno nelle
_Revelationes_ e nello Pseudo-Callistene mi pare conduca a questo
giudizio, che tra esse non è dipendenza diretta, ma che tutt'e due
vengono, mediatamente o immediatamente, da una medesima fonte; e se
noi paragoniamo queste due versioni con quella del Corano dovremo
dire che fra esse tutte vera diversità sostanziale non c'è, e che
le differenze incidentali che vi si notano sono certamente dovute,
sia alla incertezza ed instabilità stessa della tradizione, sia alla
diversa natura dei libri che quella tradizione accoglievano, ed a cui
bisognava pure che la leggenda in una certa misura si piegasse. Ad ogni
modo, quello che si potrebbe addimandare il nucleo della leggenda, il
rinserramento cioè di genti scelerate e nefande per opera di Alessandro
Magno, si ritrova incolume in tutte e tre, e si può star sicuri che per
questa parte le tre versioni riproducono fedelmente la leggenda quale
si deve credere che già prima fosse nata in Giudea.
Se ciò si ammette, come pare a me che si debba ammettere, dovrà
necessariamente giudicarsi spuria e depravata la versione che si
trova nella già citata Cosmographia di Etico Istrico, versione che non
sembra essere passata in altre scritture, che certamente non visse in
nessuna forma di tradizione, e che reca in fronte i chiari segni di una
elaborazione fantastica in tutto personale[1002]. Nè a tale proposito
importa di risolvere la questione della maggiore o minore antichità del
libro[1003], dappoichè non fu certamente esso a diffondere la nostra
leggenda in Europa; anzi, vedendo che la leggenda non vi si diffonde
se non nella forma delle _Revelationes_ e dello Pseudo-Callistene,
bisognerebbe congetturare (ed altri argomenti in appoggio non
mancherebbero) che esso venisse in luce quando la leggenda era già
divulgata in quella forma, e non lasciava più luogo a una versione
sostanzialmente diversa. Ecco in breve il racconto del supposto Etico,
di cui del resto non è sempre possibile cogliere il senso a pieno, e
dove anzi è più di una contraddizione[1004]. I Turchi, della stirpe
di Gog e Magog, abitano in certe isole, o spiagge (rinchiusi?) fra
monti, contro gli ubera aquilonis[1005]. Sono uomini ignominiosi,
incogniti, mostruosi, pieni di ogni mal costume, usi a cibarsi di
cose abbominevoli, i quali non si lavano mai, non conoscono nè il
vino, nè il sale, nè il frumento, e adorano Saturno[1006]. Essi hanno
in una grande isola dell'oceano una città vastissima e munitissima,
chiamata Taraconta. Al tempo dell'Antecristo, che chiameranno _deum
dierum_ (_deorum?_), faranno grandi devastazioni _cum semine pessimo
eorum prosapia reclusa post portas Caspias_. Chi avesse chiuso questo
pessimo seme dietro le porte Caspie non è detto. Invano tentò più volte
Alessandro di vincerli in guerra, e meditò di rinchiuderli con alcun
ingegno, chè per la vastità del mare e la grandezza dei monti non gli
venne mai fatto, e stette tutta la vita in grande pensiero di ciò, non
sovvenendogli alcun buon provvedimento. Un guazzabuglio sì fatto si
sottrae ad ogni critica. Noterò solo che, secondo la recensione B dello
Pseudo-Callistene, Alessandro, compiuta la impresa contro Gog e Magog,
si volse contro ai Turchi e agli Armeni, e ne uccise un gran numero
insieme col loro re chiamato Can[1007].
La leggenda che abbiamo sin qui esaminata, voglio dire la leggenda
giudaica, si divulgò non meno in Europa che in Asia, passò in
iscritture innumerevoli, e in breve tempo prevalse; ma non per questo
la leggenda più antica, quella in cui Gog e Magog non comparivano
ancora, fu in tutto dimenticata.
Non parlo della storia romanzesca di Alessandro Magno che va sotto
il titolo di _Historia de proeliis_, riportata di Costantinopoli, nel
X secolo, dall'Arciprete Leone, nella quale si ha un racconto dove i
nomi di Gog e Magog, e delle altre genti rinchiuse non sono indicati;
questo racconto è nel rimanente quello stesso dello Pseudo-Callistene;
ma Beniamino Tudelense dice nell'Itinerario che la regione degli Alani
è cinta da monti altissimi, i quali non hanno altra uscita che le
porte ferree costrutte da Alessandro Magno[1008], e il falso Giosippo
Gorionide racconta, stranamente parafrasando un passo già ricordato
di Giuseppe Flavio, la storia seguente[1009]. Alessandro, temendo gli
Alani, gente fortissima e irresistibile, li aveva chiusi tra i monti
che cingono la lor terra, la qual cosa essi, non vaghi di cercare
stranie contrade, lasciarono fare liberamente, sebbene fosse loro
agevole d'impedirlo. Ma sopraggiunto un anno di massima carestia, non
trovando nel proprio paese di che sfamarsi, essi pregarono gl'Ircani
di voler loro aprire i passi, affinchè potessero uscire a procacciarsi
i necessarii alimenti. Acconsentirono gl'Ircani, ed essi, usciti,
si volsero, predando e devastando, alla Media. Il prefetto del re
dei Medi, non osando far resistenza, mandò ad offrir loro la pace, e
s'impegnò di somministrare gli alimenti onde abbisognavano, a patto che
non gli guastassero le terre. Gli Alani risposero di non volere da lui
se non che li sostentasse per un mese, tanto che maturassero nella lor
terra i prodotti, passato il quale avrebbero fatto ritorno alle case
loro: non abbisognare d'altro essi, così diversi da ogni umano costume.
Il prefetto, ringraziatili di loro buona disposizione, li nutrì tutto
un mese (erano in numero di 755,140) di miglio cotto, e di carne di
cani, asini, topi; purchè fosse carne essi si contentavano. Trascorso
il mese, si mossero per far ritorno alle loro abitazioni, quando a
Tiridate, re d'Armenia, venne in animo di affrontarli e di combatterli.
Mal gliene incolse, perchè nella battaglia perdette trecentomila dei
suoi, e poco mancò non rimanesse egli stesso prigione, mentre degli
Alani non perì neppur uno. Dopo di ciò gli Alani tornarono indisturbati
nella loro regione. Uditi tali casi l'imperatore Tito ebbe desiderio di
sperimentare contro di essi la sua potenza, ma non potè, avendo perduto
nella guerra giudaica il fiore delle sue milizie. Quanto qui si dice
degli animali dati in pastura agli Alani rimanda al racconto delle
_Revelationes_, o dello Pseudo-Callistene.
Ho detto che la leggenda in cui prendono posto Gog e Magog prevalse;
ma, passando d'una in altra scrittura essa ebbe ad alterarsi, e
alcuni tratti suoi furono in particolar modo esagerati, o conformati
al sentimento e alla condizione dei varii popoli che raccolsero. Non
entrerò a questo proposito in troppi particolari per non dilungarmi
più di quanto l'opportunità richiegga; ma accennerò ad alcune tendenze
che in successo di tempo si vanno svolgendo dentro alla leggenda, e ad
alcune singole immaginazioni più degne di nota.
Abbiamo veduto quale orribile descrizione si faccia dei popoli
rinchiusi nelle _Revelationes_ e nello Pseudo-Callistene[1010]. Tale
descrizione trae senza dubbio la origine dall'odio che gli Ebrei
dovevano nutrire per le genti incognite da cui tanti mali aspettavano;
ma passata poi la leggenda nel dominio d'altri popoli, quella
orribilità fu piuttosto accresciuta che diminuita, e alcuna volta
finisce che i rinchiusi si tramutano in esseri addirittura fantastici.
Spesso si trovano confusi coi pigmei o coi giganti. Edrisi dice[1011]
che le genti di Magog sono di piccolissima statura, non oltrepassando
i ventisette pollici. Hanno viso interamente rotondo, grandi orecchie
che loro cascano sulle spalle, e tutta la persona coperta di una
specie di peluria. In un antico poema siriaco[1012] quei di Ogûg e
Mogûg sono giganti di sei o sette cubiti, che si lavano col sangue,
bevono sangue e mangiano carne umana. Goffredo di Monmouth chiama
Goëmagot, o Gogmagot, un gigante di venti piedi, che con alcuni suoi
compagni tenta di contrastare a Bruto il possesso di Albione[1013].
Nello _Scià-namè_ di Firdusi si dice che quei di Gog e Magog hanno
nera la lingua, nero il viso, gli occhi color di sangue, zanne simili
a quelle del cinghiale, corpi pelosi, grandi orecchie da elefante,
dell'una delle quali, quando si coricano, fanno guanciale e dell'altra
coperta. Ciascuna femmina partorisce mille figliuoli. Corrono come
onagri. In primavera si nutrono di serpenti e ingrassano; in estate di
erbe e smagriscono; grassi, urlano come lupi; magri, la loro voce si fa
tenue come quella dei colombi[1014]. Nel poema tedesco di Apollonio di
Tiro, opera di Heinrich von der Neuenstadt, si trova una descrizione
la quale, per mero caso senza dubbio, più di una volta si accorda con
la descrizione di Firdusi[1015]. Gli uomini di Gog e Magog hanno nove
piedi di altezza, dei quali sei nelle gambe, muso canino, tinto sotto
gli occhi di verde e di giallo, con grande bocca, da cui esala un puzzo
come di latrina[1016]. La voce loro è come di lupo, e sono così veloci
nel corso che un cavallo non può seguitarli. Si cibano di lupi, di
cani, e di carne umana.
Ibn Khaldun dice che quei di Gog sono di alta statura, e quei di Magog
invece assai piccoli. Hanno poi, come pare, in comune, volto rotondo,
zanne sporgenti, piccoli occhi, favella che rassomiglia a un sibilo, e
il costume di divorarsi fra loro[1017]. In alcune descrizioni si dice
per giunta, come nelle _Revelationes_, che essi sono cultori dell'arte
magica[1018], e in una delle tante redazioni delle epistole del Prete
Gianni, che essi chiusero Alessandro in Macedonia, e lo misero in
prigione[1019].
Il paese di Gog e Magog è per lo più descritto come degno de' suoi
abitatori, inospite, selvaggio, sterile, esposto a tutte le intemperie
e ai geli del settentrione, frequentato da mostri, traversato persino
da un fiume infernale; ma alcuna volta esso è anche descritto come
ubertoso e favorito di clima più mite. Edrisi dice il paese molto ben
coltivato e i suoi abitatori provveduti di numerose greggi; ma poi
soggiunge, citando l'autore del Libro delle Meraviglie, che per esso
scorre un fiume, in fondo al quale arde un fuoco perpetuo, e in cui
gli abitanti gettano i prigionieri, i quali, prima che abbiano tocco il
fondo, sono rapiti da grandi uccelli, tratti in certe caverne e quivi
divorati. Non aggiungo ora altre particolarità circa il paese di Gog e
Magog, perchè avrò da tornare quanto prima sull'argomento.
Del muro costruito da Alessandro Magno si parla in modo più o meno
particolareggiato. Il racconto più diffuso a tale riguardo è quello di
Firdusi, che, per altro, riproduce in sostanza il racconto del Corano.
Alessandro, visitate le montagne, fece raccogliere in grandissima
quantità rame, bronzo, calce, pietre, legname e tutto quanto
richiedevasi all'opera. Dal mondo intero accorsero allora i muratori
e i magnani, e quando tutto fu in pronto si diede mano al lavoro. La
struttura del muro procedeva a questa guisa: prima si metteva uno
strato di carbone, poi uno di ferro, e tra i due un po' di rame, e
sopra il tutto dello zolfo; e quando il muro, largo dugento cubiti,
ebbe raggiunta la sommità dei monti, ci si versò su un mescuglio
di nafta e di burro, e accatastata in sulla cima gran quantità di
carbone, si diè fuoco alla massa, e l'incendio fu promosso coi mantici
da centomila fabbri ferrai. Ma Yakub parla solamente di una porta di
ferro e di bronzo, lavoro di dodicimila operai, compiuto in sei mesi.
Per contro nel _Romans d'Alixandre_ di Lambert di Tors e Alexandre de
Bernay il muro è di materiali ordinarii, ma
tant par fu bien sieriés que riens ne l' pot desfaire[1020].